Monselice ‘Città delle bambole’

STORIA DELLA BAMBOLA A MONSELICE

Le bambole sono giocattoli antichissimi. Nelle tombe degli egizi e degli etruschi gli archeologi hanno ritrovato bambole bellissime, fatte di legno o terracotta, dipinte a colori vivaci e spesso ornate di gioielli preziosi.  Le bambole con cui giocavano le bambine greche, erano fatte di argilla cotta, osso o cera e raffiguravano donne adulte. Le bambine romane potevano disporre di bambole fatte di legno, di cera, d’avorio e persino d’alabastro, le quali avevano espressioni differenti; alcune sorridevano, altre piagnucolavano, proprio come le bambole moderne. Le bambole hanno sempre indossato abiti che riflettevano la moda del secolo; dal 1600 i costruttori di giocattoli iniziarono a creare le case di bambola, fornite di arredamento in miniatura ed accessori. Nel 1700 si cominciarono a costruire giocattoli semoventi e le bambole, costruite con legno, cera e cartapesta, divennero oggetti preziosi che si muovevano delicatamente, seguendo il motivetto di un carillon.

Nell’ottocento le bambole ritornarono ad essere bambine, con rosee guance di porcellana. All’inizio del secolo nacquero le bambole in stoffa, tenere sorelline delle bambole di celluloide, con gli arti mobili. Solo molto recentemente questi materiali sono stati sostituiti dalla plastica, infrangibile e lavabile, con cui vengono prodotti tutti i giocattoli moderni. Nel corso della storia troviamo bambole costruite in pezza, legno, cera, celluloide, biscuit, ecc. La produzione industriale di bambole ebbe inizio dopo la Rivoluzione Francese con l’utilizzo nei primi anni dell’800 di cartapesta e cera in Europa, mentre negli Stati Uniti si realizzavano in serie già nel 1852 figure in gomma sicuramente più adatte a resistere a lunghe ore di gioco.

Con la fine del secondo conflitto mondiale, la produzione di giocattoli subì una forte spinta grazie alla ricerca tecnologica rendendo quindi possibile produrre milioni di bambole tutte uguali in scala industriale. Si iniziò nei primi anni ’50 con la produzione in polistirolo producendo bambole rigide di un colore piuttosto bruno. A metà degli anni ’50 inizia la produzione di bambole in polietilene. Rispetto al precedente materiale, questo è più flessibile e resistente, non richiede una dipintura successiva poiché è possibile colorarlo in massa. E’ solo alla fine degli anni ’50 che si inizia ad utilizzare il PVC, detto vinile. Per la creazione della bambola, la prima fase di lavorazione si basa sulle capacità dello scultore nel modellare, da un blocco di argilla o di plastilina, i lineamenti della bambola, in seguito viene fatto un calco in gesso ed ancora una fusione in cera. Si procede alla lavorazione e finitura della cera stessa dalla quale ottenere lo stampo prototipo in acciaio per i prodotti stampati ad iniezione e a soffiaggio. Gli articoli stampati in PVC seguono nella preparazione dello stampo pilota il processo di galvanoplastica per ottenere gli stampi prototipi in nichel e rame. Per ottenere le parti che costituivano la bambola-prototipo in vinile, gli stampi-prototipo, in metallo, erano riempiti con plastisol. Il plastisol era formato da PVC al quale erano aggiunti vari elementi tra cui stabilizzanti per ridurre gli effetti di invecchiamento, pigmenti per conferire una coloritura opaca, coprente, plastificanti per rendere il PVC morbido. Dal dosaggio di questi elementi dipendevano la qualità, il colore e la morbidezza carnea della bambola.

Una volta estratti dagli stampi le parti costituenti la bambola, si procedeva ad una serie di operazioni tra le quali l’inserimento degli occhi, la radicatura dei capelli, la dipintura a pennello dei dettagli del viso dopodiché era eseguito l’assemblaggio del corpo alla testa, la pettinatura, l’inserimento delle ciglia, la vestizione, la rifinitura ed infine l’imballaggio. Alcune aziende italiane producevano, della stessa bambola, anche una linea economica destinata principalmente ai grandi magazzini o al mercato estero. Il massimo della produzione italiana di bambole in vinile si ebbe tra l’inizio degli anni ’60 e negli anni ’70 del secolo scorso.

