Monselice, una città senza teatro

A Monselice manca un teatro. Anche il famoso critico d’arte Vittorio Sgarbi, ospite all’Auditorium Kennedy l’8 aprile 2019, ha avuto modo di sottolineare questa pecca, auspicando che si possa porvi rimedio in un prossimo futuro. Una città con un passato così importante, tuttora punto di riferimento per il territorio della Bassa Padovana, avrebbe in effetti bisogno di un luogo adatto a mettere in scena rappresentazioni dal vivo attorno alle quali aggregare la comunità. Un tempo Monselice ha conosciuto una certa vivacità in questo campo, come riferiscono Francesco Selmin nel suo contributo Il teatro a Monselice, presente nel volume Monselice nei secoli a cura di Antonio Rigon, e Celso Carturan nel suo libro sulla storia cittadina.

In una prima fase, nel 1600, gli spettacoli si svolgevano nelle sale dei palazzi nobiliari. Secondo alcuni manoscritti citati dal Carturan, in età veneziana Ca’ Marcello accoglieva il Teatro Marcellino, con danze e rappresentazioni destinate agli aristocratici lagunari che arrivavano a Monselice per trascorrere la loro villeggiatura. Un vero e proprio teatro in città fu invece realizzato solo nel 1844 da Francesco Cona. Si trovava in contrada della Pescheria e aveva una capienza massima di 450 persone. Non era una struttura di grande valore: una ventina d’anni dopo l’inaugurazione il Prefetto di Padova evidenzierà la necessità di una radicale restaurazione. Tuttavia questo spazio, che venne ribattezzato poi Teatro sociale (la gestione era affidata alla società dei palchettisti), ricoprì un ruolo rilevante nella vita civile e culturale monselicense ed era gestito dalla società operaiadi Monselice.

Esso infatti rese possibile la nascita di gruppi filodrammatici composti principalmente da giovani borghesi. Per loro l’arte recitativa era un’opportunità di socializzazione, ma anche uno strumento di educazione popolare. La personalità più nota dell’ambiente in città fu per tutta la seconda metà dell’Ottocento l’attore Giuseppe Mazzocca. Al Teatro sociale di Monselice trovò spazio principalmente la prosa, spesso ispirata da idee progressiste. Nel 1873, ad esempio, la polizia sequestrò una commedia scritta dall’abate Francesco Sartori. Ma il più prolifico drammaturgo locale fu Carlo Monticelli, importante esponente dell’anarchismo veneto dell’epoca. Nel 1886 i problemi strutturali del teatro portarono alla chiusura: ci si dovette trasferire in Sala Mori (Biblioteca del Castello).

Nel 1895 un gruppo di ventidue cittadini facoltosi acquistò e restaurò il Teatro sociale. Si aprì così una nuova fase e fece il suo ingresso sulla scena l’opera lirica. All’inizio del Novecento anche le associazioni cattoliche mossero i primi passi in ambito recitativo, utilizzando prima le ex scuderie dei Balbi Valier accanto alla chiesa di San Martino e in seguito un’apposita sala allestita nel patronato di San Sabino, costruito attorno al 1910 in via Garibaldi. Nel Dopoguerra funzionava il Politeama Cavallotti in piazza Ossicella, ampio locale dotato di palcoscenico e loggia. Nel 1922 la Società Operaia riaprì il Teatro sociale, mentre su iniziativa di alcuni imprenditori nel 1925 nacque in via Bianchi Buggiani il Teatro Massimo.

Nel 1938 il Teatro sociale ripartì come sala cinematografica, ribattezzato con il nome di Cinema Roma. L’edificio, colpito l’8 febbraio 1945 da una bomba alleata, venne ricostruito al termine della Seconda Guerra Mondiale, continuando a essere usato quasi esclusivamente per la proiezione di film. La comunità non avvertì più l’esigenza di avere uno spazio deputato ad accogliere l’arte drammatica. A svolgere questo ruolo fu sporadicamente il Cinema Astoria di Piazza Mazzini, oggi chiuso. Quanto al Roma, fu demolito nel 2007.

Perché un teatro oggi? Viene spontaneo porsi questa domanda, specie in una fase in cui le ristrettezze economiche impongono a tutti noi, e agli amministratori in primis, una gestione particolarmente oculata delle risorse. La risposta è che l’attività recitativa valorizza l’essere umano, mette in gioco le sue energie migliori e la sua capacità di esprimersi in maniera creativa. Con un teatro giovani e meno giovani avrebbero la possibilità di conoscere più a fondo se stessi, sperimentando nel contempo nuove forme di comunicazione e offrendo alla città importanti momenti di crescita collettiva. A Este le due strutture attualmente esistenti rappresentano di anno in anno il fulcro di diverse valide proposte. E se ciò diventasse un giorno realtà anche per Monselice?

Il restauro completo dell’ex chiesa di Santo Stefano potrebbe rappresentare la soluzione. L’edificio, costruito dai frati domenicani in un periodo compreso tra 1200 e 1300 e toccato nei secoli da varie vicissitudini, è stato oggetto negli ultimi anni di alcuni interventi che hanno consentito temporanee riaperture al pubblico. Se in futuro si riuscirà a restituirlo alla piena fruizione della cittadinanza, sarebbe interessante valutare l’idea di adibire questo spazio a teatro. Ci troveremmo così ad avere finalmente a disposizione un importante luogo di aggregazione, che darebbe nuovo impulso alla vita culturale di Monselice.

Chiesa di Santo Stefano : Nuovo teatro della città ?