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Il diario di Mirian Vettorato (1932-2018)

Gentili signori,

vorrei presentare il mio diario: l’ho scritto in un momento molto particolare della mia vita. Questo sogno di scrivere il più bel periodo della mia esistenza l’ho cullato dentro di me per moltissimi anni ma non trovavo mai il tempo di farlo. A me piace molto sognare e nei momenti più bui della mia vita mi è servito ad evadere un po’ e a restare a galla.
Questo diario l’ho scritto in un momento molto triste. Da quattro anni assistevo mio marito che soffriva di una malattia molto grave: non ho mai chiesto aiuto a nessuno perché non avevo la possibilità finanziaria di poter pagare chi avrebbe potuto sostituirmi. Ho due adorabili figli che mi sono stati molto vicini. Mi hanno dato aiuto morale ma erano molto occupati con il lavoro e vivevano fuori casa. Il diciannove giugno 2001 ho compiuto settant’anni: quella notte mio marito ha accusato un forte dolore al petto. Ricoverato d’urgenza in ospedale, il venti giugno è morto: una parte della mia vita se n’è andata con lui.
Il giorno del funerale ho sentito in casa un silenzio a cui non ero abituata: specialmente negli ultimi tempi della malattia, quando al mattino presto arrivava l’infermiera a fargli le flebo e tutto ciò di cui aveva bisogno. Al pomeriggio veniva spesso anche il medico a visitarlo, una dottoressa di nome Giovanna Bernardi, premurosa e gentile, che gli ha dato tanto conforto e io le sarò eternamente grata per tutto quello ha fatto.
Dopo un po’ mi sono messa a pensare e mi sono chiesta “Adesso cosa faccio, mi metto a piangere e a lamentarmi con i figli?”… Mi sono risposta “Forza Miriam, questo modo di vivere non è da te”. Così quel pomeriggio sono andata nella stanza dei miei figli, ho preso un quaderno e ho iniziato a scrivere il mio diario.
Mi piacerebbe che fosse letto specialmente dai giovani che sono sempre annoiati, non li sento mai cantare e ridere come facevamo noi. Ho letto molte biografie di gente in vista, ricchissima, ma le cose che racconta riguardano tradimenti e noia.  Il mio diario è molto semplice, un racconto di una vita povera ma vissuta con gioia e molto attiva. Ci sono momenti assai duri, pieni di guai, ma avere la forza di viverli con serenità è già una conquista e ti serve per continuare il resto della tua vita nel miglior modo possibile.
Un grazie di cuore a chi mi aiuterà a farlo leggere a qualcuno.

Mirian Vettorato

 

 

INDICE DEI CONTENUTI DEL DIARIO

La mia famiglia

Le persone un po’ speciali di via Santo Stefano

Monselice antica

L’asilo

A Monselice negli anni Trenta del secolo scorso

La mamma

Il mio papà

La guerra coloniale del 1934

La mamma durante la guerra del 1934

Il dopoguerra d’Africa

Viaggio di mamma in Francia

Il primo giorno di scuola e l’arrivo del duce a Monselice

Ricostituenti e purganti in primavera

Il mio medico

Il carnevale

La terza elementare

Vita di casa e mia sorella Maria

Don Francesco Ronchi

La guardia uccisa e il cambio di casa

La famiglia Bernardini sulla Rocca di Monselice

Il castello e via del Santuario

Mia sorella Maria…

I compiti di papà come sacrestano

la chiesa di San Paolo

lo stallo delle biciclette

Fine della seconda guerra mondiale e la liberazione di Monselice

La fabbrica di stuzzicadenti

1947

Lavoro in ospedale

Il nuovo presidente dell’ospedale

Morte di Monsignor Gnatta

Monsignor Cerato

Annuncio di chiudere tutte le chiese

Vendita dei beni della chiesa

Arrivo dei padri Canossiani

La vita continua

Matrimonio di mia sorella Nella

Appendice 1

Il nuovo Duomo di Monselice

Appendice 2

Una poesia per Monselice

 


INTRODUZIONE

Non sono una persona importante, non sono ricca e non sono una persona di cultura. Sono una donna semplice, che ha dovuto vivere intensamente la sua vita, con tutti i suoi guai, senza mai perdersi d’animo. Le gioie sono state poche ma sono bastate a riempirmi la vita; basta sapersi accontentare e fare qualcosa per gli altri senza badare se lo meritano o no, e sentirsi sereni dentro, anche se si è molto poveri. La povertà non è una colpa, ma se la si sa vivere ti insegna tante cose: ad esempio ad avere dignità e ad amare il prossimo; non bisogna vergognarsi di essere poveri quando si vive con onestà.

LA MIA FAMIGLIA

Mi chiamo Mirian. Sono nata il 19 giugno 1931 a Monselice in via Mandiferro. È una piccola via che si trova vicino al Castello Cini. La casa era divisa in due appartamenti: in uno abitava la mia famiglia e l’altro era occupato da due coniugi che avevano una figlia e che poi sarebbero diventati i miei secondi genitori e la figlia la mia madrina di battesimo. Io non ero la primogenita, ero la quarta in quanto mia mamma si era sposata in prime nozze con il fratello di mio papà. Mamma era di Arten, un piccolo paese in provincia di Belluno. Incontrò il suo primo marito perché andò giovanissima a fare la cameriera a Belluno, in una casa di signori dove lavorava già un cameriere: il suo futuro sposo, per l’appunto. Lì si conobbero, si innamorarono e poi si sposarono. Dopo il matrimonio si licenziarono e tornarono a Monselice. Suo marito cambiò lavoro e andò a fare l’infermiere in sanatorio all’ospedale cittadino. Quando mia mamma rimase incinta andò a partorire ad Arten da sua mamma che faceva la levatrice. Purtroppo la nonna e gli altri suoi quattro figli di lì a poco tempo sarebbero partiti per la Francia per raggiungere il nonno che era emigrato tanti anni prima e faceva il minatore. Così alla fine mamma rimase in Italia da sola. Dal suo primo marito ebbe tre figli. La più grande si chiamava Maria, il secondo Lindo e la terza Nella. Abitavano in un appartamento sopra a un piccolo negozio di generi alimentari. Le case di una volta erano tutte vecchie e in tutte c’erano i topi; figurarsi in una casa dove al piano inferiore si vendeva cibo! I topi erano grandi come gatti.

Purtroppo dopo pochi anni di matrimonio suo marito si ammalò di tisi e morì a soli ventinove anni. Lavorava in un sanatorio che come tutti gli altri di quell’epoca era poco igenico. Mamma mi raccontava che gli infermieri quando avevano bisogno di far fare viaggi o altri esami agli ammalati gravi per trasportarli erano costretti a prenderli in braccio con la testa appoggiata alla spalla, motivo per cui facevano presto ad essere contagiati dalle loro malattie. Mia sorella Nella aveva pochi mesi quando suo padre si ammalò. I medici si accorsero della malattia troppo tardi e così in poco tempo si aggravò. Dissero alla mamma che era stato come un temporale a ciel sereno. Gli ultimi giorni la mamma doveva andare all’ospedale da suo marito e anche badare ai bambini. In quel periodo allattava la più piccola e fra una poppata e l’altra correva a dare assistenza. Un giorno, tornata a casa, sentì la bambina più piccola che piangeva disperata: corse subito su e trovò dei grossi topi vicino al suo letto: aveva il viso coperto di sangue ed un topo la stava rosicchiando vicino all’occhio. Le sono rimasti i segni per tutta la vita e ha avuto grossi problemi con la vista. Quando il marito morì mamma aveva ventisei anni e rimase sola con tre bambini: la più grande ne aveva cinque, il secondo tre e la più piccola nove mesi. Mio papà, quando morì suo fratello, stava facendo il militare di leva. Lo avevano messo a fare il cuoco: da giovane aveva imparato il mestiere dai padri benedettini a Praglia e così sapeva cucinare bene. Quando papà andò a fare il servizio di leva era di un corso speciale. Era dei dragoni di cavalleria del 41° “Genova”. Mi raccontava che avevano addomesticato i cavalli a correre quando gridavano “avanti Savoia!”. Il fratello di mio padre in punto di morte gli raccomandò di prendersi cura dei suoi tre bambini. Mio padre mantenne la promessa. Congedato dal militare trovò lavoro come sacrestano a Monselice. Intanto la mamma era dovuta andare a servizio a Stanghella e non poteva tenere con sé i bambini. La più grande fu affidata ad un collegio a Padova; il bambino lo tennero i nonni paterni e la più piccola andò a stare da una zia di papà che aveva sposato un vedovo con otto figli. Appena riuscì mio papà sposò mia mamma e così riunì la famiglia.

Dopo un anno di matrimonio sono nata io. Intanto Monsignore ci aveva assegnato una casa della parrocchia, così non si pagava l’affitto e stavamo comodi in sei stanze: si trovava in via S. Stefano superiore, era lontana un centinaio di metri da dove abitavamo prima. Quella casa era fatta in modo strano perché molti anni prima era stata un vecchio convento. Accanto al mio precedente appartamento ce n’era un altro e quando ci trasferimmo ci seguì anche la famiglia che lo abitava. Ricordo che scendevamo in cortile per una lunga scala di legno e giù c’erano altri tre appartamenti; poi c’era un bel cortile e un grande scantinato: non era un comune scantinato perchè era vastissimo, c’erano oggetti e cianfrusaglie abbandonate che dovevano essere appartenute tutte al vecchio convento. Credo che sia stato usato anche dalla chiesa di S. Stefano, perché dentro c’erano ancora i vecchi confessionali e la chiesa era poco lontana. In uno dei tre appartamenti abitava la famiglia Fabbian, che era composta da marito, moglie di nome Elena, molto amica di mamma, e da quattro figli. Il più grande si chiamava Sergio, poi c’erano Fernanda, Rosalia che aveva la mia età e Romeo che aveva l’età di mio fratello Titti. Dalla parte destra c’era un altro appartamento, dove abitava la famiglia Fiocco: avevano quattro figlie e un figlio maschio che era l’orgoglio della famiglia, nonostante fossero poverissimi. Mia mamma aveva fatto da madrina di battesimo all’ultima nata, che si chiamava Zoe.
Il loro papà non ha mai lavorato perché soffriva di epilessia: aveva svenimenti continui e la famiglia era mantenuta dalla moglie che faceva la lavandaia per tre famiglie e la gente le regalava qualche abito vecchio per poter vestire i suoi figli. Lei quando usciva di casa salutava e andava di fretta a lavorare, non aveva mai tempo di fermarsi a chiacchierare con nessuno. Appena le bambine compirono nove anni le tenne a casa da scuola per metterle a fare le bambinaie. Credo che a quei tempi non le pagassero neppure, gli davano solo da mangiare e qualche abito vecchio smesso dalla padrona. La più grande si chiamava Isolina, ed è quella rimasta sempre affezionata alla mia famiglia anche dopo tanti anni.

In cortile c’era un altro appartamento piccolo e ci abitava una vecchietta con una figlia: il marito aveva lavorato in ferrovia e loro vivevano con la sua pensione, ma erano talmente sporche e malvestite che sembravano più povere delle altre. Sentivo le nostre mamme che fra di loro dicevano che non avevano mai visto la figlia mentre lavava un bucato e inoltre la vecchietta aveva una gabbietta con un merlo che era nero e noi credevamo che fosse una strega; nessuno di noi si avvicinava alla casa. Per fortuna la vecchietta morì e così la figlia andò ad abitare altrove. In quella casa venne ad abitare un’altra famiglia, sempre molto povera. Avevano quattro figli, tre maschi e una femmina che era la più giovane. Credo che il marito andasse a chiedere l’elemosina: un giorno, ubriaco come al solito, attraversando la strada fu investito e morì. Così quella povera donna rimase sola a mantenere tutta la famiglia. La bambina finì in un collegio per orfane a Monselice, che si trovava all’interno della casa di riposo per anziani. Il guaio era che quella povera donna, che si chiamava Vittoria, aveva anche un figlio che aveva avuto la poliomelite: aveva perso completamente le gambe e per muoversi usava le stampelle. Avrebbe avuto bisogno di una carrozzella per potersi muovere meglio: mia mamma, che per istinto cercava di aiutare tutti, scrisse al vice segretario del Comune per chiedere se potevano dargliene una ma quello rispose, con parole poco gentili, che non gliel’avrebbero mai data perché altrimenti sarebbe andato a chiedere l’elemosina. Mamma ha conservato quella lettera per molti anni, non poteva credere che ci fosse tanta cattiveria da parte delle persone benestanti. Quel ragazzo si chiamava Albino, era di un’intelligenza superiore; a scuola era il primo della classe; sapeva dipingere bene e si arrangiava a fare qualsiasi lavoro nonostante la sua situazione. Sua mamma lo mise ad imparare a fare il calzolaio: lei andava a fare le pulizie in una farmacia e in alcune case. Il figlio maggiore, finita la guerra, aveva trovato lavoro in una fabbrica, la Galileo di Battaglia Terme, e il più giovane in una ditta che lavorava il marmo. Finalmente anche quella povera donna poteva vivere un po’ in pace. Erano tutti nostri amici e ci frequentavamo sempre. Il destino però è crudele: nel periodo più bello della sua vita, un male incurabile se la portò via a soli cinquantasette anni. Così i figli rimasero orfani. Il maggiore, una volta sposato, portò con sé anche il fratello Albino; l’altro figlio cercò un lavoro migliore nelle nostre grandi città, la figlia uscì dal collegio a diciott’anni e si sposò con un ragazzo giovane che era rimasto vedovo con un bambino appena nato dato che la moglie era morta dandolo alla luce. Ma per Albino iniziò una nuova sofferenza: la moglie di suo fratello lo trattava male perchè non lo voleva in casa anche se lui faceva il calzolaio e si guadagnava da vivere. Mia mamma sapeva ogni cosa di Albino perché veniva a confidarsi con lei, così pensò di aiutarlo: parlò con un sacerdote che si interessò per sistemarlo nel modo migliore. Scrisse al Cottolengo di Torino d’accordo con Albino: risposero che lo avrebbero accolto così lui partì tranquillo. Al Cottolengo potè dare sfogo a tutte le doti che la natura gli aveva dato. Lì capirono quanto era bravo a fare tante cose e lo misero subito ad insegnare ad altri ragazzi. Gli fecero fare anche la patente. Ogni anno veniva a salutare mia mamma, che per lui nutriva grande affetto, mentre mio papà e mia sorella lo andavano a trovare al Cottolengo: mi dicevano che bastava nominare Albino e tutti i sacerdoti e le suore lo conoscevano. Anche dopo la morte di mamma è sempre venuto a salutarci. Da un po’ di tempo non abbiamo più sue notizie. So che non era più capace di camminare con le stampelle e usava una carrozzina. Adesso come tutti sarà invecchiato oppure potrebbe essere morto, ma nel nostro cuore resterà sempre un bel ricordo.

La mia famiglia era formata da otto persone: eravamo sei fratelli, i primi tre erano figli del primo marito di mia mamma e gli altri del secondo. Io ero la più grande di questi ultimi; un anno e mezzo dopo è nata mia sorella Nicla e dopo un anno ancora è nato mio fratello Giovanni che noi abbiamo sempre chiamato Titti. A trentasei anni mamma è stata operata per un fibroma all’utero. Tutto è andato bene e per fortuna figli non ne ha avuti più. Ma la vita era dura per tutti a quei tempi. Per avere il fuoco bisognava accendere la stufa; noi eravamo fortunati a possederla, perché nella maggior parte delle famiglie c’era soltanto il camino. Nessuno aveva l’acqua corrente in casa, neanche i ricchi. Tutti noi abitanti della via e tanta altra gente del paese andavamo a prenderla in una fontana abbastanza lontana. Quell’acqua serviva per uso domestico, per lavarsi e per bere. Per fare il bucato scendevamo le scale che terminavano nel cortile: c’era un pozzo comune che usavamo come molta altra gente. Per scaldare l’acqua per fare il bucato le donne avevano costruito un camino di mattoni e fissato un grosso gancio al muro per attaccarci un grande pentolone pieno d’acqua. Nel cortile c’erano anche due gabinetti: erano fatti alla turca e servivano a molte famiglie. Noi bambini dovevamo stare attenti perché erano tanto vecchi e fatti di legno e potevamo caderci dentro. Tutte queste cose scomode e faticose per noi erano normali, perché la vita in quegli anni era così per tutti.

Via S. Stefano non era molto larga: in fondo alla strada c’erano anche le prigioni. Le case erano poche ma erano tutte abitate da giovani spose e di conseguenza nascevano molti bambini. Mia sorella maggiore una volta ci contò: eravamo in ottantaquattro, tutti più o meno della stessa età. C’era tanta amicizia e tanta allegria tra di noi. Facevamo i più svariati giochi, anche inventati da noi. Qualunque cosa ci serviva per costruirci un giocattolo. Le bambine preferivano giocare con le bambole e con scatoline che i grandi buttavano via: ci servivano come pentoline per fare da mangiare alle bambole. Noi non avevamo bambole comprate in negozio: le costruivamo con pezzi di stoffa avanzati dalla mamma quando si cuciva qualche abito. Mia sorella Maria, che era la più grande, ci tagliava i pezzi e poi noi li cucivamo e li riempivamo di segatura. Mia sorella terminava disegnando gli occhi, il naso e la bocca. I capelli erano avanzi di lana: per noi erano bellissime. Anche i bambini costruivano i loro giocattoli, ma mai armi: noi siamo nati in un periodo dove c’erano sempre guerre, e ci bastavano quelle. A volte giocavamo anche tutti assieme: ad esempio a nascondino, ai quattro cantoni, a mosca cieca e a tante altre cose. La nostra via era molto tranquilla, non passavano né carri né biciclette. Possedere una bicicletta era un lusso che pochi si potevano permettere. Di fronte a casa mia ci abitava una famiglia. La signora era molto per bene e anche suo marito: avevano quattro figli di cui uno aveva un anno più di me e stavamo molto insieme così tutti ci consideravano come fidanzatini. Un giorno le nostre mamme si misero d’accordo e per scherzo ci fecero un vestito con la carta crespata e ci prepararono come due sposi e mio fratello, che era un poco più grande e faceva il chierichetto, finse di essere il sacerdote e ci sposò. Ricordo di come eravamo orgogliosi di essere i protagonisti di questo gioco. Quando pioveva o faceva molto caldo giocavamo nel mio cortile e dentro il mio scantinato; lì si potevano fare i giochi più svariati perché era grandissimo e c’erano dei confessionali e dei muretti fatti di pietra e noi saltavamo da una parte all’altra.

 

LE PERSONE UN PO’ SPECIALI DI VIA S. STEFANO

Via S. Stefano era una piccola strada molto viva perché ci abitavano molte persone, soprattutto bambini. Adesso voglio parlare delle persone un po’ speciali che ci abitavano. All’inizio della via abitava una donna che aveva due figli ed era separata dal marito. Viveva bene come una signora e aveva un dipendente che l’aiutava a tenere a posto un appezzamento di terreno di monte con tante piante che si trovava dietro la casa. Era un poveraccio che prima di trovare quel lavoro viveva per la strada. Si chiamava Beppetto e viveva in una grotta scavata nel monte. Pochi passi più avanti c’era una scalinata che portava su al duomo vecchio e in via del Santuario. All’inizio dello scalinata c’era una casa vecchia ma abitata da molte persone, come si usava una volta. Sotto ci abitava una famiglia con cinque figli e sopra c’era una soffitta che era abitata da una vecchietta che si chiamava Gegia. Era ben educata perché aveva vissuto molti anni a servizio di una contessa e portava ancora gli abiti che le erano stati regalati quando non servivano più alla sua padrona. Tutto quello che possedeva era una gallinella bianca nana, legata per una zampetta da una cordicina, e un gattino, legato anche lui con una cordicciola. Quando usciva portava con sé anche i suoi animaletti, che erano la sua unica compagnia. Noi bambini quando la incontravamo la salutavamo e lei era tanto gentile con noi, forse le facevamo un po’ di compagnia.

In quella soffitta ci abitava anche un’altra famiglia. Erano due persone anziane, marito e moglie, ma avevano anche una nipote giovanissima che era rimasta orfana dei genitori. La famiglia che abitava sotto aveva cinque figli, due maschi e tre femmine: erano tutte e tre belle ragazze, ma una di loro era bellissima, molto vivace, giovanissima ma già molto corteggiata. I genitori avevano provato a metterla in collegio ma lei era scappata subito, il suo desiderio era quello di fare l’attrice. Poco lontano da via S. Stefano c’era via S. Martino e ci abitava un ragazzo di buona famiglia che stava in una bella villa. Aveva solo la mamma, una signora molto elegante, alta e d’estate passava sempre vestita di bianco. A quei tempi nessuna delle nostre mamme era vestita di bianco e per quello si notava subito che era una signora ricca. Il figlio, di nome Gigi Balista, le assomigliava in modo straordinario, sembrava una fotocopia della madre. Era altissimo, molto elegante, aveva una voce roca, quando parlava si sentiva subito che era lui. Era molto amico di questa bellissima ragazza, uscivano sempre insieme e anche lui aveva il desiderio di fare l’attore. Una volta partirono tutti e due e andarono a Roma forse per presentarsi a qualche regista; so che lei era andata a vivere per un po’ con un conte ma non era riuscita a fare l’attrice; mentre lui riuscì a diventare attore. Dopo un po’ la ragazza tornò a casa, vestita come una gran signora con pellicce e gioielli; era bellissima e frequentò sempre ragazzi ricchi. Poi arrivò la guerra e lei era sempre assieme a soldati di alto grado. Sul finire della guerra si ammalò di tisi e a quei tempi non c’erano cure valide per farla guarire, a soli ventitré anni morì. A me è rimasto un bel ricordo di questa giovane piena di vita che amava vivere bene anche se era di famiglia povera. Provai una grande pena quando morì. La ricordo sempre con una grande dolcezza. A me piace molto la musica lirica e quando ascolto La Traviata, che mi emoziona tantissimo, mi viene sempre in mente questa bellissima ragazza. Sembra che sia stata composta per lei.

Poco più avanti di casa mia ci abitava un ragazzo che viveva solo con la mamma. Era un bel ragazzo sempre ben vestito, non aveva nessun lavoro. Alla sera passava davanti a casa mia elegantissimo, usava dei profumi molto forti, credo che se li sentissi saprei riconoscerli ancora. Di mestiere faceva il gigolò, era il consolatore di zitelle e vedove ricche. Credo che lo pagassero bene perché faceva una vita da signore. Poi alla fine incontrò una ragazza ricca e la sposò. Più avanti c’era una famiglia benestante che si considerava la più ricca della via. Il papà voleva parlare in italiano anche se a quei tempi si parlava solo il dialetto del paese; lui credeva di conoscerlo bene ma c’erano dei ragazzi più grandi che a scuola lo avevano imparato e quando gli parlavano in italiano lui sbagliava sempre. Mio fratello ce lo raccontava e ridevamo molto. Poi c’era un vecchietto che verso sera tornava a casa ubriaco. Passava tutto il giorno in osteria con gli amici e quando rientrava era sempre traballante, andava di qua e di là, a volte parlava da solo oppure cantava e noi bambini lo chiamavamo Vecchio Bicierini. Aveva una moglie che a noi sembrava Olivia, la moglie di Braccio di Ferro, perché era magrissima e portava sempre degli stivaletti abbottonati da una parte come quelli di Mary Poppins. Avevamo anche le prigioni. Io ero amica della figlia del custode e ogni tanto entravo per andare a casa sua. Nel passare il corridoio si vedevano i carcerati: erano rinchiusi in stanze scure e umide. Erano tutti poveracci che rubavano per fame. Magari avevano rubato una gallina ma a quei tempi con la povertà che c’era tenevano conto anche di quel misero furto. Nella via S. Stefano credo non mancasse proprio niente, neanche il divertimento.

 

MONSELICE ANTICA

Negli anni Trenta era ancora un paese agricolo. Tutto si basava sull’agricoltura. C’era una grande rivalità fra Monselice e il paese vicino: Este. Mentre Este cercava di portare l’industria nel paese, di ingrandirsi, modernizzarsi e che ci fosse lavoro per tutti, a Monselice avevamo il podestà che non voleva fare niente. A Monselice abbiamo la ferrovia con diramazione di treni che vanno per Este e Montagnana e altri treni che portano a Rovigo, Bologna e Roma. Quasi tutti i treni anche importanti si fermano a Monselice. Este aveva cercato tanti anni fa di portarci via anche questo, dato che le merci in quegli anni viaggiavano per mezzo della ferrovia, ma per fortuna questo non è stato possibile, qualcuno si è opposto. A guerra finita quel podestà, che era un grande fascista, dovette nascondersi e cambiare paese altrimenti i partigiani l’avrebbero ucciso.

Il centro di Monselice era piccolo. C’era la piazza Mazzini che era il vero centro del paese: lì c’era la chiesa di S. Paolo che era molto bella, ricca di opere d’arte e molto amata dai monselicensi. Era la chiesa più frequentata da tutti i fedeli perché alla domenica la gente di città e quella che abitava in campagna veniva in piazza per trovarsi con gli amici: ci si vestiva con l’abito buono e le ragazze si facevano belle per farsi notare dai ragazzi. La maggior parte dei giovani andava alla messa su al Duomo vecchio perché alle ore 11 celebravano la messa cantata. C’erano tanti ragazzi che erano preparati dai sacerdoti per cantare in chiesa; erano accompagnati dall’organo ed era un piacere stare a sentire quel coro. Credo che la maggior parte dei fidanzamenti avvenisse dopo gli incontri che si facevano in chiesa. In centro c’era il negozio del fotografo: era l’unico del paese ma era molto bravo, un vero artista della fotografia. Poi c’erano due macellerie che più che altro vendevano solo alla domenica. Solo qualche ricco poteva permettersi di comperare carne durante la settimana. Le farmacie, in compenso, non mancavano. Ce n’erano tre, tutte una vicino all’altra, di cui una che forniva le medicine all’ospedale, che allora era piccolo. Un’altra era molto antica e bellissima: all’interno c’erano tutti gli scaffali e le vetrine con vasi antichi; molti medicinali venivano preparati direttamente dai farmacisti: si ordinavano e li si andava a prendere il giorno dopo. La terza era la farmacia dei contadini, perché il farmacista preparava anche le medicine contro le malattie degli animali: era bravo e gentile e sapeva consigliare bene la gente su come usarle.

In piazza c’era anche la torre dell’orologio che suonava ogni quarto d’ora. Il mio papà, che era sacrestano, a mezzogiorno doveva suonare la campana così la gente si regolava e smetteva di lavorare per andare a pranzo. Al mattino mio papà doveva alzarsi molto presto per suonare la campana dell’Ave Maria e i contadini ne aspettavano il suono per alzarsi e iniziare il lavoro; a quel tempo non c’erano tanti orologi nelle case e i contadini erano bravissimi a guardare il cielo e a regolarsi sul tempo che avrebbe fatto, se sarebbe stato bello o se sarebbe venuta la pioggia. Quando infine giungeva la sera mio papà, con il suono dell’Ave Maria, annunciava che per chi era stanco era giunta l’ora di andare a letto. Sotto la torre dell’orologio c’era una grande osteria: era un ambiente spazioso, con tavolini come fosse un bar; ci entrava la maggior parte dei contadini che al lunedì venivano al mercato; giocavano a carte e mangiavano e bevevano vino. Ce n’era un’altra poco distante ma era piccola e ci andavano soprattutto i poveri di Monselice; specialmente d’inverno quelli che non lavoravano entravano per bere un bicchiere di vino e poi ci rimanevano fino a sera per stare un po’ al caldo, visto che a casa loro non c’era riscaldamento. C’erano molti bar, ma ci entravano per lo più gli intellettuali o i benestanti; uno in particolare era molto rinomato, perché vendeva dolci e pasticceria di propria produzione. Ci si andava anche quando c’erano i matrimoni per farsi preparare le bomboniere, che per noi consistevano in sacchettini di velo o di stoffa.

In piazza Mazzini c’era la biblioteca comunale in una costruzione chiamata la Loggetta, che è rimasta uguale ad allora e sotto si trovavano gli uffici delle poste. Accanto alla chiesa di S. Paolo c’era il municipio e sotto la torre dell’orologio c’era la Banca Popolare. Tutti gli uffici importanti si trovavano in quella piazza. I negozi di vestiti erano inesistenti: in tutto il paese c’erano due o tre piccoli negozi di biancheria intima ma vendevano per la maggior parte bottoni e filati di lana. Ce n’era uno solo che vendeva tessuti leggeri o pesanti: era un bel negozio grande e la gente quando aveva bisogno di un vestito comperava la stoffa e si faceva confezionare l’abito dal sarto. Sarti e calzolai erano numerosi ma erano tutti poverissimi, perché anche quando la gente portava un abito da confezionare, spesso poi non aveva i soldi per pagarlo e allora il sarto doveva aspettare il pagamento quando potevano e la stessa cosa accadeva ai calzolai, ai fabbri, ai falegnami e a gli artigiani che lavoravano in proprio. Anche i negozi di generi alimentari erano pochissimi; i fornai erano pochi perché la gente faceva la polenta di granoturco, dato che costava meno del pane, e inoltre quando avevamo la farina di grano facevamo il pane in casa.