In quel periodo le ditte più note erano la Furga, la Sebino, la Ratti, la Migliorati, l’Italocremona, la Zanini e Zambelli, la Fiba, l’Oltolini, la Gabar e la Effe Bambole Franca di Monselice.  In questo panorama si distinse la produzione Furga. La cura dei particolari, il tipo di abbigliamento, la ricca serie di accessori, negli anni ’60 caratterizzarono questa Ditta, tanto da coniare lo slogan “FURGA le + belle bambole del mondo”. Ecco alcune famose: Tonino, Ninetta, Giacomino, Andrea e Poldina, (due bebè con espressioni molto realistiche tipiche da neonato), Ambrogino, Lisa e Lucia, ecc.

Altre bambole sono diventate famose: Peldicarota e Spinaccina entrambi della Ratti, Corinne della Italocremona indossava gli occhiali; altre perché riproducevano gli atteggiamenti dei bambini: Piagnucolone della Migliorati, piangeva lacrime vere se gli si toglieva il ciuccio, a “Milchi primodente”, grazie ad una particolare meccanismo, spuntavano addirittura i dentini incisivi; altre rinnovavano i sentimenti di affetto vissuti nell’infanzia, Marcellino (Migliorati) grazie ad un meccanismo a batteria piangeva e contemporaneamente muoveva gambe e braccia ….”Marcellino ha l’argento vivo addosso”, Ciccciobello (Sebino) nelle varie versioni: Cicciobuono, Ciccio D’oro, Cicciobello Angelo Negro e Cicciobello Bimbo Giallo, Patatina.
Un discorso a parte meritano le bambole ispirate ai personaggi televisivi: Fanella  (Effe Bambole Franca) era presentata al pubblico televisivo dall’attore Raffaele Pisu; Maga Maghella ispirata all’intramontabile Raffaella Carrà.

Bambole f

Fanella (nella foto) era la bambola che ricorda i mitici anni ’70, indossava il suo abito originale formato da pantacalza nera, abitino corto arancio e giallo con cinturone in vita con il monogramma – f – al centro della fibbia e stivaletto allacciato di vernice gialla. Il viso conservava tutte le caratteristiche del trucco originali-leggero rosa sulle labbra e guance; immancabile neo di bellezza che tanto la caratterizzava!!! I lunghi capelli nero corvino sono lucentissimi e i grandi occhi verde acqua vividi ed espressivi.

