Allo scrittore Giuliano Scabia il premio Brunacci 1993

La Giuria ha assegnato il premio brunacci 1993 al libro di Giuliano Scabia Nane Oca con la seguente motivazione.

Il volumetto, che sfugge ad ogni classificazione di genere (è, e non è favola, romanzo, fantanovella, memoria, descrizione onirica e rappresentazione scenica), è indubbiamente e profondamente originale. Racconta l’inverosimile storia, percorsa da numerose deviazioni narrative, del protagonista Giovanni alla ricerca del momon. Giovanni è figlio di una fata, che, sposandosi, ha perduto tutti i suoi poteri, ma gli promette che riuscirà a trovare la magica sostanza, che alla fine si rivelerà l’albero della vita. Eppure, in questo aggrovigliato avvicendarsi di racconti fantastici, vissuti in un ininterrotto illogico e conturbante sogno, due elementi portano alla realtà concreta del quotidiano: l’ambientazione e il linguaggio. E’ vero che l’autore, manipolando le parole e trasferendole di categoria, tenta di occultarne i riferimenti precisi, ma chi è vissuto a Padova non fa fatica a riconoscere in certi personaggi, anche di contorno, come il Pesce Baùco, Maria Panciadiscuscita, Peggio di Stella, tutta una spicciola cronaca cittadina, depositata nel ricordo della collettività urbana. E il viaggio di un eremita dai Colli Euganei alla Piazza della Frutta si alimenta di precisi riferimenti toponomastici, facilmente identificabili anche quando non espliciti. La lingua del “romanzo” è nervosa, nuova, audace in certi ripetuti composti, anche violentata nel gioco fanciullesco di rovesciare le frasi (e “la figliola della fata”, per esempio diventa la “gliolofi ladel fata”), ma anch’essa ricca di padovanità, come nell’elenco di parole dialettali, di cui il protagonista amerebbe conoscere la storia. Mai Padova e il Padovano hanno avuto un’esaltazione così fantastica e un tributo d’amore tanto largo, quanto sommesso.

Discorso di Giulino Scabia

Il premio che oggi Nane Oca riceve dalla vostra gentilezza ha per me un significato familiare, simbolico e un po’ misterioso – per il motivo che voglio raccontare.

Mio padre, di famiglia padovana, è nato a Monselice alla fine del 1800. Si chiamava Guido. Da Monselice si è presto trasferito a Padova coi genitori e i fratelli – ma nell’aprile 1944 (durante la guerra del paese dove erano sfollati) è stato portato di nuovo e per sempre a Monselice: si era ammalato e, forse per una diagnosi sbagliata, nel vostro ospedale è morto. Io avevo otto anni. Vedo il pomeriggio di aprile, mia madre è tornata dal paese da sola, giovane, forse, non ricordo bene vestita di scuro. Ha percorso il selciato, molti metri, e quando è stata vicina ha detto a me e a mio fratello che l’aspettavamo aggrappati alla ringhiera del bròlo: il papà è partito e non tornerà più.

Credo di non avere mai smesso di cercare mio padre (la frase di mia madre lasciava qualche spiraglio) per parlare e suonare con lui che era violoncellista, per averlo maestro, per tenerlo vivo. Scrivere, raccontare e recitare è stato anche parlare con lui. Cammina cammina sono arrivato fin qui, oggi 14 novembre 1993. Questa piccola città, attraverso la presenza, partenza e ritorno di mio padre ha fatto parte di me fin da quando ero bambino. E’ il luogo dove la persona che mi ha insegnato il gioco e l’avventura del mondo è salita o discesa verso il non si sa dove – o forse verso qui, ora, in questa biblioteca del Castello.

Un giorno, quando avevo 18 o 19 anni, sono venuto a trovarlo a piedi da Padova, nel vostro cimitero. Era il periodo dei morti – quando loro chiedono ai vivi (i vivi così pensano e credono) più presenza, festa – quasi un teatro di fiori, passi,mormorii, saluti, ricordi, promesse, preghiere: risorgono momentaneamente neo pensieri dei visitanti. Poi l’ho perso di vista. Al momento dello scavo eravamo lontani e assenti – e lui è finito nella fossa comune. Quando siamo tornati – e il dialogo da parte mia si è fatto più profondo e pericoloso, per un momento abbiamo creduto di ritrovarlo in un luogo segnato del campo santo: ma era un errore. Da allora ho cominciato a pensare che lui sia nell’aria di Monselice, allegro e portatore di letizia con le parole e la musica.

Credo che mi possiate capire perché queste esperienze fanno parte, prima o poi, dell’anima di ognuno. Ed è dell’anima che voglio parlare un momento prima di leggere Nane Oca. Anima, lo sapete in greco significa vento, o respiro, e per traslato anche farfalla. Ci sono tanti detti sull’anima: anima mia, anima in pena, anima cara, anima santa, anima dell’inferno, anima del purgatorio, anima del paradiso, anima bella, anima persa, buon’anima, senz’anima. Nominiamo l’anima e perciò continuiamo a pensarci – nelle parole, e perciò nei pensieri, le anime ci sono. Nelle parole, mentre parlo, c’è l’anima di mio padre. Un giorno, più di dieci anni fa, sono stato a Monselice con la donna che dopo è diventata la mia sposa – c’era molto vento di tramontana, forse era novembre, lei aveva un cappello, un colpo di vento gliel’ha portato via. Lei ha riso. Dentro di me ho pensato: è uno scherzo di mio padre.

Era un pensiero venuto su all’improvviso, un’apparizione; è così che i vivi possono collegarsi con le anime – col vento che loro sono.

Voglio credere – mi fa piacere crederlo – che quel colpo di vento sia ora presente qui, quieto quieto, ad ascoltare (forse è lui che per sfida m’ha fatto andare via la voce) – e che gli piaccia essere nominato. Perché, vedete, mi pare d’aver capito un po’ alla volta che tutti ci nutriamo della presenza di chi è venuto prima e ricordando e nominando anche noi nutriamo quelle presenze. La lingua più personale e profonda non è fatta d’altro che di questo reciproco dono – da loro a noi e da noi a loro. Sono convinto che loro sono tanto più allegri e fatati quanto più lo siamo noi inventando e ricreando. Scrivendo e riscrivendo Nane Oca per più di cinque anni ho capito che la scrittura può essere uno dei modi dell’allegria e del gaio amore anche, e forse soprattutto, nel rapporto con chi ci ha regalato le prime parole – e il respiro. Sulle anime dei morti a volte è necessario piangere perché sono andate via – ma io sono convinto che loro siano più ridenti e piene di vento se le facciamo germinare in nuova vita, in nani e oche veri o immaginati.