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Giuseppe Bedin, il bandito monselicense che imbarazzò il Duce

Il bandito Clemente Lampioni, faceva parte della banda Bedin

Giuseppe Bedin, il bandito monselicense che imbarazzò il Duce

Tra le storie che in passato hanno visto protagonisti uomini o donne originari di Monselice, merita di essere raccontata quella legata al bandito Bedin. La sua avventura criminale, che negli anni Trenta del secolo scorso seminò scompiglio in gran parte dell’Italia Settentrionale, si concretizzò in una serie di rapine compiute soprattutto ai danni di importanti stabilimenti industriali dell’epoca. Colpi capaci di destare sempre profondo clamore per le modalità audaci e l’elevato valore del bottino. Le informazioni che qui riportiamo sono tratte principalmente da Il leggendario bandito Bedin – La vera storia del Robin Hood veneto di Leonardo Bortignon (Attiliofraccaroeditore, 2014), da Ammazzateli tutti! – Storie di banditi nel Veneto di Francesco Selmin (Cierre edizioni, 2016) e dal contributo di Francesco Selmin Intorno alla morte del bandito Bedin, apparso nella rivista Terra e Storia Anno IV numero 8 (Cierre edizioni).  Si sofferma brevemente sulle azioni condotte da Bedin e dai suoi uomini anche lo storico locale Celso Carturan nella sua Storia di Monselice. Carturan rimarca in particolare le continue vessazioni, rapine, omicidi rimasti sempre impuniti perchè il Bedin era abilissimo ed audacissimo nello sfuggire alle continue ricerche e trappole tese dalla polizia. Ricorda inoltre che sul bandito monselicense le autorità avevano posto una consistente taglia: mettere le mani su di lui era diventato, a un certo punto, un ordine tassativo impartito dalle alte sfere del regime fascista.

La terribile banda Bedin

Giuseppe Bepi Bedin nasce a Monselice, in via Vetta, il 25 marzo 1901. La sua è una famiglia contadina ed egli sin da ragazzo trascorre le giornate sui campi ad aiutare il padre Girolamo e la madre Anna. Nel 1922 parte per il servizio militare e viene inviato ad Alessandria, entrando nel 2° reggimento Artiglieria Pesante. Il giovane Bedin è alto un metro e settantasei, ha capelli neri, occhi castani e sa leggere e scrivere: capacità non comune a tutti, specie nei ceti meno abbienti. Proprio mentre si trova nell’esercito diventa padre di Dino. Da tempo si è infatti legato sentimentalmente a Enrichetta Molon, anche lei monselicense. Terminato il periodo di ferma, nel febbraio 1923 Bepi sposa la sua amata e si trasferisce con la famiglia a Metz, in Francia, per cercare fortuna. Qui nasce il secondo figlio, Bruno. Ma Bedin è destinato presto a rientrare in patria. Nel 1928 è a Monselice, dove la moglie dà alla luce una bambina, Vilma. In seguito si sposta a Este, nella frazione di Schiavonia.

Clemente Lampioni

Con tre bocche da sfamare, la vita nella Bassa Padovana non è delle più agevoli. Il giovane torna a lavorare nei campi, probabilmente svolgendo in contemporanea altri mestieri tra cui quello di meccanico e di muratore. Inizia anche a dedicarsi al mercato nero, attività nella quale eccelle da subito: riesce a procurare alla propria clientela qualsiasi cosa. Un giorno, però, mentre sta cercando di vendere duecento litri di vino di dubbia provenienza, viene fermato dai carabinieri reali, che gli sequestrano la merce e gli infliggono una pesante multa. Per pagarla, Bepi si offre come manovale in un cantiere. Gli è affidata la costruzione di un garage, da dove ruba una moto Guzzi 500 nuova fiammante. Arrestato, sorride, quasi divertito: la sua carriera criminale è appena cominciata.