LE BAMBOLE A MONSELICE di G. Bellenghi

Riportiamo integralmente un lungo articolo di G. Bellenghi scritto negli anni ’60 del secolo scorso, pubblicato in una rivista dal titolo “Monselice industriale”.
Fin dal 1924 Aldo (Ado) Besutti, oriundo mantovano, aveva aperto a Monselice una “bottega” per la fabbricazione di statuette di gesso e di giocattoli di vario genere. Con pochi operai alle dipendenze portò ben presto il lavoro a buon ritmo curando personalmente  la graduale penetrazione del mercato locale.  Con intelligente intraprendenze aumentò sempre più il potenziale della sua azienda mentre la produzione, oltre che dalle zone circostanti cominciò ad essere assorbita dal più vasto mercato provinciale.  Ma la guerra e la conseguente crisi in ogni settore dell’economia rallentarono lo sviluppo dell’azienda che poté riprendere a pieno ritmo solo nel 1948. Furono, quelli del dopoguerra, anni veramente febbrili non privi di sacrifici e di rinunce nei quali però si andava costituendo saldamente la Ditta Besutti, che d’ora in poi sarà FISBI. Infatti in quegli anni si iniziava la fabbricazione delle prime bambole di gesso.  Il figlio di Aldo, Cesarino, entrato nella fabbrica in giovanissima età, dava una valida collaborazione al padre, cimentandosi nelle più impegnative esperienze di lavoro. Attorno agli anni trenta del secolo scorso abbiamo notizia che in una famiglia si produceva semplici statuine di gesso o di terracotta per presepi natalizi. Il laboratorio era stato ricavato nella trecentesca Casa Capodivacca; ebbe subito successo, come testimonia Celso Carturan, tanto da suscitare altre consimili attività artigianali che riuscirono a superare le peripezie belliche sopravvivendo e dando anzi « qualche aiuto a ragazze del nostro popolo » col lavoro a domicilio.
In quegli anni intanto altri avevano iniziato la fabbricazione della bambola, erano venditori ambulanti, piccoli commercianti venuti dalle campagne, spesso senza alcuna preparazione tecnica ed organizzativa. Nonostante ciò la produzione era molto elevata ed il mercato locale e provinciale, ormai in vigorosa ripresa, spentasi l’eco della guerra, assorbiva con facilità ogni prodotto.
In quel periodo iniziava la sua attività anche la Ditta di Fabiano Marinetti che apportava un notevole contributo alla evoluzione costruttiva della bambola: nel luglio del 1950 infatti egli acquistava alcune macchine ad iniezione per la costruzione delle teste delle bambole stampate in materiale plastico, mentre i corpi venivano costruiti, ancora, in panno ripieno di segatura.
Alcuni anni dopo un certo Marzolani, che fin dal 1946 costruiva bambole di panno e di gesso acquistava dall’ATHENA di Piacenza un certo numero di corpi grezzi producendoli su vastissima scala. Ma Besutti non poteva rimanere in disparte in questa competizione, pronto come sempre a saper cogliere il momento favorevole e sensibile ad ogni innovazione, si recò di persona a Piacenza e stipulò un vantaggiosissimo contratto con l’ATHENA ottenendo la fornitura esclusiva dei grezzi in plastica. Lo stesso Fabiano Marinetti acquistava nuove stampatrici, denominando la sua azienda  “FABIANPLASTICA”, fornendo di corpi grezzi i vari artigiani della zona che provvedevano alla confezione e alla vendita delle bambole finite.
Da Solesino calarono a frotte i venditori ambulanti che acquistavano considerevoli stockes di bambole, percorrevano in lungo e in largo la penisola, rivendendo le bambole nelle compagne del Nord e nei rioni del Mezzogiorno, senza mai richiedere il prezzo in moneta, ma accettando tutto ciò veniva loro offerto: frumento, stracci, ferro, rame; e, sfruttando tutte le risorse del loro ben noto ingegno e della loro iniziativa, realizzando considerevoli guadagni. L’industria delle bambole a Monselice progrediva sensibilmente, la produzione aumentava ed i prezzi in rapporto alla qualità erano convenientissimi per il basso costo della mano d’opera di allora (erano impiegate ragazze apprendiste dai 14 ai 20 anni).
Besutti acquistava altre macchine per lo stampaggio, impostava un’accurata organizzazione di vendita, assumeva altro personale e raggiunse nel 1957 il ciclo completo di lavorazione, dallo stampaggio allo scatolificio, dalla sartoria alla confezione.  Ora tutte le bambole costruite a Monselice erano in plastica e acquistavano caratteristiche decisamente migliori: maggior leggerezza e ad un tempo maggior consistenza. Così le bambole di Monselice varcarono le frontiere, erano molto richieste dall’America dal Sud e dall’Europa del nord, in particolar modo dalla Germania dove l’eccellente tradizione nella costruzione dei giocattoli costituiva un duro banco di prova per la produzione estera.
Nell’immediato dopoguerra era sorta anche un’altra fabbrica, quella dei fratelli Toffano destinata a sempre più progredire ed a raggiungere sempre maggior prestigio per la cura, la bellezza e la qualità della produzione. Sorti dal nulla i fratelli Toffano costruirono le prime bambole in gesso nel 1948; curandone di persona la confezione e la vendita; ben presto la fabbrica occupò il primo piano di un grande capannone e le bambole Toffano venivano esportate in tutto il mondo.
Assunse un’importanza di primo piano anche l’industria allestita da Franca Cascadan e diretta dal fratello Franco che in brevissimo tempo riescì ad imporre alla fabbrica un ritmo considerevole ed una produzione di centinaia di bambole al giorno. Dopo poco tempo anche questa fabbrica raggiunse il ciclo completo di lavorazione con l’arrivo le stampatrici di materia plastica. L’azienda diede lavoro ad una cinquantina di ragazze, delle quali, alcune addette allo spruzzo ed alla rifinitura lavoravano nella fabbrica; mentre altre, che confezionavano gli abitini delle bambole, ricevevano il lavoro a domicilio.
Non si devono poi dimenticare le numerose piccole aziende come quelle di Toffano, di Margutti, di Visentin, di Martini Clara ecc. che si limitavano alla confezione ed alla vendita dei grezzi acquistati dalla Fabianplastica e dalla Fisbi.  Anche queste piccole aziende commissionavano il lavoro a domicilio; e questa si è rivelata una soluzione vantaggiosa, almeno per quel momento, perché evitava all’azienda un impegno immediato di capitale per l’acquisto delle macchine da cucire e per la costruzione di apposite sale, ed offriva alle lavoranti la possibilità di accudire alle cure della casa. È doveroso riferire però il malcontento diffuso fra queste ragazze che percepivano solo 30, 35 lire per la confezione di un vestito e che dovevano provvedere alla macchina da cucire ed ai filati necessari.
Però a poco a poco l’artigianato delle bambole andava assumendo caratteristiche più moderne e procedeva verso una sempre più vasta industrializzazione che portò un notevole incremento alla produzione e consentì minori costi.  Ad esempio la Fisbi che aveva raggiunto il più elevato livello di industrializzazione era in grado di produrre ben 2 bambole al minuto.
Cesarino Besutti (1939- 2017). Aveva una fabbrica di Bambole
A coronare i successi ottenuti in questo campo da Aldo (Ado) Besutti, giungeva il 28 agosto 1959 la Commenda che manifestava autorevolmente l’efficienza della produzione e dell’organizzazione commerciale mentre premiava nel modo più degno una vita interamente dedicata al lavoro.
Molta strada è stata quindi compiuta da quell’artigianato locale sorto nel dopoguerra, che offriva lavoro a numerose ragazze con una produzione elevatissima e che costituiva una delle maggiori risorse della nostra cittadina.  Ben presto si percepì la mancanza di enti capaci di coordinare gli sforzi comuni e di stimolare verso una collaborazione più stretta tutte le piccole realtà aziendali sorte in quegli anni. Infatti si notarono concorrenze sleali, dannosi antagonismi e vendite a bassissimi prezzi.  Ne soffrì non solo l’industria delle bambole, ma Monselice tutta che poteva invece trarre dall’unione di tutti i fabbricanti, molteplici vantaggi sia sul piano economico sia su quello del prestigio.
 I dati statistici dicono che nelle fabbriche e nei laboratori nel periodo aureo, erano all’opera milleduecento lavoratori. Alla stazione ferroviaria arrivavano ogni giorno fino a trenta vagoni: Monselice era diventata davvero la ‘città delle bambole’, in quanto si era allargato a macchia d’olio il territorio di produzione in tutti i comuni limitrofi.

