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Monastero delle Carmelitane scalze

Il monastero sorse per l’impegno dell’Arciprete del Duomo, monsignor Angelo Cerato, arrivato qui nel settembre 1946 e andato in pensione nel 1971. Il monsignor pensava “che un luogo di ritiro o preghiera era necessario per la comunità dei fedeli, sia come esempio sia come momento di riflessione”. Fortunatamente questo desiderio si incontrò con la necessità delle Carmelitane di Ferrara di dover abbandonare il loro convento vecchio, fatiscente e anche poco isolato.

In via S. Biagio c’era una modesta villa veneta che poco dopo la guerra fu posta in vendita dal proprietario dott. Secco, pretore di Monselice: l’aveva abitata con la famiglia nei tribolati anni 1940-1946 e poi aveva cambiato sede.  Monsignor Cerato la indicò come sede appropriata alle Suore Carmelitane di Ferrara che la acquistarono e la trasformarono in convento,  il restauro fu eseguito dalla ditta Zerbetti, da Kino Pelegato, su progetto e direzione Monselicense  Geom. Franco Scarso. Le carmelitane entrarono in Monselice il 3 maggio 1951.

Stemma delle carmelitane
Monastero delle Carmelitane scalze

COSI’ DUE RELIGIOSE  RICORDANO IL GIORNO DELL’ INGRESSO E GLI INIZI

“Quando la comunità giunse da Ferrara a Monselice contava diciotto religiose di cui parecchie erano novizie, tutte giovani. Quattro di queste sono ancora viventi, e una di loro, ricordando quell’evento cosi’ scrive: “Ho tanto ricordi di quel nostro trasferimento. Prima di tutto la partenza da Ferrara preparata da diversi giorni con molto lavoro e tanti distacchi. Poi la gioia di essere ricevuta dal vescovo di Padova mons. Girolamo Bortignon che ci ha offerto la villa vescovile di Luvigliano dove siamo state ospiti dal 7 novembre 1950, giorno della nostra partenza da Ferrara, fino al termine dei lavori del monastero di Monselice e al giorno dell’ingresso, il 3 maggio 1951. L’arciprete del duomo era Mons. Angelo Cerato che ci ha accolto come un dono del cielo. A Luvigliano i padri benedettini di Praglia ci assistevano con la santa messa quotidiana e con altri servizi religiosi. Lo stesso parroco di Luvigliano era sempre disponibile a ogni nostra richiesta. Non so esprimere con quanto calore ci ha accolte la popolazione di Monselice, e come non sia mai venuti meno l’affetto e la generosità verso la nostra comunità.” “Ricordo quel pomeriggio del 3 maggio solennità dell’Ascensione – prosegue l’anziana religiosa – Partite da Luvigliano siamo arrivate al duomo di Monselice. Ad attenderci erano l’arciprete e il coadiutore don Martino* insieme a una grande folla di fedeli e ai nostri parenti.  Tutti volevano avvicinarci, toccarci, parlare con noi. Finalmente ci siamo avviate processionalmente, rivestite della nostra cappa bianca e col nostro lungo sopravelo allora in uso, dal duomo al nostro carmelo, dove era stato preparato un altare provvisorio davanti alla porta di clausura. Faceva, ricordo, un gran caldo e nonostante fossimo così tanto vestite non lo avvertivamo per niente, tanta era l’emozione che provavamo. Il vescovo Bortignon, dopo il discorso di circostanza  del nostro superiore provinciale, padre Albino Marchetti, ha impartito la solenne benedizione eucaristica. Dopo di che, fra tanta commozione, lacrime, baci, abbracci e saluti, la comunità ha fatto la sua entrata in clausura.” Ed ecco la testimonianza  di un’altra sorella delle quattro: “Ricordando la nostra entrata nel monastero monselicense, mi si riempie ancora il cuore di gioia riconoscente, non solo verso il vescovo, ma anche verso i sacerdoti e religiosi  francescani e tutti i monselicensi che ci hanno aperto le braccia e il cuore per accoglierci. Quanta gente! Dai piccoli ai grandi, tutti festanti di una gioia grande e contenuta ma tanto palese. Gioia di fede, dei tempi passati, ma gioia ancora di adesso, anche se la fede è più nascosta, ma pure c’è in loro. Lo sentiamo quando le tante persone che ci raccontano le loro ansie e angustie le loro prove e i loro dolori, dimostrano concretamente di credere al valore della preghiera. La città si era riversata verso di noi, tutti pigiati all’inverosimile nella cripta, per poi unirsi a noi nella processione con il Santissimo Sacramento verso il carmelo attraverso le strade di Monselice. La nostra comunità era una comunità giovane: sette di noi erano tra i ventun anni e i ventisei, due sorelle ne avevano trantadue e trentatre e la più anziana sessantanove. Siccome aveva le stampelle per una caduta, non era potuta venire con noi al duomo e prendere parte alla processione. Era stata accompagnata subito al monastero e ci attendeva affacciata a un poggiolo. Quando entrammo in clausura, salutò tutti i presenti e con povere ma commosse parole ringraziò dell’accoglienza, promettendo il ricordo costante e riconoscente nella preghiera. Questo gesto semplice e spontaneo fui graditissimo alla gente. Da quel momento tanta buone persone cominciarono a beneficiarci, e noi vedemmo avverarsi la frase che una sorella padovana ripeteva quando ancora eravamo a Ferrara: “Se andremo dalle mie parti, non ci mancherà niente”. Allora, in quei primi tempi duri, si stentava a campare, e venivano da noi le donne con due uova, un po’ di farina da polenta, un po’ di verdura chiedendo preghiere, contente di unirsi a noi ad amare il Signore della gloria che un giorno vedremo con una gioia grande”. *Don Martino Tagliapietre era un anziano cappellano. Divenne poi Rettore del Santuario delle Sette Chiese di Monselice e andò ad abitare nella casa riservata per i rettori, sita sulla rotonda, dietro al Duomo Vecchio. La casa fu venduta al prof. Piacentini per recuperare fondi per la costruzione del Duomo Nuovo. Il Tagliapietre si ritirò a Fonzaso dove era nato.

