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Il socialista Carlo Monticelli di Davide gobbo

CARLO MONTICELLI: UN INTELLETTUALE TRA ANARCHISMO E SOCIALISMO
Davide Gobbo*

1. Tra propaganda e controllo poliziesco (1875-1880).
Carlo Monticelli nacque a Monselice il 25 ottobre 1857. La sua famiglia si era distinta nelle lotte risorgimentali: il nonno Angelo Domenico era stato fucilato dagli austriaci mentre in barca, lungo il Brenta, portava viveri e munizioni a Venezia assediata, mentre il padre Martino, che si trovava anch’esso nella barca ma era riuscito a fuggire, era stato incarcerato e costretto a subire l’arruolamento forzato. In seguito divenne il direttore delle cave del monte della Rocca, le cave Giraldi. Qui vi lavoravano i priaroli, gli spaccatori di pietra che furono i primi ad essere influenzati dalla predicazione anarchica: quando al fine settimana essi si recavano a casa Monticelli per riscuotere la paga, Martino e il figlio Carlo li “catechizzavano” leggendo loro i giornali “sovversivi” che facevano arrivare a Monselice, come «La Plebe», «Il Martello» o «Il Povero» di Palermo. La madre, Elisabetta Oliveti, sorella di un ricco commerciante, faceva la maestra all’Istituto femminile Buggiani di Monselice.
Il giovane Carlo fu mandato a studiare a Padova, in Seminario, e qui dimostrò subito un ingegno vivace e una memoria prodigiosa. Fu espulso però nel 1875 perché si era compromesso con una pubblicazione intitolata «La Rocca rossa». In un articolo del 1911 comparso nell’«Avanti!» Monticelli farebbe risalire alla seconda metà del 1875 l’arrivo del “verbo” anarchico a Monselice tramite Vincenzo Dondi un affiliato della sezione internazionalista di Ferrara; quest’ultima era piuttosto malvista dagli anarchici italiani per aver difeso l’arcinota spia Carlo Terzaghi. Una ricerca recente di Piero Brunello dimostra peraltro che un altro internazionalista ferrarese, Oreste Vaccari, molto attivo nel tenere i contatti con Monselice, era a sua volta una spia e intratteneva rapporti con lo stesso Terzaghi.
Il primo documento che testimonia una certa effervescenza politica ai piedi della Rocca risale al 21 gennaio 1876, quando il ministro dell’Interno segnala al prefetto di Padova che in una lettera sequestrata all’internazionalista Nabruzzi c’era scritto che “la sezione di Monselice si deve costituire in questi giorni” e chiedeva quindi che si facessero le dovute indagini. Il 6 febbraio il commissario della cittadina segnala due giovani (oltre a Carlo Monticelli anche un certo Guglielmo Ramina) “che non fanno mistero di essere socialisti”. A Monselice si forma così un piccolo e dinamico gruppo di studenti che diventa presto il nucleo dirigente della futura sezione: si trattava, oltre che di Carlo Monticelli, di Angelo Galeno, studente di veterinaria a Bologna, di Emilio Bertana, studente liceale di Padova, e di Ferruccio Duner, studente. Fu solo però con l’arrivo di Andrea Costa nel marzo del 1877 che la sezione dell’Internazionale di Monselice poté essere costituita: in particolare si deve attribuire al romagnolo la redazione degli Statuti, che ricalcavano in maniera pedissequa quelli della Federazione delle Romagne e dell’Emilia, risalenti all’anno precedente. Monselice divenne così per alcuni anni la principale sezione internazionalista del Veneto. Per sua iniziativa (e preannunciato in un articolo comparso ne «L’Avvenire» di Modena del giugno 1878) fu organizzato il congresso regionale veneto di Padova, a cui parteciparono ventisei persone, tra cui tre spie[1]: si trattava della prima seria organizzazione dell’Internazionale intrapresa nella nostra regione.