PRODUTTORI DI BAMBOLE A MONSELICE

Tratto dal libro di Piera Micheletti, pubblicato nel 1994. Ulteriori informazioni nel suo sito
www.bamboleitaliane.com

BAMBOLE CINZIA

Fra le molte aziende produttrici di bambole di Monselice si distingue la ditta “Bambole Cinzia”, fondata da Renzo Zerbetto nel 1961. Nel primo anno di attività furono prodotte bambole con corpo in cartapesta ed in cartone, ed arti e volto in gesso. Dal 1962 sono stati usati corpi in polistirolo, per passare al polietilene nel 1967 ed al vinile negli anni ’70-72, quando è stata iniziata la produzione di baby. Si acquistavano le varie parti da assemblare (i classici corpi prodotti a Monselice con la scritta “Made in Italy”), e si provvedeva all’assemblaggio ed all’inserimento di occhi e capelli. L’abbigliamento più usato è stato quello della classica damina, ma secondo le richieste del mercato le bambole venivano abbigliate da zingara, ballerina, majorette, bambina. Anche queste bambole hanno raggiunto tutta l’Europa, l’America, e il Canada dove, soprattutto negli anni ’60, il modello più richiesto era la bambola vestita da damina. L’azienda è tuttora attiva nel settore, e sotto la direzione di Renzo Zerbetto provvede all’assemblaggio e rifinitura di bambole con corpo in polietilene e testa in vinile (molte ancora abbigliate da damina) ed è attiva nella produzione di animali in peluche. La produzione è rivolta al mercato estero.

