Marco Baggio con ‘Il VII centenario dell’Università di Padova (1922)’ vince la sezione Tesi di laurea dei Premi Brunacci 2019

Marco Baggio con ‘Il VII centenario dell’Università di Padova (1922)’ vince la sezione Tesi di laurea dei Premi Brunacci 2019

Marco Baggio con ‘Il VII centenario dell’Università di Padova (1922)’ vince la sezione Tesi di laurea dei Premi Brunacci 2019

Il VII centenario dell’Università di Padova (1922): con questo lavoro completato nell’anno accademico 2018-19il dottor Marco Baggio, coordinato dal professor Giovanni Focardi (relatore),ha vinto la sezione dedicata alle tesi di laurea dei Premi Brunacci 2019. Domenica 19 gennaio 2020 il giovane studioso, emozionato, si è presentato sul palco dell’Auditorium Kennedy, raccontando il suo amore per la storia e dedicando il riconoscimento assegnatogli dalla giuria alla cara nonna. Anche a lui il pubblico ha riservato i meritati applausi.

Dal 14 al 17 maggio 1922 l’Università di Padova celebrò solennemente il settimo centenario della sua fondazione. I festeggiamenti seguirono schemi già utilizzati per l’ottavo centenario dell’ateneo di Bologna nel 1888, ripresi anche da quello di Perugia e di Pavia, e inclusero ricevimenti, visite, parate in costume, spettacoli teatrali, discorsi e omaggi di istituzioni italiane e internazionali. La nascita dell’Università di Padova si dovette a un gruppo di scolari e docenti che, nel 1222, lasciò Bologna per fondare un nuovo Studium nella città del Santo.

L’ateneo patavino veniva gestito dai suoi membri, i quali eleggevano il rettore e i professori, mentre il Comune garantiva il rispetto dei privilegi universitari. Con l’avvento della dominazione veneziana il Senato veneto assunse sempre più il controllo dell’Università. Il cosmopolitismo e la natura mercantilista della Serenissima consentì all’ateneo di diventare uno spazio dove c’era libertà di cultura, in quadro europeo in cui intolleranza e assolutismo la facevano da padrone. Esso si trasformò così in una meta ambita per i grandi intellettuali e scienziati dei secoli scorsi, da Pietro d’Abano a Galileo Galilei.

Il settimo centenario offrì l’occasione per rendere onore a questa importante storia. L’avvenimento ottenne il patrocinio del re Vittorio Emanuele III e costituì l’ultima grande celebrazione dell’università liberale prima dell’avvento del Fascismo (di lì a poco, a ottobre, ci sarebbe stata la Marcia su Roma). Il capitolo iniziale della tesi si sofferma sulla preparazione dell’evento, interrotta dalla Prima Guerra Mondiale, il secondo sull’organizzazione del centenario, il terzo sullo svolgimento delle cerimonie, il quarto sul significato dell’appuntamento a livello locale, nazionale ed europeo.

I giurati, motivando la consegna del premio, hanno sottolineato il rigore e la capacità di approfondimento dimostrati dal dottor Baggio nel condurre le sue ricerche presso gli archivi dell’Università e del Comune di Padova, l’archivio centrale dello stato di Roma e l’archivio di stato di Padova. Il lavoro propone, in modo critico e appassionato, un percorso dalla genesi del VII centenario dello studio patavino, collocabile addirittura nel 1914, alle giornate centrali del maggio 1922, fino a un complessivo bilancio finale e a un confronto con le celebrazioni bolognesi del 1888. Emerge dunque una fotografia nitida di un anniversario che assunse rilevanza particolare anche alla luce del delicato momento storico nel quale venne a cadere. Di seguito proponiamo una breve intervista al dottor Baggio.

Quali sono i motivi che l’hanno spinta a iscriversi al corso di laurea magistrale in Scienze Storiche?

Dopo aver ottenuto la laurea triennale in storia a Padova, ho voluto proseguire il mio percorso di studi nella medesima università, frequentando il corso di laurea magistrale in Scienze Storiche, perché attratto dalla particolare varietà e qualità dei suoi corsi, che toccavano tematiche di mio interesse.

Come ha scelto l’argomento della sua tesi di laurea?

Su suggerimento del mio relatore, il prof. Giovanni Focardi, a cui avevo inizialmente proposto un altro tema. In origine ero scettico sulle reali possibilità di scrivere una tesi magistrale su un evento a prima vista poco significativo, ma mi sono poi dovuto ricredere vedendo come tale avvenimento potesse essere letto da vari punti di vista, anche al di là dell’ambito strettamente locale dell’ateneo patavino.

Si aspettava di vincere il Premio Brunacci?

Assolutamente no: avevo inviato il mio lavoro a Monselice  per tentare di dare alla tesi un valore aggiuntivo, ma ero abbastanza sicuro che non avrei vinto. Farlo è stata invece una sincera sorpresa e, ovviamente, anche un’enorme soddisfazione.

A suo parere oggi in Italia viene data la giusta importanza allo studio della storia?

A parole sicuramente sì, nel senso che le dichiarazioni pubbliche, su tale argomento, a qualsiasi livello, riconoscono il valore dello studio della storia. In pratica mi sento di dire che ciò non avviene sempre, basti pensare ai tagli fatti negli ultimi anni a cultura e istruzione (che peraltro riguardano anche altre discipline).

Gli Italiani conoscono la storia a sufficienza? Se no, perchè? E cosa bisognerebbe fare per promuovere una maggiore conoscenza del nostro passato tra la popolazione?

Quando ero ancora uno studente, notavo che molte persone restavano sinceramente sorprese, in modo positivo, quando dicevo loro che studiavo storia e volevano sapere cosa studiavo di preciso, cosa significava concretamente “fare storia”, quali erano gli sbocchi professionali e così via. Inoltre molti mi chiedono ancora oggi informazioni di carattere storico a vari livelli (dal perché scoppiarono le Guerre mondiali alla storia dei propri paesi). Senza voler elevare la mia esperienza personale a regola generale, penso che ci sia un interesse diffuso per la storia e per la sua importanza, ma spesso non ci sia una conoscenza adeguata della stessa, neanche a livello di date ripetute a scuola fino allo sfinimento (moltissimi dopo la maturità non sanno più cosa avvenne nel 1492 o nel 1861) o anche solo di periodi storici generali, in particolare per la storia post-1945 (per molti un vero e proprio buco nero). Penso che la causa siano principalmente i programmi scolastici, strutturati in modo da ripetere più volte la storia antica e medievale tra scuole primarie e secondarie (eppure i ragazzi non le sanno comunque!) e di tralasciare quella moderna e contemporanea sia alle primarie (quando si fa) che alle secondarie. In sintesi direi quindi che per promuovere la storia bisogna agire a livello di scuola, sia con riforme ad hoc che con tecniche didattiche che invoglino allo studio (ad esempio usando video o meme). Anche una maggiore presenza della storia nei mass media sarebbe un’ottima idea.

Come vede il suo futuro?

Attualmente insegno in una scuola secondaria di secondo grado. Sono relativamente ottimista riguardo al mio futuro, perché mi piace quello che faccio e cerco nel mio piccolo di farlo al meglio delle mie capacità. Com’è noto però il mondo della scuola non è esattamente garanzia di un futuro stabile a livello occupazionale e spero che il prossimo concorso, che sto aspettando, possa risolvere qualcosa da questo punto di vista.