Nei mesi successivi al congresso Monticelli si impegnò moltissimo sul piano della propaganda, operazione che non mancò peraltro di dare i suoi buoni frutti: la sezione di Monselice era arrivata a toccare la quota di 180 affiliati e faceva proseliti anche nelle vicine campagne. Due articoli, comparsi entrambi ne «L’Avvenire» di Modena, (di cui divenne corrispondente) sono decisivi per capire il suo pensiero: nel primo, oltre a ribadire che “la Rivoluzione anarchica, fatta senza decreti per moto proprio delle plebi, potrà essere la sola redentrice del genere umano” affermò anche l’importanza dei “fatti piccoli e parziali” e della necessità di “tentare le associazioni”. Si espresse ancora più chiaramente un mese dopo, quando, pur ripetendo che non si doveva rinunciare alla Rivoluzione sociale, bisognava spiegare al popolo, tramite un’intensa opera di proselitismo, “a che scopo e perché deve combattere”. Non si trattava di concetti scontati per un anarchico, abituato a sentir parlare di “propaganda del fatto” (cioè di azione armata come unico mezzo per incitare il popolo alla ribellione). A nostro avviso era decisiva l’influenza di Andrea Costa, con il quale Monticelli era in corrispondenza epistolare: il romagnolo, in esilio in Francia, aveva più volte accennato, oppure solo fatto capire, che c’era bisogno di una tattica meno avventata, il che lasciava presagire la futura svolta del 1879.
Tra agosto e ottobre 1878 le autorità di Monselice erano in allarme: si rincorrevano voci di manifestazioni clamorose preparate dalla sezione, dell’acquisto di armi ed esplosivo, perfino dell’arrivo di Carlo Cafiero, ma niente di tutto questo si verificò. Era evidente che il commissario cercava un pretesto per arrestare gli anarchici, e Monticelli in particolare. L’occasione gli fu fornita dal fallito attentato dell’anarchico Giovanni Passanante al Re Umberto I il 17 novembre 1878: nonostante gli affiliati della sezione di Monselice avessero definito “sciagurato” questo gesto, il prefetto di Padova scrisse al ministro dell’Interno di fare pressione sul Procuratore del Re ad Este per arrestare Carlo Monticelli, cosa che puntualmente avvenne il 23 novembre, senza un motivo apparente; oltretutto, stando a quanto scrisse nell’opuscolo Andrea Costa e l’Internazionale del 1910, si trovava a letto ammalato di polmonite. Assieme a lui scontarono cinque mesi di carcere anche gli altri membri della sezione, come il fratello Antonio, Angelo Galeno, Ferruccio Duner e altri affiliati con l’accusa – riferisce «La Plebe» – di “cospirazione contro la sicurezza interna dello stato”. Quando uscirono dal carcere nell’aprile del 1879 la sezione era praticamente distrutta e Martino Monticelli era stato rimosso dal suo posto di direttore delle cave Giraldi. Pare anche che all’interno della sezione si fosse sviluppato un dibattito sui fini e sui mezzi con cui arrivare alla società senza classi che paralizzava una sua ricostituzione in tempi rapidi. Non sembra comunque che la lettera Ai miei amici di Romagna di Andrea Costa avesse più di tanto influito in questo dibattito, tanto più che come Monticelli (il quale aveva inviato una lettera di commento a «La Plebe») anche la maggior parte degli anarchici italiani (Covelli, Merlino, Grassi, Malòn) avevano espresso apprezzamenti sulla necessità di cambiare metodo e allargare la propria base, senza cogliere però l’invito a costituire un partito “socialista rivoluzionario”. Fatto sta che per alcuni mesi (dal novembre 1879 al febbraio 1880) Monticelli fu costretto a lasciar perdere l’attività politica: la sua famiglia, dopo il licenziamento del padre, versava in condizioni economiche piuttosto difficili. Partecipò allora al concorso per segretario comunale ad Arquà Petrarca ma nonostante avesse regolarmente vinto non fu assunto: evidentemente i suoi trascorsi socialisti non avevano convinto gli amministratori arquatesi, di tendenza clericale. Tornato all’impegno politico, Monticelli, assieme a Galeno, s’impegnò per far vincere alle elezioni amministrative di Monselice una lista politicamente composita ma tenuta insieme dal comune collante anticlericale e per questo mandò accorate corrispondenze al «Bacchiglione» di Padova, giornale democratico-radicale. I suoi articoli testimoniano un grande impegno nella vita culturale e sociale della cittadina: per iniziativa sua e di Galeno fu fondato un Circolo di studi sociali, una società di ginnastica (assieme ad altri “giovanotti”) e riuscì ad ottenere anche la tessera della Società Operaia. Inoltre inviava al quotidiano padovano, firmandosi con lo pseudonimo di “Carolus”, pregevoli recensioni teatrali sugli spettacoli rappresentati nella sua cittadina, dimostrando una competenza critica non comune. Risale a questi anni peraltro l’amicizia con il grande attore Emilio Zago, che in futuro rappresenterà molte delle commedie scritte da Monticelli.
