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Affresco di San Francesco cripta di San Paolo in Monselice

Molto importante per la storia di Monselice è un’edicola con tre Santi (Sabino, [?] e Francesco) e altri due  affreschi staccati e ricomposti, oggi ricollocati nella cripta di San Paolo. Si presume siano opera di frescanti veneti della prima metà e del terzo quarto del XIII secolo.  Iscrizione: “S. … CI” (nella parte superiore del San Francesco); S…VI… (nella parte superiore del san Sabino) 97,3 x 74,5 x 52,5 cm. L’edicola affrescata, segnalata già da Mazzarolli (1940) e Bettini (1964-1965) nella cripta della chiesa francescana di San Paolo a Monselice, fu staccata nel 1955-1959 e ricollocata su pannelli, che ripropongono l’originaria disposizione delle figure e degli intonaci. Un recente intervento di restauro (1999) ha evidenziato che gli affreschi sono collocati su due strati di intonaco, uno precedente, più raffinato e più chiaro nell’impasto, sul quale insistono le figure laterali di san Paolo (?) e san Sabino (?) e uno successivo, sul quale è dipinto il san Francesco con un orante (Gregorio IX?). Il 14 febbraio 2016 è stato ricollocato nella cripta di San Paolo l’affresco duecentesco di S. Francesco restaurato nel laboratorio di Vanni Tiozzo.

Gli scavi eseguiti nella chiesa di San Paolo  documentano un insediamento chiesastico, triabsidato, databile tra l’età bizantina e la fine dell’VIII – inizi del IX secolo, entro il quale venne ricavata la cripta, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, con nicchie laterali. La collocazione centrale dell’edificio faceva di San Paolo “una sorte di chiesa civica, contigua ai luoghi del potere pubblico” (Rigon 1994, p. 217). Storicamente la presenza di preti afferenti alla chiesa di San Paolo risulta documentata già alla metà del secolo XII (Gloria 1881, p. 29), mentre meno chiara è la data dell’insediamento francescano nell’edificio, in considerazione anche del legame che la comunità francescana ebbe sin dall’inizio con gli insediamenti dell’ospedale di San Giacomo, fondato nel 1162 e, dal 1203, del convento di San Giovanni a Montericco, entrambi sorti nell’ambito di iniziative caritatevoli e di esperienze religiose pauperistico-evangeliche in integrazione tra clero e società civile. Esiste una possibilità che i minori, documentati in un claustrum novum nel 1225-1226 fossero giunti dal convento di Pernumia (Rigon 1984, p. 221), che risulta già abbandonato nel 1238 o che la comunità minoritica, divenuta francescana, proveniente dal superiore Montericco abbia utilizzato la cripta di San Paolo come insediamento cittadino (Ferrari 1989, p. 58).

Sin da subito i francescani istituirono relazioni privilegiate con le famiglie eminenti della città e il legame con i Paltanieri fu strettissimo, sia per devozione che per munificenza. Di certo le prime testimonianze pittoriche con il santo vescovo, che si è voluto ipoteticamente identificare con san Sabino (Cozzi 1994, p. 520) e l’altro lacerto di santo, nel quale la studiosa ravvisa un san Paolo, in verità non leggibile, risalgono ad un momento anteriore alla presenza stessa dei francescani e non possono essere riferiti, com’è stato fatto finora, allo stesso ambito di committenza e allo stesso momento cronologico, ma devono essere anticipati al momento della costruzione, non ancora ad opera dei francescani – è del 1228, com’è noto, la canonizzazione del santo -della cripta stessa (fine del XII – inizio del XIII secolo), costruzione legata, data la presenza del santo titolare della città, forse al clero regolare. Pur nel consunto stato di conservazione nel quale si trovano, mostrano evidenti i segni di una parlata provinciale, nella quale il linguaggio bizantino si riduce alla ieratica proposizione della figura, assente tuttavia qualsiasi accenno a lumeggiature o preziosismi pittorici, consueti nelle opere in qualche modo legate alla cultura veneziana o memori della cultura ottoniana. Differente l’analisi stilistica per il san Francesco, che costituisce, con l’orante (forse Gregorio IX), la prima rappresentazione del tema nel Veneto (Lorenzoni 1984), condotto con una pittura materica, espressionistica che segna in nero i contorni e i caratteri fisionomici, sottolineando con un pomello rosso la guancia, ma che mantiene ancora la raffinata linearità di matrice ottomana. Nessun legame è in qualche modo istituibile con il testo pittorico più rilevante esistente a Monselice, un San Martino e la Vergine in trono con il Bambino, databile al secondo quarto del XIII secolo (Cozzi 1994, pp. 517-519), in epoca ezzeliniana, ove la componente bizantina si mescola a elementi stilistici di matrice ratisbonese-salisburghese, con esiti felici – particolarmente nella metallica definizione delle pieghe della veste – e i qualitativamente molto alti. Il San Francesco, invece, sembra l’esito di una cultura bizantina già in fase di trasformazione verso una parlata narrativa di sapore tardo-duecentesco, in una trasformazione del linguaggio, il cui esito ultimo risiede nel Canzoniere provenzale miniato a Padova nell’ultimo quarto del Duecento (Lachin 1999, pp. 67-68, con bibliografia anteriore). Datato intorno alla metà del XIII secolo (Lorenzoni 1984), il nostro brano costituisce un precedente, invece, della decorazione recentemente scoperta (1988) sulle pareti della chiesa di San Tommaso, sempre a Monselice, dipendente dal convento veneziano di San Zaccaria, databile già entro la seconda metà del secolo e caratterizzata da una parlata più corsiva e popolareggiante. La presenza di un Venancius pictor in un elenco di fornitori di decime al convento di San Zaccaria in Monselice, risalente al 1270 (Cozzi 1998, p. 40) consente di dare un nome a una presenza in Monselice che non sappiamo se riferire al nostro brano. Tratto dal saggio di G. Ericani pubblicato su: Ezzelini. Signori della Marca nel cuore dell’impero di Federico II , Bassano del Grappa 2001, p.122-3.

 

Complessivo dell’edicola con l’affresco di San Francesco con due Frammenti