Lo scrittore Andrea Zanetti racconta nei suoi romanzi la storia del Cinquecento veneziano

Lo scrittore Andrea Zanetti

Andrea Zanetti, 35 anni, è nato a Venezia e vive a Pernumia. Lavora come controllore del traffico aereo al centro di controllo di Abano Terme ed è uno scrittore. Lo scorso ottobre ha pubblicato Leoni da Mar, secondo volume della trilogia Sulle ali del Leone, che ripercorre le tappe salienti della storia di Venezia tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento.

Come nasce la sua passione per la scrittura?

«Deriva dalla passione per la lettura, che mi è stata trasmessa in famiglia: ricordo che quando ero bambino vedevo spesso mio padre con un libro tra le mani. Sin da piccolo ho quindi letto molto e negli anni ho letteralmente “divorato” le opere di Ken Follet, Tom Clancy e Wilbur Smith. Poi, avendo una spiccata fantasia, ho capito che mi piaceva anche scrivere. La prima prova l’ho fatta a 23 anni con un romanzo di fantascienza che però non sono mai riuscito a portare a termine. Nel 2015 mentre elaboravo la mia tesi di laurea, dedicata alla Repubblica di Venezia tra Quattrocento e Cinquecento, ho deciso che mi sarebbe piaciuto riprendere l’argomento raccontandolo attraverso il pathos di un romanzo».

Il pirata Zuan, i valorosi comandanti Astorre Baglioni e Marcantonio Bragadin, l’ambasciatore Marcantonio Barbaro, il Doge, la spia Zorzi… Si può dire che Leoni da Mar abbia più protagonisti?

«Sì, è così. Mediante il romanzo, l’idea è anche quella di portare il lettore a conoscere e a  documentarsi. Per questo ho cercato di inserire nella mia storia diversi personaggi, quasi tutti realmente esistiti».

Sullo sfondo c’è lo scontro tra due potenze: Venezia e l’Impero Turco. Come riusciva la prima a tener testa al gigantesco avversario?

«Con il denaro. Dalla metà del Cinquecento si consolidano due blocchi: l’Europa spagnola da una parte, gli Ottomani dall’altra. Venezia si pone a metà strada, grazie ai commerci fa da tramite tra i due mondi e svolge questo ruolo molto bene. La Serenissima aveva poi anche un ulteriore punto di forza: l’arte della diplomazia, nella quale era abilissima. Odiava la guerra, perché danneggiava pesantemente gli affari».

Nel romanzo sono narrati alcuni momenti decisivi dell’assedio turco di Famagosta, a Cipro. Fu davvero così cruento?

«Purtroppo sì. Ho voluto raccontarlo perché rappresenta una pagina poco nota della nostra storia: ottomila veneziani resistettero strenuamente per nove mesi a 80 mila nemici, difendendo la città con ogni mezzo, fino all’ultimo uomo. Un fatto bellico che esprime un senso dell’onore a cui, forse, oggi non siamo più abituati».

Viene descritta ampiamente anche la vita in mare. Vita che a quei tempi, tra il pericolo di attacchi dei pirati, la scarsa igiene, le epidemie, non era certo semplice.

«Troppo spesso si raccontano le vicende passate dal punto di vista delle strategie dei grandi generali. Venezia ha raggiunto il proprio splendore grazie alla navigazione, ma andare per mare all’epoca era tremendo. Significava, per esempio, dormire sui banchi di voga, svegliarsi e iniziare a remare spaccandosi la schiena per ore sotto il sole cocente, nutrirsi con biscotti imbevuti di aceto. Prima di arrivare alla battaglia, insomma, c’erano molte altre difficoltà da superare. Per approdare a Cipro dalla laguna veneta servivano quasi due mesi di viaggio».

Torniamo a uno dei personaggi chiave del romanzo. Zuan è un pirata gentiluomo partorito dalla sua fantasia. Ha più di settant’anni: perché la scelta di attribuirgli un’età così anziana per l’epoca?

