Il bandito Giuseppe Bedin

Bedin Giuseppe (1901-1939)

Tratto da l’atlante storico della Bassa Padovana, a cura di Francesco Selmin. Edito da Cierre edizioni.

Nato a Monselice il 25 marzo 1901 da Girolamo e Rocca Anna, contadini, dopo il servizio di leva si sposò con Enrichetta Molon, da cui ebbe Dino. Successivemente emigrò in Francia, precisamente a Metz, per cercare fortuna; qui nacque il secondo figlio, Bruno, nel 1925. L’esperienza francese tuttavia non fu particolarmente fortunata e così torno a Monselice dove nel 1928 nacque la terza figlia, Vilma. Si trasferì in seguito a Este. Per cercare di arrotondare i magri proventi del lavoro di contadino, Bedin intraprese anche altri mestieri, come il muratore ed il meccanico, ma cominciò a dedicarsi anche al commercio illegale. Finì in carcere per aver picchiato l’agente daziario che l’aveva fermato mentre cercava di smerciare una grossa quantità di carne senza i necessari permessi.  Evaso dopo Nuovo libro su Bedinpoche settimane, tra il 1935 e il 1936 costituì una temibile banda il cui nucleo era formato da criminali di provata esperienza: da Ottorino Cartini, che aveva conosciuto al carcere Paolotti di Padova, al sanguinario Severino Urati fino a Clemente Lampioni. La banda effettuò colpi e razzie un pò dappertutto tra il Veneto, la Lombardia, il Piemonte e l’Emilia Romagna: dalle gioiellerie ei depositi di tessuti e tabacco, dai negozi alle manufatture, non disdegnando rapine a singoli cittadini danarosi o furti in appartamento, fino al furto di bestiame. Dal 1938 la banda passò ai colpi di grande stile, destinati a restare nella storia. Si trattava dei furti delle paghe dei dipendenti di alcune grandi industrie dell’Italia settentrionale: si cominciò il 7 aprile a Bassano del Grappa con le paghe della Smalteria Metallurgica Veneta, che fruttò alla banda quasi 80 mila lire. In luglio fu realizzato l’incredibile furto alla Pirelli, che fruttò un bottino da capogiro: quasi un milione di lire. Altre rapine furono effettuate al berrettificio di Monza (un colpo che fruttò 450 mila lire) e più tardi allo zuccherificio di Cavanella Po presso Adria: 430 mila lire “l’incasso” totale. Parte dei proventi delle faraoniche rapine Bedin li “investiva” nell’aiutare i contadini della Bassa (acquistando per loro attrezzi o bestiame o pagando debiti), guadagnandosi così non solo la stima della popolazione locale – che lo vedeva come una specie di Robin Hood- ma soprattutto luoghi sicuri in cui nascondersi. Per catturare la banda si mosse Mussolini in persona mettendo in campo i suoi uomini migliori. Il caso fu affidato all’Ispettorato di Pubblica sicurezza dell’Alta Italia con sede a Milano, diretto dal comm. Pietro Alicò, ma le forze operative furono coordinate dal temibile ispettore generale Giuseppe Gueli, noto per i suoi brutali metodi d’indagine. Gueli riuscì a poco a poco a smantellare la rete di conniventi e fiancheggiatori della banda, identificando circa 400 persone. La primavera del 1939 fu il momento dell’epilogo finale. Ottorino Cartini fu ucciso il 7 marzo 1939 lungo la strada Padova-Venezia, nei pressi di Vigonza, dopo un conflitto a fuoco. Bedin, che da alcune settimane si trovava a Casoni di Mussolente, presso Bassano, fu ucciso il 4 aprile dello stesso anno in un conflitto a fuoco dopo aver tentato la fuga mentre era ospite del parroco don Orlando Biral. Nello stesso giorno e in analoghe circostanze perdeva la vita anche il fido luogotenente Severino Urati, a Gazzuolo, nel mantovano. Clemente Lampioni fu catturato il 17 aprile 1939, sempre dopo conflitto a fuoco, a Verona. Quest’ultimo, evaso fortunosamente dal carcere di Ancona nel 1943, si unì con i partigiani comunisti veneti del battaglione Stella, inquadrato nella divisione Garemi, e con  il nome di battaglia di Pino divenne eroe della Resistenza. Il 17 agosto 1944 fu impiccato in via S. Lucia a Padova dalle Brigate Nere assieme al medico Flavio Busonera e ad Ettore Calderoni. (D.G)

Anche Francesco Selmin nel suo “Il mito dei briganti nel basso Veneto” riprende il  mito di Bedin e lo definiva “Un brigante che faceva del bene ai poveri” è questa l’immagine di Bedin che si era radica negli strati popolari della Bassa nella seconda metà degli anni trenta, l’epoca di attività della sua banda. Dicevano di lui: Bedin era un grande prestigiatore, un grande brigante, ma faceva del bene ai poveri. Se una donna andava a pregarlo: – Fammi un piacere, il padrone mi ha mandato via di casa perché mi mancano i soldi dell’affitto: – Và, portaglieli, non ti manda più via.
Bedin sapeva che la donna andava dal padrone coi soldi all’ora tale e allora ci andava anche lui: -Dammi i soldi che ti ha portato questa donna – diceva con la pistola in mano. Andava vestito da frate, da prete, truccato in tutte le maniere”.

A questa testimonianza orale raccolta qualche anno fa si possono affiancare le puntuali considerazioni sviluppate da Merlin in un affascinante capitolo della sua Storia di Monselice. “Le testimonianze orali ci offrono un’immagine di Giuseppe Bedin tutto sommato abbastanza simile a quella di altri banditi che sono nati in società rurali caratterizzate da forti diseguaglianze sociali. Il Bedin diventa bandito per un torto subito, si atteggia a difensore dei poveri, ruba ai ricchi per regalare parte dei proventi ai compaesani, ad amici, ai conoscenti che vivono nell’indigenza. Insomma è stato, o ha cercato di parere, un giustiziere sociale”.

Nel web esiste molto materiale: si segnala

https://sites.google.com/site/leonardobortignon/bandito-bedin