Non sarà l’unica volta per lui in carcere. La seconda, per le accuse di lesioni, oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, lo vede aggredire un agente del dazio che lo ha sorpreso a trasportare carne destinata alla vendita abusiva. Dietro le sbarre, tuttavia, Bedin non rimane molto: fugge e ricomincia le proprie malefatte. Mosso da una personale idea di giustizia, si ritiene un difensore dei poveri contro le angherie dei potenti: ruba ai ricchi e distribuisce una parte del bottino ad amici, parenti, contadini, mendicanti. In pochi anni la sua fama cresce e varca i confini provinciali. Bepi diventa un eroe popolare, molto amato dalla gente: una sorta di Robin Hood veneto.

Tra la fine del 1935 e l’inizio del 1936 Bedin raduna attorno a sè una vera e propria banda. Due sono i suoi luogotenenti. Uno è Ottorino Cartini, nativo di Ponte di Brenta, evaso assieme a lui dal carcere in cui era rinchiuso per omicidio. L’altro si chiama Severino Urati e arriva da Bozzolo di Mantova. Nel 1933 è rimasto coinvolto in una sanguinosa rissa a Marendole, durante la quale è stato ucciso un uomo. Sospettato del delitto, si è dato alla macchia. Alcuni mesi dopo, a Brescia, viene ferito a una gamba nel corso di una rapina. Partecipa a un’altra rapina a Treviso, ma anche in questo caso riesce a sfuggire alla polizia. Nel 1935 gli agenti lo bloccano a Cremona: condannato a nove anni, scapperà in breve tempo dal carcere degli Scalzi di Verona ed entrerà nel gruppo guidato dal bandito monselicense.

Tra gli altri personaggi noti della banda c’è Clemente Lampioni, originario di Legnaro e residente a Vescovana. Da giovane Lampioni ha lavorato per sei mesi in una miniera del Belgio. Una volta tornato si è sposato, per trovarsi però ben presto in grande difficoltà economica e con una famiglia da mantenere. Deciso a uscire dalla miseria, intraprende quindi le prime attività illegali e nel 1937 si unisce a Bedin. La banda al completo conta almeno una ventina di membri, tutti uomini di campagna che hanno iniziato le loro carriere criminali con piccoli furti. Sotto il comando di Bepi, in quattro anni essi compiranno numerose ed eclatanti rapine muovendosi tra Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte. Questo sarà possibile anche grazie a una fittissima rete di complici e fiancheggiatori (circa quattrocento quelli individuati dalle forze dell’ordine) estesa all’intera Italia settentrionale.

Bedin e i suoi raggiungono l’apice della loro epopea nel triennio compreso tra 1936 e 1938, in pieno periodo fascista. Svaligiano gioiellerie, depositi di tessuti e di tabacchi, negozi, impianti manifatturieri, autocarri di passaggio. Il bottino viene ceduto ai ricettatori, messo sul mercato nero o venduto dagli stessi banditi nelle piazze pubbliche, come racconta il reporter del Corriere della Sera Cesare Boccaletti. Inoltre il brigante monselicense apre un’impresa tessile che rifornisce con la materia prima sottratta ai magazzini depredati. La seta rubata, infatti, viene spedita a un collaboratore che gestisce una filanda in provincia di Udine. Dalla vendita del filato prodotto si ottengono ulteriori importanti guadagni.

I membri di minor spicco della banda fanno razzia anche di veicoli, stalle e abitazioni. Bedin e i suoi luogotenenti, invece, si concentrano prevalentemente sui colpi più importanti, che suscitano nella gente paura e insieme ammirazione. A svolgere il ruolo di tesoriere è Severino Urati, il quale compra terreni, cascine e bestiame che in seguito dà in gestione a persone di fiducia, incensurate. Nella spartizione della refurtiva la parte maggiore spetta ovviamente al capo. Da povero che era, adesso Bepi conduce una vita da signore: gira a bordo di auto costose, è accompagnato spesso da belle donne, offre da bere agli altri avventori nei bar e aiuta economicamente i bisognosi. Ai contadini della Bassa Padovana vengono donati animali e attrezzi: una generosità che consente di rafforzare sostegni e simpatie.

