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Chiesa di San Paolo di Monselice

Chiesa di San Paolo La chiesa di San Paolo sorge nel cuore del centro storico di Monselice ed è considerata il più antico edificio sacro della città. Una leggenda vuole che la chiesa di San Paolo sia sorta sopra un tempio pagano, abbattuto da S. Prosdocimo quando nel 47 d.C. venne a Monselice a predicare la fede di Cristo. Una lapide ritrovata durante lavori di consolidamento del pavimento sembra confermare questa affermazione e un disegno antico ci mostra un affascinante tempio romano realizzato nell’Ottocento dal Fezzi. Pare inoltre che nella sua peregrinazione abbia transitato per via Valli per raggiungere Baone. Da quel giorno la strada percorsa si chiama l’argine del vescovo. San Prosdocimo avrebbe fondato anche la chiesa di Santa Giustina in cima alla Rocca, abbattuta da Federico II per costruire il mastio.  Nel disegno sinistra è raffigurato l’esterno del tempio, in mezzo l’interno, a destra il sotterraneo in cui, sostituito il culto cristiano, sarebbe stato conservato il Corpo di S. Sabino.
STORIA DELLA CHIESA

Un primo intervento all’interno dell’edificio fu avviato nel 1985 con l’intenzione di recuperare l’ipogeo di S. Savino, legato al primo francescanesimo nell’Italia Settentrionale. In quella occasione lo smantellamento di vaste porzioni del pavimento dell’aula misero in luce la complessità del palinsesto architettonico. Sinteticamente gli archeologi fanno risalire al VII-VIII secolo la costruzione della prima chiesa, ancora visibile.

PRIMA FASE (VII –VIII sec.) 

Il materiale ceramico presente  rimaneggiato dall’impianto delle fondazioni e della platea su  cui l’edificio sorge, ci parla di una frequentazione diretta o indiretta almeno  dalla fine dell’età del Bronzo. I reperti ceramici più recenti indicano una datazione entro il VII secolo d.C. con una, per quanto molto ridotta, presenza  di elementi riconducibili alla prima metà dell’VIII. L’edificio aveva tre absidi in un’unica navata, larga ca. m 8,0 e lunga ca. m  8,5 con un atrio profondo ca. m 3,30 per tutta la larghezza dell’edificio. Le  tre absidi  sono di dimensioni simili (tra 1,60 e 1,75 m di larghezza per una profondità di m 1,25 ca.) per quanto leggermente irregolari. All’esterno ogni abside è scandita da due lesene, la cui imposta superiore non coincide con la porzione inferiore, marcata da una parziale risega; nonostante questa discontinuità non si notano diversità nella tecnica costruttiva, anche se una differenza nelle malte impiegate potrebbe suggerire due fasi edilizie ovvero una variazione in corso d’opera. In corrispondenza dell’atrio l’indagine archeologica ha permesso di individuare un frammento della pavimentazione originaria, costituita da laterizi interi e frammentari di modulo romano.  Singolare è l’impianto dell’aula unica, una pianta pressoché quadrata i cui perimetrali sembrano semplici tamponamenti su di uno schema strutturale  impostato su quattro possenti pilastri angolari che suggerisce una copertura a volta o a cupola.  

LA SECONDA FASE (XI sec.)

In un secondo momento (certamente anteriore alla fine dell’XI secolo) la chiesa vede un consistente ampliamento ad occidente che comporta la demolizione  dell’atrio d’ingresso. L’edificio risulta così raddoppiato nel senso della lunghezza senza in realtà incidere sulla larghezza. La nuova chiesa viene ad  avere quindi due campate di dimensioni analoghe probabilmente entrambe con copertura a volta. Il piano pavimentale viene rialzato di quota

LA TERZA FASE (XII – XIII sec.)