BAMBOLE FRANCA (EFFE BAMBOLE)
La più importante azienda di Monselice per la produzione di bambole è stata senza alcun dubbio “Bambole Franca”, aperta il 29.12.1956 da Franca Cascadan; nel 1961 le si associò il fratello Franco, ed il nome della ditta venne aggiornato in “Bambole Franca” di Franco e Franca Cascadan. Quando i giocattoli «made in Italy» conquistavano i mercati mondiali dai capannoni dell’azienda Bambole Franca uscivano ogni anno da tre a cinque milioni di giocattoli. Nel 1965 la denominazione sociale fu trasformata in “2 F”, ma poiché in Francia, dove la ditta aveva numerosissimi clienti, i “2 F” tendevano ad essere maliziosamente interpretati come “due franchi” nel 1970 l’azienda prese il definitivo nome di “Effe Bambole”.

PADOVA 07 DICEMBRE 2009 ©FOTO MICHELA GOBBI MONSELICE, LA SIGNORA FRANCA CASCADAN E LE BAMBOLE EFFE
PADOVA 07 DICEMBRE 2009 ©FOTO MICHELA GOBBI
MONSELICE, LA SIGNORA FRANCA CASCADAN E LE BAMBOLE EFFE

Dopo un primo, brevissimo periodo durante il quale si provvide all’assemblaggio di corpi (in cartone o polistirolo) e teste (in polistirolo) – acquistate da altre ditte per una linea di bambole abbigliate da damina e destinate alle fiere e all’esportazione – si passò alla costruzione degli stampi ed ad una massiccia produzione in proprio di teste e corpi in polistirolo. Il primo polistirolo usato era di colori vari, dipinto di color rosa carne, mentre in un secondo tempo le bambole vennero prodotte in polistirolo vergine colorato nella massa. La produzione si diversificò nel 1966, quando per una fascia di mercato più esigente, si affiancarono alle solite damine, bambole, bambolotti e baby abbigliati in modo più ricercato, e destinati ai grandi magazzini di tutto il mondo. Nei primi anni ’60 del ‘900 si iniziò a produrre direttamente bambole in polietilene con le teste in vinile. Con questi materiali in seguito furono costruiti tutti i personaggi più famosi, come “Fanella” (mani e volto in vinile, corpo in tessuto imbottito); “Maga Maghella” (vinile e polietilene); la serie dei calciatori, in vinile, che tanto successo hanno riscontrato negli anni ’70. Erano quei grandi e famosi calciatori che nel 1982 conquistarono per l’Italia il Campionato mondiale di calcio. Ancora Graspin, la “spalla” televisiva di Raffaele Pisu. L’azienda ha prodotto anche giocattoli, animali in peluche, maschere per carnevale, pupazzi. Tutte le bambole “fini” sono sempre state marchiate con il marchio di riconoscimento “EFFE” sulla nuca.

Cavolo della effe
l bambino che “nasce” dal cavolo

La grande produzione dell’azienda era sollecitata dalle numerose richieste del mercato estero, a livello mondiale, soprattutto dalla Germania, dalla Francia e dall’Inghilterra. Franca Cascadan dirigeva le operazioni di abbigliamento e rifinitura delle bambole, mentre Franco Cascadan si occupava della commercializzazione delle stesse e della direzione dell’azienda. Per la creazione dei modelli ha prestato la sua collaborazione per circa 20 anni (dal 1965 al 1985) il valente scultore veneto Giarcarlo Milani, il quale ha lavorato anche per la fabbrica francese di bambole “Gé-Gé”, per la ditta Gabar di Rovigo, e dal 1985 nella creazione di modelli Furga.

Franca Cascadan era la creativa dell’azienda e si occupava personalmente dell’abbigliamento delle bambole e la sorella Luisa seguiva la produzione finale delle “damine”. Dopo la guerra, in paese molte famiglie confezionavano bambole da consegnare a chi veniva negli stabilimenti termali di Abano e per gli ambulanti di Solesino, che le scambiavano con oggetti di antiquariato nel Sud Italia. Confessa Franca “Prima, ho cominciato a cucire i vestiti per le bambole dei vicini di casa, poi ho aperto un laboratorio».