Dopo le sollecitazioni della Società Figli del lavoro di Milano e del direttore della «Favilla» di Mantova, Nobis, Monticelli riuscì a partire all’ultimo minuto per recarsi al congresso di Chiasso (5-6 dicembre 1880), riuscendo a “beffare” anche lo stesso commissario di polizia, che sapendolo in ristrettezze economiche, aveva escluso del tutto una sua partecipazione. A Chiasso erano presenti i rappresentanti più importanti delle due correnti dell’internazionalismo italiano: per i “rivoluzionari” Carlo Cafiero, Gaetano Grassi, Florido Matteucci ed Egisto Marzoli, per i “legalitari”, (coloro cioè che intendevano fare soprattutto un’opera di “attiva ed illuminata propaganda”) Osvaldo Gnocchi Viani, Enrico Bignami, Paolo Valera, Gustavo Macchi. Non si giunse sostanzialmente a nessun accordo fra le due correnti, anche se si trovarono alcuni punti di contatto nel rifiuto delle elezioni, nel definire “empiastri di cattiva lega” le società operaie e nel ribadire che i socialisti dovevano approfittare di ogni manifestazione della vita pubblica per fare propaganda. In questa circostanza Monticelli, oltre a conoscere Anna Kuliscioff (con la quale era stato in corrispondenza epistolare ai tempi in cui lei e Costa avevano dato vita alla «Rivista internazionale di socialismo») ed Amilcare Cipriani (il colonnello della Comune di Parigi che aveva trascorso 10 anni nei terribili bagni penali della Nuova Caledonia), ebbe modo di passare il Capodanno del 1881 in casa Cafiero e di entrare in confidenza con lui: questo perché, mentre stava tornando a casa dopo il congresso, fermatosi per qualche giorno a Milano, ricevette una “soffiata” con la quale lo avvisavano che la polizia lo stava cercando. Un mese dopo la sua partenza, l’8 gennaio 1881, ritornò nella sua Monselice.

2. Persecuzioni, arresti ed esilio (1881-1887).
La polizia sapeva tutto delle intenzioni di Monticelli, anzi, potremmo dire che sapeva “di più” dello stesso diretto interessato: a lui si attribuiva la volontà di scatenare un moto insurrezionale nel Veneto (sulle cui modalità avrebbero dovuto riunirsi “in una località non ben definita di cotesta provincia”), e la volontà di recarsi a Parigi per mettersi in contatto con capi socialisti esteri. Secondo quanto riferì Monticelli molti anni dopo l’adunanza, che si tenne ad Abano il 6 febbraio del 1881, aveva solo lo scopo di “deliberare intorno alla pubblicazione di un giornale, il quale avrebbe dovuto propugnare le idee anarchiche”. Monticelli e gli altri convenuti (tra cui le due spie Alburno e Vaccari) furono arrestati: il giovane anarchico in seguito fu trasferito nel carcere di Milano assieme ad Amilcare Cipriani, questo per precisa volontà del viceconsole di Ginevra Giuseppe Basso. Egli era infatti a sua insaputa circondato da spie, e se avesse parlato con loro avrebbe indirettamente fornito alla polizia informazioni preziose[2].