In un periodo databile, sulla base delle caratteristiche costruttive e formali, tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, l’edificio viene ampliato a nord con l’aggiunta di una navata laterale absidata. Il perimetrale dell’atrio d’ingresso dell’edificio di seconda fase viene in parte demolito per la  realizzazione di archi e pilastri di collegamento fra i due corpi di fabbrica. La fondazione del perimetrale dell’atrio d’ingresso di prima fase, demolito parzialmente nella trasformazione di seconda fase, viene adeguatamente  rinforzata, quale fondazione per una di queste colonne. Inoltre viene steso un  pavimento in cocciopesto.  In corrispondenza dell’area presbiterale, come divisorio tra l’edificio più  antico e la nuova navata, viene aperta una porticina di collegamento fra le due aree absidali. Nel nuovo corpo settentrionale viene realizzato un muro di separazione che definisce una cappella absidale a cui si accedeva attraverso una porta centrale. La superficie muraria di questo setto viene rivestita di affreschi di cui rimangono scarni lacerti. Infine il nuovo corpo di fabbrica viene provvisto di due accessi: una porta occidentale, in facciata, ed una settentrionale realizzata a ridosso dell’angolo nord-ovest.

LA QUARTA FASE  (Metà sec. XIII)

Intorno alla metà del XIII secolo all’interno dell’edificio venne realizzata la  cripta di San Savino. Il vano seminterrato è suddiviso in tre campate, secondo l’asse trasversale della chiesa e, come detto precedentemente, fu realizzata nella parte absidale inferiore della chiesa primitiva. L’operazione di inserimento della cripta comportò una consistente sopraelevazione del piano pavimentale sovrastante, con la creazione di un ampio presbiterio rialzato. Il nuovo ambiente (la cripta) viene illuminato da due ampie finestre, con inferriata metallica, con la luce proveniente dalla navata. A nord il problema del collegamento con la cappella della navata laterale viene risolto con l’inserimento di una ripida scala in laterizio nella porta realizzata nella fase precedente. Abbiamo qui una prima definizione di uno spazio interno all’edificio che si  articola a quote diversificate e che successivi interventi concorreranno a consolidare e a rendere ancora più singolare come ci rivelerà la descrizione della visita pastorale del Barozzi nel 1489.

DESCRIZIONE DELLA CHIESA

Nel 1489 I piani di calpestio della chiesa, nel 1489, erano tre: uno inferiore, che coincideva con la zona riservata alle donne (zona d’ingresso); da questo piano si accedeva per schalas lapideas sinistras alla navata laterale e alla zona riservata al coro dei chierici e agli uomini; dietro al coro, sopraelevato di tre gradini, vi era il presbiterio: coro e presbiterio risultavano volumetricamente e architettonicamente distinti dal resto della chiesa. La descrizione del 1489, come si è avuto modo di notare, è accurata e non da luogo a equivoci interpretativi. Il relatore, premessi alcuni dati di carattere pastorale («la chiesa è cappella plebis S. Instine e ha in cura d’anime più della metà della popolazione di Monselice»), offre un ragguaglio esauriente del complesso architettonico (e delle misure rilevate). La chiesa, vi si afferma è divisa in due navate, una «media», l’altra «settentrionale». È inoltre divisa trasversalmente da una parete, costruita, parte in mattoni, parte in pietra, sormontata da colonne, che terminano cum lapidibus quadrangulis supra columnas iacentibus, alta piedi quindici (m. 5,39 circa). La parete separa la zona riservata agli uomini da quella riservata alle donne. Il coro dei chierici è al centro dell’aula: sotto il suo pavimento è situata la cripta volta, tripartita, larga passi due (m. 2,28 circa), lunga quattro (m. 4,57 circa), alta, fino ad initia fornicis, passi uno (m. 1,14) il cui spazio è suddiviso (frontalmente) in tre arcate: nella centrale è collocato un altare non consacrato, rivolto verso oriente. Precisa nuovamente l’ubicazione del coro: sopra la cripta sono collocati il coro e il mascolorum locus quemadmodum superius dictum fuit, (non esiste quindi dubbio alcuno sulla ubicazione della zona riservata agli uomini). La navata centrale ha due altari: uno rivolto a oriente, consacrato, discosto dalla parete piedi cinque (m. 1,77 circa): si tratta dell’altare maggiore; l’altro, non consacrato, aderisce alla parete australe (parete destra, per chi guarda l’altare): vi è conservato il Corpo di Cristo. Un altro altare, non consacrato, è nella navata laterale, in una piccola abside, dedicato a san Giovanni Battista. La navata centrale riceve la luce da una finestra aperta nella parete di fondo, pariete orientali, dietro, quindi l’altare maggiore e da altre cinque aperte nella parete destra, australi. La navata laterale riceveva luce da tre finestre. Per quanto concerne le strutture architettoniche le due navate sono divise da quattro arcate sostenute da pilastri di mattoni. Il tetto della navata centrale è a volta, intonacata di bianco, ripartita in due grandi arcate, probabilmente a botte.  Il pavimento della chiesa è costituito in parte da pietre sepolcrali, in parte da laterizi, in parte inesistente (terra battuta). Alla data, martedì 20 ottobre 1489, titolare della parrocchia risultava Giovanni Negro, da Monselice.

