Lo scultore Paolo Boldrin

Il 17 settembre 1944,  29 giovani partigiani monselicensi furono arrestati perché sospettati di aver eseguito un attentato presso il ponte ferroviario in via valli. Tra gli arrestati c’era anche Erminio Boldrin. Appena entrato in caserma fu preso a ceffoni dal capitano delle Brigate nere Edminio Rossato che gli urlò in faccia “Anche tu Erminio che sei parente di un federale”. Quel federale era lo scultore Paolo Boldrin sul quale Roberto Valandro ha condotto uno studio originale e approfondito che fa luce sull’uomo,  sull’artista e sulle sue opere. Senza retorica, ma con l’obiettivo dello storico che dall’esame dei fatti tenta una ricostruzione delle vicende passate  per conoscere e interpretare l’evoluzione del pensiero della comunità monselicense,  che rappresenta nel bene e nel male la società italiana. boldrinDello scultore esistevano poche righe scritte da Tiziano Merlin, ora disponiamo di un saggio che esplora le vicende familiari, la sua vita politica e soprattutto studia la sua avventura artistica fortemente legata al  periodo storico del ‘ventennio’ fascista. Il merito di Valandro consiste nell’aver affrontato  questo delicato periodo storico senza ipocrisie e paure ideologiche seguendo solamente il percorso artistico dell’artista. Una rivalutazione tardiva, ma necessaria che la città di Monselice deve fare per ritrovare le proprie radici anche nell’arte. Il libro è diviso in due parti. Nella prima analizza le poche vicende biografiche del Boldrin ricostruendo le tappe più importanti della sua vita. In verità le notizie di cui dispone sono molto scarne e Roberto fa ricorso a tutta la sua abilità giornalistica per recuperare il ‘quotidiano’ monselicense del Boldrin. Per tutti era il capitano degli alpini, il reduce della grande guerra che riuscirà ad avere l’incarico per la costruzione del nostro monumento ai caduti. Ma sarà Padova il centro degli interessi artistici e politici di Boldrin;  in quella città si sposta dopo il matrimonio riuscendo ad entrare in contatto con i principali artisti veneti, coordinando numerose attività culturali che ebbero luogo il quella città e presso la biennale veneziana. La seconda parte del libro è dedicata alle opere del Boldrin. In questa sezione Valandro ricostruisce il lungo percorso artistico dello scultore impegnato per ricordare in molti comuni veneti, e non solo, i caduti della grande guerra. Lui un reduce la guerra l’aveva conosciuta  e riesce a trasferire nelle sue sculture la speranza in un mondo migliore, una continuità temporale che non può essere arrestata dalla guerra o dalla morte. Nelle sue opere non ci sono armi – commenta in privato Roberto – ma i bambini,  fanciulli e le madri che hanno il dovere di ricomporre l’ordine naturale della vita: il bello del vivere, la spiritualità del divenire. In questa parte del volume Valandro fa emergere anche il ruolo di coordinatore culturale svolto a Padova dal Boldrin riuscendo ‘chissà’ ad aver un ruolo perfino nella costruzione del monumento ai caduti Romano. Concludendo dobbiamo essere grati a Valandro per questo saggio originale che apre uno spiraglio su questo artista monselicense che merita ora uno studio artistico più approfondito che  – se potessi – affiderei allo staff della professoressa Dal Canton, autrice di uno studio simile sui pittori futuristi monselicensi Fasulo e Forlin.

BIOGRAFIA DI RIFERIMENTO Boldrin Paolo (1887-1965) (Tratto dall’Atlante storico della bassa padovana, a cura di Francesco Selmin. Cierre edizioni. Nato a Padova da una famiglia di lavoratori di marmo, Paolo Boldrin si trasferisce a Monselice all’alba del XX secolo. Apprese i primi rudimenti della scultura dal padre, attivo presso una locale scuola d’arte e mestieri. Fu, dunque fondamentalmente un autodidatta anche se, prima della guerra, ebbe modo di frequentare qualche mese l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove ebbe come insegnante lo scultore Antonio dal Zotto. La Grande Guerra lo vide volontario tra gli alpini col grado di capitano. Fatto prigioniero sull’Ortigara e internato nel campo di concentramento di Mauthausen, con altri italiani e con soldati serbi innalzò un monumento in gesso agli internati caduti (oltre 2000 solo fra gli italiani). Nel 1919, tornato a Monselice, frequentò l’Accademia di Belle Arti bolognese e cominciò ad occuparsi di politica. Nel 1919 dette vita con altri giovani ufficiali interventisti alla sezione dei Combattenti e si schierò apertamente per il ‘blocco’ nelle elezioni politiche dello stesso anno, in quanto avversario del partito popolare e di quello socialista che, a suo dire, avevano in comune una stessa cariva antiborghese. Nel 1920, mentre nel suo studio aveva accumulato una quarantina di opere e i giornali locali gli dedicavano degli articoli lusinghieri, si recò in Austria per completare in marmo il monumento agli internati che venne inaugurato due anni dopo. Nel 1921 l’amministrazione monselicense gli affidò l’incarico di innalzare un monumento ai caduti. Questo monumento, destinato a divenire il ‘luogo’ delle varie manifestazioni patriottiche, fu inaugurato solo nel 1926. Nel quinquennio 1921-26 – che può essere considerato il suo periodo monselicense – assunse la presidenza della locale sezione Combattenti e fu spesso utilizzato come oratore ufficiale del partito fascista. Nel frattempo riuscì a vendere alcune opere a personaggi importanti come i Brazolo di Tribano e nel 1924 fu presente alla Biennale di Venezia. Nel 1926 lasciò Monselice per Padova dove aprì un suo studio e proseguì nella sua carriera artistica e politica. Divenne ben presto un esponente importante del sindacato artisti, anche a livello nazionale. Nel 1931 gli fu affidata l’organizzazione della Mostra internazionale di arte sacra moderna a Padova, che gli conferì notevole lustro. Per questo suo impegno il Papa l’anno seguente lo nominò “commendatore dell’ordine di San Silvestro”. Dal 1931 al 1934 fu segretario della federazione fascista padovana. In precedenza era stato per breve tempo anche vicepodestà di Padova. Gli anni Trenta furono i più importanti anche per la sua carriera artistica. Partecipò infatti regolarmente alle biennali veneziane. Scolpì la Minerva-Vittoria ancora situata nel cortile nuovo del  Palazzo del Bo a Padova. Gli furono inoltre commisionati monumenti ai caduti di varie città e paesi come Napoli, Brunico, Albignasego e Piove di Sacco. Alla fine degli anni Trenta era presidente dell’Ente provinciale per il turismo e commissario dell’Ente provinciale per il turismo e commissario dell’Azienda di cura e soggiorno di Abano. Nel 1936-37 fu presidente a Monselice all’inaugurazione di due mostre del gruppo futurista Savarè. Nel 1944 si dimise dalla varie cariche, estraniandosi completamente e prudentemente dalla politica. Dopo un periodo di giustificata eclisse venne reciclato negli anni Cinquanta in strutture provinciali di carattere parapolitico. Entrò infatti nella Associazione Pro Padova. Una delle sue ultime opere è il grande monumento a Cristoforo Colombo situato in una piazza di Abano. Morì a Padova nel 1965. (D.G)

Monumento funebre nel cimitero di Monselice che rappresenta il tempo che passa opera di Boldrin
Monumento funebre nel cimitero di Monselice che rappresenta il tempo che passa opera di Boldrin