L’anno d’oro è il 1938, quando i banditi mettono a segno una serie di incredibili rapine. Teatro della prima è la Smalteria Metallurgica Veneta, il principale insediamento produttivo di Bassano del Grappa. La mattina del 7 aprile alle 9,30 una Lancia Augusta di colore scuro sbarra la strada a due impiegati della ditta che stanno raggiungendo la sede dopo aver prelevato in banca le paghe dei lavoratori. Scendono quattro uomini armati, che si impadroniscono del denaro, risalgono in macchina e si allontanano a tutta velocità. Il bottino è di 70 mila lire in contanti e di 9500 in assegni. L’accaduto ha un’enorme risonanza nella cittadina: per giorni non si parla d’altro. I carabinieri, tramite una testimone, identificano gli autori del colpo: tra loro c’è anche Bedin.

Trascorrono quattro mesi e nel mirino della banda finiscono gli stipendi della Pirelli, una delle più rilevanti industrie del Paese. Il modus operandi è simile al precedente, ma stavolta i criminali mettono in saccoccia la cifra record di 860 mila lire in contanti e oltre 100 mila lire in assegni. Il regime fascista, imbarazzato, tenta di minimizzare, ma la notizia finisce su tutti i giornali, diffondendosi con enorme clamore. La Questura affida le indagini al maresciallo Giuseppe Crespi, noto come Maciste per via della statura (quasi due metri) e della stazza (più di cento chili) eccezionali. Anche lui è un personaggio famoso nell’Italia del tempo, e non solo per le caratteristiche fisiche. Esperto nella cattura di ricercati, può vantare parecchi successi e ha all’attivo anche una missione sotto copertura in Francia. Insomma, un autentico segugio, che non a caso in breve scova all’interno della Pirelli un impiegato che passava informazioni alla banda.

Bedin, intanto, è rimasto nelle vicinanze e sceglie come nuovo obiettivo il berrettificio di Monza, portando via 450 mila lire. Viene poi rapinato lo Zuccherificio Nazionale di Cavanella Po, nei pressi di Adria. La dinamica è ormai collaudata: avvisati da qualche talpa, nei giorni della paga i banditi assaltano l’addetto alla tesoreria della ditta e in pochi istanti si dileguano. Per la povera gente della Bassa Padovana Bepi è ormai un mito. Nelle osterie, nelle campagne, nelle piazze chiunque parla di lui e delle sue imprese. Circolano numerosi racconti: sembra che il brigante monselicense sia estremamente bravo nei travestimenti e che compaia nei panni di prete o militare. Addirittura si dice che abbia preso parte alle esequie del padre cammuffato da donna o da carabiniere.

Altrove, invece, questo personaggio è molto meno amato. Se necessario la sua banda non esita a premere il grilletto e lascia sul terreno più di qualche morto. Ad esempio nel 1937 durante una sparatoria nei pressi di Treviso perde la vita un carabiniere, forse ucciso da Urati. Il gruppo si macchia di altri episodi di efferata violenza, che rimangono impressi nella memoria della collettività. Nel maggio 1938 a San Zeno di Cassola, nel Bassanese, due uomini armati si introducono in canonica per rubare e pestano a sangue il parroco e la sorella, forse rei di aver opposto resistenza.

Nonostante la capillare rete di fiancheggiatori costruita negli anni, Bedin verrà più volte arrestato dalle forze dell’ordine. Eppure riuscirà sempre a evadere per riprendere, dopo essere stato nascosto qualche mese, le proprie attività illegali. Nel 1938, però, la misura è colma. I grandi industriali sono preoccupati dalle continue rapine e i mugugni giungono al Duce in persona. Mussolini, furioso per il danno d’immagine che le azioni del bandito monselicense procurano al regime, ordina di affidare le indagini all’Ispettorato di Pubblica Sicurezza per l’Alta Italia, creato per combattere la criminalità organizzata.

A guidare questo organismo è il commendatore Pietro Alicò, alle cui dipendenze nel 1939 arriva l’ispettore Giuseppe Gueli. Catanese, Gueli è solito servirsi delle maniere forti, negli interrogatori e non solo. In Sicilia lo conoscono per aver sedato una rivolta a colpi di mitraglia. E’a coordinare gli agenti sul campo, partecipando di persona a retate, inseguimenti e conflitti a fuoco. Diventerà il principale avversario del bandito Bedin, contro il quale ingaggerà una lotta senza quartiere. La sua intuizione sarà quella di fare terra bruciata attorno al fuorilegge, eliminandogli via via ogni appoggio anche mediante l’utilizzo di metodi violenti.