SECOLI XV-XVII

In epoca compresa tra il 1489 e il 1602 fu aggiunta l’attuale navata sinistra (entrando) allo scopo di dare spazio e respiro all’intero edificio. In realtà non si trattò della costruzione di una navata vera e propria, bensì di tre cappelle intercomunicanti, accogliendo, in parte, i suggerimenti fatti durante la visita pastorale del Barozzi. Secondo le indicazioni del vescovo, si sarebbe dovuto trasformare la navata laterale in quattro cappelle: si pensò, invece, di dilatarne lo spazio con una costruzione ex novo sul fianco sinistro (l’attuale navata laterale). Nella seconda metà del secolo XVI, dopo il 1571, lo spazio antistante alla cripta venne chiuso e adibito a sepoltura: le sovrastanti strutture vennero, pertanto, allineate alla schalas lapideas sinistras, che dal piano inferiore della chiesa (zona riservata alle donne) conduceva al piano superiore (zona riservata agli uomini e ai chierici). I lavori con tutta probabilità fecero seguito alla ordinanza del vescovo di Padova, Nicolo Ormanetto, che durante la visita pastorale del 1571 dispose che in chiesa fossero “imbucati tutti li busi..” Nella prima metà del secolo XVIII il progetto di sopralzo venne riesumato, esso prevedeva l’abbattimento della chiesa e la sua ricostruzione su basi nuove. Incontrò, però, inaspettatamente, quando già erano avviate le pratiche per l’inizio dei lavori, la netta e tenace opposizione dei deputati della Comunità. Il contrasto diede luogo a una vertenza giudiziaria, che si protrasse fino a tutto il 1708 e parte del 1709 e si concluse con un compromesso. Il progetto fu ritirato e sostituito con uno intermedio che, rispettando le strutture esistenti in piano e i muri perimetrali fino all’altezza delle volte dei sotterranei, al cui livello fu portata tutta la pavimentazione della chiesa, limitò  l’ampliamento alla reimpostazione architettonica del presbiterio e alla correzione in verticale dei volumi. Il motivo dell’accanita opposizione dei deputati va ricercato nella volontà di preservare un edificio cittadino ritenuto antichissimo, che custodiva venerande memorie di storia patria e, soprattutto, le vestigia del tempio di Giove ricordato anche nel 1489 dal segretario del vescovo, citando il dato della tradizione sulle origini pagane della chiesa di S. Paolo, si rifa a una iscrizione incisa nel suo interno, trascritta, un cinquantennio più tardi, dallo Scardeone, andata, poi, perduta. Le vestigia del tempio, stando a quanto risulta dagli atti processuali, erano ancora visibili nella prima metà del secolo XVIII: i fautori della ricostruzione della chiesa dalle fondamenta non ne negavano l’esistenza e il valore storico, ma invocavano lo stato di necessità a favore del culto e della sicurezza dei fedeli, esposti al pericolo di crolli improvvisi a causa delle strutture ormai fatiscenti.