IL CARMELO C’E’ DA MEZZO SECOLO

Arrivarono il 3 maggio 1951, dopo aver lasciato il vecchio monastero di Ferrara dove nel 1844 l’Arcivescovo Ignazio Cadolini aveva fondato la loro comunità (soppressa poi per cause politiche dal 1865 al 1870 e ancora dal 1899 al 1901). Le carmelitane scalze giunsero a Monselice, che oggi ricorda il loro 50° anniversario della loro presenza, accolte dal vescovo Mons. Girolamo Bortignon e dall’allora arciprete della città e della Rocca mons. Angelo Cerato. Il cinquantenario del carmelo del Sacro Cuore di Monselice sarà solennemente ricordato domenica 27 maggio: all3 18, nella chiesa del monastero di via S. Biagio, la concelebrazione verrà presieduta dal preposito generale dei carmelitani scalzi padre Camillo Maccise., con la presenza del vicario padre Flavio Caloi e di numerosi sacerdoti legati alla comunità. Attualmente le monache sono tredici, di cui una è professa di voti semplici. La loro vita è totalmente contemplativa, per cui la maggior parte della giornata è dedicata alla preghiera. Tuttavia anche il lavoro trova un posto considerevole nel sistema carmelitano. Innanzitutto la manutenzione della casa e dei vari uffici domestici: la sacrestia, la portineria, la cucina, la sartoria… La sorella più anziana (87 anni) si dedica ancora, con qualche aiuto, alle api che producono ottimo miele per la comunità. “Abbiamo dovuto rinunciare da tempo a lavori impegnativi di ricamo su commissione – precisa la priora suor Emanuela della Madre di Dio – mentre qualche sorella è esperta all’uncinetto e al chiacchierino. Inoltre ci prestiamo a lavare e stirare la biancheria di qualche parrochi vicina”. Secondo la riforma voluta da Santa Teresa di Gesù i pilastri della vita della carmelitane scalze sonom l’orazione, la clausura il silenzio, la solitudine. “L’orazione – prosegue la priora – è intesa come un rapporto di amicizia con Dio e consiste non molto nel pensare, ma nel molto amare. La clausura non è un fine, ma un mezzo è separarsi dal mondo per ritrovarsi nel mondo come presenza silenziosa ma quanto mai viva e reale. Infine la solitudine, che non è un isolamento ma ricerca di un incontro continuo “da solo a solo” con Dio, abilitando i singoli membri delle comunità a una profonda vita fraterna fatta di relazioni vissute nella semplicità,

Amore per la preghiera e distacco evangelico dalle cose

Ma qual è lo specifico della vita monastica delle carmelitane scalze? “Alle ragazze che ci chiedono di conoscere un po’ la nostra vita – riassume la priora della comunità di Monselice – noi suggeriamo di studiarsi bene e scoprire se in loro riconoscono l’attitudine, l’amore e l’attrattiva per la preghiera, ma insieme una naturale capacità di fare comunione con le sorelle della comunità. Inoltre al carmelo la povertà della casa, del vestito, delle suppellettili esprime uno stile di vita evangelico basato sull’essenziale che aiuta il cuore a staccarsi da tutto ciò che non è Dio per appartenere a lui solo”. La grande famiglia carmelitana che ha origini antichissime (il nucleo originario risale al 13° secolo) e si articola in numerosi ordini maschili e femminili, festeggerà il 12 settembre a Roma il 750° anniversario del dono dello “scapolare”, che la tradizione vuole dato dalla vergine al priore Simone Stock nel 1245 come segno di particolare protezione. Tratto dalla difesa del popolo del 6 maggio 2001

A cura di Stefania Vitale