 

L’ASILO TORTORINI

Appena i più grandicelli di noi compivano tre anni, le nostre mamme ci iscrivevano all’asilo. Al mattino ci preparavano con indosso il grembiulino e il nostro cestino per la merenda e ci mettevano tutti in fila per andare all’asilo, perché a quei tempi ci si andava da soli, pericoli non ce n’erano e l’asilo si trovava poco distante da casa nostra. Quando arrivavamo c’erano le suore ad attenderci. L’asilo era bellissimo: aveva un grande parco con alberi secolari. Era tutto recintato di mura e nel centro c’era un grande cancello molto alto: da lì si poteva vedere la strada che portava al centro di Monselice. Quel parco era grandissimo, ma i bambini erano così tanti che era sempre affollato. Le suore ci facevano fare tanti giochi e ci insegnavano filastrocche e canzoncine adatte a noi, ma ci lasciavano anche giocare liberi. Infatti tornavamo a casa tutti sporchi: non solo sporcavamo il grembiule, ma avevamo anche il viso e le mani sporche. Eravamo però tanto felici. Quel bellissimo asilo è stato donato dai signori Tortorini a tutti i bambini di Monselice. Adesso di tutte quelle bellezze per i bambini di Monselice non c’è rimasto più niente. Le suore hanno venduto tutto. In ricordo dei signori Tortorini non è rimasta che una tomba, molto trascurata, dove sono sepolti: è una cappella con l’altare e una lapide dove la signora Tortorini ha scritto le sue ultime volontà. Adesso mi reco al cimitero ogni domenica e passo davanti alla loro cappella. Mi fermo, ci metto un fiore attaccato al cancello, perché è chiuso con una catena e non posso entrare. Vorrei poterlo fare per ripulirla e dire loro grazie di cuore per tutto il bene che hanno fatto a me e a tutti i bambini di Monselice.

 

IL PAESE DI MIA MAMMA: ARTEN (BELLUNO)

Io ero una bambina fortunata perché mia mamma, quando poteva, ci portava un mese in montagna nella sua vecchia casa che i nonni avevano lasciata libera quando erano emigrati in Francia. In quel luogo a me sembrava di essere in paradiso da quanto era bello: la natura era ancora come una volta, c’erano i prati dove potevamo giocare con bambine che erano le figlie delle amiche di mamma che erano rimaste ancora tutte al paese. Io ero felice quando ero in casa della nonna, anche se era una casa molto semplice, ed è ancora così dopo tanti anni, non l’hanno ancora restaurata ed è ancora abitata. C’era la stufa di pietra per far da mangiare costruita dal nonno, che aveva comperato solo il coperchio di ghisa con i cerchi che si potevano levare per cucinare il paiolo e fare la polenta. Il nonno aveva costruito anche gli sgabelli per sedersi e quando veniva a casa in permesso per Natale faceva quello che era necessario per la famiglia. Aveva fatto gli sgabelli, uno per ogni persona, la tavola, le panche. Vicino c’era la stalla, fresca come una grotta, e ci mettevamo le pecore. Sopra c’erano le stanze da letto: per andarci si saliva per una scala di legno e c’era anche un poggiolo, come si usa nelle case in montagna. Dentro c’erano ancora i letti con i materassi dei nonni e delle zie. C’era la biancheria di canapa tessuta dalla nonna al telaio. Era rimasto tutto come quando la nonna si era sposata, tanti anni prima. Noi andavamo a giocare con tutte queste bambine che ci aspettavano ogni anno.

La prima volta che sono andata ad Arten, che era il paese natio di mamma, a sette chilometri da Feltre, io avevo solo venti giorni. Allora era venuta anche Ida, che era la mia madrina ed era tutta contenta perché era un bel posto, i prati non erano recintati come adesso, si poteva correre, giocare, nessuno ti sgridava. La mamma aveva un bosco suo, che le era rimasto dai nonni, e vicino alla casa c’era un ponticello su di un ruscello che scorreva con tanta acqua pura. C’era anche il posto per lavare la biancheria, dove le donne si inginocchiavano lavando con l’acqua corrente che veniva giù da questa cascata di acqua che noi chiamavamo la cascata della Lauca. Mamma lavorava molto, ma faceva di tutto perché potessimo avere un po’ di riposo e di aria buona. Guardava alla nostra salute prima di tutto. Era brava, si sacrificava lei ma per noi faceva qualsiasi cosa. Papà ci veniva a trovare e diceva sempre “quando vengo lassù mi viene una fame che mangerei anche tutti i sassi che vedo qua attorno”. Se veniva un grande appetito a lui, figurarsi se non veniva anche a noi. Però i sassi non potevamo mangiarli, ci accontentavamo di quello che c’era. Mi ricordo quanto era buona la polenta con il formaggio. La mamma la cucinava ed era fatta con farina grossa e veniva soda, dura, non come ora con la farina attuale. Mangiavamo polenta e formaggio oppure le zucchine, che erano molto buone. La verdura di montagna è una meraviglia. La vita era bella anche se era povera. Non è vero che i poveri sono infelici. Quanto abbiamo riso e giocato da piccoli! Oggi non vedo nessuno che ha una vita libera da tanti pericoli come noi. Era una vita povera, ma noi ridevamo tanto ed eravamo felici di tutto. Tornati a casa riprendevamo la nostra solita vita. Ritrovavamo i nostri carissimi amici che ci aspettavano, noi gli raccontavamo le nostre avventure e loro ci raccontavano le loro.

 

I MIEI VICINI: LA ZIA MARIETTA, LO ZIO BEPI E LA IDA

Nella casa accanto alla mia abitava una famiglia composta da tre persone: marito, moglie e una figlia, che era ormai grande quando sono nata, avrà avuto circa vent’anni, si chiamava Ida. Mamma mi raccontava che appena sono nata (allora si partoriva in casa), Ida mi prese in braccio e mi portò fuori subito a farmi vedere dai bambini. Poi, col tempo, sia lei che i suoi genitori si affezionarono molto a me, tanto da considerarmi figlia loro. Quando mi battezzarono Ida volle farmi da madrina e i suoi genitori diventarono per me come secondi genitori: essere a casa loro o a casa mia era la stessa cosa. Io li chiamavo zii. Lo zio si chiamava Bepi e lavorava nella cava della Rocca come caposquadra e la zia si chiamava Marietta e faceva la casalinga, ma il pomeriggio lavorava l’oro per un’oreficeria e Ida faceva la ricamatrice. Era bravissima nel suo lavoro: la sua maestra diceva che dove ricamava lei sembrava che l’avesse fatto un angelo da quanto era brava. Io a questa famiglia devo molto, perché sono stata amata da loro come una vera figlia. Mangiavo molto spesso a casa loro, poi raccontavo alla mamma che la zia Marietta faceva la minestra più buona del mondo. Lo zio Bepi mi comprava le scarpe: quando ne avevo bisogno dava i soldi a Ida e le diceva di portarmi a comprare le scarpe nel miglior negozio di Monselice e di lasciare che le scarpe me le scegliessi io. Ricordo che quando tornavo dall’asilo assieme ai miei fratellini più piccoli, salutavo la mamma e poi correvo subito a salutare anche la zia Marietta e Ida. Lo zio Bepi tornava da lavoro un po’ più tadi, si sedeva stanco e io mi arrampicavo su per la sedia e gli mettevo le braccia al collo e lo baciavo: credo che per lui fosse il più bel saluto che gli potessi dare.

Ida mi voleva molto bene; quando smetteva un suo vestito o quando aveva un pezzo di stoffa mi faceva dei bellissimi vestitini e li ricamava. Me ne fece uno bellissimo che non ho mai dimenticato: era giallo con il bordo e il collettino ricamati con fiorellini colorati, era proprio una meraviglia. Quando indossavo un vestitino nuovo le mie amiche me lo facevano togliere per provarlo e io ero molto orgogliosa di ciò che avevo ricevuto. Mi ricordo che non avevano la stufa a legna ma solo il camino; la pentola era attaccata a un gancio; con le braci che rimanevano, la zia faceva la focaccia: puliva bene i mattoni, ci stendeva sopra la focaccia, poi la copriva con un coperchio di ferro e sopra ci metteva le braci per cuocerla. Quando era cotta la mangiavamo ed era buonissima. Anche mia mamma la faceva così, solo che durava poco perché eravamo in tanti e non era mai abbastanza. Quando tornavo dall’asilo andavo a salutare la zia Marietta: lei lavorava il suo oro e io giocavo da sola, però non portavo le mie bambole perché avevo paura di fare disordine. Giocavo con i pezzi di legno che la zia usava per fare il fuoco: ne prendevo qualcuno e li mettevo sul bordo del camino, tutti in fila come se fossero bambole, mettevo a tutte un nome e gli parlavo. Ero una bambina che aveva molta fantasia, ero molto tranquilla e la zia non ha mai avuto bisogno di sgridarmi. Con i miei discorsi le tenevo compagnia.

Mi ricordo che all’asilo c’era una suora brutta, grassa e cattiva e che aveva anche un brutto nome: si chiamava suor Persevera. Mi sgridava sempre anche se non facevo niente di male e quando giocavo con le mie bambole a quella più brutta e al pezzetto di legno peggiore davo il suo nome. Già da bambina avevo l’istinto materno: mi piaceva molto giocare con le mie bambole e a casa mia ne avevo ammucchiate ventiquattro. Erano fatte di pezza: quelle più belle me le aveva regalate la mamma alla festa della Befana. Mi piaceva molto ascoltare le favole. Mia sorella Nella, che era tanto chiacchierona e molto brava anche a raccontare le favole, ci riuniva tutti, anche i bambini delle altre famiglie e ce le raccontava. Era bravissima. Io preferivo quelle di Cappuccetto Rosso, della gatta mammona e di Pinocchio. Prima ci raccontava quelle che mi piacevano e poi, alla fine, si divertiva a raccontare anche favole che aveva sentito dalla mamma ed erano racconti commoventi. Io ero una bambina molto sensibile e quando le raccontava piangevo ogni volta. Allora tutti i bambini mi prendevano in giro, ridevano come matti perché piangevo. Ida, che era una ragazza molto corteggiata, perché era elegante e aveva un grosso seno, da giovanissima aveva incontrato un ragazzo bellissimo, si erano fidanzati, ma lui non abitava in paese bensì in campagna. Si amavano molto, ma la zia e lo zio non volevano che lo sposasse perché lei non era adatta ad abitare in campagna. Le donne che sposavano quelli di campagna dovevano andare nei campi per aiutare il marito nei lavori agricoli. La zia disse “non sei adatta a vivere in campagna” e lei dovette lasciarlo. Si fidanzò con un altro giovane uomo, ma non era adatto a lei. Non era innamorata e credo che neanche lui fosse molto innamorato di lei. Lui era rimasto vedovo da poco perché la moglie era morta giovanissima. Non avevano figli e lui faceva il barbiere: aveva tanto insistito finché lei disse di sì. La zia Marietta era un po’ più contenta perché Ida sarebbe rimasta in paese, anche se non lo considerava l’uomo ideale per lei. Siccome non permettevano alle ragazze di andare al cinema col fidanzato, ci andavano sempre accompagnate da qualcuno. Lei non aveva fratelli, allora portava me al cinema con loro o a fare una passeggiata. Io ero sempre presente quando lui poteva venire a salutarla, perché le mamme non davano tanta libertà alle figlie.

Poi, col passare del tempo, decisero di sposarsi. Mi fece un bel vestito bianco e blu con le maniche a palloncino, e lo zio Bepi mi comprò le scarpe. Mi vestirono bene per andare al matrimonio e io ero contenta, ma non sapevo che poi Ida sarebbe andata ad abitare in un’altra casa e non sarebbe più stata lì con me. Quando vidi che partiva assieme a quest’uomo per il viaggio di nozze piansi tanto, per tutti gli otto giorni in cui stettero via. Quando tornò, andò ad abitare in un’altra casa, ma andavo sempre a salutarla perché abitava vicino, ero contenta perché la vedevo. Dal matrimonio nacque un bambino: lei ebbe difficoltà a metterlo al mondo, dovettero usare il forcipe, mentre adesso farebbero un parto cesareo e nascerebbe sano. Invece, afferrandolo per la testa, ebbe un’encefalite e rimase un bambino che faceva urli, non capiva niente, cresceva poco di statura e le dava tanti guai. Lei lo amava molto, lo portava da tutti i migliori medici per vedere se potevano aiutarlo almeno un po’, ma era tutto inutile. Poi di figli non ne ebbe altri perché aveva paura che nascessero così e invece avrebbe potuto averne, perché a quattordici anni il ragazzo è morto. Ida mi ha sempre fatto una gran pena, perché ero sempre stata abituata a vederla elegante, con un fisico invidiabile, invece è stata troppo sfortunata. Mia mamma era una donna che parlava molto, intelligente, dava molta confidenza, sapeva quello che diceva. Era una donna che sapeva stare con tutti, dato che per mestiere andava sempre in chiesa ad aiutare papà. Un giorno capitò che il vecchio fidanzato di Ida venne a parlare con mia mamma per avere un incontro con Ida, perché non l’aveva mai dimenticata. Allora mamma le diede questo messaggio e fissarono un appuntamento. Lui si era sposato con un’altra, aveva un negozio di scarpe e non faceva più il contadino. Era venuto a prenderla perché l’amava ancora, ma a quei tempi il divorzio non era pensabile e i conviventi erano banditi dalla chiesa. Lei rinunciò al suo grande amore, gli disse di no e rimase con suo marito, però deve aver sofferto molto perché quello che le era successo le aveva tolto la gioia di vivere. Nonostante tutto lui l’avrebbe presa anche con il bambino perché l’amava veramente con tutto il cuore. È stato un vero peccato che il destino l’abbia castigata così. Adesso sono tutti morti e io mi occupo delle loro tombe come fossero miei parenti. Gli zii li ho amati come fossero miei genitori, lei come fosse mia sorella e amavo anche il suo bambino.

 

LA MAMMA

A tre anni e mezzo avevo già due fratellini più piccoli di me. Mia sorella Maria, che era la più grande, badava a noi piccoli, perché la mamma non poteva occuparsi solo di noi ma doveva aiutare papà nelle pulizie delle varie chiese e aveva anche il compito di lavare tutta la biancheria delle chiese e tutte le tuniche bianche che indossavano i sacerdoti, portandole dalle suore per la stiratura. Con sei figli giovanissimi non so come riuscisse a fare tutto, io credo che lei fosse molto sana e forte come la roccia delle montagne. Ho sempre sentito dire che la mamma era una donna bellissima: aveva una carnagione bianchissima, delicata come i petali dei fiori di magnolia, gli occhi scuri sembravano vellutati e i capelli castani ondulati che portava raccolti dietro, con una treccia, come andava di moda allora. Qualunque vestito povero indossasse le stava bene, era sempre pulita e in ordine come poche di quei tempi. I vestiti li faceva da sé e anche quelli dei miei fratelli: tante volte mi raccontava che rimaneva sveglia di notte per poter fare tutto, era bravissima anche a ricamare e a lavorare a maglia. Finchè eravamo piccoli ci cuciva anche le pantofoline, come usavano in montagna.

Mamma da bambina a scuola era la prima della classe ed era la più grande di tutti i suoi fratelli quando era ancora al suo paese, per cui quando è andata in prima elementare, al mattino andava a scuola e al pomeriggio faceva la bambinaia ai bambini della maestra. Oltre alle normali lezioni, le insegnavano anche il cucito e il ricamo. Anche se il pomeriggio lavorava per la maestra, i suoi compiti li faceva alla sera, quando tornava a casa, ed era lo stesso la prima della classe. Ricordo che mi raccontava di non aver mai posseduto un paio di scarpe ma sua mamma era abituata a farle le pantofoline come facevano in montagna, a mano. Le mamme erano tutte capaci di farle: erano belle e si stava bene coi piedi. Le ho portate anch’io, mia mamma le faceva per noi bambini. Poi d’inverno c’erano delle scarpe che sopra avevano il cuoio: erano come scarponcini e sotto c’era il legno; quando era consumato il legno cambiavano le suole e con i chiodini le imbroccavano. Compravano i legni e tutte le mamme e tutti i papà erano capaci di fare queste scarpe con il legno. Questi scarponcini di legno li ho portati anch’io, specialmente in tempo di guerra, si camminava benissimo e i piedi stavano caldi. Sotto mettevamo una soletta di gomma chiodata, ma erano di solito copertoni vecchi di bicicletta o qualunque cosa trovassimo, altrimenti non ci mettevamo niente.

Era estate quando fecero gli esami di terza elementare. Al suo paese non c’erano altre classi, finivano con la terza e mia mamma non poteva mettersi quelle scarpe invernali. Lei era una bambina intelligente e meritava di fare gli esami di terza. La maestra era molto orgogliosa perché aveva la parola sciolta, parlava bene, era una bambina gentile e così vennero degli altri maestri per fare l’esame di terza. Ma la mamma, non avendo un paio di scarpette da mettersi, non si presentò agli esami: si nascose nel fienile a casa sua e non riuscirono a trovarla. La cercarono dapperttutto, ma lei non si presentò perché un po’ di orgoglio ce l’aveva anche lei: essere poveri da non avere neanche un paio di scarpette vecchie per andare a fare gli esami era una grande umiliazione, allora preferì non presentarsi. Così non fece l’esame di terza elementare, però era molto brava e alla maestra dispiacque molto. Ci raccontava questa cosa con un filo di malinconia più che con tristezza vera e propria. Bisogna anche dire che, nonostante quello che aveva passato nella vita, non era mai triste, solo raccontava le sue vicissitudini, e quando ce le raccontava tutti abbiamo ricevuto molti insegnamenti. Mamma era meravigliosa anche come persona, era molto educata e sapeva trattare con qualunque persona, perché a casa nostra venivano persone di qualsiasi ceto sociale per ordinare matrimoni, battesimi e anche funerali.

 

IL MIO PAPA’ (Vettorato)

Papà non aveva l’intelligenza di mamma, ma era un uomo molto buono. Era una persona tranquilla, generosa, sempre ottimista, non si arrabbiava mai e sapeva accettare la vita come veniva. Possedeva una forza di volontà che poche persone hanno. Come la maggior parte degli uomini di una volta, fumava: l’aveva imparato durante il servizio militare, poi aveva continuato a farlo ma spesso quando fumava troppo gli veniva un forte mal di testa. Un giorno era nella chiesa di S. Paolo e gli venne il desiderio di accendersi una sigaretta, ma poi si chiese: “Perché lo faccio se poi ho mal di testa?”. Così prese il pacchetto di sigarette e lo gettò nella grotta della Madonna: da quel giorno smise di fumare. Ricordo che quando andava alla questua in campagna tutti gli offrivano un bicchiere di vino e insistevano perché lo bevesse, ma visitando tante case in un giorno alla fine della giornata era ubriaco. Quando tornava a casa stava male, così mangiava una minestra e poi andava subito a letto. La mamma a volte gli chiedeva perché bevesse vino se poi stava male e lui rispondeva che insistevano tanto e quindi doveva berlo per forza. Andò avanti così per parecchi anni. Aveva un fratello che abitava a Torino e che non faceva il sacrestano: lavorava in una cantina sociale e si era abituato a bere. Gli venne la cirrosi epatica e morì giovane.

Mio papà rimase molto impressionato da questo episodio e da allora decise che non avrebbe più bevuto. Non disse niente a nessuno della sua decisione. Ci raccontò in seguito: ci disse che era stato male per tre, quattro giorni, ma poi aveva iniziato a sentirsi meglio. Mio padre si era sposato giovanissimo, a ventidue anni. La mamma ne aveva cinque di più, era vedova con tre bambini del fratello di mio papà, ma lui, anche se giovanissimo, si prese l’impegno di allevare i figli di suo fratello e lo fece con amore. Non credo li abbia mai sgridati, penso che abbia amato più i figli di suo fratello che noi tre figli suoi. In famiglia anche se eravamo poveri c’era sempre il buonumore e andavamo tutti d’accordo. Quando il mio fratellino più piccolo aveva nove mesi, mio padre venne richiamato a fare il militare per la guerra in Africa. Aveva solo ventinove anni e sei figli da mantenere.

 

LA GUERRA COLONIALE DEL 1934

Papà era partito per l’Africa. Mamma era rimasta sola ad arrangiarsi con tutti gli impegni nelle chiese. Mio papà scriveva spesso dall’Africa. La mamma ci aveva fatto fare delle foto, dato che davanti a casa nostra abitava un fotografo, per poi mandarle a papà, perché vedesse tutta la sua famiglia. Quando arrivava qualche lettera, mamma la dava in mano al più piccolo che era mio fratello, seduto sul seggiolone. Mi ricordo che ci raccontava che Titti diceva “papà papà” e se la metteva in bocca e voleva mangiarla; lui non sapeva cosa faceva, era ancora un bambino. Un giorno arrivò a mamma una lettera molto triste: non trovavano più papà, che era disperso o morto. Mamma era disperata, perché con sei figli, senza lavoro, sarebbe stata la seconda volta che rimaneva vedova. Quindi pregava, non le restava altro da fare, anche se era disperata. Nella lettera dicevano che si era disperso durante una marcia notturna (marciavano sempre di notte per spostarsi da un comando all’altro e stavano fermi di giorno sotto una tenda perché faceva troppo caldo per muovere la compagnia).

In seguito papà ci raccontò che quella notte si era fermato per un bisogno e quando si era voltato non aveva più visto i suoi compagni. Allora lui si era messo a camminare, cercando di raggiungerli: aveva con sé il suo mulo e i suoi vestiti da militare, ma non aveva cibo perché gli davano qualcosa solo durante le soste. Papà aveva camminato per tre mesi da solo, cibandosi di sole radici dell’erba: per scavare e trovare le radici usava la baionetta; le puliva un po’ dalla terra e le mangiava. Per bere per fortuna aveva la sua borraccia e quando trovava dell’acqua la riempiva e faceva bere anche il mulo. Era dimagrito moltissimo; dormiva per terra e si copriva con la mantellina che aveva in dotazione; aveva l’elmetto in testa per ripararsi dal sole, gli scarponi, tutte cose che poi vidi quando le riportò a casa. Per uno scherzo della fortuna era giunto a destinazione prima della sua compagnia, anche se non sapeva assolutamente dove stava andando. Quando arrivò al comando mandarono subito un telegramma alla mamma per informarla che era vivo e la mamma si risollevò, perché fino a quel momento aveva sempre ricevuto brutte notizie dal Ministero. Mio papà fu visitato e, siccome era in condizioni pietose, pensarono bene di rimandarlo a casa. Tutti quanti noi aspettavamo il suo ritorno: ricordo che arrivò distrutto e mamma dovette portarlo in cortile, levargli tutti i vestiti, bruciarli, togliergli di dosso tutte le croste infestate dai pidocchi, tagliargli i capelli, altrimenti ci avrebbe riempiti di parassiti.

Poi mamma ce lo fece vedere. Ricordo che era a letto e noi andammo tutti contenti ad abbracciarlo; saltammo tutti assieme nel lettone, eravamo tanto felici perché papà era un bonaccione, sempre contento e forse il suo carattere gli permise di superare questa prova, non so chi ci sarebbe riuscito. Lui tornò tranquillo e aveva portato con sé delle collane delle donne africane: mi raccontava che erano molto ambiziose. I soldati rompevano un pezzetto di specchio perché queste donne non ne avevano mai visti, e in cambio davano loro le collane che mia sorella, che ha quasi ottant’anni, credo tenga ancora per ricordo di questa avventura. Lui ci parlava spesso dell’Africa, si ricordava di ogni paese dove era passato, le abitudini della gente, come facevano a preparare la farina e come facevano a cucinare il pane che una volta cotto veniva chiamato “borguta”. Mi dispiace che non abbia scritto della sua brutta avventura e di tutte le cose che aveva visto. Nonostante tutti i guai che gli erano successi, lui ricordava tutto quasi con nostalgia.

Io conservo ancora le foto di papà quando era in Africa e insieme ad altri documenti ho composto un album. Sono foto anche tristi per il periodo che ci fu, ma mi sono molto care perché posso vedere quando era giovane e la vita che fece quando era laggiù in quel calvario di guerra coloniale del 1934. Mamma così rimase sola a casa con sei figli piccoli continuando a fare il lavoro di papà, altrimenti avrebbe perso anche quel piccolo stipendio. Non sapeva come fare perché allora le donne non potevano andare a chiedere l’elemosina con il cestino in chiesa, aiutare i sacerdoti a vestirsi, andare con loro per la benedizione delle case e delle stalle e fare tante altre cose. In quegli anni, vedere donne che avevano a che fare con sacerdoti era uno scandalo. Eppure doveva darsi da fare perché potessimo mangiare e noi non potevamo aiutarla perché eravamo tutti piccoli. Allora pensò di fare venire un ragazzo dal suo paese. Aveva diciassette anni, serviva per i compiti che non poteva svolgere lei, da solo bastava e in più non chiedeva uno stipendio che mamma non avrebbe potuto dargli, ma si accontentava di essere mantenuto. Mamma gli insegnava tutto quello che doveva fare e lui in qualche modo si arrangiava. Io ho un vago ricordo di quel periodo, ma so che si chiamava Aurelio e che in casa faceva molto ridere i mie fratelli più grandi. Purtroppo ospitarlo era pericoloso per lui, perché di notte soffriva di sonnambulismo e la mamma doveva stare attenta quando sentiva che si alzava, perché aveva l’abitudine di salire sulle finestre. Allora la mamma la sera prima di andare a letto doveva legare tutte le imposte per evitare che cadesse giù. Rimase a casa nostra fino al ritorno di papà dalla guerra.

 

IL DOPOGUERRA D’AFRICA

Quando finalmente papà tornò riprendemmo la vita di sempre. Mamma non aveva più da badare alle chiese per tutto il giorno, anche se lei si prestava sempre ad aiutare quelli che ne avevano bisogno: ad esempio, quando qualcuno si ammalava e aveva bisogno di curarsi con iniezioni, lei andava a fargliele senza chiedere soldi a nessuno. Faceva da madrina a tanti bambini poveri che non avevano nessuno che volesse farlo: per lei era un piacere. Con il suo carattere era benvoluta da tutti, andava d’accordo con tutte le signore che abitavano nella nostra via ma aveva un’amica del cuore che si chiamava Teresa. Era una bella donna e aveva cinque figli: una era già grande e quattro vennero dopo, di età poco distante uno dall’altro, così ci trovammo, loro quattro e noi tre più piccoli, ad avere tutti la stessa età. Era sempre in ordine anche se aveva tanti figli e un marito. I suoi bambini erano sempre puliti e la casa sempre ben rassettata. La figlia che le assomigliava di più era Luciana, la mia più grande amica, che crescendo sarebbe diventata una bella donna come sua mamma. La signora finanziariamente era in condizioni migliori di noi: suo marito faceva il falegname ed era un vero artista nel suo lavoro. Aveva un carattere chiuso, parlava poco e quando andavano a tavola permetteva solo alla figlia più grande di sedere con loro. Gli altri figli più piccoli avevano un tavolino a parte con delle seggioline basse e mangiavano lì.

Abitavano vicino a casa nostra e la finestra della loro cucina era di fronte alla nostra. A volte la signora Teresa e la mamma si mettevano a fare delle belle chiacchierate, avevano tutte e due un carattere molto allegro, quante risate si facevano, era bello sentirle. Ma la signora non faceva caso se noi eravamo poveri; era la migliore amica di mamma e i suoi bambini erano tutto il giorno assieme a noi. A casa mia si poteva giocare anche facendo rumore, non ci sgridava nessuno. Tante volte i suoi figli mangiavano a casa nostra e noi qualche volta mangiavamo a casa loro, eravamo tutti come fratelli. Io avevo la stessa età della figlia Luciana; eravamo sempre assieme, andavamo molto d’accordo, ma il periodo più bello credo fosse quando arrivavano il Natale e la befana. Di fronte a casa mia c’era una casa che sul tetto aveva un comignolo fatto come una piccola casetta e noi due credevamo che fosse la casetta della befana. Allora gridavamo forte per chiedere alla befana di portarci i doni che ci piacevano. Di solito la sera precedente all’epifania la zia Marietta si vestiva da befana e veniva in tutte le case a vedere se eravamo stati buoni. Una volta la zia mi baciò e siccome io sapevo che fumava e conoscevo l’odore, quando mi baciò le dissi che lei non era la befana bensì la zia Marietta perché puzzava di tabacco. Risero tutti e ogni tanto me lo ricordano.

Una volta la signora Teresa la notte della befana pensò di farci andare noi tre più piccoli a casa sua e metterci a letto assieme ai suoi quattro bambini. Ci mise in una stanza con un bel lettone, giocammo tanto e saltammo sul letto e anche se la stanza non era riscaldata noi non sentimmo il freddo. Solo verso mattina ci togliemmo le scarpe, ci mettemmo tutti e sette nel lettone, chi dalla testa e chi dai piedi del letto, ci coprimmo e dormimmo beatamente. La mamma ci teneva molto che anche noi avessimo i regali per la festa della befana e allora comprava a tutti e sei un salvadanaio: era di comune terracotta e alla domenica, quando ci davano qualche soldino, ci aveva insegnato di spenderne solo metà e l’altra metà la mettavamo nel salvadanaio. Qualche giorno prima dell’epifania ce lo faceva rompere e con i nostri risparmi potevamo aveva anche noi il nostro regalo, altrimenti la mamma non avrebbe mai potuto comperarci nulla con i pochi soldi che aveva.

