Gli orologiai di Padova (1569) di Elda Martelozzo Forin

Elda Martellozzo Forin riceve il premio Brunacci nel 2006

Nel 2006 la giuria della ventitreesima edizione del Premio Brunacci ha assegnato il prestigioso riconoscimento per la sezione relativa alla storia del padovano a La bottega dei fratelli Mazzoleni, orologiai in Padova (1569) di Elda Martellozzo Forin, edito dalla casa editrice “Il Prato ” nel 2005. Di seguito riportiamo il discorso pronunciato dall’autricedurante la cerminonia di premiazione. Mai avrei pensato di dovermi occupare di orologi antichi: mi affascinavano come splendidi oggetti di antiquariato, ma ero lontanissima dal cercare di conoscere l’evoluzione della tecnica e la storia di coloro che li avevano costruiti. Ma, come capita spesso a chi frequenta l’archivio, furono le vecchie carte a decidere per me. Inseguivo altre piste: mi interessavano i docenti dell’Ateneo, gli studenti, i libri usati nei corsi universitari di legge, come di filosofia e di medicina e di teologia e anche tutte le opere, classiche e moderne, che arricchivano le biblioteche dei Padovani nel secolo XVI. Ma mi capitò tra le mani il fascicolo della lite: e ne fui stregata.

Quando si sfogliano voluminosi registri o smilzi fascicoli o pergamene dalle forme e dalle dimensioni più varie, può succedere di essere catturati da una vicenda intrigante, da un particolare insolito, da un personaggio che inaspettatamente si scopre aver frequentato Padova: è l’eterna lezione dell’archivio, che ogni giorno costringe a un esercizio di umiltà, perché continuamente insegna che quel quadro culturale o sociale o politico che faticosamente abbiamo costruito è imperfetto e in parte va rivisto per l’affacciarsi di inedite informazioni e di nuovi interrogativi; talvolta offre una prelibatezza così saporosa che non si può non gustarla, anzi per ritovarne la gradevolezza si finisce con l’avventurarsi per sentieri nuovi, alla ricerca di aspetti della vita del passato di cui nemmeno si sospettava l’esistenza.

Così, lasciati i miei dottori per colpa di una carta ingiallita, mi sono addentrata faticosamente nel mondo degli orologiai: imprevedibile mondo, nel quale si muovevano artigiani che ben conoscevano la scienza della misura del tempo e possedevano la capacità tecnica necessaria per creare piccole meraviglie, che dirigevano con orgoglio una bottega e non lesinavano colpi, anche bassi, per sconfiggere l’agguerrita concorrenza e assicurarsi i migliori clienti.

I primi passi sulla nuova strada non sono stati facili: era come camminare nel deserto, perché di laboratori di orologiai a Padova nel Cinquecento non esistevano notizie. Avanzavo dunque su un terreno completamente da dissodare. Fui fortunata: l’archivio, “il provvido archivio” – per usare un’espressione cara a Paolo Sambin – rivelò una insospettata ricchezza. Grazie a numerosi documenti pazientemente raccolti, Padova, del tutto assente fino all’altro ieri nella storia dell’orologeria del Cinquecento, si affermava pian piano come un importante centro di produzione e di commercio: accanto alle grandi macchine degli orologi da torre, uscivano dalle sue botteghe molti orologi da muro, da tasca e da petto e questi ultimi adottavano la rivoluzionaria forma ovale in anticipo di un quarto di secolo rispetto a ogni altro celebrato centro di produzione tedesco e francese.

Al di là della scoperta di un inventario di bottega di orologi, il più antico in assoluto che si conosca, e di un ricco tessuto di botteghe in cui si producevano quelle piccole meraviglie fabbricate per segnare il tempo, la ricerca ha permesso di conoscere aspetti del vivere quotidiano, di entrare all’interno delle case di artistocratici e artigiani per rivelarne il gusto e l’abbondanza degli arredi, di verificare ancora una volta come Padova sia stata sempre intimamente legata alla sua Università e come l’una non si spieghi senza l’altra. Uno dei Mazzoleni, protagonisti indiscussi dell’orologeria padovana del secolo XVI, fu il fidato meccanico cui l’esigente Galileo Galilei commissionava la costruzione di strumenti di precisione: le abili mani, l’esperienza impareggiabile e l’affinata abilità tecnica dell’artigiano realizzavano concretamente i progetti nati dall’intuizione, dalle idee e dagli studi del grande matematico.

Questo connubio tra città e Ateneo costituisce da sempre il marchio della cultura patavina, di questa città laboriosa che è stata grande e che non vuol rinunciare al suo ruolo di motore culturale. Nel ringraziare vivamente la giuria per questo riconoscimento a una ricerca incentrata tutta sulla nostra città, vorrei offrire questa ricostruzione di un artigianato sempre in bilico tra tecnica e arte a Padova, città generosa con le sue mille istituzioni caritative che non fanno rumore e operano fattivamente; a Padova, città accogliente il cui simbolo potrebbero essere quei lunghi portici sbilenchi che tanto meravigliarono nel Cinquecento uno studente inglese il quale in una lettera ai genitori li descrisse entusiasticamente come una incredibile invenzione; a Padova, città colta che persegue una tradizione di studi scientifici e letterari ben consolidata; a Padova, città d’arte ricca di capolavori che per un vezzo incomprensibile sembra voler nascondere ai forestieri; e ai Padovani tutti, generosi e di poche parole, forse un po’ chiusi e diffidenti, ma realistici e autentici con quell’attaccamento al dialetto, che è un modo di proclamare la propria identità, “de no desbratarse del pavan”, secondo la raccomandazione di quel Ruzante che così a fondo comprese e rappresentò i caratteri della patavinitas.