Su ordine di Gueli, gli agenti fermano più di 400 persone accusate di aver avuto rapporti con Bepi. Chiunque possa dare informazioni sul ricercato viene condotto in Questura senza tanti complimenti e messo sotto torchio. I risultati non tardano ad arrivare: gli inquirenti ricostruiscono la struttura e le abitudini della banda, arrestando diversi complici e recuperando una parte delle refurtive. I vertici del gruppo, i vari Cartini, Urati, Lampioni e Bedin sono ancora liberi, ma costretti a muoversi di continuo e a nascondersi nei pochi rifugi rimasti. Riescono a compiere due importanti rapine, la prima ai danni di una filanda di Lonate (Brescia) e la seconda in un impianto tessile di Santa Lucia di Piave (Treviso). Il cerchio attorno a loro, però, si sta inesorabilmente stringendo e il 7 marzo 1939 Cartini viene ucciso dalla polizia nel corso di una sparatoria lungo la strada Padova-Venezia.

Il 19 marzo di quell’anno Bedin giunge a Casoni di Mussolente, nei pressi di Bassano, dove viene ospitato da una famiglia del posto. Sembra che il malvivente in paese conosca bene anche il cappellano e sua sorella. Nonostante abbia le forze dell’ordine alle calcagna, non rinuncia a proseguire le attività illecite e, fingendosi un comune venditore ambulante, ricomincia a commerciare beni rubati. La sera raggiunge l’osteria e nel tempo libero si concede lunghe passeggiate con la figlia ventunenne della famiglia che lo ha accolto. Si vocifera che i due siano amanti. Anche a Casoni Bepi si costruisce una reputazione positiva: parla con i contadini, fa regali, distribuisce denaro. A capire chi si cela realmente sotto i panni di un ricco e generoso commerciante è un carabiniere in licenza, Pietro Bernardi, che avverte subito le autorità.

È il 4 aprile 1939. Alle prime luci dell’alba carabinieri e agenti giungono in gran numero in paese, radunandosi in una cava di ghiaia nota come Busa. Gueli, ovviamente, non può mancare. Bedin si trova nella dimora del cappellano, che viene circondata. Il bandito monselicense si sveglia di soprassalto, impugna la pistola e riesce incredibilmente a lasciare l’edificio. Ma le forze dell’ordine si lanciano all’inseguimento. Risuonano alcuni spari e Bepi viene colpito alla spalla destra. Raggiunge una casa colonica nella campagna e fa irruzione all’interno, deciso ad asserragliarsi al piano superiore. Uno degli abitanti, però, gli si avventa contro.

Scoppia una violenta colluttazione, al termine della quale i due uomini rotolano giù per le scale. Il trambusto fa accorrere altri familiari: il malvivente ha ancora la pistola, ma è ormai sul punto di essere sopraffatto quando arrivano i militari, che comunque aprono il fuoco. Bedin, raggiunto al collo e al volto, muore. Per una drammatica coincidenza nello stesso giorno, solo una decina di minuti dopo, troverà la morte anche il suo socio Severino Urrati, freddato dalla polizia durante un’operazione nel Mantovano. Di lì a poco, infine, Clemente Lampioni è catturato a Verona (nella foto). La famigerata banda non esiste più.

All’indomani della morte del brigante, sul quotidiano Il Veneto compare un articolo intitolato Le origini parigine della banda Bedin. L’autore sostiene che l’idea di intraprendere la strada del crimine sia maturata nel brigante monselicense durante il periodo trascorso in Francia, nell’ambiente delittuoso della capitale francese. Più probabile però che siano stati decisivi l’esperienza in cella e il contatto con pregiudicati come Cartini. Bepi viene sepolto senza rito funebre in una zona sconsacrata del cimitero di Casoni. Prima che i suoi resti siano trasferiti in una fossa comune, secondo quanto prescritto dalla legge, la moglie Enrichetta chiede e ottiene la riesumazione della salma, poi inumata nel cimitero di Monselice.