Sotto il nostro appartamento abitava un’altra famiglia che era aiutata molto dalla mamma. Era composta da quattro figlie e un bambino piccolo: appena le bambine compirono nove anni le tennero a casa da scuola e le mandarono subito a fare le bambinaie nelle famiglie, perché il papà era malato, soffriva di epilessia. Qualche volta aveva delle crisi per strada e noi aiutavamo la loro mamma a tenerlo fermo finché il malore passava. Lui non poteva lavorare perché aveva questo male e a quei tempi non c’erano cure. Poi morì e la moglie rimase sola con i figli. Andava tutto il giorno a lavare nelle famiglie. Non so come facesse con così poco cibo: alla mattina faceva la polenta perché non aveva i soldi per comperare il pane e la mangiavano con la verza o con quello che avevano. A mezzogiorno e di pomeriggio andava ancora a lavare i panni, mentre le figlie facevano le bambinaie presso le famiglie. Avevano però una grande amicizia con la mamma, che tutte le volte che poteva donava loro metà del nostro cibo nonostante anche noi fossimo poveri.

 

VIAGGIO DI MAMMA IN FRANCIA

Quando mio fratello più piccolo compì tre anni i nonni pensarono di mandare i soldi alla mamma perché potesse andare in Francia a salutarli. Mamma cercò di sistemare noi tre più piccoli in qualche modo: io andai un mese in villeggiatura al mare a Ca’ Roman, mia sorella Nicla andò in colonia in montagna, mentre il più piccolo lo portò con sé in Francia. Quando arrivò alla frontiera fu fermata dalla polizia perché qui in Comune o non so dove si erano dimenticati di scrivere che portava con sé anche un bambino. La bloccarono per tre giorni per chiedere tutte le informazioni perché credevano che mia mamma avesse rapito mio fratello. Per fortuna quel malinteso fu chiarito e così poi riuscì a proseguire il suo viaggio e arrivare in Francia. I nonni abitavano nella periferia di Parigi e in quell’occasione si teneva anche l’Esposizione Universale: quando li incontrò la mamma aveva già avuto tanti figli e due mariti. Il tempo ormai era passato e fecero fatica a riconoscersi, perché anche loro invecchiando erano cambiati fisicamente. Tutti i suoi fratelli e le sorelle erano adulti ed erano quasi tutti sposati. Il nonno e la nonna abitavano in casa con lo zio che si era sistemato molto bene: aveva una bella casa e per lavoro costruiva campi da tennis. Aveva un’impresa sua e la mamma ci raccontava entusiasta che avevano anche la sala da pranzo.

Mi immagino il suo stupore: lei era abituata qui a essere molto povera, invece in Francia c’era lavoro per tutti e lo zio, che era intelligente, si era sistemato bene e anche le zie erano tutte al lavoro; erano sposate, una aveva due bambini e le altre uno per ciascuna. Mamma passò lì un mese da sogno, perché era proprio felice di incontrare i suoi genitori e i suoi fratelli. Prima che tornasse la riempirono di vestiti che smettevano le zie, perché lavorando potevano comprarsi dei begli abiti. Mi ricordo che tornò con due sacchi di vestiti, di scarpe e di tante cose che si potevano indossare come dei cappelli, perché in Francia quando si sposavano o venivano invitati a qualche pranzo, tutti cercavano di comprarsi un cappello nuovo. Di quelli non ne abbiamo fatto niente, però mia sorella Maria, che era brava a cucire anche se non glielo aveva mai insegnato nessuno, aveva usato le stoffe scucite dei vestiti per confezionarne di nuovi. Era proprio come la mamma e tutti i montanari: aveva molto ingegno. Nonostante lavorasse in fabbrica, guadagnava pochissimo e non c’era possibilità di comprare nulla. Mamma ci raccontò tante cose di questo viaggio che per lei era stato il più lungo che avesse mai fatto, perché andare in Francia non era facile a quei tempi. Adesso si va dappertutto ma allora, a quei tempi, mamma era stata fortunata perché aveva rivisto i suoi genitori e i suoi fratelli – tutti sistemati bene – e si era anche divertita visitando l’Esposizione Universale a Parigi.

Quando tornò anche noi rientrammo dalla colonia: mi ricordo che io, forse per l’aria buona, l’appetito e la disponibilità di cibo che avevo trovato, mi ero ben arrotondata ed ero aumentata di alcuni chili e la mamma quando mi vide mi baciò ed esclamò: “Hai il mal di denti che hai il viso così gonfio?”.
Ero andata al mare a Ca’ Roman, invece mia sorella Nicla l’avevano mandata in montagna perché papà non aveva i contributi pagati, aveva solo il contratto con il monsignore. A quei tempi erano pochi quelli a cui venivano pagati i contributi. Specialmente la chiesa diceva che era sempre povera. Allora ci davano il libretto dei poveri anche per andare dal medico e ci mandavano in colonia. Quando tornai dalla colonia Ida mi venne a prendere a Padova e mi portò in un bar a fare colazione, perché eravamo partite presto al mattino e non avevamo mangiato. Ricordo che mi prese una scodella di latte e dei biscotti. Io non ero mai entrata in un bar e non avevo mai mangiato dei biscotti, mi sembravano così buoni che non avevo neppure il coraggio di prenderne tanti dal vassoio e così ne mangiai pochi, ma se avessi avuto il coraggio li avrei mangiati tutti. Poi quando arrivai a casa lo raccontai a tutte le mie amiche, mostrai il costume da bagno e descrissi il mare che nessuna aveva visto. Un giorno mi chiesero di indossare questo costume da bagno per vedere com’era ed io in cortile mi tolsi il vestitino e lo indossai. La mamma dalla finestra mi vide e corse giù e mi sgridò perché non stava bene mettersi nuda davanti a tutti i bambini. Me lo fece togliere subito e non permise neanche che le bambine se lo provassero.

 

IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA E L’ARRIVO DEL DUCE  A MONSELICE

A giugno avevo compiuto sei anni e ormai era ora di iniziare ad andare alle scuole elementari. Le scuole elementari per le bambine si trovavano vicino all’asilo e come insegnanti avevamo le suore. I maschi andavano a scuola un po’ più lontano. Ricordo il mio primo giorno. Alla mattina mi alzai più presto del solito, la mamma mi aiutò a lavarmi poi mi fece indossare il grembiule nero con un bel collettino bianco con il pizzo intorno e un fiocco bianco annodato che aiutava il collettino a chiudersi e a stare a posto. Nella mia via eravamo diversi bambini della mia età, c’era anche Luciana, la figlia della signora Teresa, Rosalia, che abitava nell’appartamento sotto il mio e anche tante altre bambine. Io speravo che le suore ci avrebbero messe tutte nella stessa classe e invece non fu così: appena le nostre mamme ci salutarono le suore fecero l’appello e le classi di prima erano tre perché eravamo tante bambine a quei tempi. Quando entrai in classe credevo di essere con le mie amiche e invece non ce n’era nessuna. Mi guardai intorno e mi venne da piangere così mi nascosi sotto il banco. Avevo un grande batticuore perché iniziavo una nuova vita, ma poi mi abituai. Era bello andare a scuola al mattino tutte assieme e poi, fatti i compiti, iniziavamo a giocare. Quando terminai di frequentare l’asilo era tempo che ci andasse il mio fratellino più piccolo. Ci andava con mia sorella Nicla, che aveva un anno più di lui, e con loro i tre bambini più piccoli della signora Teresa. Uno era biondo e bellissimo, con gli occhi azzurri. Anche mio fratello era biondo e molto simpatico.

Un giorno in piazza misero dei grandi manifesti che annunciavano che sarebbe venuto il Duce a Monselice. In quel periodo non era ancora iniziata la guerra. Tutti si misero a fare i preparativi per riceverlo nel modo migliore. C’era un bravo pittore futurista che abitava proprio davanti a casa nostra e fece un grandissimo quadro dove disegnò il duce in modo futurista e lo mise vicino alla chiesa di S. Paolo. Quando il duce arrivò gli dissero del quadro, allora volle vederlo: venne in centro con la macchina scoperta. Le suore scelsero un bambino che gli portasse i fiori una volta sceso dalla macchina: erano incerte tra il figlio della signora Teresa o mio fratello, ma poi alla fine scelsero l’altro bambino perché era di buona famiglia. Il duce scese dalla macchina e venne a vedere il quadro, il bambino gli donò i fiori e mi ricordo che per noi fu davvero emozionante vedere questo uomo così conosciuto.

Quando si iniziavano le scuole elementari, la domenica mattina si doveva andare alla S. Messa dalle suore, che avevano una chiesa loro, e al pomeriggio bisognava andare a dottrina. Ci insegnavano il catechismo e ci preparavano per ricevere la Prima Comunione. Mi ricordo quanto entusiasmo avevamo, per noi era una bellissima festa. Eravamo in tante bambine e tutte indossavamo il vestito bianco. Io misi quello di mia sorella Nella; mamma me lo accorciò un po’ e mia sorella Maria mi cucì una cuffietta con tutti i pizzi di tulle. Mamma ci teneva molto che fossimo vestiti bene, specialmente nelle grandi occasioni. Non ho nessuna foto della prima comunione, né della cresima, che si faceva l’anno successivo: solo i ricchi se le potevano permettere. Alla domenica bisognava andare sempre a dottrina, sia d’estate che d’inverno. D’estate faceva un caldo da morire e dovevamo andarci alle due di pomeriggio, con le calze e le maniche lunghe e vestite proprio come le suore. Le calze erano di cotone grosso cucite a dritto e rovescio e un velo in testa come avessimo fatto tanti peccati, non si sa il perché.

Prima di andare uno di noi a turno doveva suonare la campanella della dottrina nella chiesa di S. Paolo. All’interno c’era un altare con un corpo imbalsamato dietro un vetro, non so se fosse una santa o una ragazza qualunque. Dicevano che fosse santa Filomena: aveva i capelli lunghi e faceva impressione a noi bambini, ma per andare a suonare la campana bisognava passarle davanti, allora facevamo una corsa senza guardarla, sia all’andata che al ritorno. Era un vero supplizio andare da sole in chiesa e vedere sempre quella ragazza morta. Quando andavamo a dottrina, prima di entrare ci compravamo con la mancia che ci davano un sacchettino di palline colorate di terracotta dipinte di tutti i colori. C’era un negozietto piccolo che vendeva i gelati e queste palline con le quali giocavamo come a biliardo. A volte giocavamo anche con i bottoni che rubavamo alla mamma. Con le palline giocavamo a buttare giù dei birilli . Con i bottoni facevamo un gioco che si chiamava “a basane”: chi centrava i birilli vinceva più palline e anche più bottoni. Giocavamo anche “a campana”, nonostante nel cortile delle suore facesse caldo.

 

IL CONTE CINI E IL SOLARIUM

Poi venivano le vacanze estive: per tre mesi non andavamo a scuola. Quando eravamo in vacanza per fortuna mia mamma ci portava nel suo paese: ogni anno per un mese nella sua vecchia casa ad Arten, dove faceva fresco e si poteva respirare un poco. Visto che non andavamo alla dottrina per quattro settimane, bisognava comunque essere sempre alle dipendenze delle suore e confessarsi ogni settimana: io quando andavo non sapevo cosa dire. I peccati non li conoscevo, allora me li inventavo e dicevo sempre quelli. Per noi andare in montagna era scappare un po’ dalla vita di sacrificio che facevamo fra l’impegno in chiesa per aiutare la mamma, andare a scuola e a dottrina il pomeriggio d’estate.

A Monselice avevamo un grosso vantaggio perché il conte Cini aveva costruito ai piedi del Montericco una colonia bellissima per i bambini. Noi di via S. Stefano ci andavamo tutti. Le nostre mamme ci preparavano e facevamo la strada tutti assieme. Questa colonia si chiamava Solario. Per arrivarci, però, bisognava attraversare la ferrovia. Allora ci avevano insegnato di non attraversare mai i binari quando le sbarre erano chiuse e noi stavamo molto attenti a quello che ci diceva la mamma, e poi a quei tempi i treni erano pochi. Come arrivavamo alla mattina lassù alle otto e mezza ci davano il caffellatte e mi ricordo che era profumatissimo, sapeva di latte e orzo. Poi ci davano un pane ciascuno perché anche quello era misurato. A mezzogiorno mangiavamo la minestra fatta di solito di verdura o di fagioli, che era buonissima o almeno a me sembrava così e poi un pane e credo anche un frutto, ma non sono sicura. Al pomeriggio verso le quattro ci davano mezzo panino per ciascuno con un quadrettino di marmellata di quella solida ed era già di più di quello che mangiavamo a casa nostra.

Era così bello giocare tutti insieme! C’erano tanti bellissimi alberi; all’entrata c’era un grande cancello altissimo sempre chiuso, lo aprivano solo per farci entrare e quando era l’ora di uscire. C’erano due signorine anziane che badavano a noi ma erano buone, ci lasciavano giocare senza sgridarci. Pericoli non ce n’erano e noi eravamo abituati a badare a noi stessi, eravamo tutti di famiglie numerose e i più grandi sapevano che dovevano badare ai fratellini più piccoli. Io portavo anche mia sorella Nicla e mio fratello Titti che era piccolino, e stavo attenta che non si facessero male. I tre mesi d’estate eravamo mantenuti dal conte Cini, che era una persona molto generosa e che tutt’ora ringrazio moltissimo.

 

RICOSTITUENTI E PURGANTI IN PRIMAVERA

In primavera, come ricostituente ci davano l’ovetto: avevamo qualche gallina che faceva le uova e anche papà ne portava un po’ a casa dalla campagna quando andava alla questua. Eravamo tutti magri, non esisteva l’obesità infantile; mangiavamo poco e allora ci facevano l’uovo sbattuto con lo zucchero: questo era il nostro ricostituente. Ce lo mettevano al mattino nel latte e ci sentivamo già più ricchi. Ai più grandi invece sentivo dire che facevano iniezioni di uova o davano l’uovo sbattuto col marsala.

Nel periodo primaverile ci ordinavano di prendere l’olio di fegato di merluzzo: ce lo passavano perché avevamo il libretto dei poveri; la mamma era sempre attenta alla nostra salute e ce lo dava anche se non era tanto gradevole, non era aromatizzato, era proprio olio di pesce e facevo fatica a berlo. La mamma si faceva aiutare dalla zia Marietta per farmi aprire la bocca e io a volte lo mandavo giù, ma quando potevo lo tenevo in bocca e appena potevo lo sputavo. Gli altri lo prendevano e quindi dovevo prenderlo anch’io. Mia sorella Nella, invece, si prendeva un pezzetto di pane e quando le davano il cucchiaio con l’olio di merluzzo si metteva in bocca il pezzetto di pane e diceva “ma che buono!” perché diceva che era come mangiare pane e pesce; lei le medicine le prendeva volentieri, io invece no.

Oltre ai ricostituenti ci davano anche i purganti, come l’olio di ricino e la vermolina per non avere i vermi intestinali, quei vermi bianchi che vengono ai bambini quando si mangia sempre carne di maiale e per me era sempre una tragedia, mentre la Nella li prendeva tranquillamente. Quelli erano i nostri medicinali, le mamme ci curavano come potevano, perché i medici non venivano tutti i giorni e così si arrangiavano a curarci in questa maniera: se avevi mangiato o se avevi fame, ci davano a tutti la manasenna, un decotto scuro marrone che ci facevano bere e che faceva andare al gabinetto non so quante volte. Siamo cresciuti sani lo stesso, una volta eravamo selezionati dalla natura e con queste cure e poco da mangiare vivevano solo i bambini forti e sani.

 

IL MIO MEDICO

Adesso voglio parlare del mio medico perché al ricordo mi viene da ridere. Il medico di famiglia doveva fare tutto, curare tutte le malattie, arrangiarsi con quello che aveva. Non c’erano strumenti per aiutarlo a capire quello che avevamo. La mamma diceva che era bravo: un giorno, venendo giù in bicicletta da Montericco per una discesa molto ripida gli si ruppero i freni della bicicletta: c’erano le sbarre chiuse della stazione e andò a sbatterci contro. Morì sul colpo, perché aveva sbattuto la testa. Allora venne un altro medico, con i capelli bianchi e la barba lunga, camminava lento per strada col bastone. Era un romano, parlava in italiano, con molta flemma. Non so se sapeva fare il medico, comunque a noi poveri era capitato lui e dovevamo tenercelo. Alla mattina per prima cosa andava ad ascoltare la santa messa, poi quando tornava con la sua calma faceva colazione e poi apriva l’ambulatorio, e intanto la gente aspettava molto tempo anche se aveva male.

Nel frattempo mi venne la pertosse molto forte, allora questo medico disse a mamma di portarmi all’ambulatorio per farmi tre iniezioni. Noi bambini non avevamo mai fatto queste iniezioni: la mamma mi teneva da una parte e la moglie, che si chiamava Elvezia, mi teneva le gambe. Poi si ammalarono i miei fratellini più piccoli: Titti e Nicla presero la polmonite. La mamma aveva paura che morissero e li curò a casa. Dovendo tenere la stufa accesa notte e giorno aveva cercato di procurarsi legna, perché non era facile averla con la povertà che c’era. Così fece un voto a S. Antonio: se fossero guariti li avrebbe vestiti per un anno da fraticelli e così, una volta guariti sono stati vestiti da fraticelli, tutti e due con l’abitino che aveva cucito la mamma. Oltre ai vestitini avrebbe dovuto soddisfare il voto con una offerta ma soldi non ce n’erano mai, quindi dovette aspettare che crescessimo.

 

IL CARNEVALE  A MONSELICE

Per fortuna veniva anche il periodo di carnevale. La zia Marietta e la mamma erano bravissime a fare i galani e le frittelle. Sarà stato che avevo tanta fame, ma di così buoni mi sembra di non averne più mangiati. La mamma era molto brava a fare anche la torta margherita: non usava il forno perché la torta margherita è difficile da cuocere, non è fatta con la farina ma con la fecola e non lievita bene se non c’è il fuoco adatto. La mamma aveva un fornelletto a carbone dove si poteva anche fare da mangiare; ci metteva dentro il carbone e quando diventava brace e lei vedeva che il fuoco era giusto, metteva una teglia con l’impasto sopra, poi la chiudeva con un coperchio di ferro e metteva tutte le braci sul coperchio. Mi ricordo che poi ne mandò alcune anche in Francia. Comprò delle scatole in pasticceria adatte per metterci le torte e le spedì anche agli zii in Francia e ai nonni. Era proprio brava a fare i dolci.

 

LA TERZA ELEMENTARE

Intanto crescevamo. Mia sorella Nella alle scuole elementari soffriva di disturbi alla vista e così dovette ripetere qualche anno. Ricordo che la sua madrina della cresima, oltre a regalarle il vestito bianco per la cerimonia, le regalò anche un pezzo di tessuto nero: era bello lucido e allora la mamma le cucì un bel grembiule per la scuola. Di solito quando le mie sorelle più grandi smettevano qualche capo di vestiario, la mamma lo passava a me. Ricordo che avevo iniziato a frequentare la terza elementare e quel bel grembiule la mamma l’aveva accorciato perché potessi indossarlo. A me sembrava molto bello ed ero orgogliosa di averlo. Aveva anche il collettino bianco di pizzo e mi avevano insegnato come tenerlo con cura per non stropicciarlo col cappotto quando andavo a scuola. Ce lo toglievamo e lo mettevamo in mezzo al libro di lettura piegato per il mattino, dopo averlo messo col fiocco ben disteso, dato che non c’era tempo di stirarlo tutti i giorni. Dopo pochi giorni che andavo a scuola, nell’ora di ricreazione, la maestra si accorse che il mio grembiule aveva delle pieghe girate, così prese una sedia, mi chiamò vicino e si mise a scucirmelo e a tirare giù le due pieghe che mia mamma aveva girato: il grembiule mi arrivò quasi ai piedi e tutte le bambine si misero attorno a guardare e si misero a ridere e a prendermi in giro. Io, presa da una grande vergogna, diedi uno strattone al grembiule che era chiuso con gli automatici e, uscita fuori dal cancello, corsi a casa piangendo dalla mamma per farle vedere cosa aveva fatto la suora.

Allora la mamma mi prese la mano e mi accompagnò a scuola: chiese alla maestra perché me l’aveva fatto, e lei rispose che se volevo tornare a scuola dovevo portare il grembiule lungo, così non occorreva accorciarlo. La mamma, che non aveva paura e sapeva sempre cosa dire rispose: “Quando lei pretenderà che tutte le bambine vengano a scuola col grembiule lungo così come quello di mia figlia, allora io manderò mia figlia col grembiule lungo come vuole lei, altrimenti accorcio il grembiule a mia figlia e poi la riporto a scuola”. Allora la maestra le disse: “Se la tenga a casa per sempre e la mandi a scopare la chiesa e a pulire i banchi che a me non importa niente, a scuola non la voglio più, è sospesa per sempre”. Così mamma mi portò a casa, poi suonò il campanello in canonica da monsignore e gli raccontò l’accaduto, mostrandogli come la suora mi aveva ridotto il grembiule.

Monsignore mi prese per mano e mi riaccompagnò a scuola dalla suora. Non so che cosa si dissero, perché io rimasi in classe. La suora mi mise nell’ultimo banco come se avessi fatto qualcosa di brutto e rimasi in quel banco sempre fino al termine della quinta; in seguito la maestra fu sempre molto cattiva con me, perché aveva dovuto cedere alla richiesta di monsignore di farmi tornare. Quando andavo a chiederle qualche cosa che non avevo capito non me la spiegava e mi metteva in piedi davanti alla lavagna in castigo. Dovevo stare attenta a parlarle: se andavo a chiederle di andare al bagno, lei mi metteva in piedi prima per un bel po’ di tempo davanti alla lavagna o dietro, poi mi mandava e al ritorno mi faceva stare in piedi fino al termine delle lezioni. Così i poveri dovevano sempre abbassare la testa. Chissà se quella suora era ricca di famiglia o faceva la suora perché aveva poco da mangiare, ma certamente di animo era cattiva.

 

LA VITA DI CASA E MIA SORELLA MARIA

Mia sorella Maria era la più grande e quando mamma tornò da Parigi cercò di trovarle lavoro, perché a casa c’era bisogno di soldi per andare avanti. Le trovò così un posto in una fabbrica di stuzzicadenti dove guadagnava pochissimo, ma tutto aiutava la famiglia. Io frequentavo le scuole elementari e mia sorella Nicla e il mio fratellino Titti andavano all’asilo. Mia sorella Nella aiutava la mamma in casa, perché era più grande e aveva preso il posto di mia sorella Maria. Quando tornavo a casa da scuola facevo i compiti e poi aiutavo a lavare i piatti, perché la mamma era sempre in giro a lavare da una famiglia che aveva quattro figli grandi e in cui il marito faceva il fabbro. Abitavano dalla parte del cortile che dava su via S. Luigi. Questa famiglia non era proprio povera, però tanti soldi non dovevano averne se il marito faceva il fabbro. Aveva, certo, un’officina grande, ma non sguazzavano nell’oro neanche loro, perché per quanto fossero bravi lavoravano tanto. Tenevano in casa anche una zia, perché grazie a lei avevano potuto far studiare i quattro figli. Non pagavano mai la mamma quando andava a lavare; le davano solo qualche vestito vecchio. Lei si accontentava, visto che erano anche tanto amiche, e tiravamo avanti. Anche se il cortile era diviso da una rete, eravamo molto amici e quando mia sorella Nella fece la prima comunione e la cresima quella loro zia, moglie di un maresciallo dell’esercito, le regalò il vestito bianco per la cerimonia. Era il modo di ricompensare un po’ la mamma per il lavoro che faceva per loro.

Mamma aveva il coraggio di fare le iniezioni alla gente perché il suo primo marito era infermiere e a quei tempi le persone non prendevano le pastiglie, ma facevano solo iniezioni: mamma non aveva mai il coraggio di pretendere soldi perché la gente era tanto povera. A casa io e mia sorella Nella facevamo tutte le faccende quando eravamo a casa da scuola, visto che la mamma faceva quello che poteva. Cucinava, ma i piatti toccava lavarli a noi. Io avrò avuto circa cinque anni: Nella li lavava e io li sciacquavo. Non c’era l’acqua corrente come adesso, era una fatica anche lavare i piatti perché il cibo era condito con la carne di maiale e con il lardo perciò i piatti restavano molto grassi così come le posate e le pentole. Bisognava pulire anche il paiolo per la polenta, che veniva fatta ogni giorno: la pentola era di rame e per pulirlo bisognava prima togliere le croste di polenta. La mamma faceva spesso la polenta: non la faceva molto soda come si usava in montagna, ma la cucinava un po’ molle, come la mangiavamo noi dalle nostre parti e allora noi tre bambini più piccoli ci prendevamo un piattino per ciascuno e aspettavamo che la mamma ci mettesse un po’ di polenta, poi ci spargevamo sopra un po’ di olio di oliva e la mangiavamo molto volentieri. Ma c’era anche il gatto di casa che la adorava: quando sentiva l’odore incominciava a miagolare e allora la mamma ne metteva un po’ anche sul suo piattino. Bisognava servirlo per primo altrimenti non smetteva più di miagolare.

Io una volta da piccolina ebbi l’itterizia. Il medico disse a mia mamma di darmi da mangiare minestrine leggere. Mi comprava anche le arance, che erano un lusso per quei tempi. Ma io ero abituata a mangiare cibi frugali come gli altri in famiglia e mi mancava la polenta: allora, di nascosto, la rubavo e la mangiavo fredda. Quando mia mamma se ne accorgeva mi sgridava, ma io lo facevo lo stesso. Così cominciò a darmi qualche sculaccione, ma io non ce la facevo a rinunciare a mangiare la polenta. Quando mamma me lo raccontava diceva “Tu sei guarita dall’itterizia più con le botte che con le medicine!”. Per pulire il paiolo lo si metteva a bagno e poi con l’aceto, il sale e la farina di mais lo strofinavamo bene perché il rame venisse ben pulito e bello chiaro. Restava nero solo il fondo esterno perché andava dentro la stufa in mezzo al fuoco. Per lavare i piatti usavamo la lisciva: era un detersivo che costava poco, lo stesso con il quale le mamme facevano il bucato. Così lavavamo i piatti con la lisciva, ma non sgrassava molto, in più l’acqua si raffreddava subito. Per le posate e le pentole non c’era la paglietta di ferro come adesso. Le posate erano di ottone, le pentole erano di alluminio e bisognava sfregarle perché venissero pulite: ogni tanto compravamo un po’ di sabbia, andavamo all’aperto giù in cortile e sfregavamo le pentole e le posate perché venissero chiare e pulite. Era un lavoro non facile lavare i piatti, perché era faticoso, complicato, non era come adesso, però dovevamo farlo almeno due volte al giorno. Non avevamo tanti piatti, giusto quelli che servivano e stavamo attenti a non romperli perché altrimenti bisognava ricomprarli. Il nonno in montagna li aggiustava quando si rompevano: faceva dei buchetti con un chiodo e poi li aggiustava con il fil di ferro. A casa mia non l’ho mai visto fare, ma so che ai tempi di mamma li aggiustavano in questa maniera.

Anche se crescendo il tempo per giocare era poco, con mia sorella Nella non c’era certo da annoiarsi: anche mentre facevamo le faccende di casa lei chiacchierava sempre, mi raccontava tante cose. Le piaceva tanto recitare le poesie che imparava a scuola: quando radunava gli amici lei prendeva una sedia, ci saliva sopra e si metteva a declamare poesie o filastrocche, anche inventate al momento per farci ridere. Era molto simpatica, di statura non cresceva molto, ma parlava con tutti. Chiacchierava sempre: io che ero più timida e parlavo poco, le stavo sempre accanto e la lasciavo parlare, perché le piaceva mettersi in mostra. Chiacchierava con tutti, anche con i sacerdoti che, dal canto loro, ci trattavano veramente come figli ed erano molto affezionati alla nostra famiglia. Mio fratello più piccolo ha tutti i nomi dei cappellani che l’hanno battezzato, tranne quello di monsignore. Gli avevano messo tutti quei nomi perché era uno dei due bambini nati in famiglia; eravamo due maschi e quattro femmine. Ci tenevano come figli anche perché ci vedevano sempre lavorare nei paraggi. Loro trattavano bene papà. Anche quando andavamo ad aiutare in chiesa, la Nella parlava con tutti e specialmente con don Francesco Ronchi. Quando lo vedeva correva subito a salutarlo e spesso gli chiedeva perché non poteva fare il chierichetto (le sarebbe piaciuto molto, aveva imparato a “rispondere messa” meglio degli altri bambini). Siccome cresceva poco ma in cambio aveva capelli molto folti, don Francesco l’aveva soprannominata “scufia”.

DON FRANCESCO RONCHI

Don Francesco Ronchi era l’amministratore della parrocchia. Era molto grasso e aveva una voce rude, sembrava voler spaventare i bambini, ma noi lo amavamo tutti perché era tanto buono e generoso. Aveva un fratello che faceva il cantante d’opera e che cantava in giro per tutto il mondo: sua figlia veniva qui a Monselice dallo zio che abitava “ai santi” (la casa dove abitava c’è ancora) vicino al Duomo vecchio. Questa ragazza veniva qui in villeggiatura d’estate, perché il posto era bello. Era anche lei molto gentile e umile e giocava con noi bambini come fosse una di noi, anche se era molto ricca. Anche lo zio sacerdote era ricco di famiglia, veniva da Este e si occupava dell’amministrazione della chiesa: quando riceveva i soldi delle elemosine li portava a casa, noi lo aiutavamo coi sacchettini, erano tutte monetine, lui poi li divideva e faceva la parte anche di papà, perché in quei soldi c’era anche il compenso per il sacrestano.