«In realtà, contrariamente a quanto si crede, non è vero che in quel periodo storico tutti morivano giovani: l’aspettativa di vita media era bassa perché tanti bambini non andavano oltre il primo anno di età. Ma i Dogi, ad esempio, hanno tutti un’età avanzata e nel 1203 Enrico Dandolo conquista Bisanzio da ultranovantenne. Sì, Zuan è un pirata gentiluomo: ha ricevuto un’educazione colta, conosce Omero e i poeti classici. La sua indole originaria è buona. Ad un certo punto, però, è stato costretto ad andare in esilio e da qui ha sviluppato sentimenti di rabbia».

Il libro culmina con la battaglia di Lepanto, avvenuta nel 1571. Cosa rappresenta storicamente questo evento?

«Viene dipinto come il momento in cui la flotta cristiana ferma quella musulmana, idea passata nell’immaginario collettivo anche in virtù della propaganda trasmessa dalla stampa del tempo, che forse per la prima volta ha svolto la funzione di mass medium. Ma circa mezzo secolo più tardi gli Ottomani giungeranno ad assediare Vienna, poi toglieranno Creta ai Veneziani. Dopo Lepanto l’Impero turco è in grave difficoltà, le forze cristiane potrebbero addirittura spingersi a minacciare Costantinopoli. Gli spagnoli però, rivali della Serenissima, si ritirano, capendo che smantellare il dominio ottomano in Oriente avrebbe favorito troppo Venezia. Quest’ultima, dunque, è costretta a siglare la pace, cedendo Cipro».

L’Arsenale di Venezia, dove si costruivano le celebri navi della Serenissima, era davvero imponente come lo dipinge nel romanzo?

«Sì. Ho avuto anche l’opportunità di fare una visita guidata all’interno: questo luogo era davvero il cuore pulsante della città. È stato per diversi secoli il più grande complesso industriale del mondo: vi lavoravano migliaia di persone».

Cosa deve l’Europa a Venezia e al Veneto?

«Moltissimo, direi un pezzo della propria anima. La Repubblica di San Marco ha avuto il primato su molti aspetti. Alla metà del Quattrocento, un libro su due che circolava nel Vecchio Continente era stato stampato a Venezia. Il capitalismo nasce nella Serenissima, la medicina moderna a Padova e così l’astronomia. Il nostro Palladio ha profondamente influenzato l’architettura. Se i nobili delle corti europee hanno potuto indossare abiti sontuosi è grazie ai tessuti che Venezia importava dall’Oriente e se non si è approdati allo scontro totale tra mondo cristiano e mondo musulmano in parte lo si deve anche alla Repubblica. Ovviamente la Serenissima aveva anche lati meno positivi: in particolare considerava la penisola italiana un terreno di conquista».

 L’uscita del terzo volume della saga è prevista nel 2019.

«Si chiamerà I Cavalieri di San Marco e sarà ambientato nel 1539, cronologicamente a cavallo tra  le vicende del primo e del secondo libro. Proverò a dare una versione, ovviamente romanzata, di uno dei grandi misteri custoditi a Venezia. La stesura è in corso e ho già superato la metà».

Ha mai pensato di cimentarsi in altri generi letterari?

«Sì, in futuro mi piacerebbe scrivere un thriller legato ai tragici fatti dell’11 settembre 2001».

In chiusura, ci parli un po’ di lei…

«Diplomato all’istituto tecnico aeronautico di Padova, mi sono laureato nel 2015 in Scienze politiche, indirizzo Storia e politica internazionale, sempre a Padova. Sono sposato e ho due bambini. Amo l’avventura e i miei interessi sono numerosi: dallo sci alla subacquea, passando per vela e taekwondo (arti marziali). Adoro viaggiare e ho sempre cercato di portare a casa dai posti che ho visitato qualcosa che mi arricchisse».