 

IL CAMPANILE

Il campanile, innalzato sul fianco sinistro, in corrispondenza del presbiterio, risale a epoca remota. Costruito libero sui quattro lati, fu inglobato nella sacrestia in occasione dei lavori di rifacimento del secolo XVIII. Non è menzionato nella descrizione del 1489, ma ciò non implica la sua inesistenza a tale data, perché abitualmente il relatore tralascia di citare la torre campanaria, a meno che non lo richiedano considerazioni d’ordine estetico. La sua conformazione architettonica rinvia al 1300 – 1400. Era, comunque, esistente nel 1703, anno in cui venne debitamente indicato nella mappa eseguita da Domenico Munarato, publico perito, per conto dei Duodo. Tuttavia quello crollò;  quello attuale fu ricostruito alla fine dell’Ottocento

LE PORTE D’ENTRATA

Rimaneva, invece, insoluto il problema dell’accesso alla chiesa che, a partire dalla seconda metà del secolo XV, era diventato anomalo: gli ingressi dalla plathea antistante (quello principale della facciata e quello secondario della navata) erano stati chiusi e l’accesso in chiesa limitato alle due porte laterali. La porta laterale destra coincideva con l’odierno ingresso alla cripta da via del Santuario e immetteva direttamente in chiesa, nella zona riservata alle donne. La porta laterale sinistra era più spostata in avanti, con uno stipite quasi nel punto d’incontro tra la parete e il fronte della navata. Gli uomini — ciò non è detto nella relazione del 1489 — entravano da un ingresso situato in fondo alla navata, in prossimità del campanile. Costruita nei secoli XVI – XVII (avanti il 1602) l’attuale navata, gli ingressi, sul lato sinistro, diventarono quelli attuali, rispettivamente, per le donne dalla via comune (ora via 28 aprile), per gli uomini dalla corte dell’ex canonica. Sul lato destro la situazione rimase invariata fino al secolo XVIII. Nel secolo XVIII, unificata la pavimentazione della chiesa al livello della navata laterale, fu necessario costruire sul lato destro, una scalinata che dal piano della strada portasse in chiesa. Il nuovo ingresso fu abbellito con il portale di stile classico, sormontato da un timpano e sostenuto, ai lati, da due mezzi pilastri.  La chiusura degli accessi centrali dalla plathea dovrebbe coincidere con la costruzione della loggia Bolani a ridosso della facciata, nel 1470. La nuova costruzione, probabilmente, poneva scientemente fine a un uso promiscuo di un’area che ab antiquo era stata sede, non solo dei placiti e dei pubblici dibattiti, ma anche delle funzioni religiose. Potrebbe non essere estraneo alla decisione il concetto rigidamente laico che del potere e della giustizia aveva il governo veneziano, subentrato a quello padovano a Monselice nel 1406. Di fatto la loggia dava alla plathea un assetto architettonico che, escludendo il clero di S. Paolo da una fruizione diretta, toglieva ogni ambiguità sull’effettivo destinatario del diritto alla cosa e sulla capacità giuridica di esercitarlo. La loggia Bolani fu demolita, nel secolo scorso al suo posto nel 1836 fu addossato alla chiesa il palazzo municipale, demolito a sua volta nel 1965/66.