Poi con il passare degli anni ha cominciato a soffrire di una paralisi progressiva, ed è andato avanti molti anni trascinando le gambe: noi lo aiutavamo ad arrivare a casa. Voleva molto bene ai bambini: quando lo accompagnavamo a casa con i sacchetti delle questue della domenica, sua sorella ci aspettava e se era inverno ci preparava le frittelle di castagne, mentre d’estate ci preparava tanta frutta. Giocavamo anche a tombola, perché loro amavano la compagnia e noi bambini portavamo allegria: erano veramente persone squisite e gentili. A don Francesco piaceva anche fare il vino per le sante messe. Era un vino dolcissimo: lui abitava ai piedi della Rocca, aveva le vigne e il vino veniva buono. Lo spremeva tutto con le mani, aveva i recipienti per farlo maturare. Quando era ora di celebrare le messe noi andavamo a prenderlo con le bottiglie e lo portavamo giù nelle chiese.

Invece le ostie per fare la comunione le facevano le suore. Allora noi bambini andavamo dalle suore ogni sabato a prendere le scatole chiuse con le ostie fatte da loro e ci davano sempre un cartoccio di ritagli di ostie e noi ce li mangiavamo per strada, anche se non avevano nessun gusto le mangiavamo volentieri. Papà andava alla questua di frumento, granturco, uva e con quei pochi soldi si poteva tirare avanti. Non eravamo ricchi, certo. Don Ronchi divideva anche i soldi dei battesimi, dei matrimoni, dei funerali, divideva insomma tutti i soldi che riceveva tra i sacerdoti e anche papà, e allora a casa nostra non c’era fame nera. Mangiavamo cose frugali, certo, ma non abbiamo mai sofferto la fame disperata.

 

LA GUARDIA UCCISA E IL CAMBIO DI CASA

Poi successe una cosa che sconvolse la nostra vita e le nostre abitudini. Vicino al duomo vecchio ci abitavano monsignor Gnata, un uomo molto gentile, e don Francesco Ronchi. Una notte, siccome il duomo vecchio possedeva un tesoro che esponeva ogni anno, vennero i ladri e tentarono di segare le sbarre del salotto di monsignore per andare a rubare questo tesoro. C’era la guardia notturna che ogni notte faceva il giro per il centro e andava anche fino al duomo vecchio che si trova in Via del Santuario. I ladri la sentirono arrivare e quando la videro gli spararono e la uccisero. Questo pover’uomo, che stava facendo il suo lavoro, lasciò due bambini e la moglie senza nessuno. Erano piccoli e lui era giovane. Allora monsignore si spaventò: pensava che qualcun altro poteva tentarci ancora, così chiese a mio papà di andare ad abitare in una casa nel cortile del duomo che era vicina alla canonica, per avere compagnia. La mamma disse subito di no, perché le piaceva abitare nella nostra via, e anche noi bambini avevamo tanta compagnia; ma mia sorella, che si era fidanzata con un ragazzo che era abituato a vivere sul Montericco, insistette tanto e così papà e mamma cedettero e cambiammo casa con grande dolore. Mamma poi non fu mai contenta di abitare lassù, anche se era un bellissimo posto, il più bello di Monselice.

La casa non era come quella che avevamo a Santo Stefano, era peggiore, anche se era stata tenuta bene da quelli che l’abitavano prima. C’erano due stanze sotto, che erano umide, la cucina e un’altra stanza che era come un ripostiglio grande, dove si potevano mettere tante cose: noi ci andavamo a lavare i piatti. Però dovevamo andare a prendere l’acqua ancora più lontano di prima e scendere uno scalone grande coi secchi ed era una fatica andare su e giù per avere un po’ d’acqua per fare da mangiare e lavarsi. Però avevamo un gran bel cortile, diviso in due perché metà era della chiesa, dato che la gente entrava dalla parte della sacrestia. Nel nostro cortile c’era una bellissima magnolia, grande, faceva una bella ombra, e dopo c’era una pianta che dicevano fosse di datteri e un’altra pianta che era una palma. In mezzo c’era una grande buca, tutta recintata con un muretto di mattoni e si scendeva giù da tre, quattro scalini e lì in mezzo c’era un pozzo, una cisterna che raccoglieva l’acqua piovana. Il pozzo era antico, laggiù papà piantava l’insalata, teneva l’orto che d’estate ci dava la verdura. La mamma quando aveva tempo andava sotto la magnolia perché faceva ombra e poi papà aveva fatto anche un pollaio in un angolo vicino alla canonica e ci teneva qualche gallina per le uova.

Mi ricordo il primo giorno che andammo in questa nuova casa. Ero abituata a tutti i rumori di bambini che giocavano, mentre ora c’era solo silenzio: mi prese una grande tristezza, era come se avessi lasciato tutta la mia infanzia giù a S. Stefano. La sera mandarono me a chiudere il cancello che era un portone di quelli antichi con grandi chiodi. Ricordo come fosse adesso che chiusi quel portone pesante e poi mi appoggiai e rimasi un po’ lì: piansi tanto a sentire quel silenzio, mi sembrava di aver chiuso fuori la mia bella infanzia in quel momento, anche se ero ancora una bambina, avevo solo otto anni, ma la vita lassù cominciava a cambiare. Monsignore aveva tre perpetue: una era una nipote, gentilissima, poi ce n’era un’altra che era stata suora, ma ora era cameriera, e infine una vecchia, non so quanti anni avesse avuto, a me sembrava molto vecchia, faceva poco, la tenevano solo perché erano tanti anni che serviva monsignore. Erano molto gentili, facemmo subito amicizia ma erano comunque persone adulte, non c’erano più i bambini come prima. Mi ricordo che io e gli altri due fratellini andavamo giù a giocare a Santo Stefano perché i nostri amici erano lì, facevamo presto perché c’era solo uno scaloncino da fare.

 

LA FAMIGLIA BERNANDINI (Sulla Rocca)

Per fortuna venne ad abitare una famiglia su nella rocca con cinque figli, tre femmine e due maschi, poi nacque anche la sesta ma io ero già grandina. A metà della Rocca c’era uno spiazzo vicino al santuario con i corpi dei santi, dove c’era anche la reliquia di S. Valentino. La chiesetta si chiamava San Giorgio, c’era un bellissimo giardino grande con una villa grandissima e dei giardini meravigliosi un po’ giù, fatti in modo particolare, e su nella Rocca il conte costruì una casa e una stalla e fece venire una famiglia. Loro erano messi meglio di noi, la casa era nuova. Venne questa famiglia, erano brava gente e curavano tutta la Rocca. C’era il torrione, tanti ulivi e le viti. C’era un grande scalone che portava su e questa gente lavorava molto bene: coltivavano verdure, avevano una mucca, le pecore, animali di tante specie, e tagliavano il fieno. Il conte aveva fatto anche una casetta verde giù da una discesa che serviva da fienile: era fatta di legno e quando tagliavano il fieno lo mettevano dentro per gli animali che avevano e serviva per l’inverno. Noi usavamo anche quello per giocare: dentro avevamo costruito un’altalena: quando salivamo ci davamo una spinta e quando eravamo belli alti facevamo un salto e ci lasciavamo cadere nel fieno. Quando tornavamo a casa la mamma doveva farci un bagno perché avevamo fieno e terra dappertutto.

Facemmo subito amicizia con questi bambini. La mia amica, che aveva un anno più di me, si chiamava Sandrina ed eravamo diventate inseparabili. Finalmente avevamo un po’ di compagnia per giocare e andare a scuola e allora era ritornata un po’ di vita anche lassù. Andavamo a scuola tutti assieme e il pomeriggio, quando avevamo fatto i compiti e aiutato la mamma, andavamo su di corsa per lo scalone a giocare con questi bambini e ci divertivamo un mondo. Nessuno ci diceva niente anche se eravamo scalzi o facevamo rumore, era tutto a nostra disposizione. Andavamo su al torrione d’estate con quel caldo, sedevamo all’ombra a giocare con le carte e con le bambole. Mio fratello Titti invece giocava con Nanni, andavano sotto i nidi per vedere se cadeva giù qualche uccellino e qualche volta ne trovavano, allora gli davano da mangiare e lo mettevano in una gabbietta finché era un po’ grandino da potersi arrangiare e così lo lasciavano andare. Mio fratello aveva anche la passione delle bisce e le raccoglieva: aveva tolto un vaso grande dove mamma metteva i sottaceti e quando riusciva a prendere una biscia la metteva dentro e poi la nascondeva, a volte dietro l’altare del duomo. La mamma aveva molta paura delle bisce: una volta, che era andata a pulire la chiesa, dietro l’altare trovò il vaso con la biscia. Chiamò subito mio fratello e gliela fece portare via.

 

LA FAMIGLIA BALBI VALIER

In quel periodo il conte Balbi veniva a passare l’estate su nella sua meravigliosa villa, assieme alla moglie e alle due bambine. Loro non potevano giocare con noi bambini, erano sempre accompagnate da bambinaie in divisa che non le permettevano di sporcarsi. Io non le ho mai viste giocare con gli altri bambini e mi facevano una gran pena. Ho sempre pensato che i bambini dei ricchi non siano felici come i bambini poveri. Mi viene in mente che su nella Rocca non ci mancava niente, c’erano tanti animali fra i quali c’era anche un’asina nana che il conte aveva comperato da un circo: era molto divertente perché sapeva fare molte cose, ma serviva al loro papà per trasportare tante cose pesanti. Un giorno che eravamo sedute nello scalone, Sandrina aveva in braccio la sorellina più piccola; l’asina all’improvviso si imbizzarrì e con le zampe dietro si mise a dare calci e prese in pieno la bambina, le diede un calcio in un occhio. I medici provarono a fare di tutto ma non riuscirono a salvarle l’occhio e così rimase cieca.

Intanto la guerra non era ancora incominciata e per noi era tutto tranquillo: il nostro tempo lo passavamo tra la scuola e i nostri giochi, vedevamo il mondo con gli occhi di bambini e tutto ci sembrava meraviglioso. Mio fratello Titti a scuola ci andava volentieri, ma quando veniva l’ora di fare i compiti scappava sulla Rocca a giocare con i suoi amici. Nemmeno alla sera, quando tornava a casa, li voleva fare e per essere lasciato in pace saliva sulla magnolia che avevamo in giardino, dove si era costruito una piccola piattaforma fra i rami. Ci saliva in fretta e rimaneva lì il più possibile, finché arrivava la Nella che gli dava qualche schiaffo e lo faceva scendere per fare i compiti e lavarsi: due impegni che non gli piacevano di certo. Se Titti saliva sulla magnolia per non fare i compiti, Nicla aveva invece la passione di volare: si agganciava al collo la mantellina che papà aveva portato a casa dall’Africa, saltava giù e diceva che era il suo paracadute. Quella mantellina serviva anche a me: me l’agganciavo alla vita e diventava una gonna lunga quando giocavo a fare la signorina.

 

IL  CASTELLO  DEL CONTE CINI

All’ inizio della mia via si trovava il castello Cini, che era adibito a museo. Era arredato con bellissimi mobili antichi, quadri e altre cose di grandissimo valore. Era un castello bellissimo, credo che avesse trentacinque stanze e c’era anche una piccola cappella. Aveva dei grandissimi giardini curati da giardinieri di professione. Mio cognato (Adolfo Cattin) lavorava dentro al castello, aveva cura dei mobili e dei quadri e doveva ricevere molte persone importanti che venivano da tutte le parti per visitarlo. Qualche volta si tenevano anche dei rinfreschi e venivano da Venezia camerieri e cuochi professionisti, preparavano tavole con tovaglie preziose con ricami da sogno. Il conte era molto orgoglioso del suo castello.

Poi, circa cinquanta metri più in su, c’è un altro bellissimo palazzo con una grandissima scalinata adornata da statue e sulla parte sinistra dei bellissimi giardini tutti ben curati da un giardiniere. A recintare il tutto alte mura e, siccome il palazzo era del conte Nani Moncenigo, sopra le mura avevano messo delle bellissime statue che raffiguravano i sette nani di Biancaneve. Un po’ più su c’è il duomo vecchio, con all’interno quadri e cose preziose: quando era addobbato a festa non aveva niente da invidiare ai bellissimi palazzi vicini. Io lo ricordo quando funzionava a pieno regime. Lì facevamo i matrimoni e le funzioni più importanti e anche la santa messa delle ore undici alla domenica. Aveva un bravissimo coro accompagnato dall’organo.

A quei tempi le cerimonie religiose le vidi tutte, essendo la figlia del sacrestano dovevo aiutare papà e mamma ad addobbare la chiesa. Dietro al duomo c’è la rotonda: all’entrata ci sono due alti pilastri e sopra un grandissimo leone e una leonessa. In testa portano un berretto con lo stemma del casato di una famiglia di nobili, forse quella del conte Balbi Valier. Ai miei tempi la rotonda serviva a tutti i bambini di Monselice: per terra c’era erba e d’estate si sdraiavano per sentire un po’ di fresco. La rotonda è tutta recintata da un muretto con delle panchine e da lì si vede quasi tutta Monselice.

 

SANTUARIO DELLE  SETTE CHIESETTE

Pochi passi più su c’è un grande cancello chiamato Porta romana. Quel cancello veniva aperto da un custode a una certa ora del mattino e chiuso alla sera. Entrando si vedono subito cose di una bellezza straordinaria. Sulla parte sinistra c’è una lunga scalinata con sette chiesette: ognuna dedicata ad un santo. Quando si arriva in cima a destra si trova la chiesa di S. Giorgio con dentro i corpi dei santi. Dicono che fossero martiri di tanti secoli fa e c’è anche la reliquia di S. Valentino: ogni anno il giorno di S. Valentino tutti i bambini andavano a baciarla. Questa tradizione dura da secoli e ha un significato preciso: dicono che S. Valentino preservi i bambini dal mal caduco, ci dicevano una volta, ma adesso questo male credo che si chiami epilessia. Comunque questa tradizione va ancora avanti e quella chiesetta è un vero gioiello. Vicino c’è il palazzo del conte Balbi Valier, che unisce la chiesa e la villa, e c’è un bellissimo giardino con una fontana in mezzo. Tutto è tenuto con molta cura, ci sono vecchie statue e una grande scalinata che porta su alla grotta di san Francesco. Quando io ero piccola c’era proprio una grotta con la statua di un santo, ma siccome era vecchia e brutta la moglie del conte la fece fare tutta nuova, perché diceva che le loro due bambine avevano paura di quella brutta statua vecchia. Adesso mi sembra ci sia la madonna, non ricordo più bene.

Mia sorella Maria, che era la più grande, da un po’ di tempo era andata a lavorare e mia sorella Nella prese il suo posto in casa e aiutava la mamma. Anch’io crescendo aiutavo la mamma, perché lei doveva aiutare papà nelle pulizie delle varie chiese che c’erano in paese. Doveva lavare tutta la biancheria, le tovaglie degli altari e tutte le tuniche bianche dei sacerdoti, che allora erano molti, poi a stirarle per fortuna ci pensavano le suore. Allora si doveva usare il ferro da stiro con dentro la brace e c’era sempre pericolo di bruciare la biancheria. A Pasqua e a Natale si dovevano pulire i candelabri di ottone di tutti gli altari e anche le lampade che erano attaccate al soffitto ed erano sempre accese. Le pulivamo col sidol e allora in quelle occasioni la mamma ci arruolava tutti, perché aveva bisogno di aiuto. Anche se eravamo piccolissimi ci arrangiavamo tutti a darle un po’ di aiuto, magari nelle cose più piccole e facili.

Intanto mia sorella Maria a sedici anni si era fidanzata con un ragazzo che lavorava al castello del conte Cini. Il Conte aveva sposato l’attrice Lidya Borelli e da lei ebbe quattro figli, tre femmine e un maschio morto a circa trent’anni. L’isola di S. Giorgio a Venezia ha una fondazione dedicata a lui che si chiama Giorgio. Il castello si trova in via del Santuario e lui lavorava lì da dopo che che era tornato dal servizio militare. Il suo mestiere sarebbe stato il falegname, però era andato a lavorare al castello perché sua mamma faceva la cuoca in casa Cini. Abitavano su a Montericco, proprio in cima, e il papà faceva il guardaboschi. Visto che c’erano sempre i restauratori perché c’erano tante cose antiche, un po’ alla volta mio cognato imparò a fare il mestiere di restauratore. Aveva dieci anni più di mia sorella Maria e un giorno le chiese di diventare il suo fidanzato. La mamma acconsentì perché le sembrava una persona per bene. Il fidanzamento durò tre anni. Intanto lui costruì tutti i mobili di casa. Quando decisero di sposarsi ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale e lui fu richiamato a fare il militare.

Non disse niente a mia sorella e si sposarono ugualmente, ormai era tutto pronto per le nozze, ma eravamo in guerra e fu molto difficile trovare le cose necessarie per vestirsi. Il pezzo di stoffa per cucire l’abito da sposa mamma ce l’aveva già in casa, era di velluto bianco, ma siccome si dovevano sposare a fine dicembre, mamma pensò di tingerlo con una tinta color biscotto e lo fece corto, così le servì anche per il viaggio di nozze. Occorreva loro anche un cappotto. Fecero allora domanda per avere la tessera annonaria per poter ricevere il tessuto che si chiamava “tessuto autarchico”: era peggio della stoppa, invece di tenere caldo probabilmente lasciava passare il freddo. Noi bambini non avevamo niente di bello da indossare per una cerimonia di nozze. Mamma, papà e mio fratello più grande un vestito buono ce l’avevano ma a noi quattro più piccoli ci dissero di stare giù in cucina in modo che non ci vedesse nessuno. La cerimonia durò quanto una messa qualunque e invece di un pranzo fecero un piccolo rinfresco che durò poco, perché con la guerra non si trovava niente.

Poi partirono per il viaggio di nozze: andarono ad Arten dove abitavano i miei nonni, i genitori di mia mamma che erano rimpatriati dalla Francia da poco. Si fermarono lì solo qualche giorno e poi ritornarono a casa, perché mio cognato doveva partire per la guerra. Intanto mia sorella rimase incinta. Lui partì per fare il militare e siccome lei era un tipo molto pauroso e aveva paura di abitare nella nuova casa da sola, io andavo a dormire da lei per farle compagnia. La notte che nacque la bambina mio cognato riuscì a tornare in licenza, così potè abbracciare sua moglie e la sua bella bambina. Nei pochi giorni che rimase a casa costruì una bella culla e la tinse di un bel colore giallo e i pittori del castello gli dipinsero un nido con degli uccellini colorati: era proprio una meraviglia per quei tempi. Quando suo marito ripartì una volta terminata la licenza, mia sorella non volle più dormire a casa da sola, così la sera veniva da noi. Dormiva nel suo letto da ragazza e per la bambina mia mamma aveva preparato una culla togliendo un cassetto dell’armadio. Le aveva fatto un materassino, i lenzuolini erano i nostri e anche le copertine di quando eravamo piccoli.

Ricordo che quando noi tre fratellini più piccoli andavamo ancora a scuola, tante mattine non c’era neanche un po’ di latte per fare colazione. Alla sera si cenava con poco. La fame regnava sovrana, almeno fra noi poveri. Nel Quaranta, quando cominciò la guerra, io avevo nove anni: a quell’età si ha bisogno di mangiare per crescere bene. Terminata la quinta elementare, chiesi alla mamma di andare a fare la bambinaia, perché la mia amica Sandrina, che era un anno più grande di me, appena finita la scuola era andata a fare la bambinaia in una famiglia di signori e io vedevo che guadagnava qualche soldino. Anche se erano pochi pensai che se guadagnavo qualcosa poteva fare comodo a mamma. Vicino a casa nostra era venuta ad abitare una famiglia molto numerosa, venivano da Torino, erano sfollati a Monselice per paura dei bombardamenti. Una figlia aveva due bambini piccoli, uno di pochi mesi e l’altro era un po’ più grande. Mi chiesero se volevo andare da loro ad accudire i bambini. Io dissi di sì, poi lo chiesi alla mamma ma lei non era molto contenta, aveva voglia di mettermi a imparare a fare la sarta, dato che si era accorta che avevo molta mano con il cucito.
Mi disse lo stesso di provare ad andarci. Il giorno seguente iniziai il mio nuovo lavoro.

Per qualche giorno mi fecero badare solo ai bambini, ma poi mi facevano fare tutti i lavori di casa perché mamma e figlia non facevano niente. Il peggio è che mi facevano lavare i piatti. Mettevano due bacinelle sopra la tavola. In una dovevo lavarli e nell’altra dovevo sciacquarli perché non c’era acqua corrente e neppure un lavello per mettere le bacinelle. Io ero troppo piccolina, non arrivavo sopra il tavolo e allora dovevo inginocchiarmi su di una sedia, ma i piatti erano tanti e anche le pentole, perché erano una famiglia numerosa e per fare le pappe ai due bambini sporcavano tante pentoline. Resistetti tre mesi, ero diventata ancora più magra perché mi davano anche poco da mangiare, poi raccontai alla mamma quello che mi facevano fare e allora mi tenne subito a casa. Nella nostra via abitava la sarta più brava del paese e allora mamma le chiese se mi prendeva ad imparare a fare il suo mestiere. Lei disse subito di sì e così iniziai un nuovo lavoro, che mi piacque molto. Lì incontrai tante altre ragazze più grandi di me, diventammo subito amiche. Io avevo solo undici anni e loro mi insegnavano tutto quello che dovevo fare. Erano contente di me perché imparavo subito, anche la sarta era contenta, diceva alla mia mamma che da grande sarei diventata brava perché avevo molta voglia di imparare.

La sarta era una signorina sulla cinquantina, era gentile ma anche molto severa, non ci permetteva di chiacchierare durante il lavoro. Quando venivano le signore a provarsi i vestiti le portava in un salottino con tanti specchi ma lasciava la porta aperta per sentire se chiacchieravamo in sua assenza. Io dovevo andare al lavoro anche la domenica mattina, perché dovevo consegnare a domicilio tutti gli abiti che erano stati confezionati durante la settimana. Era una vera fatica, perché ci dovevo andare con qualunque tempo. Nessuno di noi possedeva una bicicletta e dovevo farmi tutta la strada a piedi anche se abitavano lontano, magari in campagna. La guerra era già iniziata, a casa mia mangiavo poco, quando entravo nelle case di gente benestante sentivo il profumo perché stavano preparando il pranzo. Nessuno mi diede mai niente, magari un soldino di mancia: solo una volta una signora di campagna aveva appena sfornato dei biscotti e me ne diede tre o quattro, e mi sembravano così buoni che li ricordo ancora.

 

LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I BOMBARDAMENTI

Intanto la guerra continuava a peggiorare, erano iniziati i bombardamenti anche qui in paese. Era stato costruito un rifugio antiaereo in centro perché vicino alla chiesa di S. Paolo c’era un piccolo colle chiamato la Rocca dove era possibile costruirlo. La gente del centro, quando sentiva suonare l’allarme, correva in questo rifugio e rimaneva lì finché passava il pericolo. Io abitavo vicino al duomo vecchio e mamma ci portava sotto l’arcata del campanile, i muri erano grossi e lei sperava che lì saremmo stati un po’ più al sicuro. La situazione peggiorava di giorno in giorno: avevano iniziato a mettere il coprifuoco di sera e quando iniziava a fare buio si dovevano tenere le luci spente. Allora accendevamo una candela, ma quando suonava l’allarme spegnevamo anche quella, perché gli aerei bombardavano dove vedevano una luce accesa. Ricordo che una mattina, verso le ore undici, era il giorno di Pasqua e io stavo tirando su l’acqua dal pozzo, suonarono l’allarme e io non feci in tempo a correre sotto il campanile che subito arrivarono gli aerei e cominciarono a bombardare.

Bombardarono nella zona dei frati francescani e le schegge arrivarono fin su al duomo: quando le sentii arrivare lasciai cadere il secchio nel pozzo, mi gettai a terra e nascosi la testa in un buco del muretto vicino. Per fortuna le schegge andarono addosso al campanile della chiesa e io mi salvai. C’era un aereo che passava tutte le sere sopra Monselice, noi lo chiamavamo Pippo; qualcuno gli diceva dove doveva bombardare. Una sera i soldati tedeschi andarono al cinema Roma, erano tutti ragazzi ventenni. Il cinema era pieno: passò Pippo, cominciò a bombardare, centrò in pieno il cinema e li uccise tutti. Poi continuò a bombardare il centro del paese e prese in pieno la casa del direttore della banca, uccidendo la moglie e un figlio che studiava medicina. Il direttore rimase vivo con altri cinque figli tutti in tenera età. Mia mamma quella sera si trovava in chiesa a S. Paolo: a un certo punto sentì caderle i calcinacci addosso, poi si staccarono gli stipiti delle porte. Pensò che avessero bombardato su nella rocca, nella villa del conte Balbi che aveva dovuto trasferirsi a Venezia e lasciare libera la villa, occupata dal comando tedesco. Nella Rocca c’erano anche i radar antiaerei, che sentivano quando arrivavano gli aerei da molto lontano, e poi c’erano le mitragliatrici installate per tutta la Rocca e i soldati pronti a sparare agli aerei. Noi eravamo proprio in zona di guerra, i nobili che abitavano in via del Santuario avevano dovuto abbandonare le loro bellissime ville e trasferirsi tutti a Venezia. Le ville furono poi occupate tutte dai tedeschi.

Mamma quando entrò era terrorizzata, era piena di calcinacci dalla testa ai piedi e aveva la bocca piena di polvere. Mia sorella Nella era un tipo unico, era sempre tranquilla, e le disse: “Calmati, vuoi che vengano a bombardare proprio qui da noi”. Ormai noi ragazzini ci stavamo abituando a vivere con la guerra e con il pericolo che correvamo ogni giorno. Vivere diventava sempre più difficile. Nei negozi non vendevano quasi più niente, oppure quel poco che avevano lo vendevano al mercato nero, ma noi non avevamo soldi per comprare, tutto era costosissimo. Papà prima della guerra faceva il sacrestano: lo stipendio era poco e le chiese erano tante e allora aveva il diritto di andare in campagna alla questua. La gente gli dava un po’ di frumento, o un salame, uova oppure uva, così papà faceva il vino a casa, ma con la guerra non ci portava quasi più niente. E poi c’era anche mia sorella sposata che aveva bisogno del nostro aiuto: aveva due bambine piccolissime che avevano bisogno di latte e zucchero. Il marito era militare e così mio papà andava a Venezia in bicicletta, perché non aveva i soldi per il treno. Conosceva un posto dove si poteva trovare un po’ di sale e lo zucchero, tutto al mercato nero, ma ne comperava poco, quello che poteva bastare per le due bambine.

Noi bambini che eravamo in un’età in cui avremmo avuto bisogno di mangiare per crescere bene, nell’ultimo periodo di guerra non avevamo né carne né zucchero, qualche volta un po’ di latte, ci davano due pani a testa con la tessera, la verdura la condivamo solo con l’aceto, oppure se avevamo un po’ di lardo in casa la mamma ci condiva l’insalata, poi qualche fettina la tagliava e ce la metteva in mezzo al pane e qualche pezzetto lo friggeva e lo metteva un po’ per condire la minestra, che era sempre di verdure. Quando eravamo fortunati a trovare qualche pezzetto di lardo dentro eravamo contenti. Ricordo anche che per scaldarci la mamma e il papà andavano nel bosco per la legna. Dietro e in parte alla chiesa c’era un bosco con tanta legna, però la famiglia che abitava lassù la vendeva e noi ne potevamo comprare solo poca. Mamma andava a cercare tutti i pezzetti che riusciva a trovare in giro per accendere il fuoco e farci un po’ di minestra, e fare il bucato. Mi ricordo che aveva le mani come la fronte di Nostro Signore, con le spine, perché tagliava in pezzetti anche gli arbusti spinosi con le forbici da vite e aveva tutte le mani bucate.

Papà faceva sempre il sacrestano e le donne che avevano i figli un po’ grandi andavano tutte le mattine ad ascoltare la messa, poi si fermavano a chiacchierare fra loro. Una mattina una donna che era amica di famiglia, raccontò a mio papà che suo figlio doveva partire a fare il militare e lui le rispose che a suo figlio non era ancora arrivato nessun avviso. Lei andava a servizio dal podestà, allora il sindaco si chiamava così, gli ha raccontato che suo figlio, che era nato nello stesso anno di mio fratello, doveva partire e mio fratello no, con la differenza che suo figlio era nato a gennaio e mio fratello il ventisei giugno e gli sarebbe toccato di partire con il secondo scaglione. Dopo poco che quella aveva raccontato chissà che cosa, il podestà mandò subito i fascisti in chiesa a prendere mio papà. Lo caricarono su un treno che partiva per la Germania. Altri andarono a prendere mio fratello a casa e lo portarono al distretto militare: tutti e due vennero dichiarati disertori della patria.

