Martina Cameli con ‘Padova con gli statuti della fraglia dei notai’ vince la sezione Libro Padovano dei Premi Brunacci 2019

Martina Cameli riceve il premio Brunacci dal Dott. Michele Bellucco rappresentante della Banca Patavina di Sant'Elena e Piove di Sacco

Martina Cameli con ‘Padova 1419-1420. Gli statuti della fraglia dei notai’ vince la sezione Libro Padovano dei Premi Brunacci 2019

Premi Brunacci 2019: è stata Martina Cameli ad aggiudicarsi la vittoria della sezione dedicata al libro sulla storia padovana. La studiosa ha ottenuto l’ambito riconoscimento della giuria presieduta dal professor Antonio Rigon per l’opera Padova 1419-1420. Gli statuti della fraglia dei notai (Istituto Italiano per il Medioevo, 2018). Cameli ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia del Cristianesimo e delle Chiese presso l’Università degli Studi di Padova, la specializzazione presso la Scuola per Conservatore di beni archivistici e librari della civiltà medievale dell’Università di Cassino e il diploma della Scuola di Paleografia, Diplomatica ed Archivistica presso l’Archivio di Stato di Modena. Domenica 19 gennaio 2020 è salita sul palco dell’Auditorium Kennedy dove, tra gli scroscianti applausi dei presenti, si è vista consegnare il premio.

Il volume fornisce l’edizione degli statuti della fraglia (corporazione) dei notai di Padova degli anni 1419-1420. Questi statuti sono custoditi in un manoscritto conservato presso la Biblioteca Civica di Padova: si tratta di un codice molto bello sul piano estetico, in quanto elegantemente ornato. La sua decorazione è attribuita al Maestro di Roncaiette, pittore attivo in ambito padovano tra il secondo e il terzo decennio del Quattrocento, autore del polittico eponimo di San Fidenzio a Roncaiette. Gli autori testuali e materiali sono invece rispettivamente Sicco Polenton, notaio, cancelliere del Comune di Padova e noto letterato umanista, e Giacomo da Padova, frate minore del convento del Santo.

Viene presa in esame in particolare la seconda compilazione statutaria della corporazione, che riflette la mutata condizione sociale del collegio notarile padovano sotto il governo imposto da Venezia dopo la sottomissione della città del Santo alla Serenissima nel 1405. I notai godevano un po’ ovunque di una grande fortuna economica, sociale e politica. Conobbero il massimo splendore, acquisendo a livello di corporazione una notevole rilevanza anche politica, tra tardo Duecento e Trecento, cioè nel secondo periodo comunale, e poi durante la signoria carrarese fino alla seconda metà del XIV secolo, per perdere in seguito potere e indipendenza.

Il premio è stato messo a disposizione dalla Banca Patavina di Sant’Elena e Piove di Sacco. A rappresentarla domenica 19 gennaio c’era il dottor Michele Bellucco, che ha ricordato come questa realtà sia attenta alle attività delle associazioni del territorio. La giuria ha sottolineato diversi meriti di Cameli. Tra questi l’aver pubblicato con competenza scientifica e passione storiografica una fonte di straordinario interesse per la storia di Padova. Inoltre il libro non si limita alla pubblicazione dello statuto, bensì vi aggiunge una serie di approfondimenti che permettono di cogliere a fondo anche le circostanze in cui maturò la redazione del documento eil contesto sociale, politico e storico in cui avvenne il passaggio della città sotto il controllo veneziano.

Ne risulta un’interessante immersione nella storia di Padova e delle sue istituzioni antiche, proposta con una mano sicura e uno stile leggibile. Gli statuti ci danno informazioni importanti: permettono infatti di far emergere i componenti delle corporazioni, la loro struttura organizzativa, le loro mansioni e prerogative, oltre alla fitta trama di rapporti che queste realtà intrattengono nel tessuto locale con gli organi amministrativi ed ecclesiastici. Lo statuto quattrocentesco della fraglia dei notai è il tentativo, da parte della fraglia stessa, di porre un freno alla propria decadenza, ribadendo il proprio prestigio e la propria autonomia. Di seguito riportiamo una breve intervista proposta a Martina Cameli.

Dottoressa Cameli, si aspettava di vedersi assegnare il Premio Brunacci? Che emozione è stata per lei salire sul palco per la cerimonia di consegna?