La Bambole Franca dal 1956 al 1986 ha prodotto una media di 25mila pezzi al giorno, dando lavoro a quasi 400 persone, oltre mille contando l’indotto.
Nel 1980 l’azienda, terza in Europa per grandezza, fatturava cinque milioni di euro. «Avevamo una trentina di laboratori artigianali esterni — dice Franca Cascadan con orgoglio — cui fornivamo macchinari e materiali. Così non perdevamo l’esperienza e la manualità di operaie che decidevano di lasciare l’azienda dopo la nascita del secondo o terzo figlio». Poi arrivò la Cina e fu la fine. Il mercato presto si saturò con i giocattoli cinesi prodotti a prezzi imbattibili e in poco tempo l’azie

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Operaie delle Bambole franca in posa per la foto di gruppo

nda si avviò verso il fallimento. Racconta Franco, che in azienda si occupava della parte commerciale: «La paga lorda di un operaio era di 40mila lire all’ora, poco più di venti euro. E l’incidenza dell’operaio sulla lavorazione del prodotto-bambola era del 33 per cento. In Cina con 40 mila lire pagavano uno stipendio mensile, quindi i loro prodotti erano fuori mercato. In quel momento di crisi, i sindacati, che a distanza di anni ci chiesero scusa, ebbero un atteggiamento di fermezza. Gli industriali non compresero il reale pericolo della Cina e le banche non ci aiutarono. Assieme a noi in quegli anni chiusero, una dopo l’altra, tante grandi aziende di giocattoli».

 

Del grande e florido distretto della bambola oggi nella città della Rocca rimangono pochissime attività che non raggiungono i numeri, le dimensioni e la fama della Bambole Franca. Sono nate a Monselice Fanella, bambola bruna con gli occhialoni neri, lanciata in televisione da Raffaele Pisu. E Maga Maghella, la bambola bionda ispirata a Raffaella Carrà e alle sue canzoni. I principali modelli erano pensati da Franca e realizzati dallo scultore Giancarlo Milani. Le vecchie fabbriche sono state abbattute e sul loro posto è sorto il centro commerciale Airone.

OTTAVIO E GIUSEPPE TOFFANO
Negli anni 1952-53 i fratelli Ottavio e Giuseppe Toffano aprirono a Monselice la loro azienda, producendo direttamente bambole con testa in gesso e corpo e arti in tessuto imbottito di segatura fino al 1955, quando le bambole furono prodotte interamente in gesso. Negli anni 1958-59, con l’avvento delle materie plastiche si iniziò una produzione di bambole con corpo in cartone e testa e arti in polistirolo nero, tinto in rosa; dal 1960 le bambole furono prodotte interamente in polistirolo, per passare nel 1965-66 all’uso di corpi in polietilene, e più avanti anche in vinile. Dagli anni 1960-62, per poter soddisfare la sempre crescente domanda del prodotto, la ditta cominciò a comprare corpi già stampati sia a Monselice, dalle ditte Fabian Plastiche e Besutti, sia a Piacenza dalla ditta Athena, provvedendo all’assemblaggio,trucco, inserimento dei capelli, occhi, abbigliamento. Fino alla metà degli anni ’60 la ditta ha prodotto soltanto bambole vestite da damine (passando dal polistirolo al polietilene), e negli anni 1966-67 ha iniziato anche la produzione di baby con corpo in polietilene e testa in vinile.

Il modello “damina” è stato quello di maggior successo. La ditta ha raggiunto la punta massima delle esportazioni negli anni ’60-’73, soprattutto dirette in Germania e in Portogallo. Produce tuttora, sotto la denominazione di “Bambole Emanuela” di Toffano Giuseppe e diretta dallo stesso, bambole in polietilene con volti in vinile, che vengono distribuite esclusivamente sul mercato italiano.

ALCUNE FABBRICHE O LABORATORI

Fabiola elite della bambola di Carpanese Fabiola.
Cinzia toys di Zerbetto Renzo
Eurotoys di Allievi Valeria e c. snc
Fabia giocattoli di Visentin Antonella e c. snc
Il pastore srl
Intertoys sas
Tabortoys srl (ora chiusa – 2017)

LINK UTILI

www.bamboleitaliane.com

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/economia/nuovo_veneto/museo-bambole-rilanciare-turismo-1602120463359.shtml