L’esito positivo della caccia al brigante che per anni ha agito indisturbato in tutto il Nord Italia viene celebrato dal regime e da Mussolini in persona. Gueli vede crescere ulteriormente la sua fama di segugio implacabile, paladino della lotta alla criminalità. Una curiosità: nell’estate 1943 il Duce, in precedenza deposto e arrestato, è imprigionato sul Gran Sasso e affidato proprio alla custodia dell’ispettore Gueli. Il quale ordina poi ai suoi uomini di non opporre resistenza al commando tedesco inviato da Hitler a liberare il dittatore italiano: un atto che gli consentirà di continuare la carriera anche nella nuova Repubblica Sociale Italiana. Quanto a Lampioni, una volta evaso dal carcere diventerà partigiano: individuato e catturato dai Fascisti, morirà per impiccagione a Padova nell’agosto del 1944.

Conclusioni

Nell’immaginario collettivo degli anni Trenta del Novecento Bedin rappresentò, come detto, un bandito amico del popolo, che derubava i ricchi per distribuire denaro ai membri delle classi sociali più povere, da cui lui stesso proveniva. Nelle campagne della Bassa Padovana, la sua terra natale, dove la vita era misera, covavano il malcontento e l’insoddisfazione nei confronti delle autorità. Il brigante monselicense rispondeva dunque a un comune desiderio di rivalsa: per la gente rappresentava una specie di Robin Hood o di Che Guevara dell’Alta Italia, come lo definì Patrizio Fusar sul Corriere della Sera del 29 settembre 1986.

È indubbio che questo genere di fama tornasse molto utile a Bepi, il quale riusciva così ad assicurarsi numerosi appoggi e rifugi sicuri da usare. Per costruire e mantenere una rete di fiancheggiatori e simpatizzanti pronti a offrire aiuto in caso di necessità, era importante mostrarsi generosi e magnanimi. Lo storico veneziano Alvise Zorzi riferisce che Bedin aveva addirittura scritto una lettera in cui tranquillizzava Vittorio Cini: nel testo si impegnava a non prenderlo di mira, in quanto il conte era un cittadino benemerito di Monselice. Durante il lungo periodo della latitanza, non di rado il bandito si ripresentò nella città della Rocca. Sembra che la prigione locale, grazie alla connivenza del guardiano, fosse teatro degli incontri con Iolanda Cecchinato, nota come la bella Landa, moglie di Lampioni e sua amante.

Riguardo al modus operandi con cui la banda metteva a segno i colpi, viene naturale pensare ai gangster americani dell’epoca. In particolare si può accostare Bepi a John Dillinger (1903-1934), considerato dall’Fbi il nemico pubblico numero uno. Anche il criminale statunitense fu soprannominato Robin Hood: conclusa ogni rapina, infatti, era solito dare alle fiamme i registri contabili che elencavano i debiti e le ipoteche delle persone in difficoltà economica. Ma soprattutto sia Bedin che Dillinger nelle loro azioni impiegavano l’automobile e le armi da fuoco. Nel gruppo guidato da Bedin a premere con maggiore facilità il grilletto erano in particolare Urati e Cartini, i suoi luogotenenti. Quanto alle macchine, esse erano ancora più indispensabili: servivano per spostarsi rapidamente prima, durante e dopo i colpi. Bepi non le acquistava, bensì se le procurava tramite furti, e le esibiva quale simbolo di successo.

L’uccisione di Bedin non cancellò il mito che incarnava, specie negli anni immediatamente successivi alla morte. In Veneto diversi partigiani scelsero il suo come nome di battaglia. Il primo a farlo fu Lorenzo Lionzo di Schio. Quando morì, il 6 febbraio 1945 a Priabona di Malo, si faceva chiamare già da mesi partigiano Bedin. Altri seguirono l’esempio: tra loro anche soldati che partivano per la guerra o che rientravano in patria. E persino tanti bambini della Bassa Padovana nei giochi. Il nome di Bedin riecheggia inoltre nella letteratura. Giuliano Scabia è uno degli autori che più si sono soffermati sul bandito monselicense, ad esempio nei romanzi In capo al mondo e Lorenzo e Cecilia.

Articolo del giornale che ricorda il mito del bandito Bedin: il Robin Hood della bassa