Lo psichiatra Andreoli all’etnofilm Fest

Vittorino Andreoli e le sue riflessioni sulla società contemporanea all’Etnofilm Fest

Un pubblico numeroso ha partecipato sabato 1 giugno presso il museo SanPaolo alla conferenza di Vittorino Andreoli, ospite dell’edizione 2019 di Etnofilm Fest, la mostra del cinema documentario etnografico organizzata da Fabio Gemo. Il noto psichiatra veronese, autore di numerosi libri, è intervenuto su Eros e Thanatos, tema centrale della rassegna, proponendo una serie di riflessioni critiche sulla società contemporanea. Andreoli ha parlato di Amore e Morte come due termini evocativi, che esprimono una dimensione, quella della sacralità e del mistero, insita nella biologia dell’uomo ma oggi in forte crisi. Eros rimanda all’energia, alla sessualità e dunque alla vita, Thanatos esprime un passaggio che accende nella nostra mente una forza straordinaria. È la forza dell’immaginazione, ovvero la capacità di vedere ciò che non abbiamo visto. Ma in un mondo dominato dalla realtà virtuale prodotta dalle tecnologie digitali la fantasia ha ancora un suo spazio?

Secondo lo psichiatra veronese adesso tutto avviene “in tempo reale”: non riusciamo più a dare valore all’attesa. Negli adolescenti il desiderio si è trasformato in un “desiderio spot”, cioè nel voler possedere subito qualcosa, come se il domani non ci fosse. Ormai non abbiamo niente da cercare, c’è solo da cliccare per scegliere cosa “Mi piace” e cosa invece no. Scompare dunque il bisogno di pensare, di elaborare, di immaginare. Siamo diventati esseri pulsionali, che obbediscono al loro istinto. Andreoli ha riconosciuto tre tipi di Morte: fisica, psicologica (si può uccidere la personalità di qualcuno senza toccarne il corpo) e sociale (si può uccidere l’altro attraverso il ruolo che ha). In generale però anche la Morte stessa nella contemporaneità è stata banalizzata. Abbiamo sostituito la violenza con la distruttività. A volte si ammazza persino per gioco, per provare un senso di libertà.

Lo psichiatra, che si è autodefinito “un pessimista attivo”, non ha nascosto la propria preoccupazione: se non sapremo trasmettere ai ragazzi i principi fondanti della civiltà a cui apparteniamo essa rischia di svanire nel giro di due generazioni. Si tratta ovviamente di una civiltà imperfetta, ma che ci ha permesso comunque di fare esperienze straordinarie e ha promosso la creatività. Educare significa insegnare a vivere tentando di affermare il meglio della nostra cultura, per scongiurare il pericolo di regredire verso il trionfo degli impulsi e della barbarie. E le tecnologie? Dovrebbero servire l’uomo, non certo prenderne il posto.

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