testo

Lyda Borelli, la diva del cinema muto che sposò il conte Vittorio Cini

lyda borelli, la diva moglie del conte Vittorio Cini

Lyda Borelli, la bellissima moglie  del conte Vittorio Cini

Dal 1° settembre al 15 novembre 2017 a Venezia, presso la Galleria di Palazzo Cini a San Vio, si è svolta la mostra Lyda Borelli primadonna del Novecento curata da Maria Ida Biggi, appuntamento culmine di una serie di attività volte alla riscoperta di questa importante figura. Ne proponiamo una breve scheda evidenziando i suoi legami con Monselice.

Lyda Borelli fu una delle maggiori attrici del teatro e del cinema muto del primo Novecento, prima di sposare l’industriale Vittorio Cini nel 1918 e ritirarsi dalle scene, dedicandosi alla famiglia. Visse a Monselice diversi anni, tra il Castello e la residenza estiva sulla sommità del monte Ricco. Le informazioni qui riportate sono tratte principalmente dai siti www.lydaborelli.it, www.cini.it e www.treccani.it, oltre che dai testi Il solario Giorgio Cini in Monselice 1936-1981 di Roberto Valandro (Monselice, 1981) e Da Monselice a Mauthausen a cura di Flaviano Rossetto (Monselice, 2005).

Lyda Borelli con il conte Vittorio Cini

Diva del teatro e del cinema muto

Lyda Borelli nasce a La Spezia il 22 marzo 1887 in una famiglia già ampiamente inserita nel mondo dell’arte: sia il padre Napoleone, originario di Reggio Emilia, sia la madre Cesira Banti, bolognese, sono attori, come pure lo sarà la sorella Ada. Passa la fanciullezza in collegio a Firenze e nel 1901, all’età di quattordici anni, fa il suo debutto nella Drammatica Compagnia Italiana guidata da Francesco Pasta. Nel 1903 entra nella prestigiosa compagnia di Virgilio Talli e nel marzo 1904 interpreta Favetta nella prima de La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio al Teatro lirico di Milano. La rappresentazione riscuote un notevole successo e Borelli assume il ruolo di prima attrice giovane.

L’incontro con Eleonora Duse, la più celebre attrice del tempo, avviene in questo periodo: Lyda, ormai astro nascente del teatro nazionale, recita accanto a lei come protagonista in Fernanda di Victorien Sardou a Firenze nell’ottobre 1905. Sotto la direzione di Talli, la futura moglie di Vittorio Cini acquisisce sempre più versatilità sul palcoscenico. Nel 1909 firma un importante contratto con la compagnia di Ruggero Ruggeri e di lì a poco interpreta presso il Teatro Valle di Roma la principessa Salomè nel dramma omonimo scritto da Oscar Wilde. E’ una serata molto attesa, che attira un pubblico numeroso e riscuote larghi consensi.

Borelli riceve la consacrazione definitiva: le immagini che la ritraggono nei panni del personaggio conoscono un’ampia diffusione, determinando il suo ingresso nell’Olimpo del teatro. Un paio di mesi dopo la compagnia parte per un tour in Sud America. La giovane attrice, acclamatissima, diventa icona di stile, eleganza e modernità, incarnando anche la figura di una donna emancipata: promuove i primi pantaloni femminili, ama il brivido del volo e compare persino alla guida di un’auto. Nel 1912, quando passa alla Compagnia Gandusio-Borelli-Piperno diretta da Flavio Andò, è considerata un’autentica star.

Il 1913 segna l’esordio sul grande schermo: il regista Mario Caserini le propone di impersonare Elsa Holbein in Ma l’amor mio non muore!, accanto a Mario Bonnard. L’anno successivo Lyda è impegnata di nuovo sul palco per la prima italiana de Il ferro, dove veste i panni di Mortella e si guadagna il giudizio entusiasta di pubblico e critica. Nel 1915 si trasferisce nella Compagnia Fert, guidata da Ermete Novelli. Al Teatro Carignano di Torino recita in Le nozze dei centauri di Sem Benelli. Tra 1916 e 1918 il teatro nazionale attraversa una fase difficile: diversi attori sono chiamati al fronte per combattere la Prima Guerra Mondiale. Borelli continua a lavorare con la Compagnia Fert e in parallelo nel mondo del cinema.

Appare in film come La falena e Malombra di Carmine Gallone, Rapsodia satanica di Nino Oxilia e Carnevalesca di Amleto Palermi. L’ultimo atto della sua carriera cinematografica è La leggenda di Santa Barbara, film di propaganda voluto dal ministero delle Armi e Munizioni, nel 1918. In questo stesso anno l’attrice sposa a Gavorrano, in provincia di Grosseto, il conte Vittorio Cini di Ferrara, ritirandosi dal teatro e dal cinema.  L’annuncio delle nozze con Vittorio Cini desta profondo sconcerto nell’opinione pubblica e un industriale comasco, avuta la notizia, arriva addirittura a compiere un gesto estremo.

