In nome della madre : il teatro di De Luca

Anna Zago e Daniele Berardi in 'In nome della madre'. Maria e Giuseppe vivono il dramma della gravidanza voluta dal cielo.
Giovedì 7 luglio 2016 nella Pieve di Santa Giustina è stato rappresentato il romanzo ‘In nome della madre’ scritto da Erri De Luca e pubblicato nel 2006 da Feltrinelli. I vangeli dedicano poco spazio a Giuseppe  e al dramma famigliare seguito all’annunciazione.  De Luca invece nel suo romanzo descrive le vicissitudini che probabilmente ha vissuto Maria di Nazaret  che improvvisamente si trova ad essere chiamata a diventare madre del figlio di Dio. Le chiacchere del paese offendono subito Giuseppe che decide di sposare ugualmente Maria. Una storia dall’aspetto realistico che va ad investigare nel profondo della copia mettendo in luce le paure di Giuseppe e le emozioni  e le sofferenze di Maria, diventata per volere celeste un ‘recipiente’ per il nuovo salvatore della terra.
Nella momento dell’annunciazione: un messaggero arriva all’improvviso insieme a un colpo d’aria e si presenta a Miriàm annunciandole la nascita di un figlio, il figlio di Dio destinato a compiere grandi gesta e a salvare l’umanità intera. Miriàm si ritrova incinta ancor prima del matrimonio, e anche se frastornata, è felice. Invece, il suo promesso marito Iosef non riesce a spiegarsi l’accaduto e pensa subito alla menzogna che può inventarsi per i compaesani affinché la gestazione possa essere giustificata e non giudicata come contraria alla legge, che comporta la lapidazione della donna colpevole di rapporti sessuali prima del matrimonio. Miriàm è comunque grata a Iosef perché non ha pensato a un tradimento, e le crede.
Il racconto è incentrato sul concepimento: dopo aver sognato un angelo che gli ordina il da farsi, Iosef annuncia di voler sposare Miriàm a settembre, anche se è incinta. Per il villaggio è subito scandalo, e cominciano gli insulti per strada. Iosef è costretto a lasciare la bottega di falegname dov’era primo aiutante e ne apre un’altra come proprietario: non parla con i clienti, se non solo per le trattative. Le donne del villaggio sputano dietro il passaggio di Miriàm, le guardano la pancia e confabulano riguardo ad un possibile tradimento. Ma Miriàm è felice, aspetta questo figlio con tutto l’amore materno possibile e con il cuore pieno di speranza. A fine estate vengono celebrate le nozze, alla presenza solo dei parenti stretti. Una cometa inizia a brillare sopra l’orizzonte delle colline di Nazaret, vista come segno di malaugurio dai villani. L’ordine da parte dei Romani del censimento obbligatorio obbliga Iosef e Miriàm a trasferirsi a Betlemme, e per gli sposi non esiste notizia migliore: loro figlio sarebbe nato lontano dai pregiudizi e dai pettegolezzi dei compaesani. La mamma di Miriàm ha paura che ella possa perdere il figlio in viaggio, ma la ragazza è serena e sa bene che se la caverà da sola.
La partenza da Nazaret verso Betlemme, un lungo e stancante viaggio pieno di carri e di persone che bestemmiano e maledicono i Romani per le strade mal messe. Durante il viaggio, Iosef esprime il suo desiderio di chiamare il nascituro Ieshu, così come gli aveva indicato in sogno l’angelo, e Miriàm accetta con entusiasmo. Intanto gira voce che non ci sono più case libere a Betlemme, e una volta arrivati, l’unico posto libero è una minuscola stalla fuori città dove vi è un bue; intanto Iosef va in cerca di un posto migliore. Si rompono le acque a Miriàm: è da sola, con un bue ed un’asina, è eccitata e preoccupata, ma sa che ce la può fare benissimo anche senza aiuti.
Nella parte finale si narra della nascita del figlio prediletto: cominciano i dolori, e con sé Miriàm ha solo un coltello e un bacile d’acqua. Le bestie le stanno accanto e danno calore: c’è una gran pace intorno. Miriàm riesce perfettamente a partorire, come se fosse già esperta, il suo corpo agisce come se sapesse già cosa fare. Miriàm si commuove, singhiozza e stringe il neonato tra le sue braccia. È un maschio, come profezia vuole. La madre passa tutta la notte sola con il neonato. E’ la parte più struggente di tutto il racconto, Maria si rende conto che è solo un recipiente per il grande disegno divino, ma alla fine trova il coraggio di chiedere a Dio di salvare il suo marmocchio, di farlo crescere come tutti gli altri bambini del mondo. Ma come sappiamo le sue preghiere non saranno ascoltate e Gesù darà attuazione a quello che le sacre scritture avevano previsto.
 Buona la recitazione complessiva, un po’ impacciato il ruolo di San Giuseppe al quale – tra l’altro – l’autore riserva uno spazio marginale.
Struggente dialogo finale di Maria
Struggente dialogo finale di Maria