Monticelli rimase in carcere fino al 20 maggio 1881; appena il tempo di tornare a casa, e già il 30 maggio il commissario poteva informare il prefetto che il loro sorvegliato era arrivato a Lugano, dove un amico gli aveva trovato un lavoro, e che forse non sarebbe più tornato in Italia; aggiungeva addirittura che una persona che non poteva nominare gli aveva sussidiato il viaggio e perfino fornito di biancheria e camicie. Perché tanta fretta di partire? E soprattutto, chi era il misterioso finanziatore? Risponderemo subito. Secondo una delle tante testimonianze lasciateci dallo stesso monselicense, egli sarebbe partito in fretta e furia perché su di lui pendeva un’ammonizione che voleva evitare a tutti i costi. Fu il pretore di Monselice – amico di casa Monticelli – ad avvertirlo, a consigliargli di andarsene e dunque a sussidiargli l’espatrio. La meta ufficiale del viaggio era Marsiglia, dove avrebbe trovato lavoro come lustratore di marmi. In un primo momento però si era fermato alcune settimane a Lugano da Cafiero, che aveva impiantato a casa sua una piccola stamperia. Secondo il ministero degli Interni avrebbe ricevuto dei fondi per accendere dei fuochi insurrezionali in Veneto: in realtà aveva solo fatto stampare un opuscolo di poesie (otto in totale) intitolato Alla Rivoluzione! che aveva posto in vendita a 20 centesimi l’uno.
Con questo viaggio si assiste ad una netta accentuazione in senso rivoluzionario delle posizioni di Monticelli. A spingerlo in tale direzione non fu solo il contatto con Cafiero, ma anche l’atteggiamento di Andrea Costa, che ormai propugnava apertamente nel suo «Avanti!» (fondato nell’aprile del 1881) la necessità della partecipazione elettorale da parte dei socialisti. Prima dunque reagì con una dichiarazione apparsa sul giornale «I Malfattori» in cui comunicava di non volersi assolutamente associare “a coloro che intendono fare dell’agitazione per mandare dei socialisti in Parlamento… perché associandomi ad essi mi parrebbe di rinnegare la Rivoluzione”. Poi entrò in polemica anche con i redattori del giornale «La Favilla», definendoli sprezzantemente dei legalitari; ribadì inoltre che la rivoluzione non si faceva affatto con l’agitazione parlamentare “perché per me rivoluzione significa distruzione di ogni potere costituito ed anarchia significa negazione di ogni legalità”.
In luglio Monticelli è segnalato prima a Nizza e poi a Marsiglia; da quest’ultima città, dopo aver constatato che il lavoro di lustratore di marmi era troppo pesante per il suo fisico gracile, se ne andò alla volta di Genova, La Spezia e infine Carrara, dove l’8 agosto tenne una conferenza tra i cavatori di marmo. Dopo pochi giorni si ritrovò a Firenze con Fortunato Serantoni, con il quale era stato a lungo in corrispondenza epistolare. I due furono però sorpresi e arrestati per contravvenzione al monito di pubblica sicurezza. Da Firenze Monticelli fu trasferito in un primo momento a Bologna, in catene, assieme a delinquenti comuni, poi a Padova e infine a Monselice: qui il pretore dovette suo malgrado ammonirlo, perché se non l’avesse fatto sarebbe stato trasferito in Sardegna. Dopo aver ottenuto la revoca dell’ammonizione dinanzi alla Corte di Cassazione di Firenze, Monticelli fu ammonito però una seconda volta dal pretore di Este, questa volta come “ozioso”: bastava però che dichiarasse di abbandonare le sue idee e non solo gli sarebbe stata tolta l’ammonizione, ma avrebbe anche ottenuto quel posto da segretario comunale che invece gli sarebbe toccato per diritto.
