Lo storico dell’arte Lionello Puppi è stato nella giuria del Brunacci

Lionello Puppi

Lionello Puppi è stato uno dei maggiori storici dell’arte italiani degli ultimi sessant’anni. Nato nel 1931 a Belluno, si laurea a Padova con il bizantinista Sergio Bettini presentando una tesi sul pittore vicentino Bartolomeo Montagna. Dai primi anni Settanta insegna Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica all’Università di Padova, dirigendo l’Istituto di Storia dell’arte. Lo troviamo poi docente di Storia dell’Arte all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove fa nascere un Corso di Laurea in Conservazione dei Beni culturali. Studia a fondo la pittura rinascimentale veneta e nel 1978 coinvolge altri studiosi in un progetto su Giorgione. In seguito si concentra sulla storia dell’architettura e approfondisce in particolare la figura di Andrea Palladio, a cui dedica svariate pubblicazioni. Tra il 1985 e il 1987 è senatore del Pci. Nel 1999 vince il Premio Brunacci con un lavoro proprio sul Palladio e nel 2003 entra a far parte della giuria.

Autore di oltre settecento libri che spaziano in tutti i campi dell’arte italiana ed europea, assieme ad Antonio Diano cura Tra monti sacri, ‘sacri monti’e santuari: il caso veneto (Il poligrafo, 2006), in cui una parte rilevante è dedicata al Santuario delle Sette Chiesette di Monselice: questo volume è il risultato di un prestigioso convegno ospitato all’ombra della Rocca l’1 e il 2 aprile 2005. Lionello Puppi muore il 15 settembre 2018, lasciando un grande vuoto nel mondo dell’arte. A un anno dalla scomparsa la rivista “Arte Documento” (numero 35) gli riserva un’ampia sezione, con il ricordo degli studiosi che l’hanno conosciuto e frequentato.

Relazione di Lionello Puppi sui premi Brunacci

Quando solo si voglia volger lo sguardo all’indietro e ripercorrere anno per anno i quattro lustri che costruiscono la fulgida avventura dei Premi Brunacci non può non spiccare, con clamorosa ma persuasiva eloquenza, come le giurie che si sono assunte la responsabilità delle scelte, abbiano saputo riconoscere personalità ed opere che rappresentano gli aspetti più originali e innovativi della cultura veneta nel momento cruciale del trapasso dal XX al XXI secolo. Non si trattava, dunque, di scelte convenzionali e scontate: men che mai, opportunistiche; e che abbiano privilegiato l’impegno a recuperare e rendere attuale la memoria per comprendere una identità veneta e le sue potenzialità aperte e creative, mi par oltremodo significativo.

Penso, via via ai premi assegnati ad autori e a scritti dedicati alle forme del dialetto: a Luigi Meneghello e al suo Maredè, maredè che è sforzo felice e azzeccato di rivitalizzare termini anche ormai sconosciuti o in disuso, di cogliere analogie con lingue apparentemente distanti, di segnalare complesse griglie grammaticali; a Giuliano Scabia e alla sua favola incantevole di Giovanni, il figlio della fata rimasta priva dei suoi magici poteri, scritta in una lingua che, dalla consapevolezza del dialetto, trae incredibili audacie evocative; a Giambattista Pellegrini e ai suoi fondamentali saggi sul ladino. E alla conseguente attenzione, penso, rivolta ad editori ed edizioni di antichi e rari testi – le Rime Venete fra tre e quattrocento della compianta Marisa Milani; la rivelazione della redazione in veneziano del Milione di Marco Polo, di Alvaro Barbieri e Alvise Andreose- e a chi, a tali materiali, insistendo su quelli prodotti dall’ Avventura della commedia rinascimentale, ha dedicato pagine di rivelatrice introspezione, come Giorgio Padoan, anch’egli troppo presto scomparso.

Ovviamente, suscitar la memoria per riprogettarla nell’attualità significa guardare ad altri aspetti intrinsecamente appartenenti al retaggio vertiginoso del passato, e saper coglierli per trasmettercene il monito stimolante. Una volta di più, a me pare, i Premi Brunacci hanno colto il segno individuando il valore della restituzione, da parte di Gaetano Cozzi, dei caratteri insopprimibili dell’ambiente veneziano, ambiente veneto in quanto interazione di tensioni religiose e culturali, di fattori economici e sociali; o quello del libro sorprendente di M. C. Billanovich sulle pietre di Lispida, docile materia lapidea disponibile a trasfigurarsi in solidi impianti costruttivi di selciati, mura, dighe ovvero in aggraziate cadenze di decoro architettonico e urbano. E che dire della scelta dell’edizione, curata da L. Caberlin, del “catastico di Ezzelino”, capace di presentarci, con la figura inquietante e possente del tiranno capziosamente fabbricato dalla storiografia guelfa sullo sfondo, lo spaccato di un Medioevo autentico e la sua lezione? O di quella della “Venezia Austriaca” restituitaci da Alvise Zorzi, e della Padova protagonista della storia nazionale dall’Unità alla Liberazione, di Angelo Ventura? Non procedo oltre e non certo per subordinare o accantonare tante altre scelte: solo, dunque, per non annoiare. Un’altra cosa mi preme dire, a capo di queste brevissime riflessioni, sgorgate di getto ma da una profonda convinzione. Quale emozione sia stata per me veder accolto il mio Palladio nel novero dei Premi Brunacci, e quale gioia, pur nella consapevolezza della grande responsabilità, la chiamata a far parte della giuria incaricata di assegnarli. Lionello Puppi