GLI ULTIMI AVVENIMENTI  

In San Paolo vi erano cinque altari che subirono sorti diverse. Nella navatella vi erano due altari, uno piccolo è uno grande con sotto l’ara un sarcofago vetrato dove era conservato il corpo di Santa Filomena; l’urna fu portata nella chiesetta di San Giorgio e messa assieme agli altri Corpi santi, il restante fu donato. Nella navata centrale, oltre all’altare maggiore vi erano altri tre altari. Quello maggiore, opera settecentesca di buona fattura è stato venduto alla chiesa parrocchiale di Ospedaletto Euganeo dove lo si può vedere. In quel tomo di tempo, infatti, quella chiesa aveva subito gravi danni per un incendio che aveva distrutto tetto, soffitto e altare maggiore. Il parroco di Ospedaletto provvide a smontare e a trasportare l’altare e durante i lavori fu trovata nella pietra santa la pergamena a ricordo della consacrazione eseguita anch’essa dal vescovo Rezzonico. La pergamena si trova ora in canonica. I due altari a lato dell’arco a tutto sesto furono donati, anzi uno, quello che aveva la grotta della Madonna di Lourdes, in parte si sbriciolò, il terzo era il più importante e famoso perché custodiva le reliquie di San Sabino costituite da ossa racchiuse in un’urna. Al posto della pala vi era un armadio di legno messo in nicchia, con uno sportello a due ante sempre chiuso, là c’era l’urna del Santo la cui storia, nei secoli, si è talvolta intrecciata con quella di Monselice. Pietro Barozzi, vescovo di Padova, nella sua visita del 1498 scriveva che nella cripta di San Francesco, sottochiesa di San Paolo, esisteva una cassa chiusa a chiave contenete le ossa di San Sabino, precisava anche che le chiavi erano state consegnate in custodia, per decreto comunale, al cittadino di Monselice ritenuto più nobile e che infine, passando di eredità in eredità erano pervenute al nobile Francesco de’ Cumani. Cronache di vari secoli passati narrano poi di grandi e fastose celebrazioni pubbliche, con la partecipazione di tutta la municipalità, quando una volta all’anno, i discendenti dei de’ Cumani, aprivano il sacello per esporre le reliquie alla venerazione dei fedeli. Queste feste penetrarono così profondamente nell’immaginario popolare che venivano chiamati “parenti di San Sabino” i custodi delle chiavi, e ancora, che il santo apparteneva alla nobile e famosa famiglia monselicense dei Fontana. L’ultimo casato che ebbe in custodia le chiavi fu quello dei conti Miari di Sant’Elena d’Este, i quali, allorché l’arciprete don Cerato lasciò cadere la tradizione, restituirono le chiavi che da allora fanno parte del tesoro di Santa Giustina. Dismessa totalmente. San Paolo fu venduta al comune di Monselice con la raccomandazione che il suo utilizzo avesse una destinazione culturale (prima della cessione fu fatto anche un controllo sulle tombe: queste erano totalmente vuote). Il Comune provvide subito a mettere in luce la cripta di San Francesco perché colà c’era un affresco raffigurante il Santo, affresco che fu staccato e ora è patrimonio del comune di Monselice. Successivamente provvide al completamento della pavimentazione, al rinforzo della fondazione di facciata, al rifacimento di tratti in muratura e di intonaco, alla pulizia generale: cosi iniziò ad usarla come auditorium. Subito però la sala, spoglia di ogni addobbo, dimostrò di avere una pessima acustica, allora il Comune provvide, con l’opera di tecnici, a installare pannelli di correzione, che migliorarono sì l’acustica ma non eliminarono il grosso difetto. Cosi la sala fu abbandonata, anche se durante i lavori di miglioria acustica, era stata installata una caldaia a metano per il riscaldamento ad aria. Poco dopo l’abbandono però il Comune» visti altri pericoli, dovette fare la ristrutturazione totale della sala Buona Morte e le sottofondazioni alla pilastrata centrale che divide le due navate. Passati pochi anni una catena del coperto si ruppe all’appoggio, spaccando anche una conversa del tetto, così il comune dovette provvedere con altre spese; infine avvenne la quasi totale devastazione della pavimentazione interna per le ricerche archeologiche. Nel duemila fu rifatto tutto il tetto, però rimane ancora tanto da fare per restaurare in toto la sala! Molti hanno criticato la vendita di San Paolo, ma richiamando alla mente le opere che ha dovuto fare il comune e quelle che dovrà ancora fare, come avrebbe potuto la parrocchia provvedere alla bisogna? Sicuramente non avrebbe potuto spendere per quell’immobile,, così tutto sarebbe andato in rovina! Due piccole curiosità legate a questa chiesa: il fabbricato addossato alla chiesa, abitazione prima di un parroco e poi di un cappellano, era di proprietà dei Comune, quella casa fu abbattuta dopo l’ultima guerra perché molto deteriorata, e là fu costruita la “Casa dell’agricoltore”, ora usata per altri scopi; poi è da ricordare il lavoro sul piccolo piazzale antistante dove furono costruiti i servizi igienici pubblici. In questo luogo è successo un fatto che ha creato sconcerto in diversi cittadini spettatori involontari dell’accaduto. Nello scavo di sbancamento, fatto a macchina (erano le prime macchine escavatrici che si vedevano in paese e per questo attiravano la curiosità di molti), furono trovate ossa umane e addirittura molti scheletri interi» resti che furono trasportati assieme al terriccio alla pubblica discarica, senza nessun scrupolo e senza nessuna pietà per quelle povere spoglie traslate in modo frettoloso per non avere noie con le autorità!