Mamma appena lo seppe andò subito da monsignor Gnata: lui si precipitò in stazione e convinse i fascisti a far scendere mio papà dal treno. Fece in tempo a salvarlo, ma mio fratello dovette rimanere al distretto anche se non ne aveva il dovere. Quella notte gli aerei bombardarono Padova e centrarono in pieno il distretto militare. Mio fratello si trovava ancora lì e venne colpito: dallo spostamento d’aria fu sbattuto da una parte all’altra e poi addosso a una colonna, riportando gravi danni ai polmoni. Dovette tornare a casa a piedi da Padova, non so come abbia potuto farcela, ci sono ventidue chilometri per arrivare a Monselice. Appena entrò in casa ormai era sera tardi, tutti spaventammo, mamma e papà lo aiutarono ad andare a letto e al mattino chiamarono subito il medico. Questo arrivò con calma, prima era andato ad ascoltare la messa e quando giunse da noi non lo visitò nemmeno. Gli disse: “Sei solo spaventato.” E poi se ne andò. Mamma vedeva che mio fratello peggiorava e allora continuava a chiamare il medico, ma quando arrivava gli diceva solo: ”Tagliati la barba che non hai niente”.

 

IL DOTT. MINORELLO

Mia mamma un giorno si arrabbiò e gli disse: “Lo deve ricoverare in ospedale, altrimenti mi muore qui in casa, mio figlio ha bisogno di essere curato.” E allora finalmente gli fece il certificato di ricovero in ospedale militare. Arrivato in ospedale mio fratello fu fortunato, perché incontrò un giovane medico che tutti a Monselice conoscono e hanno sempre apprezzato per la sua bravura, si chiamava dr. Minorello. Lo visitò e subito capì la gravità del male di mio fratello. Allora pensò di mandarlo a Battaglia Terme: lì in una grande villa avevano installato un ospedale per la cura dei polmoni, ma anche lì non  poterono far niente perché il male si era aggravato e lui aveva bisogno di essere operato. Allora lo mandarono a Venezia in sanatorio nell’isola di Sacca Sessola. Lì lo operarono, ma ormai il male aveva preso anche l’altro polmone. La malattia continuava ad aggravarsi e mamma appena poteva andava a trovarlo, si fermava qualche giorno ospite da una famiglia molto gentile che aveva un ammalato nello stesso ospedale. Mio fratello era un bel ragazzo molto intelligente e simpatico, era amico di tutti, ormai l’ospedale era diventato la sua seconda casa. Mamma era una donna coraggiosa, continuava a pregare e a sperare in una guarigione.

Se avessimo avuto a che fare solo con i tedeschi e con i bombardamenti, ma avevamo anche a che fare con i fascisti, erano diventati i nostri peggiori nemici, anche se loro erano tutta gente del paese, volevano comandare loro, ci terrorizzavano. Mi ricordo che sotto casa mia avevo le prigioni e molto spesso si sentivano gridare dal dolore e anche a volte piangere dei giovani che loro avevano preso e a cui davano colpe che non avevano. Prima li picchiavano a sangue e poi li portavano in stazione, li caricavano in carri bestiame e li portavano in Germania. I muri della prigione erano tutti macchiati di sangue, a volte io andavo a salutare la figlia del custode che era mia amica, lei mi faceva vedere come erano ridotti i muri di quelle piccole celle. Noi e anche gli altri poveri eravamo ridotti nella miseria più nera. Per fortuna che in quel periodo i sacerdoti erano buoni e trattavano bene papà e anche il resto della famiglia. Monsignor Gnata, che abitava accanto alla nostra casa, trattava noi bambini come figli suoi. Non possedeva un telefono a quei tempi e allora quando doveva comunicare con le suore o con i sacerdoti di tutto il paese chiamava uno di noi per portare il messaggio.

Sarebbe stata una fatica per lui andare giù in paese dato che abitavamo su al duomo e la salita è abbastanza ripida. Ormai lui stava invecchiando e se si ricordava una cosa o se ne dimenticava un’altra ci chiamava ancora, poi a fine giornata a quello di noi che aveva fatto le commissioni gli dava un piccolo soldino e ogni volta diceva: ”Prendi, va a comprarti le nespole”. Aveva due perpetue e una nipote. La perpetua vecchia un giorno facendo la salita è morta per strada. L’hanno portata dopo morta nella sua stanza, che aveva la finestra sopra il nostro portone. Mia sorella Nella aveva tanta paura dei morti e per tanti anni ogni volta che entravamo dal portone, specialmente di sera, mi diceva: ”Facciamo una corsa perché c’è la Beppa che ci prende”, così metteva un po’ di paura anche a me che ero più piccola. La perpetua e la nipote erano molto buone e venivano sempre a chiacchierare un po’ con la mamma.

Mi viene in mente quando rompevamo le scarpe. Era un vero guaio, perché c’erano pochi soldi per portarle dal calzolaio e anche perché eravamo in tanti in famiglia e c’era sempre qualcuno che aveva le scarpe rotte. Anche quando il calzolaio le aveva riparate non è che durassero tanto, perché lui aveva solo gomma per risuolarle: ma era gomma autarchica, che dopo poco tempo si rompeva. Il cuoio non esisteva più, allora la nipote di monsignore, che aveva molto ingegno, andava in cantina o in soffitta, cercava copertoni vecchi di bicicletta o qualche cosa che le poteva essere utile e le scarpe a noi bambini ce le risuolava lei, così per un po’ tiravamo avanti. Non posso dimenticare don Francesco Ronchi. Qualcuno che non lo conosceva bene lo credeva cattivo perché a parlare aveva un vocione e quando c’era qualcosa che non andava bene lui sgridava chi sbagliava. Era un bravissimo cerimoniere: lui nelle cerimonie di chiesa insegnava a tutti quello che dovevano fare.

In quegli anni vidi tante di quelle cerimonie e messe con cantori preparati, accompagnati dall’organo della chiesa di S. Paolo. Sentivo dire da papà che era unico in tutta la provincia e le cerimonie del nostro bellissimo duomo, che ha un’acustica meravigliosa, le messe cantate le facevano tutte lassù. La gente a quei tempi veniva molto in chiesa ed era bello trovarsi in tanti, tutti riuniti per cerimonie così belle. La casa di don Francesco era un po’ su sulla rocca e aveva un po’ di monte con le vigne che davano dell’uva dolcissima: lui aveva la passione di fare il vino per le messe. Schiacciava l’uva con le mani e poi aveva i suoi recipienti per prepararlo. Veniva un vino dolcissimo. Lo assaggiai anch’io quando ero piccola. Qualche volta i sacerdoti, quando celebravano la messa, lasciavano un po’ di vino nell’ampolla, e allora noi bambini lo assaggiavamo un po’ per uno. Sua sorella mi mandava tante volte a fare la spesa e quando gliela portavo su suonavo il campanello. Lei non scendeva ad aprire il cancello, ma dal muretto del cortile con una corda calava giù un cestino e io le mettevo tutta la spesa e lei mi ringraziava: questa cosa mi divertiva. Erano arrivati dal paese vicino, esattamente Este. Don Francesco morì dopo la fine della guerra e sua sorella tornò al suo paese. Mia sorella Nella andava spesso a trovarla, era felice quando la vedeva. È morta dopo i cento anni.

 

I COMPITI DI PAPA’ COME SACRESTANO

Il lavoro del sacrestano di una volta era molto faticoso. Papà era sempre impegnatissimo, fin dal mattino molto presto. Infatti la gente aspettava, per iniziare il lavoro in campagna, il suono dell’Ave Maria, che avveniva verso le cinque e mezzo o al massimo alle sei. Poi doveva presenziare a tutte le funzioni, le chiese erano sempre piene di gente. C’erano ad esempio delle vedove di guerra o donne non sposate che alla sera non sapevano cosa fare a casa e così stavano in chiesa a pregare anche fino alle dieci e più e finché non se ne andavano mio papà non poteva chiudere la chiesa, come invece fanno adesso, che chiudono a mezzogiorno e prestissimo la sera. Magari fosse stato così anche allora. Noi aspettavamo per mangiare che tornasse papà, anche se avevamo fame non si lamentava nessuno. I compiti di papà non erano solo la questua e l’assistenza a tutte le funzioni, c’erano anche le benedizioni delle case e delle stalle dove doveva andare per accompagnare monsignor Gnata, che abitava su al duomo vecchio.

Mio papà non faceva questi viaggi con i giovani sacerdoti, ma solo con monsignore. Quando dovevano andare a fare le benedizioni al mattino, una carrozza veniva a prendere monsignore (non c’erano automobili e i sacerdoti non andavano in bicicletta) e poi a mezzogiorno, terminata la messa, andavano a mangiare in una casa di gente benestante che non preparava la pastasciutta come va oggi, allora si mangiava tanta minestra.
Papà ci raccontava che in queste occasioni veniva preparato il brodo di gallina, poi con i fegatini facevano il ragù per condire il risotto che veniva proprio speciale e a papà piaceva molto, e poi c’erano la carne lessa e le verdure. Insomma, tutto quello che noi poveri non mangiavamo tutti i giorni. E neanche i ricchi, dato che ce n’erano pochi ed erano tutte famiglie numerose per cui, fatta la parte per ognuno, non ne toccava molta a testa. Quello che c’è adesso una volta neanche ce lo sognavamo.

Poi, una volta terminata la benedizione di tutte le case di campagna, c’era quella delle case in centro e allora papà veniva a casa a mangiare. Poi c’erano le benedizioni delle stalle, anche le più piccole dove c’era un solo animale, e anche lì ci andavano in carrozza, e mangiavano da chi aveva la possibilità di offrirgli un pranzo, e papà era contento perché in quei giorni mangiava bene. Mio fratello Lindo, che era un po’ cresciuto, sebbene giovanissimo, doveva andare per tutte le parrocchie della vicaria e nei piccoli paesi a portare ogni sabato gli avvisi della chiesa su tutte le funzioni che venivano celebrate. Ci andava in bicicletta anche se pioveva o nevicava, ogni sabato. Anche lui contribuiva al lavoro della chiesa. Poi, un po’ più grandicello, credo si sia trovato un lavoro in una fabbrica di marmi: era già andato a lavorare che era proprio un bambino e tutti ci dovevamo arrangiare, perché eravamo in otto in famiglia e dovevamo cominciare a lavorare appena cresciuti.

LA CHIESA DI SAN PAOLO

Adesso vorrei descrivere la chiesa di San Paolo. Molto amata dai monselicensi, era nel centro del paese, vicino a piazza Mazzini. Sembrava una chiesa fatta come tutte le altre, ma per chi la conosceva non era così. Sopra la chiesa, salendo una ripida scala, si poteva entrare in un’altra chiesa, che era chiamata la Chiesa della Buona morte. Aveva un altare bellissimo di marmo bianco e nero con dei disegni straordinari, ma era una chiesa ormai non più funzionante. Allora ci avevano messo tanti armadi che contenevano tutto il vestiario che serviva alle varie congregazioni e anche altre cose che servivano per le varie processioni. Le processioni di una volta erano molto seguite dai fedeli e ai lati delle strade c’era molta gente che stava a guardare, perché erano come spettacoli. Ogni congregazione aveva la sua processione e si vestiva in modo appropriato: con mantelli, cappelli, scarpe con grandi fibbie. Poi c’era il baldacchino sorretto da quattro uomini e l’ostensorio con il Santissimo che lo portava sempre Monsignore.

In mezzo alla chiesa c’era una grande pietra che si poteva levare e sotto c’erano le catacombe. Si poteva scendere con una scala e lì sotto seppellivano i morti. Chissà quanti secoli prima lo avevano fatto, perché mi ricordo che quando c’era ancora monsignor Gnata aveva voluto aprire queste tombe e le avevano ripulite. Io ero ancora una bambina ed ero curiosa di vedere cosa trovavano dentro. Andai a vedere quando le aprirono e vidi gli uomini che portavano fuori delle grandi ceste di polvere rossastra e la caricavano nei camion. Non c’erano ossa, ormai c’era solo polvere, ma trovarono delle grosse trecce di capelli da donna e nient’altro. Poi quando ripulirono tutto chiusero la pietra e rimasero solo le tombe vuote.

La chiesa funzionante era bellissima. Aveva una navata centrale e una più piccola a sinistra. L’altare centrale era grande e aveva due bellissimi angeli, uno per parte dell’altare, grandi come fossero persone. Nelle grandi feste, come a Natale e a Pasqua, papà andava su nella chiesa della Buona morte e faceva scendere un drappo rosso dal soffitto della chiesa, che era sostenuto da due angeli e sopra da una corona dorata. Metteva drappi rossi che scendevano dal soffitto anche sui muri, poi accompagnava il tutto con bellissime tovaglie ricamate e i paramenti sacri tutti ricamati in oro che indossavano i sacerdoti.

Dalla parte sinistra della navata centrale c’era una grotta dedicata alla Madonna. C’era la Madonna vestita di bianco con una cintura azzurra, che assomigliava alla Madonna di Lourdes. Aveva al collo tante preziose collane, braccialetti, e attaccate al muro tante cose preziose che la gente le regalava per grazia ricevuta. Mamma quando portavano fiori in chiesa le metteva tutti vasi di fiori attorno, così la rendeva ancora più bella. A quei tempi non esistevano le fiorerie. Dalla parte sinistra della chiesa c’era un’altra navata più piccola e c’era un altare dove nel periodo delle quaranta ore di preghiera esponevano il santissimo e a Natale vi si faceva anche il presepe. Poi, proprio vicino alla porta dove doveva entrare per andare in sacrestia e salire sul campanile, c’era un altare che si diceva fosse dedicato a S. Filomena e sotto l’altare un vetro: dentro c’era il corpo di una giovane ragazza.
Era ben vestita come ai tempi antichi, aveva capelli lunghissimi, era stata imbalsamata chissà quanti secoli prima.

Quella era l’unica cosa che non piaceva a me e neppure ai miei fratelli, perché quando la chiesa era chiusa e dentro non c’era nessuno a farci compagnia, a turno alla domenica papà ci mandava a suonare la campanella per andare a dottrina. Erano le due del pomeriggio e dovevamo aprire la chiesa con le chiavi, ma per andare sul campanile dovevamo passare davanti a questa morta e allora facevamo una corsa e passandole davanti non la guardavamo. Quando arrivavamo in campanile ci sembrava di essere salvi e la paura passava, ma dovevamo anche uscire e allora con un’altra corsa arrivavamo alla porta d’uscita. Per tanti anni tutti noi fratelli ci siamo raccontati questa cosa e tutti avevamo la stessa paura.

Sempre nella parte sinistra della chiesa c’era la canonica del cappellano: era una vecchia casa da dove si poteva entrare in chiesa direttamente. I cappellani cambiavano spesso perché venivano a Monselice appena ordinati sacerdoti e rimanevano qui per qualche anno a fare pratica e poi li mandavano a fare i parroci nelle parrocchie dove c’era bisogno. Quanti sacerdoti ho conosciuto in tutta la mia vita non saprò mai, è quasi come se volessi mettermi a contare le stelle. Però mi è rimasto un bel ricordo di tutti, erano gentili, senza tante pretese. Quando si aveva bisogno nei momenti brutti della vita ci si rivolgeva al sacerdote per avere un po’ di conforto, ma tutto questo è rimasto solo un bel ricordo.

Ma quante cose belle mi ricordo in quella chiesa: i quadri, il pulpito, le prediche il pomeriggio per le sante funzioni della domenica e quando c’erano le quaranta ore venivano dei predicatori. Erano dei frati, predicavano in un modo che quasi ci mettevano paura perché ci dicevano che tutto era peccato e terminate le prediche andavamo tutti a confessarci, perché avevamo paura di andare all’inferno. Ma passati quei pochi giorni in chiesa ci andavo volentieri. Il periodo più bello per noi bambini era il mese di maggio, perché alle otto e mezza andavamo tutti alla chiesa di S. Paolo a recitare il S. Rosario. C’erano anche le persone adulte, ma nella maggior parte eravamo bambini. Quando entravamo in chiesa ci prendevamo una sedia per inginocchiarci perché i banchi erano pochissimi; tutti i bambini che avevano un giardino portavano fiori alla Madonna e mamma li metteva nei vasi e li portava subito nella grotta della Madonna; era così bella con tutti quei fiori che a guardarla veniva il desiderio di pregare. Quando arrivava il sacerdote iniziava il rosario e noi tutti rispondevamo. Ogni tanto si sentiva il rumore di qualcuno che cadeva dalla sedia perché era in ginocchio e si spingeva un po’ in avanti ma nessuno ci faceva caso, perché con il nostro turno succedeva a tutti.

Terminato di recitare il rosario il sacerdote teneva pure una predica, ci insegnava a stare buoni per fare contenta la Madonna. Terminato il mese di maggio iniziava la tredicina a S. Antonio di Padova, e allora dovevamo andare in chiesa alla sera per altri tredici giorni e il giorno tredici giugno c’era la processione di sera. Degli uomini portavano la statua del santo per le vie principali del paese. Quanta gente partecipava a questa processione, tutti erano molto devoti a questo santo. Mi ricordo che mamma quando era giovanissima qualche volta si metteva d’accordo con le sue amiche e andava il giorno del Santo a Padova a piedi a chiedere grazie per i loro familiari, e ritornavano sempre a piedi. Mamma faceva la focaccia e cucinava delle uova sode. Partiva contenta con tutte le sue amiche, facevano circa quarantacinque chilometri tra andata e ritorno, ma per loro era un viaggio piacevole.

ANCORA SULLA  2^ GUERRA MONDIALE

Nel periodo durante la guerra, la gente che abitava un po’ lontano dalla chiesa usava la bicicletta e a quei tempi era come possedere una bella macchina. Allora la portavano dove c’era qualcuno che la potesse custodire. Così io e mia sorella Nella ci alzavamo alle cinque e mezzo e andavamo a fare le custodi alle biciclette in una stanzetta che era poco usata, vicino alla chiesa di S. Paolo. La gente arrivava verso le sei, per la prima messa. Noi ci eravamo organizzate, avevamo i numeri, uno lo attaccavamo alla bicicletta e l’altro lo davamo al proprietario. Quando la venivano a riprendere ci davano qualche soldino, che noi portavamo alla mamma. Quando avevamo fame andavamo a comprarci un pane che era fatto per metà di farina di granturco, perché c’era la guerra ed era già un lusso a poterlo trovare. Rimanevamo fino alle dodici e mezza: ricordo che, anche se ero piccolina, quando potevo dare alla mamma qualche soldino guadagnato da me ero molto contenta e devo dire che quella gioia mi è rimasta sempre.

Io cercavo sempre di aiutare i miei genitori, più di tutti i miei fratelli. Tutti iniziammo a lavorare molto giovani. Mia sorella Maria andò a lavorare a quattordici anni in una fabbrica di stuzzicadenti, però a sedici anni si fidanzò e quei pochi soldi che guadagnava li usò per farsi il corredo, perché a diciannove anni si sposò. Poi al posto suo andò mia sorella Nella, ma diceva che non si sentiva bene e allora rimase a casa. Anche mio fratello Lindo lavorò un po’ e poi dovette partire per fare il militare. La guerra stava per finire. Dopo cinque anni eravamo quasi tutti ridotti alla miseria. Guardandoci in giro quando scendevamo giù in paese, vedevamo solo case bombardate, i negozi erano quasi inesistenti e restavano aperti solo quelli di generi alimentari perché vendevano il pane con la tessera, ma quelli piccoli erano chiusi perché nell’ultima parte della guerra i proprietari erano sfollati nelle campagne per paura dei bombardamenti.

FINE DELLA 2^ GUERRA MONDIALE

Finalmente firmarono l’armistizio e arrivarono gli americani. Da casa mia vidi arrivare il primo carro armato con i soldati americani. C’erano anche soldati di colore, era la prima volta che noi li vedevamo. Mio fratello Titti corse subito giù a salutarli con tanti altri bambini. Ai bambini regalavano la cioccolata e ai grandi regalavano le sigarette, ricordo la grande gioia di mamma e papà che non ne potevano più della guerra. I Tedeschi dovettero lasciare l’Italia ma mentre se ne andavano erano armati, invece i nostri soldati cercavano di scappare da dove si trovavano per tornare alle loro case, ma se per sfortuna incontravano i tedeschi dovevano nascondersi perché altrimenti li avrebbero uccisi. Poi ci fu una grande confusione. Per un po’ i fascisti se rimasero nascosti. Le loro donne si tolsero le camicie nere, si misero al collo un gran fazzoletto rosso e si accompagnarono ai partigiani, sfilaavano con loro per le strade del centro, sembravano le salvatrici d’Italia. Poi venne il momento di andare a votare. In quel periodo c’erano due partiti importanti: i comunisti e il risorto partito della democrazia cristiana. I fascisti più potenti vi infiltrarono subito, mentre gli operai più poveri si iscrissero all’altro.

REFERENDUM E VOTAZIONI DEL 1946

Giunsero quindi le votazioni: per la prima volta andarono a votare le donne. Ricordo che mamma era contenta, perché finalmente anche loro potevano esprimere il loro parere e anche il loro voto contava. Io non potei votare perché ero ancora troppo giovane, ma ricordo la gran confusione che c’era tra la gente: tutti sembravano impazziti, tutti volevano che vincesse il loro partito. Da una parte suonava a gran voce Bandiera Rossa e dall’altra il Biancofiore. Per fortuna a quei tempi c’erano persone che avevano fatto anni di galera e avevano un grande ideale comune: salvare l’Italia dalla dittatura del fascismo. Mentre si aspettavano le votazioni, ogni partito teneva in piazza i suoi comizi; ricordo che poco tempo prima delle votazioni i sacerdoti avevano ordinato a papà che era il sacrestano di preparare il palco perché ci doveva essere un comizio dei democristiani. Mentre lo stava montando e dagli altoparlanti suonava forte la canzone del bianco fiore, gli si presentarono davanti dei comunisti arrabbiati per quello che stava facendo e si misero a picchiarlo come se lui ne avesse colpa. Gli era stato ordinato di farlo e mio papà prese tante di quelle botte che alla fine venne a raccoglierlo l’ambulanza e fu ricoverato in ospedale. In quel periodo la gente sembrava impazzita, tutti erano uno contro l’altro, si vede che la guerra non era bastata.

Per fortuna andammo a votare e vinse la democrazia cristiana. A capo del governo andò De Gasperi, che seppe guidare l’Italia mettendosi con gli alleati, che ci aiutarono a rimetterci in piedi. Se penso a quel periodo come eravamo ridotti! C’era la miseria più nera, la guerra era servita solo a questo: a privarci di quel poco che avevamo, distruggendo le cose e ammazzando tanti giovani e tanta povera gente che non aveva fatto del male a nessuno. La guerra era terminata, ma i giovani che erano riusciti a sopravvivere a tutto quel massacro, tornando a casa avevano bisogno di un lavoro e l’Italia prima della guerra era basata sul lavoro agricolo. Purtroppo nel periodo della guerra i vecchi e le donne si erano arrangiati a badare ai lavori nei campi, così per i giovani non c’era più posto. Allora si riversarono nelle città in cerca di un lavoro. C’era un grande bisogno di muratori e manovali; le città erano quasi distrutte e le grandi fabbriche incominciavano a riaprire e necessitavano di manodopera. Anche se non era qualificata perché non aveva avuto il tempo di andare a scuola, con la buona volontà si impara a fare tutto. Milano e Torino erano le città preferite perché erano grandi. I nostri bravi montanari preferirono sempre andare all’estero a lavorare, come avevano fatto i loro nonni e i loro padri, e si fecero molto onore.