Icona di un’epoca

A partire dal 1909 la Borelli inizia a proporsi sul palco come donna avvenente e raffinata, dalle movenze serpentine. Sullo schermo, poi, enfatizza ulteriormente l’ideale della femminilità liberty e dannunziana, espressa tramite una gestualità lirica.Traduce in atteggiamenti plastici e ricercati il dialogo, evidenzia con gesti lenti e ritmati le pause. Il suo stile di recitazione si distingue nettamente da quello aspro e spontaneo della collega Francesca Bertini.

L’imitazione di Lyda si trasforma in un vero e proprio fenomeno di costume che si riflette anche nella lingua: nascono ad esempio i termini borelline, per indicare le fanciulle che ondeggiano nelle strade, e borelleggiare, per riferirsi alle donne che prendono a modello le pose estetiche e leziose della futura moglie del Cini. Donna emancipata, moderna e determinata, appassionata anche di fotografia, ella rappresenta per il Futurismo una sorta di musa.

Fine della carriera della diva

Dopo il matrimonio  si ritirò per sempre dalla scena fino a che, col passare del tempo, la sua figura venne quasi del tutto dimenticata. A questo forse contribuisce anche la gelosia del marito, che tentò di togliere dalla circolazione tutti i suoi film. Questo aspetto della storia personale di Lyda Borelli ricorda da vicino quanto accadrà alcuni decenni dopo con Grace Kelly. La famosissima attrice statunitense, vincitrice dell’Oscar per la pellicola La ragazza di campagna, nel 1956 si unisce in matrimonio al principe Ranieri III di Monaco e abbandona per sempre il mondo del cinema.

Lyda Borelli a Monselice

Vittorio Cini è un ricco uomo d’affari di origini ferraresi. Secondo quanto scritto nel libro Da Monselice a Mauthausen, il padre Giorgio a metà Ottocento ha sposato una donna monselicense appartenente alla famiglia Girardi, proprietaria del Castello, e dopo le nozze ha scelto la città della Rocca quale sede per condurre le proprie attività. E’ lui ad aver fatto costruire una villa sulla cima del monte Ricco, destinandola alla sua morte (1917) a luogo di ricovero per gli anziani della zona. Ragioni burocratiche, però, ostacolano la realizzazione di questa volontà.

Vittorio, che in breve si imporrà come uno degli esponenti di spicco dell’industria nazionale, attivo soprattutto nell’ambito marittimo-armatoriale, decide allora di creare alle pendici del colle il Solario per i ragazzi bisognosi (attualmente è una scuola elementare). Nel frattempo rende ancora più bella e accogliente la casa sulla sommità, dove trascorre brevi periodi. Durante i soggiorni porta con sé la servitù, formata da una quarantina di persone, e la moglie Lyda con i figli. Non di rado inoltre invita qui importanti nomi della politica e dell’arte italiana ed estera.

Il monte Ricco era, a quel tempo, un posto meraviglioso, una sorta di Eden: giardini e vigneti venivano curati regolarmente da circa venti dipendenti, la suggestiva scalinata dell’Ercole era ornata da maestosi cipressi. Non è difficile immaginare, nei caldi pomeriggi d’estate, la Borelli concedersi una passeggiata in questo magnifico paradiso terrestre, cercando un po’ di refrigerio tra gli alberi. Oppure accogliere nella villa gli illustri ospiti e discorrere con loro di teatro, di musica, di letteratura in raffinati ricevimenti e serate di gala.

La residenza sul colle era utilizzata prevalentemente nei mesi di luglio e agosto, quando diventa un punto di riferimento per l’alta società. Il resto dell’anno Lyda lo trascorre al Castello di Monselice, di proprietà del marito dal 1935. All’anagrafe del Comune, per la precisione, risulta residente presso la casa Cattin in via del Santuario. Era circondata da una decina di donne che provvedono alle sue esigenze, così come fa il conte Cini, che cerca sempre di soddisfare ogni suo desiderio. Ha una posizione importante e di conseguenza viene spesso chiamata a far parte delle commissioni di notabili cittadine.

Su di lei si raccontano parecchi aneddoti. Pare che la Borelli – commentava sottovoce il comm. Adolfo Cattin – sia stata una persona sospettosa e molto viziata: per mettere alla prova i domestici a volte lasciava qualche scatola di cioccolatini in bella mostra nelle eleganti stanze del maniero. Un giorno scoprì che ne mancava  uno, adirata, fece licenziare tutto il personale in servizio nel castello di Monselice.

Non solo: le sue finestre danno su Ca’ Orologio (una abitazione situata ove ora c’e’ la cava della Rocca), luogo in cui durante le giornate di festa gli scalpellini (operai che modellavano la trachite dalla Rocca) usavano rilassarsi in dolce compagnia. Una vista che evidentemente l’ex diva del cinema muto non gradiva, subito chiese e ottenne dal marito che fosse demolita. Lyda rimane a Monselice fino al 1956, quando lasciò la città con il conte. Da lui ebbe quattro figli: Giorgio, che perderà la vita in un incidente aereo, Mynna, Yana e Ylda. Si spense a Roma il 2 giugno 1959.

Forse si potrebbe intitolare una via a Lyda Borrelli. Sperimo!