Nel settembre del 1882 si trasferì a Milano, dove aveva fondato il «Tito Vezio, giornale degli schiavi bianchi»; questo avrebbe dovuto essere pubblicato a Padova l’anno precedente, ma gli fu impedito. Appena giunto nella città lombarda era stato per l’ennesima volta ammonito, questa volta dal pretore di Milano, come “ozioso e vagabondo”: provvedimento che fu ridicolizzato sul giornale «La Plebe». Un mese dopo comunque apparve il primo numero del «Tito Vezio», che uscì il 15 ottobre 1882. L’articolo di apertura spiegava che “al Dio delle tradizionali rivelazioni e del culto superstizioso… vogliamo sostituita la scienza, con le sue verità e i suoi assiomi […]. Alla patria ringhiosa e ristretta… la grande famiglia dei lavoratori sotto le leggi dell’amore e della fratellanza umana […]. Alla famiglia della legge e della religione… la famiglia del libero amore […]. Alla proprietà individuale… la solidarietà piena ed intera di tutti gli uomini lavoratori nella produzione – da ciascuno secondo le sue forze a ciascuno secondo i suoi bisogni – in una parola il comunismo”. Il periodico diretto da Monticelli si distinse per un duro attacco portato ad Andrea Costa, che dopo essere stato eletto deputato, anziché farsi cacciare come aveva dichiarato più volte sulla stampa aveva giurato fedeltà al Re e al Parlamento, per di più nascondendosi sotto il risibile espediente di “giurare, sapendo di giurare il falso”. Il «Tito Vezio» annunciò allora una convocazione aperta ai socialisti di Milano, prevista per il 18 febbraio 1883 nella sede del Circolo operaio, per capire “se Costa rappresenta egli solo i suoi elettori o anche le idee e le aspirazioni di tutti i socialisti d’Italia”. Alla riunione di Milano partecipò inaspettatamente anche il diretto interessato, il quale oltre ad essere spalleggiato da un pubblico a lui amico (su 30 presenti 24 erano favorevoli all’adozione di mezzi legali e al parlamentarismo) seppe anche difendersi brillantemente e portare l’uditorio dalla sua parte con un vibrante discorso. A Monticelli non restò altro da fare che pubblicare una lettera nel suo giornale, con la quale, molto pacatamente, diceva a Costa che non si poteva essere allo stesso tempo legislatori e rivoluzionari e che ora egli era da compiangere, e non da disprezzare, in quanto non aveva più dinanzi agli occhi “l’ideale luminoso dell’anarchia”.
Monticelli in questo periodo si impegnò anche sul versante letterario. Tra gli anni ’70 ed ’80 dell’ottocento si sviluppò a Milano il fenomeno della cosiddetta “scapigliatura democratica”: determinante fu Felice Cameroni, che con il suo «Gazzettino rosa» diffuse in Italia le opere di Zola e del rivoluzionario comunardo Vallés. Si formò così un gruppo di intellettuali che denunciò l’ipocrisia della classe dominante e le misere condizioni di vita del sottoproletariato. In questo clima particolare si inserisce la prima raccolta poetica di Monticelli dal titolo molto significativo: Schioppettate poetiche, edite nel 1883 proprio nel capoluogo lombardo. In essa si intrecciano vari temi, dalla denuncia delle condizioni in cui vivevano deboli ed oppressi (utilizzatissimo il topos della “traviata” come in A Lesbio) al disprezzo per Chiesa, clero e religione, (si pensi al Dio definito “collo torto, ipocrita e buffone” di A Dio falso e bugiardo) dallo sconforto per non riuscire a farsi capire dal popolo (la “plebe stracca” di Spezzo la lira) al tema dei “vinti”(il “vulgo spregiato e carne da macello” in I poveri ai gaudenti) fino al dies irae della Canzone del prigioniero socialista, quando, dopo secoli di oppressione, “dall’umide tane, dagli antri fetenti / risuona la squilla che invita a pugnar: / […] nel sangue dei vili sicari, dei boia / potremo in quel giorno lavarci le man”!