LA FABBRICA DI STUZZICADENTI

Io nell’ultimo periodo della guerra avevo dovuto rimanere a casa dal lavoro e anche le altre ragazze perché la sarta dove mamma mi aveva messo ad imparare non aveva lavoro, la gente si metteva quello che aveva. Finita la guerra, ha ricominciato il suo lavoro, ma io non ho potuto ritornare a imparare a fare la sarta ma visto il bisogno che c’era in casa che qualcuno aiutasse papà a guadagnare qualche soldo ho chiesto a mamma di andare in fabbrica dei stuzzicadenti dove aveva lavorato mia sorella Maria.
Lei poi si era sposata, poi c’era andata mia sorella Nella ma c’era stata pochi mesi perché diceva che non si sentiva bene, allora ci sono andata io: eravamo in sei bambine sedute su uno sgabello di legno attorno al tavolo della scelta degli stuzzicadenti.
Quando uscivano dalle macchine non erano tutti perfetti e allora ci portavano le cassette e noi dovevamo separare i buoni dagli scarti: quelli li buttavamo a terra e alla sera quando facevamo pulizia li mettevamo dentro a dei sacchi e la gente poi veniva a comprarli per accendere il fuoco.
La fabbrica non era grandissima, era di due piani: sopra c’erano le macchine che facevano le punte agli stuzzicadenti che noi avevamo scelto e sotto c’erano altre macchine che li fabbricavano.
A quelle macchine lavorava la padrona, che era una signorina di una certa età, poi c’era il marito di una sua sorella sposata in casa e c’era anche uno zio che lavorava ad una macchina: era bravo e molto buono, noi lo chiamavamo il signor Pasquale. Di statura era piccolissimo: sarà stato alto come un bambino di sei sette anni, aveva il viso e il naso fatto come gli gnomi, aveva anche le gambe curve, ma era di una gentilezza e di una bontà angelica, tutte gli volevamo bene.
Il lavoro non era molto pesante ma dovevamo ogni giorno fare una certa quantità di stuzzicadenti. A volte dovevamo fermarci al lavoro fino alle dieci di sera anche se era inverno, perché se il legno era scadente venivano fuori gli stuzzicadenti scadenti e noi alla scelta ci mettevamo molto più tempo per fare il quantitativo di lavoro buono, ma i padroni non tenevano conto di questo inconveniente, pretendevano il solito quantitativo.
Facevamo anche altri lavori: ad esempio, quando arrivavano i pali delle viti che i contadini scartavano o anche altro legname migliore, dovevamo a turno aiutare il padrone a scaricare il legname e a segarlo a pezzetti per farli della misura che potessero entrare nelle macchine.
Poi c’erano le spedizioni da fare: quando il lavoro era finito lo mettevamo nelle casse e si portavano in stazione per essere spedite. Allora si spediva tutto con i carri merci, non si spediva niente con i camion.
C’era una ragazzina molto robusta così mandavano lei alle spedizioni con un carrettino a mano. Per fortuna la stazione era vicina alla fabbrica. Poi c’erano le spedizioni per posta e quella era un po’ più lontana, era in centro al paese e i pacchi da spedire erano leggeri e quello lo facevamo a turno.
Ci davano la bicicletta per fare prima ma io non ci sapevo andare perché abitavo in paese e non ne avevo mai avuta una e allora facevo la strada tutta di gran corsa per fare presto perché non avevo il coraggio di dire alla padrona che non ci sapevo andare.
Le padrone erano tre sorelle: due sposate e la terza nubile che teneva la direzione della fabbrica perché suo papà faceva il rappresentante ma durante la guerra era rimasto ucciso quando hanno bombardato la stazione di Padova. Così il posto di rappresentante lo aveva preso il marito di quella che abitava a Padova e l’altra sorella, che non aveva figli, era venuta ad abitare qui in fabbrica. Lei si occupava della casa e suo marito lavorava con noi. Quella delle tre sorelle che non era sposata si chiamava Vittoria, era molto grassa ma era sanissima, brava, non aveva mai malattie. Lei lavorava più di tutte noi, aiutava sua sorella in casa che diceva che era ammalata, ma invece era solo maniaca di non fare niente, si limitava a fare da mangiare e c’era una finestra nella porta per entrare in fabbrica, le avevano messo una tendina e lei ci guardava sempre attraverso.
Eravamo tutte giovanissime e nonostante bisognasse lavorare molto, perché il quantitativo previsto per il giorno andava lavorato, lei non avrebbe voluto neppure che ci scambiassimo una parola. Ma noi nonostante tutto ci siamo anche divertite, ci volevamo bene, fra di noi c’erano bambine simpatiche ma ce n’era una mattacchiona che faceva ridere tutti e quando quella padrona che era nascosta dalla tendina ci vedeva ridere ci metteva la multa. Ogni settimana avevamo un soldino o due di multa perché avevamo chiacchierato. Poi quando la mia sorellina ha compiuto tredici anni è venuta a lavorare anche lei in fabbrica. Io ero molto contenta, l’hanno messa a lavorare vicino a me e così facevamo la strada assieme e anche di sera tornavo sempre che era buio e avevo compagnia.
Intanto crescevamo e a quindici anni avevamo già i ragazzi che ci corteggiavano: li incontravamo alla domenica quando facevamo tutte assieme una passeggiata in centro. Erano ragazzi che abitavano da quelle parti o dai paesi vicini.
Poi la guerra era terminata e hanno aperto un ballo per i giovani, si chiamava la Casa del popolo. Lo aprivano molto presto perché tutte noi ragazze avevamo un orario da rispettare, alle sette di sera dovevamo essere tutte di ritorno a casa, anche quelle che avevano il fidanzato, i nostri genitori erano molto severi.
C’era un altro ballo dove andavano i grandi, in un albergo dove avevano fatto un locale più bello, ma lì ci andavano quasi tutte coppie sposate perché ballavano anche di sera. Le ragazze andavano tutte in questa Casa del popolo e invitavano sempre me e mia sorella ad andarci a ballare, ma noi ci dovevamo limitare ad accompagnarle fino alla porta d’ingresso, anche se i ragazzi ci invitavano ad entrare, ma i miei genitori ci avevano proibito di andare a ballare perché i sacerdoti ci avrebbero sgridate.
Una domenica mia sorella non ha resistito ed è entrata con le amiche, voleva imparare a ballare, era una ragazzina svelta, vivace e bellissima, aveva i capelli biondi lunghi ondulati e gli occhi scuri che sembravano di velluto. Anche lei aveva già i suoi corteggiatori anche se era giovanissima.
Io invece non ho avuto il coraggio di entrare e sono andata al cinema e poi al ritorno ci siamo aspettate per tornare insieme perché prima di tornare a casa dovevamo andare in chiesa a S. Paolo ad aiutare la mamma a mettere a posto le sedie che erano molte, dovevamo ammucchiarle in fondo alla chiesa.
Quella domenica siamo entrate come al solito ma prima di noi era entrata una signorina zitella quarantenne e ha detto alla mamma che ci aveva visto ballare, allora la mamma ci ha aspettato e ci ha detto credete di fare le furbe, siete andate a ballare. Io ho provato a dire di no e invece sì che ci siete andate. Poi ci ha dato due schiaffi forti che me li ricordo ancora e ci ha mandate a confessarci da un sacerdote che era presente e che si è messo a ridere.
Ci siamo messe una per parte al confessionale e ci siamo confessate. Così io ho preso le botte senza aver fatto niente. Però ogni tanto ci penso, mi sarebbe tanto piaciuto imparare a ballare, se si potesse tornare indietro a ballare ci andrei, anche se cascasse il mondo.
Al lunedì siamo ritornate al lavoro e abbiamo raccontato alle nostre amiche quello che era successo e così al ballo non abbiamo potuto pensarci più.
I nostri corteggiatori li avevamo tutte, ma eravamo troppo giovani per fidanzarci e allora venivano in fabbrica a comperare gli scarti degli stuzzicadenti e la segatura che la loro mamma avrebbe usato per accendere il fuoco.
Noi sei che eravamo alla scelta dovevamo riempire i sacchi, pesarli e poi darglieli da una finestra e ricevere i soldi, ma la padrona, quella sposata, ci guardava di nascosto dietro la tendina della finestra e dopo che i ragazzi se n’erano andati ridevamo un po’ e lei usciva e ci diceva civette e lo diceva tante volte che alla fine invece di chiamarla signora fra di noi la chiamavamo la civetta.
Quando andavamo alla sera in camerino a cambiarci, ci toglievamo il grembiule e la cuffietta, allora potevamo scatenarci un po’. C’era la più allegra che faceva tanto ridere, invece di sentire la stanchezza dopo aver lavorato tante ore, forse dieci o anche più, avevamo solo voglia di ridere e scherzare. Non ho mai sentito una di noi a lamentarsi del lavoro o dire che era stanca.
Eravamo abituate a tutto, sapevamo che i nostri familiari avevano bisogno dei nostri soldi anche se guadagnavamo poco ma anche quel poco ci serviva. Ci pagavano ogni sabato, io e mia sorella davamo i soldi alla mamma che alla domenica così poteva comperare la carne per fare il brodo.
Una volta si mangiava la carne una volta alla settimana e con il brodo si faceva la minestra e la carne si mangiava per secondo con un po’ di verdura di stagione se c’era. Macellerie ce n’erano poche e aprivano qualche giorno alla settimana per le persone benestanti, ma il loro guadagno maggiore era la domenica perché le donne andavano a messa molto presto e poi comperavano la carne per il pranzo della domenica.
I giovani andavano alla messa alle undici in duomo, facevano la messa cantata, c’era un bel coro preparato dai sacerdoti ed era anche un incontro fra giovani che così avevano modo di conoscersi fra loro.
Le mie amiche venivano sempre a quella messa e così avevano anche l’occasione di venirci a salutare perché io abitavo lì vicino al duomo, ma a quella messa ci sono andata poche volte perché alla domenica mattina aiutavamo la mamma nelle pulizie della casa, dato che durante la settimana la mamma a casa c’era poco, aiutando papà nelle varie chiese, però quando vedevo arrivare le mie amiche vestite da festa e potevano andare a quella messa mentre io mi ero alzata prestissimo per andare a messa perché non c’erano le messe al pomeriggio, mi dispiaceva non andare con loro.
Intanto gli anni passavano e anche noi crescevamo: quelle più grandi che erano in un altro reparto erano già fidanzate e parlavano di matrimonio, perché una volta ci si sposava molto giovani: quando una ragazza aveva vent’anni e non si era ancora sposata la consideravano già vecchia. E le altre amiche della mia età stavano per fidanzarsi andando al ballo, incontravano ragazzi che le corteggiavano anche se non erano del paese.
Ricordo quanti sogni avevamo fatto assieme, tutte credevamo di incontrare il grande amore ma poi alla fine ci si fidanzava con un ragazzo che ci piaceva e il grande amore restava un sogno.
Per me e per una mia amica non è stato solo un sogno. Credo che siamo state in due ad incontrarlo veramente. Eravamo tutte e due giovanissime e ci siamo innamorate non dello stesso ragazzo: io della sua storia conosco poche cose, ma ricordo bene la mia.
Il ragazzo aveva qualche anno più di me. A quei tempi eravamo molto timidi tutti e due e stavamo bene insieme. Il nostro amore è sbocciato dentro di noi, ma nessuno dei due aveva il coraggio di parlarne per primo. Ricordo il primo bigliettino che mi ha scritto: aveva parole semplici, ma dolcissime. Non me l’ha mandato per posta, me l’ha consegnato a mano. Quante volte l’ho letto! E ogni volta mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Dentro di me era sbocciato un meraviglioso fiore delicato che non appassirà mai.
Il nostro amore era fatto solo di sguardi: ci guardavamo a lungo negli occhi, mi diceva parole dolcissime che valevano più di milioni di baci. Mi scriveva belle lettere che leggevo e poi nascondevo dove sapevo che nessuno le avrebbe trovate. Il nostro amore è durato per un po’ di tempo, finché lui è partito per fare il servizio militare. Al suo ritorno eravamo felici di incontrarci nuovamente, ma purtroppo qui non c’era lavoro e si è dovuto trasferire in città. Non ci siamo più incontrati.
Io dico sempre che quando si incontra il grande amore è meglio che finisca (come se avessi fatto un bel sogno) perché dentro di te rimane sempre vivo quel bellissimo fiore sbocciato. Il ragazzo della mia amica è morto a soli diciotto anni, ma lei lo ama ancora.
Io i corteggiatori li avevo come tutte le altre ma non mi decidevo a fidanzarmi. A casa mia invece è successo qualcosa di molto brutto che ci ha segnati per tutta la vita.
Quando mia mamma a diciannove anni si è sposata, la sua mamma stava per partire per Parigi con gli altri quattro figli, un maschio e tre femmine. Mamma appena sposata è rimasta incinta e allora la nonna ha aspettato a partire e voleva vedere nascere la sua nipotina perché poi non sapeva quando avrebbe potuto rivedere ancora mia mamma e anche la sua prima nipote.
Il mio nonno era emigrato in Germania tanti anni prima per fare il minatore, ma gli emigranti ogni anno per Natale tornavano a trovare i loro genitori e una volta il nonno si è innamorato di mia nonna e si sono sposati perché nonostante fossero lontani dal loro paese quando potevano preferivano sposare una ragazza del loro paese. Il nonno e la nonna erano di Arten in provincia di Belluno.
Il nonno quando si è sposato desiderava far venire con lui anche la famiglia ma in Germania ha visto che non c’era la possibilità di farlo, allora ha pensato di emigrare in Francia pensando di avere la possibilità di farsi raggiungere dai suoi familiari.
Anche in Francia ha sempre fatto il minatore e lo ha fatto per quarant’anni. Ma appena ha potuto si è fatto raggiungere dalla famiglia e così mamma è rimasta in Italia da sola. Gli zii erano un po’ cresciuti e appena hanno potuto si sono trovati un lavoro e si sono tutti sposati.
I nonni sono rimasti a casa dello zio che si era sposato anche lui. Era un uomo forte e intelligente, era alto due metri e due centimetri. Si era messo a lavorare in proprio, trasportava la terra per fare i campi da tennis e poi con il tempo aveva fatto un’impresa propria e i campi da tennis li faceva lui. Tutte le zie e sua moglie lavoravano e avevano tutte bambini piccoli e mia nonna li ha allevati tutti e quando hanno iniziato ad andare a scuola non avevano più bisogno della nonna, in più il nonno aveva fatto quarant’anni di miniera e avrebbe dovuto avere la pensione, ma agli stranieri a quei tempi non davano niente.
In Italia avevano la loro casa e un bosco che potevano tagliare e vendere la legna. Gli zii, quando hanno sentito parlare che ci sarebbe stata la guerra in Italia hanno consigliato ai nonni di rientrare in Italia perché avrebbero chiuso le frontiere e non avrebbero potuto tornare al loro paese.
I nonni avevano già più di sessant’anni e avevano anche i loro acciacchi: il nonno soffriva di silicosi, ma si sono lasciati convincere dai figli e sono tornati in Italia. Intanto era scoppiata la guerra e i figli non potevano mandargli i soldi per sopravvivere. Il nonno finché ha potuto ha tagliato il bosco e vendeva il legname e con i soldi che guadagnava potevano vivere ma non ha potuto lavorare per molto perché era malato e noi eravamo poverissimi e tutti ancora piccoli per andare a lavorare.
Mamma soldi non poteva mandargliene e allora ha pensato di andarli a prendere e portarli a casa nostra, non poteva lasciarli morire di fame. Noi bambini eravamo contenti di avere i nonni a casa nostra perché quando abitavano in Francia non avevamo mai avuto la possibilità di conoscerli.
Noi non abbiamo potuto dargli tante cose a cui ormai erano abituati in Francia, abbiamo diviso con loro quel poco che avevamo ma in cambio gli abbiamo dato tanto affetto, forse quel affetto che non avevano ricevuto dai figli e nipoti che stavano all’estero perché tutti lavoravano e non pensavano ad altro. Tutti pensavano a fare soldi ma di affetto credo che ne abbiano avuto poco, anche se loro erano molto affezionati ai figli e ai nipoti che avevano lasciato.
Il nonno parlava poco ed era sempre in ordine, era tanto fine, nessuno vedendolo così avrebbe pensato che per quarant’anni aveva fatto il minatore e la nonna invece parlava e ci raccontava tante cose, era una donna molto intelligente e sapeva anche lei comportarsi bene con le persone.
Quando si era sposata ha avuto una bambina, mia mamma, allora ha affidato sua figlia ad una donna del paese e lei è andata a Milano a fare la balia. Si chiamavano Banfi, quelli che avevano una fabbrica di saponi. Ricordo che li sentivo nominare anche quando ero piccola io, allora si diceva fanno la reclame e adesso si dice pubblicità. La nonna è stata via due anni e aveva imparato tante cose da quei signori. Quando è tornata la sua bambina non voleva vederla perché non la conosceva. Poi la guerra è terminata ma i suoi carissimi figli francesi non le hanno mai mandato un soldo.

1947

Mia sorella Maria si era sposata e aveva già due bambine. Mio fratello Lindo era in ospedale a Venezia, era malato a causa dei bombardamenti del distretto militare di Padova e lui aveva subito gravi danni ai polmoni. E’ stato un vero peccato che si sia ammalato perché lui aveva tanta voglia di studiare; faceva corsi per corrispondenza e ci riusciva molto bene. Mio fratello Titti era andato in collegio dai Salesiani a Mogliano Veneto. Era passato un sacerdote salesiano che aveva una sorella a Monselice e cercava dei bambini che avessero voglia di andare in collegio: li avrebbero fatti studiare e in cambio gli avrebbero fatto fare dei piccoli lavori. Mamma ci teneva tanto che avessimo la possibilità di studiare, specialmente i figli maschi e allora ha detto subito di sì e sono partiti in parecchi bambini, ma in collegio a studiare c’è rimasto solo mio fratello.
Era un collegio di gente ricca e così ha potuto ricevere una buona educazione e un titolo di studio, gli altri hanno preferito tornare a casa e sono andati a fare i manovali. Io e mia sorella Nicla lavoravamo in fabbrica. Era il 1947. Mio nonno quel inverno ha preso l’influenza e gli è venuta la polmonite e a febbraio è morto. Aveva settantuno anni. Poi c’era mio fratello Lindo che continuava a peggiorare e allora la mamma andava avanti e indietro da Venezia per potergli stare vicino. Per fortuna c’era una famiglia di Venezia che aveva un malato in ospedale con mio fratello ed erano amici, e quella famiglia la ospitavano per dormire quando si fermava a lungo, perché mio fratello aveva bisogno di lei. Se ci fosse stata la penicillina mio fratello sarebbe guarito, invece in Italia arrivò nel 1950.
Il ventotto maggio di quell’anno mio fratello Lindo è morto. Era solo perché mamma era venuta a casa per qualche giorno. Mio fratello aveva chiesto al cappellano di telefonare a mia mamma. Gli aveva detto chiami mia mamma perché oggi muoio ma il cappellano non gli ha creduto. Il cappellano lo ha scritto dopo a mamma. Mio fratello avrebbe compiuto ventidue anni il ventisei giugno. Immaginarsi il grande dolore di tutti noi. Mamma era disperata.
Ma ancora non era finita. Mia sorella Nicla verso fine ottobre una mattina mi ha detto oggi non vengo a lavorare perché ho tanto male allo stomaco e aveva la febbre altissima. Mamma ha chiamato il medico che l’ha subito ricoverata in ospedale. Le hanno diagnosticato il tifo. Dopo quasi un mese di ricovero sembrava guarita e infatti avevano assicurato a mamma che l’avrebbero mandata a casa. Il primo e due novembre, festa del paese, una compagnia comica dialettale era andata in ospedale per fare allegria agli ammalati. Mia sorella aveva già cominciato ad alzarsi e si sentiva così bene che aveva anche ballato quel giorno.
Una mattina, un giovane medico ha voluto provare una nuova medicina e ha scelto lei per provarla. Come le ha fatto l’iniezione è andata in coma: è vissuta ancora qualche giorno e il 16 novembre è morta anche la mia cara sorellina che aveva quattordici anni. In sei mesi mamma aveva perso due figli, non so neanche descrivere come eravamo: disperati era dir poco.
Ma ancora non era finita. All’inizio del 1948, la nonna si è sentita male ed ha avuto la forza di chiamare mia mamma con un grido. Ricoverata in ospedale aveva fatto un ictus, le hanno detto che erano disturbi circolatori. Dopo otto giorni di agonia è morta: anche lei aveva 71 anni. Nel periodo di un anno abbiamo avuto quattro morti. Si vede che a casa mia cinque anni di guerra non erano bastati, il peggio doveva ancora venire.
Da una famiglia numerosa che eravamo e di carattere allegro siamo rimasti io e mia sorella Nella, papà e mamma. Mio fratello Titti era in collegio.
Io avevo sedici anni, dopo la morte della mia adorata sorellina ho dovuto ritornare al lavoro ma il suo posto accanto al mio era vuoto. Tutto questo che ho scritto del 1947 nessuno di noi lo ha mai dimenticato, abbiamo dovuto continuare a vivere, ma quella ferita non si è mai rimarginata.
Mia mamma dopo la morte di mia sorella Nicla ha fatto una flebite e ha dovuto rimanere a letto quaranta giorni con borse d’acqua calda attorno alla gamba, allora la flebite la curavano così. Aveva assistito giorno e notte i nostri ammalati e alla fine si era ammalata anche lei.
Io sono tornata al lavoro e le mie care amiche mi sono state vicino con gentilezza e affetto. Io però non ho mai fatto pesare loro i miei guai, avevo imparato da mamma, non si faceva mai vedere piangere, dicevamo tra noi e la mamma è forte come una roccia delle sue montagne ma non era così, dentro era morta assieme ai suoi figli.
Ho continuato a lavorare in fabbrica ancora per qualche anno, intanto le mie amiche si erano tutte fidanzate e qualcuna anche sposata.
Tutte avevamo messo da parte i nostri sogni di ragazzine che speravano di incontrare il grande amore. Quando un ragazzo perbene le corteggiava loro accettavano di fidanzarsi e si sono sposate tutte prestissimo.
Per me era diverso, io non pensavo in quel periodo al matrimonio. I corteggiatori li avevo ma per il momento non avevo voglia di fidanzarmi.
Quando ero ancora in fabbrica c’era sempre un ragazzo seduto al bar che aspettava per vedermi passare. Lavorava anche lui ed era sempre puntuale per vedermi passare, ma non trovava mai il coraggio di parlarmi.
Verso i vent’anni ho cambiato lavoro e sono andata a lavorare nel guardaroba dell’ospedale. Pensavo di non vederlo più e invece dopo qualche giorno era ancora lì che aspettava di vedermi.
Ma io non passavo più per la stessa strada: siccome abitavo su al duomo vecchio e facevo una strada dove non passava nessuno, andavo e venivo per lo scalone grande dietro al duomo. Da lì si può andare nella rotonda e per entrarci ci sono due muretti alti e sopra ci sono un leone e una leonessa e un giorno l’ho visto che mi aspettava seduto su un muretto proprio vicino a dove passavo io.
Io ho finto di non vederlo e sono andata al lavoro di fretta come facevo sempre. Per un po’ di tempo era sempre lì, ma alla fine si è deciso a chiedermi se ero contenta che mi accompagnasse al lavoro e allora abbiamo fatto amicizia, ma io non avevo nessuna intenzione di fidanzarmi con lui.
L’ho raccontato a mamma e in casa c’era una vecchietta che veniva sempre a casa nostra e ha sentito il nome del ragazzo che abitava vicino a lei e ogni volta che mi vedeva continuava a dirmi tanto bene di lui e mi chiedeva perché non lo volevo.
Ha tanto insistito che alla fine ho provato a dirgli di sì, ma senza essere molto convinta. Lui era molto gentile e credo fosse anche innamorato di me. Mi ha anche regalato l’anello di fidanzamento e veniva in casa come si faceva una volta, ma dopo un po’ io l’ho lasciato, non ero innamorata di lui e avevo un buon lavoro, non avevo bisogno di sposarmi per sistemarmi come facevano quasi tutte. Io volevo essere innamorata del ragazzo che avrei sposato.

IL LAVORO IN OSPEDALE

La sorella di mio cognato si era licenziata dal lavoro: faceva la guardarobiera in ospedale a Monselice. Mia sorella me l’ha detto e io ho fatto la domanda e mi hanno assunta per occupare il suo posto, così ho cambiato lavoro. Due suore dirigevano il guardaroba. Il personale era formato da gente di una certa età. Di giovani ce n’erano solo due, c’era anche un uomo che faceva il sarto e cuciva tutto il vestiario che serviva per il manicomio, perché l’ospedale aveva anche il manicomio con 130 ammalati e lui pensava a tutto, poi faceva anche i camici per i medici che allora erano tutti uomini.
Il lunedì era il giorno in cui si stirava tutta la biancheria dell’ospedale. In quegli anni non si stiravano le lenzuola e le federe e il vestiario del manicomio. Non c’era ancora il mangano che aiutava a stirare, ogni cosa veniva stirata con il ferro da stiro che pesava quattro chili e mezzo l’uno. Ne avevamo due per ciascuno perché si raffreddavano subito dato che la biancheria veniva inumidita per poterla stirare bene e i ferri a vapore ancora non esistevano.
Il guardaroba era grandissimo e c’erano varie stanze. C’era il magazzino che conteneva rotoli di tela di ogni sorta perché serviva per fare tante cose; poi c’era il bagno; la stireria con grandi tavoli pesanti con sopra una coperta di lana e lenzuola bianche perché tutta la biancheria che si stirava veniva poi piegata e riposta negli scaffali: c’erano i camici di medici, infermieri, cuffiette e vestiario bianco delle suore, che allora erano molte a prestare servizio in ospedale.
Per finire non mancava una grande terrazza che serviva a molti usi. D’estate il sole batteva forte su quel pavimento di cemento e portava all’interno della nostra stanza molto caldo.
Con tutti quei ferri da stiro accesi ci sembrava di stare dentro un forno. Le suore in quel periodo ci permettevano di andare in cucina per prenderci una caraffa d’acqua a cui mescolavamo un po’ di caffè. Dato però che era a temperatura ambiente, per rinfrescarla con del ghiaccio dovevamo andarlo a prendere nello studio-gabinetto delle analisi perché era l’unico posto dove c’era un frigorifero. Non so quanto igienico fosse stato quel ghiaccio dal momento che in quel frigo conservavano di tutto, ma noi eravamo così assetate che avremmo bevuto di tutto. Per fortuna che siamo ancora tutte vive.
Se penso al primo anno di lavoro mi sento ancora male. Io senza pensarci avevo preso il posto della sarta del guardaroba e io erano sei anni che lavoravo in fabbrica e sapevo cucire, ma non c’era nessuno disposto ad insegnarmi a tagliare i camici per le infermiere e a fare tutto il resto.
Il guaio non era solo che ero giovanissima e dovevo imparare a fare tutte le mille cose che c’erano da fare ma che ero guardata con grande sospetto perché nel mio posto doveva entrare una parente di qualcuno che lavorava nell’ambiente.
Ma io non mi sono persa d’animo. Alla domenica ho iniziato ad andare a scuola di taglio. Per fortuna io le cose le imparavo subito, intanto mi consolavo perché lo stipendio era buono, era molto diverso dalla fabbrica.
Mi ricordo ancora quando sono andata a prendermi il primo stipendio. Quando ho visto che i soldi erano tanti ero così felice che ritornando a casa mi sembrava di volare. Io andavo e tornavo per lo scalone grande che c’è dietro il duomo vecchio e che è molto ripido, ma io dalla gioia l’ho fatto tutto di corsa, non vedevo l’ora di portare alla mamma i soldi che avevo guadagnato. Finalmente anche in casa mia era entrato un vero stipendio e la vita ha iniziato a migliorare. Io sapevo che dietro le spalle le mie colleghe sparlavano di me anche con le suore, ma loro erano molti anni che lavoravano lì e le cose le sapevano fare tutte.
Le suore controllavano in continuazione ogni cosa che facevo e trovavano ogni pretesto per rimproverarmi e umiliarmi e io soffrivo molto, anzi avevo paura di ammalarmi.
Il primo anno è stato difficilissimo ma io sopportavo tutto senza rispondere mai neanche una parola per difendermi. Ma intanto pensavo sempre di migliorarmi imparando a fare sempre meglio il mio lavoro. Terminato il primo corso di taglio che non era un granché, mi sono subito iscritta a Padova per farne uno migliore. Andavo a Padova il venerdì sera con il treno e prendevo l’altro treno di mezzanotte per il ritorno e alla domenica mattina c’era una lezione con tante ragazze. Era un sacrificio perché durante la settimana alla sera dovevo fare i compiti e non avevo mai un po’ di tempo libero.
Poi l’anno dopo ho saputo che c’era un altro corso di taglio e cucito e io ho voluto fare anche quello: io volevo migliorarmi ad ogni costo anche se facevo sacrifici enormi per trovare il tempo per parteciparvi, dato che ogni volta ero promossa a pieni voti.
Ho voluto fare anche il terzo corso che si trattava di diventare maestra di taglio così potevo anche insegnare. Questo l’ho fatto per togliermi una soddisfazione, per tutte le umiliazioni che avevo avuto nei primi tempi di lavoro. In questo corso ho dovuto impegnarmi più del solito perché si andava avanti una commissione per poter avere il diploma ed io ho rischiato e ci sono riuscita.
Ho fatto sacrifici enormi anche con i soldi perché mi pagavo le lezioni con quei pochi soldi che mi lasciava la mamma perché con gli altri dovevamo vivere. Papà guadagnava sempre meno perché era morto monsignore che avevamo da tanti anni e ne era venuto un altro che ne parlerò poi.
Ma ho voluto togliermi la soddisfazione non solo di imparare il mestiere ma di farlo bene, volevo vedere chi avrebbe avuto il coraggio di umiliarmi ogni momento se gli avessi messo davanti i miei tre diplomi e promossa a pieni voti.
Quella che ha veramente aiutato la famiglia sono stata io. Mia sorella Nella lavorava in una farmacia di proprietà dell’ospedale ma dopo quindici giorni che io ero andata a lavorare in guardaroba, l’ospedale l’ha venduta e mia sorella è rimasta senza lavoro. Non era facile trovare un lavoro come piaceva a lei e così è rimasta a casa fino a quando non si è sposata e io ho dovuto farle il corredo tutto con i miei soldi e il vestito da sposa gliel’ho cucito io di sera quando tornavo dal lavoro.
Ricordo quanta fatica era fare da mangiare: bisognava avere sempre il fuoco acceso anche per fare un po’ di caffè e per scaldare il latte al mattino.
Un giorno papà, si vede che aveva un po’ di soldi, ha fatto una sorpresa a mamma: è venuto a casa con un fornello elettrico. Quanta gioia ha provato mamma quando lo ha acceso per la prima volta: ha visto che le pentole rimanevano pulite e che si poteva cucinare in poco tempo, specialmente d’estate dato che dover accendere la stufa per cucinare era una tortura.
Ormai eravamo tutti grandi e avevamo un lavoro, così papà appena ha potuto ha pensato di farle un regalo e sollevare la mamma da un po’ di fatiche. Credo che la mamma lo abbia molto gradito.
Ma non basta. Compiuti i diciotto anni, mio fratello è tornato dal collegio in attesa di partire per fare il militare: non era più quel ragazzino un po’ selvaggio, ma era divenuto un bel ragazzo molto beneducato; si comportava benissimo anche in famiglia. E’ stato un vero peccato che non abbiamo avuto la possibilità di fargli continuare gli studi: lui avrebbe voluto laurearsi ma eravamo troppo poveri per poterlo mantenere all’università.
Fisicamente somigliava alla mamma e aveva preso anche la sua simpatia; in collegio aveva fatto molto sport ed aveva un fisico da atleta. Ad un certo punto doveva partire per fare il servizio militare e allora ha fatto domanda per arruolarsi nei paracadutisti: per qualche mese è rimasto in quella specialità ma poi mamma aveva paura che gli succedesse qualche incidente e così fece domanda per essere mandato da qualche altra parte. Ad ogni modo, anche lì ha fatto molto sport ed anche adesso che gli anni sono passati conserva un fisico da atleta.
Intanto ha fatto un po’ di pratica in ufficio postale e mentre era a fare il militare ha partecipato al concorso per entrare in posta come impiegato. Era un concorso per duemila posti e lui è arrivato fra i primi e così, terminato di fare il militare, quando è tornato è stato subito assunto a Padova nelle poste centrali e vi è rimasto per quarant’anni fino alla pensione.
Quando era tornato dal collegio, io e mia sorella Nella non eravamo ancora sposate e quindi stavamo in famiglia. A quel tempo non c’era la televisione, non avevamo neppure la radio, ma il momento più bello della giornata era quando ci trovavamo tutti a tavola: si chiacchierava tutti, raccontavamo come avevamo trascorso la giornata, di quello che era successo, ma la cosa più divertente era sentire le conversazioni tra mia sorella Nella e Titti.
Erano seduti uno di fronte all’altra: mio fratello era giovane e di buon appetito, la Nella al contrario mangiava poco e mentre mangiava, prima di mandare giù il boccone, lo masticava tanto che Titti diceva qualche volta: ma stai masticando anche il brodo!, lei rispondeva con le sue trovate. Erano tutti e due di carattere allegro, mi ricordo quante cose buffe venivano fuori da loro due.
Io ridevo tanto che e volte rischiavo di soffocarmi.
E’ passato molto tempo, ma quegli anni passati in famiglia li porto sempre nel cuore; anche se eravamo poveri, il nostro pranzo era frugale ma saporito da un buon accordo che c’era in famiglia; non litigavamo mai, neanche tra fratelli e papà e mamma andavano d’accordo come in poche famiglie. E’ stato proprio il più bel periodo della mia vita.
Passati i primi tempi duri spesi ad imparare a fare tutti i lavori, mi piaceva stare in guardaroba. Col tempo siamo diventate tutte amiche e avevamo molto rispetto fra colleghe, non abbiamo mai litigato, anzi ci facevamo delle belle risate assieme; anche lì ce n’era una molto simpatica, era la più anziana, mi voleva bene e anch’io a lei.
Lei non si era mai sposata ma era stata per molto tempo fidanzata quando era giovane. Mi raccontava tante volte che si amavano molto e a volte cantava la loro canzone preferita. Non l’aveva mai dimenticato e nemmeno lui l’aveva mai dimenticata, ma si era sposato con un’altra, si vede che avevano litigato come succede a tutti e lui per farle dispetto ha sposato un’altra che non ha mai amato e non era stato neppure ricambiato.
Quando seppi chi era, io ero da poco andata a lavorare in guardaroba. Mio fratello lavorava con lui e un giorno venne in discorso e mio fratello gli disse che io lavoravo con questa signorina.
Lui allora scrisse una lettera, la diede a mio fratello che me la consegnò e io gliel’ho data in segreto e allora iniziarono una nuova relazione che durò fino alla morte di lei. Mi ha sempre voluto bene perché io non ho mai parlato con nessuno di questa cosa ma era tanto felice, e anch’io.
C’erano due suore che dirigevano il guardaroba. Una avrà avuto circa quarant’anni e l’altra credo ne avesse settantacinque: era stata per molti anni superiora in un ospedale a Venezia, era intelligente e a volte credo che lo fosse anche troppo perché vedeva tutto, forse anche quello che non facevamo e poi lo diceva a quella più giovane, perché figurava lei come dirigente del guardaroba.
Io non sono mai stata nelle loro grazie e non ho mai fatto niente per entrarci. Io ho sempre cercato di fare del mio meglio come le altre, ho sempre obbedito e fatto tutto quello che mi ordinavano, però quando c’era qualcosa che non andava non vedevano l’ora di rimproverarmi e lo facevano molto spesso, solo che io non gli ho mai dato la soddisfazione di farmi vedere che stavo male.
Nel periodo che ho lavorato in guardaroba c’è stato qualche fatto che mi ha molto turbato.
C’era una ragazza che lavorava nelle cucine dell’ospedale ed era un’orfanella che era stata in istituto perché sua mamma l’aveva abbandonata fin dalla nascita. Quando è cresciuta le hanno trovato un lavoro e l’hanno assunta come aiuto nelle cucine dell’ospedale. Le suore con lei erano buone, la tenevano come una figlia.
C’era uno che lavorava nello stesso ambiente e a volte a casa sua faceva qualche festa; preparava qualcosa da mangiare e poi si ballava anche un po’. C’erano tanti suoi amici, che lavoravano anche in altri reparti dell’ospedale, e invitavano sempre anche lei dal momento che era sempre sola e per sua sfortuna era anche bruttina; non era stata mai fidanzata ma si vede che qualcuno senza scrupoli ha abusato di lei ed è rimasta incinta.
Lei ha cercato di nasconderlo il più possibile: si metteva sempre un grembiule un po’ girato all’insù e nessuno si era accorto di niente. Ma era inverno, e le è venuta una brutta influenza con bronchite e hanno pensato fosse bene ricoverarla in ospedale.
Al mattino è passato il medico e l’ha visitata, si è accorto subito che era incinta ormai al settimo mese di gravidanza. Il medico che l’ha visitata non era neanche italiano, invece che trattarla con gentilezza e chiamarla nel suo ufficio si è messo a gridare: ma questa è incinta!.
Era ricoverata in una stanza con ventitré letti. Allora l’ospedale era fatto così: in un baleno l’hanno saputo tutti e dalla vergogna poteva anche venirle voglia di uccidersi. Appena dimessa, la buona madre superiora l’ha licenziata immediatamente e poi ha chiamato una mia collega del guardaroba per farla partire subito e l’ha messa in una casa di ragazze madri a Padova.
Nel momento più brutto della sua vita, quando avrebbe avuto più bisogno che qualcuno l’avesse aiutata, si è trovata nella disperazione. Poi col tempo qualcuno l’ha vista e ha detto che aveva fatto una brutta fine.
Un altro caso che mi ha molto toccato è avvenuto subito dopo questo. Avevano assunto una donna che avrà avuto quarantacinque anni, era addetta alle pulizie dei vari reparti, andava dappertutto dove c’era bisogno. A volte veniva anche in guardaroba. Anche quella aveva una situazione a casa quasi disperata, per giunta era anche zoppa. Prima di venire a lavorare in ospedale era a servizio in una famiglia. Il padrone ha abusato di lei e l’ha messa incinta. E’ nato un bambino. La donna stava in casa con una zia che non si era mai sposata, per fortuna aveva una casetta sua e così ha badato lei al bambino.
Ma non è finita. Aveva una sorella che era fidanzata e doveva sposarsi: il fidanzato l’ha messa incinta e poi l’ha lasciata e dopo qualche anno è morta di tubercolosi, così questa poveretta si è presa cura anche di questo bambino che era della stessa età del suo. Era contenta di avere una lavoro in ospedale perché aveva una famiglia abbastanza numerosa da mantenere: c’erano i due bambini da allevare, e la vecchia zia che viveva di quello che guadagnava lei perché non aveva pensione e doveva mangiare anche lei. Qualche mala lingua ha raccontato alla madre superiora che questa poveretta aveva una storia con un vecchio infermiere che poi si è rivelato un maiale. Sempre la buona superiora l’ha chiamata nel suo ufficio e l’ha licenziata in tronco senza pensare ancora una volta alle conseguenze per quella poveretta.
Ricordo come fosse adesso: questa donna è venuta in guardaroba e si è gettata a terra disperata, diceva “mi ha licenziata, adesso cosa faccio”. Io se ci penso ho ancora davanti agli occhi quella terribile scena. Avrà dormito tranquilla quella dolcissima superiora?
Poco dopo quel maiale di infermiere, era vecchio ed era vicino ad andare in pensione, una notte ha tentato di violentare una infermiera giovane, e allora questa volta è stato licenziato lui.
Però ragazze che avevano incontri con persone importanti dell’ospedale ce n’erano ed erano sempre le più carine. I signori cercavano il piacere e loro cercavano in cambio una buona sistemazione: quelle non le toccava nessuno anche se lo sapevano tutti.
Io con le suore fin da bambina non ho mai avuto un buon rapporto perché nonostante fossi la figlia del sacrestano mi trattavano male come tutte le altre bambine di famiglie povere. Io ero una bambina sensibile e gentile con tutti, ho sempre sofferto di questa cosa.
Alle suore nei conventi veniva insegnato solo a ricamare e a fare bella calligrafia: la cultura era tutta lì. I frati studiavano per diventare sacerdoti ma anche lì ci andavano i ragazzi più poveri perché per entrare in seminario e diventare sacerdote bisognava pagare una retta ogni mese.
Però adesso ho cambiato parere con i religiosi perché le suore quando entrano in convento le fanno studiare e anche laureare, la stessa cosa per i monaci. Adesso le suore mi piacciono di più, guidano la macchina, vanno in bicicletta, sono vestite come noi e sono gentili, vorrei essere andata a scuola adesso.