No, non me lo aspettavo, anche se mi avrebbe fatto un gran piacere. L’emozione è stata grande per vari motivi: l’apprezzamento e il riconoscimento da parte della giuria composta da studiosi competenti; il fatto che il premio mi fosse assegnato dalla città di Monselice con cui sento di avere un legame speciale per motivi personali avendo tenuto lì la mia prima relazione in pubblico ad un convegno e avendo collaborato ad alcune iniziative editoriali; il fatto di trovarmi davanti ad un uditorio composto in buona parte di bambini e giovani ai quali sentivo di dover trasmettere qualcosa.

Com’è nata l’idea di curare un libro di questo argomento?

Ho frequentato un dottorato di quattro anni presso l’Università di padova pur studiando un caso marchigiano – la mia regione di origine – ma nel corso degli anni ho avuto modo di collaborare ad alcune iniziative nate in seno al Dipartimento di Storia di questa Università, tra cui vi era lo studio degli Statuti della corporazione dei notai.

Come si è sviluppato negli anni il suo interesse per la ricerca storica?

E’ nato nel corso degli ultimi anni dell’università grazie all’incontro con professori illustri che si dedicavano con passione alla ricerca storica; si è approfondito ed è maturato durante l’elaborazione della tesi di laurea per poi diventare saldo negli anni di dottorato.

Che senso ha oggi la ricerca storica in un mondo proiettato quasi esclusivamente sulla dimensione presente?

Tra le funzioni che la ricerca storica può avere, secondo me, è fondamentale quella di legare la realtà presente a qualcosa di precedente, a far capire che quello che è oggi non è svincolato da avvenimenti, realtà, situazioni che ci sono state prima, che l’oggi è il frutto di scelte, eventi, fatti del passato, dunque serve a dare profondità al presente; ciò può portare ad avere maggiore consapevolezza di quello che si è e che si ha e quindi a responsabilizzare verso le generazioni future; essa serve a dare radici e a costruire per il futuro. Quindi, secondo me, è ancora valida l’antica idea della Historia magistra vitae.

Consiglieresti a uno studente di seguire le ricerche d’archivio?

Sì, senz’altro, anche solo per una conoscenza di massima, in modo che si renda conto che c’è una memoria storica, qualcosa che costruisce il nostro passato e il nostro presente e che non può essere misconosciuto.

Come vedi l’interesse dello stato per la gestione degli archivi e degli archivisti?

L’interesse credo sia scarso perchè forse i governanti per primi non sono consapevoli del valore delle fonti storiche e del patrimonio culturale conservato negli archivi italiani. Questa carenza di consapevolezza però credo nasca a scuola e all’università, dove sono sempre meno gli studenti iscritti a facoltà che propongono discipline storiche nelle varie declinazioni. Forse c’è proprio uno scarso interesse e una scarsa considerazione del valore della Storia.

Potrebbe essere utile introdurre la paleografia già al liceo?

No, non credo, è troppo presto, e poi occorre conoscere almeno il latino e spesso gli studenti non hanno questa preparazione. Inoltre credo che non si possa avere una piena consapevolezza del valore della disciplina. Credo però possa essere utile un primo approccio ai documenti per far conoscere una particolare tipologia di fonte storica.

Se fossi ministro della cultura. Cosa faresti?

Innanzitutto favorirei in ogni modo la figura del ricercatore universitario ampliandone il numero e le possibilità, che oggi sono veramente minime e regolate da criteri basati su tutto tranne che sulla meritocrazia; poi cercherei di sensibilizzare gli studenti di tutti gli ordini di scuola alla necessità di studiare la storia, perchè lì sono le nostre radici e al valore del nostro patrimonio culturale, che è enorme.

Il tuo futuro?

Ahimè, buio. Sono docente di scuola statale ma la mia fortissima aspettativa personale, supportata da un duro e lungo lavoro e un buon numero di pubblicazioni di valore, era quella di continuare a fare ricerca all’università, cosa che non è stata possibile per vari motivi, ma soprattutto per la mancanza di investimenti dello Stato in questo particolare tipo di attività e per una gestione non proprio trasparente delle selezioni e dei concorsi per accedere a queste posizioni. Cerco, tra mille difficoltà, di continuare a fare ricerca, ma farla seriamente e a livello scientifico è molto difficile fuori dal mondo accademico e, alla lunga, si è costretti a mollare.

Un doveroso ringraziamento per il sostegno offerto al Premio Brunacci alla Banca Patavina di Sant’Elena e Piove di Sacco e all’associazione Lapis.