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I bassorilievi della Pieve di Santa Giustina in Monselice

Nelle pareti dell’abside della Pieve sono presenti quattro bellissimi rilievi marmorei ritenuti di Pietro Baratta da Simone Guerriero. Pietro Baratta (Carrara, 28 gennaio 1668 – Carrara, 2 febbraio 1729) è stato uno scultore italiano del periodo barocco, attivo a Venezia dalla seconda metà del XVII secolo fino ai primi del XVIII secolo. Nato a Carrara, ha lavorato a Venezia e Udine, alle ville della terraferma e come architetto del paesaggio. Era il nipote dello scultore Francesco Baratta il Vecchio (1590-1666), che aveva lavorato a Roma nello studio di Lorenzo Bernini. Anche i suoi due fratelli, Francesco e Giovanni, furono scultori. Aveva il proprio laboratorio nel quale molti apprendisti, tra cui lo scultore Francesco Robba, fecero il loro tirocinio. Giunse a Venezia nel 1693 e dopo un apprendistato di breve durata presso Francesco Cabianca entrò nella bottega di Giovanni Toschini che gli cedette la bottega per trasferirsi a Forlì. Ebbe anche molti ordini dall’estero. Per i giardini barocchi di San Pietroburgo Pietro Baratta e la sua bottega eseguirono una serie di sculture allegoriche, molte delle quali si sono conservate, tra le quali una scultura di Andromeda, un’Allegoria dell’Architettura e dei busti decorativi tra cui l’Allegoria dell’inverno, l’Allegoria della Primavera e altri.

Pietro Baratta, San Girolamo, Monselice, chiesa di Santa Giustina (duomo vecchio)

San Girolamo è rappresentato in veste di penitente, con in mano la pietra per battersi il petto e, come tradizione iconografica, lo sguardo rivolto verso il crocifisso e il teschio, simbolo della caducità delle cose terrene.

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Pietro Baratta, Santo in lettura, Monselice, chiesa di Santa Giustina (duomo vecchio)

In questo secondo riguadro è presente una scena di un santo, di non facile identificazione (forse si tratta di San Filippo Neri), che indossa una berretta a tricorno ed è assorto in lettura mentre alle sue spalle fa da capolino alla porta un fanciullo.

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Pietro Baratta, Meditazione di Agostino sotto un fico, Monselice, chiesa di Santa Giustina (Duomo Vecchio)

I restanti due rilievi rappresentano due episodi della vita si Sant’Agostino. Nella Meditazione di Agostino sotto un fico ovvero l’episodio del Tolle, lege, determinante per la sua conversione al cristianesimo, riportato nelle Confessioni (8, 12, 29); qui si legge come Agostino udì la voce di un bambino che gli diceva “Tolle, lege, tolle, lege” (prendi e leggi) e a questo invito, aprendo la Bibbia a caso lesse: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra lussuria e impudicizia (…) ma rivestitevi del signore Gesù Cristo e non seguite la carne dei suoi desideri” (Romani 13, 13-14). 

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Pietro Baratta, Visione di sant’Agostino , Monselice, chiesa di Santa Giustina (Duomo Vecchio)

Nella Visione di sant’Agostino, il protagonista è il santo vescovo di Ippona, il quale secondo la leggenda popolare,  mentre un giorno passeggiava lungo la riva del mare immerso nelle sue profonde meditazioni, incontrò un bambino tutto intento a versare con una conchiglia l’acqua del mare in una piccola buca scavata nella sabbia. Sant’Agostino lo guardò a lungo con tenerezza, poi gli domandò: “Bambino, cosa fai?”. il piccolo senza interrompere il gioco, gli rispose: “Voglio chiudere il mare in questa piccola buca!”. E Sant’Agostino: “Ma come puoi pensare di racchiudere il mare, che è così grande, in una buca così piccola?”. Il bambino alzo gli occhi, lo guardò fisso in volto e rispose: “E tu come puoi pensare di comprendere Dio, che è infinito, con la tua mente, che è così limitata?!” Detto questo sorrise e scomparve.  Nell’iconografia è spesso rappresentato come un vecchio dalla barba bianca intento a scrivere, e per i suoi studi legati all’antichità è considerato il patrono degli archeologi. I simboli nelle opere artistiche sono: il libro (la Vulgata), il Leone fido compagno nel deserto al quale aveva tolto una spina, il cappello cardinalizio ottenuto a Roma quando era consigliere dal Papa Damaso II, il Crocifisso e il teschio segno di penitenza cristiana. È quasi sempre rappresentato penitente nella grotta di Betlemme dove si era ritirato sia per vivere la sua vocazione da eremita sia per attendere alla traduzione della Bibbia. In penitenza con la croce astile di legno, il sasso per percuotersi il petto e il leggio posato sulla roccia

Per quanti vogliono avvicinarsi alla storia dell’arte di Monselice consigliamo di leggere:

C. CESCHI, Chiese, conventi e monasteri: una rassegna del patrimonio artistico tra Settecento e Ottocento, in Monselice. Storia, cultura e arte di un centro “minore” del veneto, a cura di A. RIGON, Comune di Monselice 1994, pp. 565-593.

Nuovi studi grazie a Simone Guerriero  in “Padova e il suo territorio” , XXXI, febbraio 2916  http://www.ossicella.it/monselice/wp-content/uploads/2018/03/sculture_duomo.pdf