 

IL NUOVO PRESIDENTE DELL’OSPEDALE

Nel periodo che sono entrata a lavorare in guardaroba l’ospedale non era molto grande e dopo poco tempo è cambiato il presidente. E’ venuto un giovane avvocato, sarà stato sulla quarantina, era molto famoso a Monselice, era di famiglia ricca, non era sposato, era moderno e aveva in mente di fare tante cose belle per l’ospedale e anche per il personale paramedico. Gli infermieri lavoravano dodici ore al giorno e se succedevano cose gravi dovevano restare al lavoro anche di più. Lui ha messo subito un orologio dove si timbrava il cartellino di entrata e di uscita e ha ordinato che tutto il personale doveva lavorare otto ore ed ha assunto altro personale.
Così tutti sono stati contenti, il lavoro è diventato più umano. Aveva in mente di fare tante cose per migliorare la vita a tutti: una volta ci ha riuniti tutti nella sala delle riunioni in ufficio e ci ha detto voglio vedervi tutti venire al lavoro in macchina come in America. A quei tempi era un sogno. Quelli che abitavano lontano arrivavano con il motorino o con la bicicletta, con qualunque tempo.
Poi ha voluto che ogni anno si facesse una gita tutti assieme, però la facevamo in due turni perché metà personale doveva badare agli ammalati. Che bel ricordo ho di quelle gite! Mi sono divertita molto, ci conoscevamo tutti, c’era tanta allegria e voglia di vedere tante belle cose. A quei tempi non si aveva la macchina, non si viaggiava, il sabato si lavorava, i fine settimana non esistevano, nessuno andava a divertirsi in posti così belli e lontani.
Poi ne abbiamo fatta una anche d’inverno, siamo andati ad Asiago e abbiamo noleggiato le slitte perché nessuno di noi sapeva sciare. C’era un sole stupendo e verso sera abbiamo noleggiato una troica che ci ha portato in un rifugio bellissimo. Nel centro della stanza c’era una grande stufa e la gente seduta attorno e abbiamo bevuto una bevanda alcolica per scaldarci. Quella gita mi è rimasta nel cuore più di tutte perché io d’inverno non ero mai andata in montagna, ho tanto giocato con la slitta nella neve, era come se fossi tornata bambina.
Il più bel periodo che ha avuto l’ospedale di Monselice è stato il periodo che c’è stato quel bravissimo avvocato, ma purtroppo le cose belle durano sempre poco.
Lui al sabato e la domenica viaggiava molto: gli piacevano le belle donne e macchine potenti, non era sposato ed era libero di andare dove ne aveva voglia. Ma una domenica è andato al mare a Jesolo, nel ritorno c’era un forte temporale, lui non si è fermato, ha continuato a correre con la sua grande macchina che ad un certo punto è slittata e si è scontrata con un’altra dove viaggiavano due giovani fidanzati. Sono morti tutti e tre, abbiamo provato un grande dolore per la perdita del nostro presidente.
Ma in poco tempo ne è arrivato uno nuovo. Era tutto l’opposto di quello che non c’era più. Per prima cosa voleva che il personale ritornasse a fare ancora le dodici ore di lavoro, voleva togliere l’orologio che segnava le ore di lavoro, ma il personale non lo permise. Gli infermieri più anziani andarono in ufficio a dire le loro ragioni e poi per circa due anni nessuno lo salutò più quando lo incontravano. Ha dovuto abbassarsi lui a chiamare tutto il personale su in ufficio e cercare di conoscere i problemi dell’ospedale.
Abbiamo continuato ancora per qualche anno a fare le nostre gite. Veniva anche lui ma non è stato un presidente amato dal personale.

 

LA MORTE DI MONSIGNOR GNATA

Al termine della guerra il nostro buon monsignor Gnata ci ha lasciati. Aveva un tumore allo stomaco che a quei tempi non si sapeva neanche bene cosa fosse. Mamma lo ha assistito per tutta la malattia assieme a sua nipote e alla perpetua. Mamma era brava ad assistere gli ammalati, sapeva fare le iniezioni ed era coraggiosa per aiutarlo in tutti i suoi bisogni. In tutti gli anni che papà aveva fatto il sacrestano quando lui era monsignore, era stato sempre trattato con molta gentilezza e anche tutti noi di famiglia ci trattava molto bene. Quando è morto abbiamo pianto tutti come fosse uno di famiglia. Le persone buone non si dimenticano mai. Mi viene in mente che monsignore, quando io ero bambina, qualche volta lo sentivo parlare con papà e gli esprimeva il desiderio di ristrutturare la chiesa di S. Stefano e ingrandirla, dato che si trovava al centro del paese e davanti c’era anche un bel piazzale dove non c’era pericolo per chi veniva in chiesa. Lui aveva fatto i suoi conti e pensava che non ci sarebbe stata una grande spesa visto che a quei tempi la gente era poverissima e non poteva certo aiutarlo molto; ma la chiesa era ricca di beni e qualcuno avrebbe anche potuto venderli.
Monselice era già ricca di chiese bellissime e in questo modo ne avrebbe avuta una in più molto grande, come hanno fatto in tanti paesi dove hanno costruito una nuova chiesa ma hanno lasciato funzionanti anche tutte le altre. Nel suo testamento ho letto che ogni volta che ne parlava con i fabbricieri è sempre stato ostacolato e intanto abbiamo avuto cinque anni di guerra e quando è terminata lui era vecchio e malato e con la sua morte il progetto non si è mai avviato.

 

MONSIGNOR CERATO

Dopo la morte di monsignor Gnata è arrivato un altro monsignore. Veniva dalla parrocchia di Legnaro. I monselicensi hanno preparato una grande festa per riceverlo in piazza e in parrocchia sembrava che fosse arrivato il messia. E’ venuto ad abitare nella casa di monsignor Gnata vicino a casa mia e vicino al duomo vecchio. Dividevamo lo stesso cortile ma dal primo giorno è cambiato tutto. Aveva con sé i suoi genitori e una nipote ormai grande.
Se li descrivessi come si comportarono da subito dovrei scrivere cose che non voglio scrivere perché solo a pensarci sto male. Dopo qualche giorno che monsignor era arrivato, mamma era in cortile come al solito che faceva le sue cose e lui l’ha chiamata. Invece che aiutarla le ha detto “domani faccio tagliare questa magnolia perché mi dà fastidio”. La mamma con la sua calma gli ha risposto “cosa ha detto monsignore? Lei quella magnolia non la taglia né domani né mai, è l’unica ombra che abbiamo in cortile.” Lassù il sole picchia forte d’estate e anche nelle medie stagioni, la magnolia era bellissima e lo è ancora adesso, non ne ho mai viste di così belle e fatte bene, quando fioriva profumava tutto il cotile. Non ricordo cosa le abbia risposto monsignore, ma dopo tanti anni la magnolia è ancora lì.
Dopo qualche giorno papà era tornato dalla chiesa, tardi come al solito, e monsignore l’ha chiamato. Papà si è affrettato ad andare a vedere cosa voleva: l’ha fatto entrare nel suo studio e aveva sopra al tavolo tante carte importanti che gli aveva lasciato il precedente monsignore. Fra quelle carte c’era anche il contratto di assunzione che aveva fatto monsignor Gnata quando aveva assunto papà per fare il sacrestano.
Monsignor Cerato ha preso in mano quel contratto e gli ha detto queste parole “questo contratto di assunzione lei l’ha fatto con monsignor Gnata, per me questo non vale niente” e l’ha strappato in tanti pezzi e ha aggiunto “io posso licenziarla quando voglio.”
Papà è rientrato in casa pallidissimo e ci ha raccontato il fatto. Quella sera non ha cenato nessuno. Non ci saremmo mai aspettati mai una cosa simile, dopo più di vent’anni di lavoro mal pagato e dovevamo sempre aiutarlo tutti perché le chiese erano tante, doveva badare anche a quelle piccole sparse nel paese, quando c’erano le feste eravamo in otto persone in famiglia e tutti abbiamo aiutato papà perché potesse badare a tutto e in quel momento eravamo in dieci perché in casa avevamo i nonni. Papà era una persona sensibile e gentile, era abituato ad avere a che fare con sacerdoti, ma quello era unico, non aveva modo di comportarsi come gli altri, aveva sbagliato strada non era un sacerdote, e non lo è mai stato.
Non ha licenziato papà perché gli conveniva, ma non gli ha più pagato lo stipendio. Papà doveva andare alla questua e dovevamo arrangiarci con quello che portava a casa. Ma la gente di Monselice era generosa e ci dava quello che poteva.
Intanto siamo cresciuti un po’ e subito abbiamo cercato di trovarci un lavoro così abbiamo aiutato la famiglia altrimenti non avremmo mangiato neanche una volta al giorno.
Monsignore si fece installare il telefono, così poteva dare ordini alle varie parrocchie per telefono, li chiamavano gli avvisi parrocchiali. Quando c’era monsignor Gnata era mio fratello Lindo che li portava al sabato e doveva andarci con qualsiasi tempo. Ma ora non poteva più farlo perché era ammalato e ricoverato a Venezia.
Mamma era ritornata da Venezia da due giorni perché mio fratello stava male e il giorno dopo doveva ripartire.
Era esattamente il 28 maggio 1947: mamma era in chiesa di S. Paolo dove c’era quella bella grotta con la Madonna di Lourdes. Lei stava mettendo nei vasi i fiori che portavano la gente per fare bella la grotta. E’ entrato monsignore e le si è avvicinato e le ha detto hanno telefonato che suo figlio ieri sera è morto, ringrazi la Madonna. Mamma ha lasciato cadere il vaso di fiori che aveva in mano, si è sentita male, ha cercato di sedersi per non cadere, ma lui è andato in sacrestia senza preoccuparsi. Per lui era come se le avesse annunciato che aveva vinto alla lotteria.
Quante volte nel corso degli anni mamma ci ha raccontato questo episodio, non poteva crederci che potesse essere vero.
E anche per noi ragazze averlo vicino era un problema perché quando passavamo davanti alla canonica lui guardava come eravamo vestite. Se non avevamo le maniche del vestito e le gonne abbastanza lunghe, lui usciva e ci rimproverava.
Ricordo una volta: era la festa della Madonna del Carmine e vicino alla stazione c’era una bella chiesetta che, addobbata bene come sapeva fare papà, sembrava che brillasse e che fosse tuta d’oro.
Quel giorno era gran festa a Monselice: c’era la sagra con tutte le bancarelle dei giocattoli e dolcetti vari. Era il 15 luglio e d’estate la gente gremiva le strade per andare in chiesa e poi vedere alla sera i fuochi d’artificio.
Io per l’occasione mi ero fatta un vestito nuovo: era con le maniche corte e anche un po’ scollato, ma mi stava così bene che ero tutta felice di indossarlo.
C’era un ragazzo che mi aspettava che da tempo mi corteggiava, così ufficialmente dovevo andare alla sagra con mia sorella. Quando siamo uscite di casa, monsignore ci ha viste ma abbiamo fatto una corsa perché non ci fermasse.
Il ragazzo mi aspettava, siamo andati al bar e poi lui quando è stata ora di fare i fuochi d’artificio è andato a farli assieme agli altri. Ricordo che lui ha fatto una grande “M”, poi lui mi ha detto che quella emme era per al Madonna ma anche per me perché il mio nome iniziava con la emme.
Terminata la festa siamo ritornate a casa, ormai era buio e anche molto tardi, ma su al duomo nel sagrato c’era monsignore che ci aspettava: ricordo che mi ha detto svergognata, senza pudore, mi ha tanto rimproverata che è riuscito a rovinarmi la festa.
Nel periodo che ha abitato lassù, vicino a noi è successo di tutto.
Mia sorella, quella più grande di me, era fidanzata con un bravo ragazzo che lavorava in ferrovia e dopo un po’ parlavano di matrimonio. Veniva in casa come si usava a quei tempi ma quando andava via mia sorella lo accompagnava fino al portone che era vicino alla porta di casa di monsignore.
Lui usciva e si metteva a suonare il campanello e aspettava che uscisse papà e gli gridava “venga a prendersi sua figlia”. Non potevano darsi neanche un bacio perché lui stava lì finché il ragazzo non andava via. Erano stanchi e avevano deciso di sposarsi, erano anche andati a scegliere i mobili per la casa, ma una sera il ragazzo si è stancato, hanno litigato e alla fine si sono lasciati.

 

ANNUNCIO DI CHIUDERE TUTTE LE CHIESE

Dopo qualche giorno che monsignore era arrivato a Monselice, una domenica in chiesa ha annunciato ai monselicensi che aveva intenzione di chiudere tutte le chiese e di farne una sola perché voleva una sola parrocchia. Monsignor Cerato aveva un carattere forte e deciso, non credo che si sia consultato con i fabbricieri, le decisioni le prendeva da solo.
Nessuno è padrone della chiesa: appartiene ai cittadini in quanto è la casa di Dio. Monsignore non ha mai chiesto ai cittadini se erano contenti di fare una sola chiesa e di chiudere tutte le altre, ha solo dato ordini e chiesto continuamente soldi, come fosse il padrone assoluto di tutti i beni e di tutte le cose preziose che possedevano le varie chiese. Chissà perché i monselicensi hanno accettato tutto e lo hanno lasciato fare.
Non è stato mai un sacerdote amato dal popolo, tutti dicevano la loro ma nessuno ha pensato di fermarlo e adesso siamo il paese che ha la peggior chiesa d’Italia, questo è il risultato. La gente era perplessa perché il paese era grande e si sarebbe ingrandito ancora di più, adesso che la guerra era finita, per cui tutti erano abituati ad andare nelle loro bellissime chiese che si trovavano più vicino a dove abitavano.
In centro c’era la amatissima chiesa di S. Paolo e il nostro stupendo duomo a pochi passi dal centro. Dalla parte di S. Martino c’era la chiesa di S. Martino: in quella chiesa celebravano i funerali e una volta all’anno c’era la festa di S. Lucia, quando distribuivano il pane di S. Lucia.
Poi vicino alle scuole femminili si trovava la chiesa di S. Luigi e lì celebravano ogni domenica la santa messa per i ragazzi e lì vicino si trovava anche la chiesa di S. Stefano, ma ormai non funzionante.
Dalla parte della stazione, per la gente di Montericco c’era la chiesa della Madonna del Carmine: non era molto grande ma era bellissima, quando era addobbata a festa sembrava tutta d’oro e poi c’erano tante chiesette sparse per il paese che funzionavano tutte quando era la festa del loro santo.

 

VENDITA DEI BENI DELLA CHIESA

Monselice era molto ricca di beni di proprietà della parrocchia. C’erano campi e cose, erano i vari lasciti accumulati negli anni quando qualche signore senza figli lasciava tutto alla parrocchia. C’erano i fabbricieri che controllavano i vari beni ed erano sempre consultati da monsignor Gnata varie volte all’anno per controllare il bilancio delle entrate della chiesa. Non so se questi signori fossero d’accordo di vendere tutto e di fare una sola chiesa.
Comunque i beni sono andati venduti e per prima cosa monsignore si è costruito una canonica altissima di tre piani vicino alla caserma dei Carabinieri, dove sarebbe stato poi costruito anche il nuovo duomo.
Il giorno 8 settembre 1947 fecero tutti festa perché misero la prima pietra per la costruzione del nuovo duomo e poi iniziarono i lavori.  Intanto costruirono la cripta e la addobbarono in qualche modo perché servisse come chiesa, così furono chiuse tutte le nostre bellissime chiese. Tutto quello che c’era all’interno, cose di inestimabile valore, anche i preziosi che la gente regalava alla madonna e ai vari santi per grazia ricevuta, è stato venduto tutto, le chiese sono state spogliate di tutto e chiuse momentaneamente. C’era anche il tesoro del duomo che monsignor Gnata custodiva nella propria casa e che veniva esposto una volta all’anno in duomo perché i monselicensi potessero vedere le cose belle che con le offerte dei fedeli in tanti anni i vari monsignori erano riusciti ad accumulare. Però quando veniva esposto c’erano due carabinieri che facevano la guardia.
Ricordo che, a quei tempi, di ogni cosa che la chiesa possedeva i cittadini ne erano informati dato che tutto veniva comperato con le loro offerte. Ma di quel tesoro non se ne è più sentito parlare.
Veniva chiesto continuamente ai fedeli di fare offerte per la costruzione del nuovo duomo, intanto andavamo a tutte le funzioni religiose nella cripta.
Dentro non c’era neppure il pavimento, c’era solo cemento. Papà per fare le pulizie bagnava un po’ per terra perché scopando si alzava una nuvola di polvere. Era stata arredata con qualche cosa che proveniva non so da quale chiesa e intanto non ricordo per quanti anni per andare a messa siamo andati lì.
Le varie chiese sono state usate per altri scopi: in quella di S. Luigi, che era la chiesa dei bambini, hanno fatto un cinema, chiamato cinema Corallo, che funziona ancora oggi.
La chiesa vicino alle suore carmelitane ne hanno fatto un altro cinema chiamato cinema Italia. Nella bellissima chiesa della Madonna del Carmine hanno fatto un magazzino per legname. Nella nostra chiesa di S. Paolo si sono messi a scavare internamente; l’hanno distrutta completamente che alla fine stava per crollare, non so cosa credevano di trovarci. La chiesa di S. Martino l’hanno vuotata e chiusa; alle varie chiesette è toccata la stessa fine. La chiesa di S. Stefano quando ero bambina ci mettevano la frutta e le donne la sceglievano per poi venderla, ma anni fa ci mettevano i vari attrezzi che servivano ai lavoratori ecologici per ripulire la città. Il nostro stupendo duomo vecchio è stato chiuso e svuotato da varie cose che non è più quello di una volta.
Però il paese si ingrandiva sempre di più e la gente era rimasta senza delle loro chiese e allora l’hanno divisa in tre parrocchie. Per la gente lontana dal centro, hanno costruito la chiesa della Madonna del Carmine dalla parte di Montericco e quella di S. Martino vicino al cimitero e hanno fatto parrocchia anche i frati francescani perché il paese si è ingrandito molto anche da quella parte. E noi in centro avevamo la nostra cripta che ha funzionato da chiesa fino a non molti anni fa.
Il nuovo duomo è arrivato fino al tetto ma non era funzionante e non so quando sarà veramente finito. Quando vado in qualunque paese o città vedo delle chiese stupende, vecchie di chissà quanti anni, sono bellissime, tenute come gioielli, sono confortevoli, fresche d’estate e calde d’inverno, perché una volta si costruivano le chiese con muri grossi e così si stava bene. In tanti paesi hanno costruito una chiesa nuova però hanno tenuto anche tutte le vecchie chiese. Monsignore si era trasferito nella nuova canonica giù in paese e finalmente siamo rimasti soli lassù, ci siamo sentiti sollevati, non avevamo più chi ci controllava ogni passo che facevamo.

 

ARRIVO DEI PADRI  CANOSSIANI

Dopo circa un anno o poco più, sono arrivati tre religiosi che mamma e papà non avevano mai conosciuto. Sono venuti ad abitare nella canonica di monsignore lassù vicino a noi. Il Padre superiore è venuto subito a fare conoscenza con i miei genitori, io e mia sorella eravamo al lavoro. Hanno chiesto subito informazioni, in quanti eravamo in famiglia e papà ha risposto in dialetto: abbiamo anche due putele e allora il padre si è tranquillizzato perché aveva capito che noi fossimo due bambine.
Alla sera, quando siamo ritornate, ha visto che eravamo grandi: io avevo diciannove anni e mia sorella ne aveva quattro di più. Il giorno dopo è ritornato da mamma ed era molto agitato, le ha detto: gho visto le sue figlie, non sono due ragazzine ma due signorine, io qui devo portare uno studentato maggiore, gli studenti sono grandi e quasi sacerdoti, come faccio. Mamma ci raccontava che vedendo questo padre così preoccupato le è venuto da ridere e gli ha detto stia tranquillo, le mie figlie hanno visto tanti sacerdoti da quando sono nate che vederne anche un po’ di più non ci faranno neppure caso.
Ed è stato così. I primi giorni che sono arrivati venivano a chiedere tante cose a mamma per potersi sistemare e lei era sempre disponibile ad aiutarli.
Poi, quando sono arrivati anche gli altri, mamma e papà hanno capito che erano poveri e che avevano bisogno che il paese li aiutasse perché erano venuti per dare un aiuto ai ragazzi di Monselice per il patronato.
Non avevano di che vivere perché monsignore ha voluto che tenessero chiuso il duomo vecchio perché la gente non potesse andare a messa e le offerte dovevano andare tutte alla parrocchia.
Mamma e papà si sono dati da fare parlando alla gente del paese e li hanno fatti conoscere. Papà quando andava alla questua con la gente di campagna e mamma con la gente del paese. In poco tempo tutti si sono dati da fare per aiutarli, poi si sono fatti conoscere da sé perché i chierici al mattino andavano a scuola e al pomeriggio andavano giù in patronato con i ragazzi, loro sono proprio istruiti per stare nei patronati e in poco tempo hanno fatto rifiorire il patronato.
Loro sono arrivati a Monselice il 5 ottobre 1950 e mamma da quando erano morti i miei fratelli e i suoi genitori, dal febbraio ’47 ai primi mesi del ’48, non si faceva mai vedere piangere ma il suo bel carattere allegro non c’era più, se n’era andato, era morta dentro assieme ai suoi figli, aveva avuto anche una flebite a quei tempi non avevano neanche i mezzi per curarla.
Ma con l’arrivo dei padri canossiani era come rinata, vedeva i loro bisogni e li aiutava in tutti i modi: aggiustando le loro tonache, la biancheria. In seguito, quando hanno potuto, hanno preso una vecchietta che aiutasse la mamma a rammendare e stirare, mangiava a casa nostra e stava lì tutto il giorno, la mia casa sembrava una sartoria, ma la mamma aveva acquistato un po’ di serenità.
In casa nostra veniva il padre superiore per portare la biancheria e le vesti da mettere a posto e portava via quelle già pronte; poi un po’ alla volta hanno fatto amicizia e quando la mamma aveva bisogno di qualche lavoretto c’era un padre che sapeva fare tutto. La mamma gli aveva messo nome ‘mani d’oro’ ed era così, aveva persino aggiustato il vecchio orologio del campanile. Papà era tutto contento, finalmente sapeva l’ora esatta, l’orologio funzionava benissimo.
Quel padre è stato ordinato sacerdote a Monselice. Quel giorno hanno potuto aprire il duomo ai fedeli e la chiesa era gremita, peccato che si è fermato a Monselice solo tre anni, ma da mamma e papà non è stato mai dimenticato.
Da molti anni si trova in Brasile come missionario, credo che farà tanto bene a quei poveri. Possedeva una grande bontà ed aveva un’intelligenza non comune, era un grande matematico. Io l’ho visto molti anni fa, era ammalato ed era venuto a curasi in Italia.
Mamma col passare del tempo ha potuto conoscerli tutti. Ormai erano diventati tanti, la canonica di monsignore non so come facesse ad avere tanto spazio per tutti. Avrebbero avuto bisogno di avere uno stabile grande accanto al patronato ma monsignore non gli ha dato il permesso di costruire.
Sono sicura che la gente di Monselice avrebbe collaborato con le offerte per la costruzione ma così non poterono più rimanere a vivere in quelle condizioni e un giorno il padre superiore ha annunciato a mamma che se ne sarebbero andati da Monselice. Mamma ci è rimasta molto male, per lei erano ormai tutti come figli suoi, e il 29 gennaio 1959 se ne sono andati via: le suore canossiane gli avevano regalato una loro casa a Castelli ad Asolo.
Il patronato è rimasto senza quei buoni padri, i ragazzi di una volta anche laureati dottori o anche ingegneri tutti quelli che frequentavano il patronato li ricordano ancora. E tutti noi di famiglia li abbiamo sempre considerati come fratelli. Non ho parlato in particolare di padre Leonardo, il primo padre che abbiamo conosciuto dato che era il padre superiore. Per mamma era un figlio, il suo confessore, era di una bontà e generosità direi unica.
Anche lui è partito per il Brasile come missionario, è venuto a morire in Italia, è morto giovane, io che l’ho conosciuto bene penso sempre che un giorno lo faranno santo.