Il «Tito Vezio» non ebbe vita facile: continuamente colpito dai sequestri (ben 10 nei pochi mesi in cui rimase in vita) fu costretto a cessare definitivamente le pubblicazioni con il numero del 15 aprile 1883: Monticelli e Cova (quest’ultimo redattore del giornale) furono condannati a 28 mesi di reclusione e ad una ammenda di oltre 6000 lire, poiché, secondo la sentenza, il fine del giornale sarebbe stato quello di “spargere tra i non abbienti le teorie sovversive di ogni ordine di cose, disconoscendo Dio, patria, religione, moralità, governo a tal che puossi ben dire che supremo scopo di quel periodico sia la distruzione di ogni cosa, quindi l’anarchia”. Non rimaneva altra soluzione che la via dell’esilio. Monticelli si rifugiò in un primo momento a Lugano, da dove continuò la sua polemica con Costa sui giornali «L’Oppresso», «Le Precurseur» e «Le Proletarie»; poi da lì si trasferì a Parigi, dove visse per circa tre anni facendo il sarto e altri lavori saltuari. Ebbe modo di conoscere il grande anarchico Kropotkin, la rivoluzionaria Louise Michèl, il futuro sindacalista e dirigente della Borse du travail parigina, il cittadino Pouget e il celebre giornalista-romanziere comunardo Jules Vallès, direttore del «Cri du peuple»; intrecciò inoltre rapporti anche con altri esponenti dell’intellettualità rivoluzionaria parigina. Non mancò di tenersi in contatto con l’Italia: articoli suoi comparvero su «L’Operaio» di Siena e «In Marcia» di Fano. Si tenne informato anche sui fatti che accadevano nel Veneto tramite il cognato Eraclito Sovrano: erano anni particolari nelle campagne della Bassa, dato che il 1884 aveva visto l’esplosione del malcontento bracciantile con gli scioperi de La boje!. Per riattizzare il fuoco della ribellione il Circolo anarchico Carlo Pisacane di Venezia aveva edito un nuovo giornale, «L’Intransigente», a cui lo stesso Monticelli aveva inviato una sottoscrizione da Parigi.

3. La diffusione del socialismo a Venezia (1888-1892).
Beneficiando di un’amnistia (1887) Monticelli era potuto rientrare in Italia, ma in un primo momento non si era trasferito a Venezia (dove pure aveva inviato dai nonni la figlioletta Olga, nata nel 1886 in esilio) ma si era fermato a San Remo, dove aveva pubblicato la sua seconda raccolta di poesie (Canzoniere socialista, la cui struttura e i cui temi non differivano di molto dalla raccolta precedente) e fondato un circolo di studi sociali. Tra il 1887 e il 1888 si può assistere da parte del monselicense ad un lento abbandono dell’anarchismo: lo si può notare dalla scarsa collaborazione che egli fornì al settimanale «L’Ottantanove» di Venezia di Emilio Castellani, sulle cui colonne quest’ultimo, spalleggiato da Saverio Merlino, ribadiva la necessità di non transigere con forze estranee al movimento anarchico. Può apparire clamoroso quindi che nel giugno del 1888 proprio Castellani avesse proposto a Monticelli di entrare a far parte della redazione del chiacchieratissimo quotidiano «Il Piccolo», diretto dall’arcinota spia Alburno, contro cui lo stesso Castellani si era scagliato con virulenza sul «Gazzettino». Cos’era successo? Molto probabilmente i due (ex) anarchici, approfittando dei guai finanziari di Alburno, avevano deciso di impossessarsi del giornale per imporre una nuova linea di condotta al movimento operaio veneziano, come è sintetizzato da questo stralcio di articolo: “Noi non vogliamo cantare il solito vespro coi soliti salmi della stessa chiesuola. […] Perciò abbiamo abbandonato le vecchie astrazioni per entrare nella realtà, nella pratica delle cose”. In questa fase Monticelli auspicava non solo che gli operai si organizzassero “in partito distinto di fronte alla borghesia sfruttatrice” ma anche che lottassero per quei piccoli miglioramenti economici che oltre ad apportare un lieve benessere “svegliano nell’operaio la coscienza dei suoi diritti”. Per capire i motivi di questa svolta così importante basterebbe ricordare i rapporti intrattenuti con la Milano del Partito operaio e con i suoi esponenti principali: Osvaldo Gnocchi-Viani (con cui collaborò al periodico «In Marcia») e Costantino Lazzari, con il quale aveva partecipato nel maggio 1888 al meeting franco-italiano di Marsiglia contro la concorrenza tra operai e lo sciovinismo, in rappresentanza di molti circoli operai d’Italia. Non è un caso allora se in questo periodo si sia riavvicinato ad Andrea Costa, che in quel periodo stava a sua volta tentando la fusione tra il socialismo romagnolo e quello lombardo-operaista.