LA VITA CONTINUA

Dopo la partenza dei padri canossiani la mamma aveva provato un grande dolore, era rimasta ancora sola durante il giorno, perché mia sorella Nella si era sposata, io e mio fratello tornavamo alla sera dal lavoro. Il guaio era che era malata ma nessuno sapeva curarla a quei tempi. Lei soffriva di calcoli biliari e spesso aveva crisi con dolori, ma il chirurgo non ha mai voluto operarla, diceva che era troppo grassa, ma non era vero (la prima volta che si è ricoverata il chirurgo non sapeva fare questa operazione e diceva che era grassa, era una scusa), poi hanno provato a darle il cortisone ed era il primo che usavano in ospedale. Nel periodo che è rimasta in ospedale era aumentata di parecchi chili. Tornata a casa, erano appena arrivati a Monselice quattro giovani medici, lei ne ha scelto uno, era la sua prima paziente non sapeva come curarla, mamma gli ha fatto vedere le medicine che le avevano dato in ospedale e lui le ha prescritto questa medicina da prendere una pastiglia ogni giorno (il farmaco si chiamava Bentelan) invece di guarirla l’ha fatta ammalare.
Era un tesoro di mamma non si lamentava mai, pensava solo a tutti noi. Ormai era costretta a limitarsi a vivere lassù, non aveva più la forza di scendere in paese perché per lei era faticoso fare la salita per tornare a casa.
Era ancora giovane e con il suo bel carattere le piaceva molto vivere in mezzo alla gente anche se d’estate, quando voleva vedere gente, bastava che uscisse dal portone di casa, dalla primavera all’autunno la gente faceva la passeggiata nella via del Santuario che era la via più bella del paese e tanti bambini che venivano a giocare nella rotonda.
Mamma era conosciuta da tutti perché quando andava ad aiutare papà in chiesa la vedevano tutti. Lei quando aveva un po’ di tempo si sedeva sul muretto davanti al duomo e la gente si fermava a salutarla. Credo che la mamma piacesse a tutti perché aveva un modo gentile e rispettoso di trattare le persone.
Papà ormai non aveva più tanto da fare come quando doveva badare a tutte le chiese. Adesso aveva solo la cripta da pulire però le messe erano ancora tante come prima, ma lui trovava il tempo per portarle su la spesa e tutte le cose che le facevano bisogno. Lei faceva da mangiare ma per le pulizie e il bucato e stirare la biancheria ci pensavamo io e mia sorella.
Quando avevamo le ferie, io e mia sorella le vacanze non le facevamo più assieme perché una di noi doveva rimanere a casa per aiutare la mamma. Allora mia sorella le piaceva andare in montagna e io andavo al mare perché fisicamente sentivo che mi faceva meglio. Mi ricordo che mia sorella diceva “io sposo un ragazzo di montagna”, ma lo diceva per scherzo, perché ragazzi in montagna non era facile incontrarne, appena erano un po’ cresciuti emigravano all’estero.
Una volta però è andata in montagna nel periodo di agosto e di fronte alla casa dove abitava c’era un ragazzo che era tornato a casa dalla Svizzera per le vacanze. Hanno fatto amicizia e fra di loro non è successo niente, erano solo amici. Ma un giorno parlando di casa mia sorella gli ha fatto vedere una mia foto. Il ragazzo le ha detto subito “quando torni a casa voglio venire a conoscere tua sorella”.
Quando mia sorella è tornata a casa se n’era anche scordata ma un giorno ha visto arrivare questo ragazzo assieme ad un amico. Alla sera quando sono tornata a casa ho trovato questi due ragazzi. Io non li conoscevo e neppure sapevo il motivo che erano venuti.
Mamma li ha tenuti a cena e poi sono andati in albergo a dormire. Il giorno dopo si sono presentati ancora a casa mia e alla sera quel ragazzo mi ha detto che gli piacevo e che avrebbe voluto fidanzarsi con me, ma io gli ho risposto subito di no. Mai avrei lasciato il mio lavoro e la mia famiglia per andare così lontano, anche se dalle informazioni che aveva avuto mia sorella quando era stata in montagna erano ottime.
Era un bravissimo ragazzo, fra noi due non è successo niente, invece mia sorella con l’altro ragazzo si sono piaciuti subito. Se ne sono andati ma l’altro ragazzo scriveva sempre a mia sorella e alla fine si sono fidanzati.
Io continuavo la mia vita fra casa e lavoro, però quindici giorni all’anno andavo in vacanza a Jesolo. Andavo sempre lì perché ormai avevo fatto amicizia con i padroni dell’albergo e tanta altra gente che veniva in vacanza nel periodo che ci andavo io. Siccome eravamo in tante in guardaroba, all’inizio dell’anno veniva l’impiegato del personale a fare la lista di chi andava in ferie e in quale periodo.
Io prendevo sempre la seconda quindicina di giugno perché nel periodo più caldo c’erano le mie colleghe che avevano bisogno di fare le sabbiature e ad agosto andava sempre una che era d’accordo con le suore.
Ma a me piaceva andare nel periodo che c’era poca gente. C’erano molte mamme coi loro bambini e a Jesolo ci vanno molti tedeschi. Io stavo bene con tutti, non ero mai sola, tutti mi invitavano ad uscire con loro, i bambini si affezionavano a me ed erano gelosi se giocavo con qualche bambino che mi piaceva invece che con loro.
Poi c’erano anche famiglie di tedeschi che mi invitavano ad uscire assieme. I tedeschi quando parlavano fra loro si erano accorti che tante parole le capivo perché da bambina con la guerra andavo a giocare con la mia amica su nella Rocca e lì c’era il comando e noi eravamo sempre assieme a loro e da bambini si fa presto ad imparare le parole anche se sono straniere.
Quando mi dicevano “tu capisci” io dicevo no, ma invece era vero che capivo. Ho tanti bei ricordi anche di quel periodo, mi riposavo veramente e tornavo a casa rinvigorita.
Mio fratello rimaneva a casa, però quando è tornato dal collegio aveva trovato tanti amici, anche con il figlio più giovane della signora Teresa che aveva il carattere allegro di sua mamma. Loro due facevano divertire la compagnia, poi mio fratello ha fatto il militare e quando è tornato ha subito trovato lavoro, ma alla sera si trovavano tutti perché gli altri avevano qualche anno di meno e continuavano gli studi e qualcuno andava all’università. Erano una compagnia affiatata da fare invidia, erano tutti ragazzi molto perbene.
Poi col passare del tempo ognuno si è trovato la ragazza, anche mio fratello. Lui aveva sbagliato ragazza perché non era per lui, era una bella ragazza elegantissima, sua sorella aveva una fabbrica e lei lavorava come capo e guadagnava bene. Aveva un bellissimo vestito nuovo ogni domenica da indossare e con mio fratello a fianco che era un bel ragazzo facevano una bella coppia. Lei una volta era di famiglia ricca ma poi suo padre ha fallito e allora sua sorella ha rimesso in piedi la famiglia e ha aperto una fabbrica.
Mio fratello guadagnava uno stipendio e lo spendeva tutto per fare regali alla fidanzata e quando uscivano pretendeva tante cose, in poche parole i miei genitori non erano contenti di questa scelta, anche se lei era molto gentile con mia mamma e veniva sempre a casa nostra a salutarla, poi nelle feste le faceva molti regali.
Ma non era la ragazza adatta a lui, sono andati avanti così per sei anni e poi è successo qualcosa e si sono lasciati. Mamma ha tirato un sospiro di sollievo, lui poteva scegliere quanto voleva fra le ragazze di Monselice e dopo poco tempo si è fidanzato con una bellissima ragazza di Este, molto perbene e allora papà a mamma erano contenti. Con gli amici non hanno mai rotto la compagnia, sono rimasti sempre amici.

 

MATRIMONIO DI NELLA

Dopo un anno e mezzo di fidanzamento, mia sorella Nella assieme al suo fidanzato hanno deciso di sposarsi. Lui lavorava in Svizzera e dopo il matrimonio mia sorella se ne sarebbe andata ad abitare lontano da casa. Ci dispiaceva a tutti che fosse andata ad abitare così lontano, ma era innamorata del suo ragazzo e poi aveva un carattere che le piaceva viaggiare molto, pensava sempre che si sarebbe trovata bene anche là. E’ venuto il giorno del matrimonio, mamma dal dispiacere si è ammalata e non è riuscita ad alzarsi dal letto neppure un momento per salutarli. E’ andata lei a salutare la mamma subito dopo il matrimonio assieme a suo marito. Se penso a quel giorno mi sento male anch’io. Noi avevamo pensato di fare un rinfresco perché non avevamo tanti soldi per andare al ristorante. Abbiamo fatto tutto in casa, pensavamo che gli sposi partissero subito dopo il matrimonio. Non è stato così. Il marito di mia sorella e i suoi parenti sono arrivati in corriera, l’avevano noleggiata loro, erano talmente tanti che non sapevo più dove metterli e mia sorella aveva invitato tanta gente che mai mi sarei immaginata. Il guaio era che dovevo pensare a tutto io, a sistemare la gente e anche ad offrirle qualcosa. Io ero giovane e non avevo mai fatto un rinfresco per tante persone da sola. Ma c’era di peggio. A farle da testimone al matrimonio il marito di mia sorella aveva portato quel suo amico che mi aveva corteggiato e quel giorno ha colto l’occasione per farlo ancora.
Ma non si è rivolto a me perché non avevo il tempo di guardarlo, si è rivolto a mio cognato, il marito di mia sorella più grande. Loro due hanno chiacchierato molto assieme, tutti e due avevano un fratello sacerdote, a mio cognato si vede che gli sembrava una buona garanzia che fosse un ragazzo perbene, e lo era, ma a me non mi interessava, io non ero innamorata di lui. Mio cognato ogni tanto veniva a dirmi “guarda che piaci molto a quel ragazzo, è un ragazzo perbene” ed è venuto a dirmelo così tante volte che era stanca morta per tutto il da fare che avevo, che ogni volta che si avvicinava a parlarmi lo mandavo al diavolo.
Finalmente gli sposi sono partiti ma i parenti dello sposo sono rimasti e tutti dicevano che avevano fame. Per fortuna al matrimonio era venuta la sorella di mio papà e allora ho chiesto a lei di aiutarmi a preparare qualche cosa. La zia era molto simpatica, ogni tanto mi faceva anche ridere. Abbiamo cucinato tutto quello che c’era in casa e papà è andato a comperare altre cose.
Finalmente è venuta sera, ma assieme ai parenti dello sposo si è fermato anche il mio corteggiatore e ha continuato a chiedermi di fidanzarmi con lui. Alla fine gli ho detto “per stasera ti dico di sì, ma solo proviamo”, non ci siamo dati neppure un bacio ma lui è partito felice, lui mi scriveva ogni giorno e gli rispondevo ogni tanto. Mia sorella si è sposata ai primi di aprile e io a luglio ho chiesto le ferie e l’ho raggiunta in Svizzera.
Il viaggio l’ho fatto in treno ed è stato così bello. Il treno si fermava spesso e così potevo vedere panorami bellissimi, montagne, prati e tante cose belle, Io che amo ancora le favole mi sembrava di vivere in una favola di Andersen.
Quel viaggio non l’ho mai dimenticato. Ma arrivata in Svizzera non mi è piaciuta per niente, solo ero contenta di stare un po’ con mia sorella che era già in dolce attesa.
Il ragazzo che era diventato il mio fidanzato veniva ogni sera a salutarmi. Mi ha regalato subito l’anello, lui era felice, io non provavo niente per lui. Apprezzavo solo la sua gentilezza che aveva nei miei confronti, non ho mai provato niente che fosse amore. Lui continuava a scrivermi ogni giorno e a mandarmi regali, poi a Natale è venuto in vacanza in Italia ed è rimasto qualche giorno a casa mia.
Lui aveva già programmato di fissare la data per sposarci e quando me l’ha detto ero confusa, non sapevo cosa dire, ma quando è partito ho avuto il tempo di pensare e riflettere. Mi sono chiesta, che cosa provo io per questo ragazzo, potrei vivere il resto della mi avita assieme a lui pur non amandolo? La risposta è venuta subito. Ho preso carta e penna e gli ho scritto che io non mi sentivo di diventare sua moglie.
Lui ha fatto il finimondo, ormai era convinto che io l’avrei sposato. Mi ha scritto anche suo fratello sacerdote e anche una sua zia, ma non è servito a niente, io la mia decisione l’avevo presa, mai mi sarei sposata con un uomo che non amavo. Allora gli ho spedito tutti i suoi regali e anche l’anello, così mi sono tolta il pensiero. Però mia sorella lo vedeva sempre e ogni volta lui le chiedeva di me, le diceva che non riusciva a dimenticarmi.
Dopo il matrimonio di mia sorella la mia presenza in casa era ancora più necessaria, sia finanziariamente che per aiutare nelle faccende domestiche. Mio fratello quando tornava dall’ufficio cenava, si faceva bello e correva subito dalla fidanzata.
Una volta gli uomini nelle faccende domestiche non facevano niente, toccava alla donna a fare tutti i lavori casalinghi. Era così, le donne non andavano fuori a lavorare, anche se ci andavano eccome, andavano nelle case a fare il bucato a mano e a lavare i piatti e fare le pulizie. Nei ristoranti a lavare i piatti e aiutare in tante faccende faticose, poi erano mal pagate e quando tornavano a casa trovavano magari dieci figli da badare, ma gli uomini si sedevano perché erano stanchi e non aiutavano la moglie neanche con i bambini, sarebbe stato uno scandalo vedere un uomo che aiutava la moglie nelle faccende domestiche.
L’uomo regnava sovrano in famiglia, i bambini erano abituati a stare sempre con la mamma, quando parlavano al papà avevano una certa soggezione.
Le donne a quei tempi lavoravano troppo e avevano troppi figli e di conseguenze invecchiavano presto, non erano mai andate dal parrucchiere neanche il giorno che si erano sposate, perché portavano i capelli raccolti all’insù con una treccia e quanto ad essere eleganti, prima vestivano decentemente il marito e poi i figli e quando dovevano comprare qualcosa per loro i soldi erano finiti.
E’ vero che invecchiavano presto, ma dentro erano donne meravigliose, io che le ho conosciute avevo un grande rispetto per loro. Mi ricordo che a volte dopo sposata andavo in ambulatorio dal medico magari per fare una ricetta, dovevo aspettare molto tempo, e allora mi sedevo vicino a qualcuna di queste signore, sempre vicino a quelle più povere che i figli ormai si erano sposati e loro erano sole e chiacchieravo un po’ con loro e loro mi aprivano il loro cuore e mi raccontavano la loro vita piena di sacrifici, ma senza lamentarsi. Quanto erano belle e meravigliose dentro, peccato che quelle adorabili persone siano rimaste ormai poche, ma è stato bello conoscerle.  Mia sorella si era sposata e mamma un po’ di aiuto lo aveva solo da me. A quei tempi noi non avevamo ancora la televisione e vicino a casa nostra ci abitava una famiglia e la signora era amica di mia mamma, veniva spesso a farle un po’ di compagnia. Lei a casa aveva la televisione e allora ci invitava a vederla e così alla sera, specialmente al sabato, accompagnavo la mamma in questa famiglia. Si guardava la televisione e si parlava, si faceva un po’ di tutto, mamma aveva tanto bisogno di compagnia e io facevo di tutto per farla contenta. La mamma un giorno mi scrisse un bigliettino per farmi gli auguri perché era il mio onomastico, era il santissimo nome di Maria. In quel bigliettino c’era scritto tutto quello che mamma aveva capito di me. Eccone il testo. “Santissimo nome di Maria
Con la penna non si può scrivere quello che il mio cuore vuole augurarti ogni bene. Riconoscenza, gratitudine per i tuoi sacrifici e delicatezza di rinuncia anche al tuo ideale. Imploro dal cielo con la mia preghiera Iddio ti compensi di tanto bene. Vorrei fermare il tempo perché tu restassi sempre con noi. Papà e mamma con tanto amore e auguri.”
Mi ringraziava perché pur avendo i ragazzi che mi corteggiavano non avevo fretta di andarmene da casa. Ma come facevo a lasciare sola una mamma ammalata e papà che non portava a casa uno stipendio. E’ vero che c’era mio fratello che aveva uno stipendio, ma lui dava qualcosa in casa per il suo mantenimento e il resto lo spendeva per la fidanzata. A quei tempi il fidanzato pagava in tutti i posti che andavano e di conseguenza di lui non si poteva contare per aiuti alla famiglia.
E poi, mi ero riproposta dopo l’ultimo ragazzo con cui ero fidanzata, di non fidanzarmi più se non incontravo un ragazzo che mi piacesse tanto da innamorarmi.
Mia sorella che era in Svizzera ha avuto una bella bambina, ma dopo qualche mese era già incinta del secondo figlio: il suo desiderio era di tornare in Italia, ma ci voleva un lavoro per suo marito.
Nel frattempo è nato anche il secondo figlio, allora papà si è interessato per trovare un lavoro per mio cognato e hanno costruito un piccolo appartamento nella nostra cantina che avevamo lì a casa nostra e così dopo tre anni ha potuto tornare a casa e la mamma aveva una bella compagnia.
Io mi sono sentita un po’ sollevata perché i bambini fanno allegria. La più grande entrava e usciva da casa nostra come fosse a casa sua e il più piccolo era anche lui un amore di bambino. La più grande si era affezionata a me che alla sera la portavo a dormire nella mia stanza nel letto di sua mamma. Mia sorella qualche volta mi diceva “ti vuole tanto bene che te la lascio per sempre perché mi sembra che non hai voglia di sposarti.”
E invece io non dicevo niente ma c’era già chi mi corteggiava. Alla domenica mattina qualche volta andavo dalla parrucchiera, verso le undici, e passavo davanti ad un bar. Era sempre pieno di uomini, ce n’era uno che aspettava che passassi per vedermi, ma io non mi ero accorta di nulla, solo che alla domenica andavo al cinema e lo incontravo sempre per strada e vedevo che mi guardava.
Non era più un ragazzino ma un uomo: lui mi fissava e allora mi sono accorta di lui perché aveva due bellissimi occhi verdi. Aveva uno sguardo intenso ed era anche bello, aveva una figura atletica. Lui sapeva tutto di me ma io non mi sarei mai immaginata che lui mi seguisse perché gli piacevo. Questa cosa è andata avanti quasi un anno. Lo incontravo sempre ma lui non aveva mai il coraggio di fermarmi per strada.
Una domenica però era assieme ad un suo amico e io non mi ero accorta che mi seguivano, stavo andando al cinema e dovevo attraversare la strada. Mi sono fermata e ho visto questi due che si sono fermati anche loro ma erano dall’altra parte della strada e io allora, invece di attraversare, ho continuato ad andare avanti, ho finto di andare alla messa, la chiesa era lì vicino, ma loro mi hanno seguita e hanno visto che non sono entrata in chiesa ma sono andata al cinema. Quando sono uscita lui era davanti al cinema che mi aspettava da solo e allora mi ha seguito e si è presentato gentilmente e abbiamo incominciato a fare amicizia.
Frequentandolo ha cominciato a piacermi e allora ci siamo fidanzati. Allora non era facile possedere una macchina, ma aveva la moto che usava anche per andare al lavoro. Alla sera quando veniva a salutarmi sentivo il rumore della moto, la guidava liscia senza sbalzi, ormai conoscevo il suo rumore e allora uscivo di casa e gli andavo incontro.
Ero felice quando stavo con lui e allora ho capito che mi ero innamorata. Dopo qualche mese è venuta a casa la mia futura suocera e mi ha portato l’anello di fidanzamento e in quell’ occasione ha conosciuto anche i miei genitori. Una volta le cose si facevano in casa, si cercava di conoscere anche i familiari sia della ragazza che del fidanzato.
Quando ho conosciuto questo uomo l’ho raccontato alla mamma e allora mio papà è andato subito a chiedere informazioni da persone che lo conoscevano. Non è andato dai sacerdoti come andava di moda allora, perché sapeva che dicevano bene di tutti e così le loro informazioni non valevano niente. Ero anche più tranquilla perché se mi fossi sposata c’era mia sorella che avrebbe fatto da compagnia alla mamma.
Se penso da quando ero giovanissima quanti ragazzi mi avevano corteggiato, poi mi ero anche fidanzata due volte con tanto di anello ma non mi sentivo pronta per il matrimonio.
Ma con questo mi ero innamorata e stavo bene con lui. Io quando penso a queste cose credo che abbiamo un destino, io dovevo fare tante cose prima di andarmene di casa: aiutare la mia famiglia che era indispensabile e anche divertirmi un po’ con le mie belle gite, le villeggiature e tante cose che si fanno da giovani.
Ai miei tempi quasi tutti si sposavano giovanissimi e avevano molti figli e gli anni più belli li passavano ad allevare i figli e dando loro una sistemazione. Di divertimenti non se ne parlava neppure, ma dopo che è venuta la legge che le donne potevano lavorare anche dopo sposate è cambiato tutto. Finalmente le donne erano indipendenti finanziariamente, quelle che rimanevano a lavorare mettevano al mondo meno figli e con due stipendi la famiglia poteva permettersi anche qualche bel viaggio e tante altre cose che prima non si sarebbero neanche sognato di avere.
Quando è venuta questa legge, che le donne sposate potevano lavorare, io ero ancora fidanzata e allora è venuto un impiegato, quello addetto al personale, ci ha chiamato tutte in ufficio e ci ha detto che se ci fossimo sposate entro l’anno avremmo potuto usufruire di un assegno vitalizio, dal giorno del matrimonio per tutta la vita, e invece se avessimo aspettato l’anno seguente avremmo dovuto lavorare per molti anni ancora fino al raggiungimento della pensione.
Allora io e le altre colleghe abbiamo parlato della cosa con il nostro fidanzato. Il mio mi ha detto è meglio che accetti l’assegno perché dopo sposata se vengono dei figli dopo non sai a chi affidarli e c’era anche un’altra cosa. Che cambiando la legge avrebbero cambiato anche l’orario di lavoro: invece dell’orario spezzato di quattro e quattro ore, avrebbero fatto l’orario unico dalle sei alle quattordici; avendo dei figli dopo il matrimonio non sapevo a chi li avrei affidati alle cinque e mezzo del mattino per recarmi al lavoro.
Quando ci hanno avvertite mancava solo qualche mese alla fine dell’anno e allora abbiamo dovuto decidere in fretta i preparativi per il matrimonio.
Per me era difficile trovare i soldi per sposarmi anche se avevo lavorato tanti anni, ma i soldi che guadagnavo erano destinati quasi tutti alla mia famiglia. Però di quel poco che mi lasciavano io mettevo sempre da parte qualcosa per farmi il corredo e quello ce l’avevo.
E poi mi lasciavano ogni anno a Natale la tredicesima e allora io la mettevo in banca e i soldi per comperarmi i mobili della stanza da letto li avevo. Era per il vestito da sposa e la cerimonia che non li avevo perché ho dato a papà anche l’ultimo stipendio.
Allora non mi sono scoraggiata: dicono che il bisogno aguzza l’ingegno. Ho preso il vestito da sposa di mia sorella che era rimasto a casa e che l’avevo cucito io, l’ho disfatto tutto perché lei era più bassa di me, il tessuto era bello, era di pizzo macramè, con il corpino e delle balze mi sono fatta la gonna, le ho fatto un motivo nella giunta che sembrava fatto apposta e per il corpino ho comperato un pezzo di raso ed è uscito un bellissimo vestito che nessuno si è accorto che era quello di mia sorella e per l’acconciatura ho usato il velo di mia sorella e ho comprato una piccola acconciatura per tenere fermo il velo in testa.
E i giorni passavano in fretta, avevo tante cose da fare che non avevo neppure il tempo di pensare che quella che si sposava ero io.
Mamma aveva un grande dispiacere, anche l’ultima figlia la lasciava, era tanto addolorata che il giorno del mio matrimonio si è ammalata.
Mi sono sposata a fine novembre, ho invitato solo pochi parenti miei e quelli di mio marito e non abbiamo fatto il viaggio di nozze. A quei tempi si faceva il pranzo e si stava tutto il giorno assieme agli invitati, oppure veniva servito un breve rinfresco e gli sposi partivano subito. Ma noi, data la stagione, abbiamo preferito stare assieme agli ospiti, questo era il desiderio di mio marito e io l’ho condiviso. Erano altri tempi, non si viaggiava come adesso.
Abbiamo dovuto fare tutto così in fretta che quando è arrivato il gran giorno, io e mio marito eravamo un po’ confusi. Così è venuto il mio momento, e anch’io sono giunta a pronunciare quell’importante “si” sull’altare. Quella sera, quando ci siamo trovati da soli, ci siamo messi a ridere: ci siamo detti “siamo sposati”. Ci siamo abbracciati, eravamo felici.

 

APPENDICE: IL NUOVO DUOMO

Nel settembre del 1947 iniziarono i lavori del nuovo duomo. Non ricordo in che anno finalmente sono arrivati al tetto, ma perché potesse essere usato per le funzioni dovette passare molto tempo. Intanto monsignore aveva deciso di andare in pensione, ma non voleva ritornare nella vecchia canonica perché prima l’aveva data in uso ai PP Canossiani e poi, quando se n’erano andati, l’aveva concessa ad altri padri che l’avevano trasformata in una scuola privata per i bambini delle elementari. Lui aveva già pensato di trasferirsi nella casa dove abitavano i miei genitori.
Agli inizi del 1966 mamma ha avuto un attacco di asma anche se non ne aveva mai sofferto. E’ stata subito ricoverata in ospedale e il giorno dopo le hanno diagnosticato una polmonite. Stava malissimo, io l’avevo assistita tutta la notte, al mattino presto è arrivato il cappellano dell’ospedale, voleva confessarla e darle l’estrema unzione, ma mamma era cosciente e quando le si è avvicinato gli ha detto queste parole “se ne vada, che per andare di là non ho bisogno di lei.” Lui ha capito subito il perché, ha telefonato a monsignore che è arrivato subito, la voleva salutare e forse anche chiederle scusa ma mamma è sempre rimasta ad occhi chiusi finché non se ne è andato.
Mamma aveva sofferto troppo in quegli anni, quel monsignore aveva portato persino il disonore nella nostra famiglia. Mamma era molto religiosa e pregava molto e quello l’ha aiutata a superare i grandi dolori della vita, ma non voleva più sentire parlare di monsignore, lei era rimasta sempre molto affezionata ai buoni Padri Canossiani. Padre Leonardo era il suo confessore e anche se se n’erano andati via da Monselice venivano a salutarla e per lei erano rimasti come figli.
Dopo tre mesi di sofferenza mamma è morta. Era il 30 aprile del 1966. I funerali ha voluto celebrarli monsignore ed ha fatto una predica che non finiva più ma credo che se mamma avesse potuto parlare gli avrebbe detto “stia zitto che è meglio.”
L’anno seguente, il 1967, papà ha compiuto sessant’anni di età e quaranta di lavoro. Era giunta l’ora di andare in pensione. I contributi per la pensione se li era pagati lui, ma solo per vent’anni e gli altri non glieli aveva versati nessuno. Era rimasto solo, la mamma non c’era più, noi eravamo tutti sposati. Per un anno è vissuto con mia sorella che abitava in un piccolo appartamento che si era costruita in uno scantinato per poter essere di aiuto a mamma. Non appena papà ha compiuto sessant’anni, monsignore l’ha chiamato e gli ha detto di lasciare libera la casa e anche mia sorella se ne doveva andare perché lui aveva l’intenzione di ritirarsi e di andare in pensione ma voleva andare ad abitare proprio lì.
Era inutile mettersi a discutere e chiedergli senza soldi dove avrebbe potuto andare. Mia sorella è andata ad abitare a Padova e lui è andato da sua sorella a Torino, si è trovato un lavoro e poi col tempo ha conosciuto una sua cognata, moglie di suo fratello, vedova da molti anni, hanno deciso di sposarsi e così lei si è presa cura di lui fino alla morte.
Monsignore è andato in pensione, è andato ad abitare nella casa dove aveva abitato papà: era una vecchia casa che ormai cadeva a pezzi ma lui l’ha fatta restaurare internamente, l’ha ingrandita molto perché ha usufruito anche di tutto lo spazio dell’oratorio dove tenevano le conferenze l’Azione Cattolica, dato che il muro era in comune con il nostro appartamento.
La casa è venuta bellissima, lui è andato in pensione e ci è andato ad abitare. I debiti che aveva fatto per costruire il duomo li ha lasciati in eredità ai suoi successori.

Il 6 luglio 2018 Mirian Vettorato ci ha lasciato, in silenzio senza voler disturbare, come sempre ha fatto nella sua vita. Grazie per questo diario che  contiene la sua gioia di vivere .

MONSELICE

Un colle.
Sventrato
Dalla brama
Degli uomini

Un piano
Che si apre
Come braccia
Stanche

E un canto
Di pace
Impresso
Nell’anima

Sasso e terra
Sole e nebbia
Vento e caldo
E tanta pace

E resta alto,
Come la Rocca
Solitaria,
La brama
Di pace,
Che non più
Tornerà
E resta
Un cuore
Che attende
Che prega
Che vive

E la Rocca
E’ un cuore
Nel mio cuore!