Soppresso «Il Piccolo» nel settembre 1888 e fallita la pubblicazione del nuovo giornale che avrebbe dovuto chiamarsi «La boje», Monticelli entrò nella redazione del «Gazzettino». I cronisti del quotidiano ebbero modo di conoscerlo ad una conferenza da lui tenuta a S. Lio nel settembre 1888 e lo definirono “un buon socialista, di quelli con cui è possibile discutere”; a fine dell’articolo gli rivolsero due domande relative a lavoro e capitale, cui il diretto interessato rispose dettagliatamente il giorno dopo. Fu l’inizio di una fortunata collaborazione, destinata a durare all’incirca 15 anni. In seguito Monticelli assunse un peso determinante per la vita del quotidiano: oltre infatti a gestire la pagina culturale, con la rubrica dei teatri e la scelta del romanzo d’appendice, spesso intervenì anche in prima pagina, con articoli di propaganda socialista. Una presenza tanto assidua non mancò di destare sospetti, tanto che nel 1890 dovette smentire di essere lui “l’anima del giornale”.
Nel 1889 si presentò come candidato del Fascio elettorale dei lavoratori veneziani alle elezioni amministrative previste per novembre. Il programma del Fascio prevedeva ampie riforme che avrebbero dovuto essere portate avanti con la conquista del Comune. Per preparare il terreno in luglio aveva fondato un circolo operaio educativo, il cui statuto, comparso nel «Gazzettino», affermava che le riforme concesse dallo Stato e dal Comune non sarebbero state sufficienti, ma avrebbero reso evidente al popolo la necessità di abolire la proprietà individuale. Il mancato accordo con la componente democratica, con la quale i rapporti erano piuttosto tesi, portò ad un esito elettorale deludente: solo 98 furono i voti raccolti, ma d’altronde si trattava dei primi voti autenticamente socialisti a Venezia. L’anno seguente fu candidato dai socialisti del Polesine per le elezioni politiche del novembre 1890, ma anche qui i contrasti con i radicali portarono ad un esito deludente: solo 283 voti, dovuti alla mancata partecipazione di molti elettori, disgustati dalla lotta fratricida. Monticelli commentò nel «Gazzettino» che la rottura con il radicalismo borghese era stata comunque una fortuna: “meglio pochi ma buoni che molti di cui la maggior parte fosse o senza fibra o senza fede”.
Dopo aver diffuso con una serie di conferenze molto seguite (a Padova, a Verona e a Venezia stessa) il significato simbolico della giornata del 1 maggio, nel luglio del 1891 partecipò al congresso di Padova, il primo congresso delle forze socialiste nella nostra regione. Si deliberò sui quattro punti chiave della propaganda socialista (religione, famiglia, patria, proprietà) approvando “tutte le forme di lotta, anche quella parlamentare… per l’addestramento del proletariato nella lotta contro i suoi sfruttatori”. Furono nominati anche i due rappresentanti veneti per il congresso socialista di Milano (previsto ad ottobre), che risultarono essere lo stesso Monticelli e l’operaio Marchetti di Padova.
Non disgiunto dall’impegno politico era la sua attività di autore teatrale, che gli permise di acquisire una certa notorietà, e non solo in Veneto. Il suo successo più significativo fu costituito da Gabriella, un dramma in quattro atti che narrava la storia di una trovatella adottata da una famiglia di operai, sedotta, abbandonata e infine lasciata morire dal figlio del proprietario di un cotonificio, Enrico. Prima di essere rappresentata a Venezia (il 20 e 26 novembre 1889), essa era stata messa in scena con buon successo a Forlì, a Cremona, a La Spezia, a Cesena; nella città lagunare il successo fu addirittura travolgente, tanto che la stessa «Gazzetta di Venezia», che pure l’aveva definito “dramma da arena” e “pistolotto retorico” non poté sminuire la portata di applausi e chiamate del pubblico. Gabriella però, per gli stessi argomenti che toccava (scioperi e adulteri) aveva subito diverse censure, tra cui una a Bologna nel luglio1889 e un’altra nel 1890 a Livorno. Stessa sorte era capitata alla commedia Morale nuova, (storia dell’amore tra due cugini, Giorgio, socialista, e Ghita, costretta a sposare un uomo che non ama) che nel febbraio 1889 non poté essere rappresentata al teatro Manzoni di Roma. Del periodo 1888-1892 sono anche Un brutto quarto de ora – i cui protagonisti sono dei popolani veneziani allegri ma imprevidenti per la loro abitudine di indebitarsi con il Credito Industriale – e il Povero Fio – storia di un misero scrivano debole, malaticcio e rifiutato in amore, che tenta il suicidio per porre fine alla propria inutile esistenza. Entrambe in dialetto, ottennero a Venezia un buon successo di pubblico, anche se risentivano di una certa ripetitività e Un brutto quarto de ora, per la particolare ambientazione, non fu molto capita al di fuori di Venezia. Abbiamo notizia anche di un’operetta in versi e prosa intitolata Don Abbondio, una parodia dei Promessi sposi che avrebbe dovuto essere messa in musica; non sembra comunque che sia mai stata messa in scena.
Il 1892 fu un anno decisivo per tutto il movimento operaio italiano, se pensiamo alla fondazione del Partito dei lavoratori (poi PSI). Ma il 1892 è destinato a rappresentare un momento importantissimo anche per lo stesso Monticelli, e non solo perché incombevano elezioni amministrative e politiche nello stesso anno. Relativamente alla tornata amministrativa, egli fondò la Lega per l’emancipazione dei lavoratori il cui programma prevedeva, come alcuni anni prima, che il Comune si facesse carico di una serie di avanzatissime riforme, come la soppressione delle tasse indirette, un minimo salariale per impiegati e operai, l’educazione gratuita ai bambini e la costituzione di una Camera del lavoro. I candidati socialisti, che anche stavolta rifiutarono l’accordo con i democratico-radicali, furono Angelo Nordio e ovviamente lo stesso Monticelli. L’esito fu nettamente migliore rispetto a quello di soli tre anni prima: Monticelli ottenne 619 voti, mentre Nordio 420, ma ciò che contava era che da questo momento anche i socialisti cominciavano a far sentire il proprio peso nella vita politica veneziana.
Nella storiografia il nome del monselicense è legato oltre che ai suoi trascorsi anarchici anche alla rivista «Socialismo popolare», uscita nel giugno del 1892, che a dispetto del grande successo di pubblico (25mila copie per il primo numero) non fu apprezzata dalla critica; Antonio Labriola, in una lettera ad Engels, lo definì come un giornale “che sa di bakuninismo inacidito” per la sua tendenza a ridurre il marxismo in pillole e a volgarizzarlo. Eppure questa era una tendenza consolidata per tutto il movimento socialista, (e non solo in Italia) che si protrasse anche diversi anni dopo la costituzione del PSI. Prova ne è che sul giornale di Monticelli lasciarono la loro firma tutti gli esponenti del socialismo italiano, (Gnocchi Viani, Arturo Labriola, Turati, Podrecca, De Amicis, Agnini, Lazzari). Una delle rubriche di maggior successo del mensile, Catechismo socialista, costituisce l’esempio perfetto di volgarizzazione che in una pagina spiegava con semplici parole e sotto forma di dialogo i concetti del socialismo che si prestavano maggiormente alle critiche degli avversari, tra cui il quartetto classico: patria, famiglia, religione, proprietà. E’ un socialismo che non si discosta molto dai concetti espressi nel periodo anarchico, al cui patrimonio di valori e idee rimase sostanzialmente sempre legato.
Al congresso di Genova, con il quale fu costituito il Partito dei lavoratori, si consumò anche la definitiva scissione tra socialisti ed anarchici. Questa decisione, presa oltretutto ad insaputa di molti delegati, amareggiò soprattutto Costa e Monticelli; quest’ultimo cercò in ogni modo di ricomporre la frattura, ma vista l’impossibilità di giungere ad una soluzione si ritirò dal congresso, assieme al romagnolo e ad altri delegati veneti, liguri e toscani. Su «Socialismo popolare» deplorò la scissione perché “invece di intendersi e porre le basi di un programma comune” ci si era divisi per “bizze personali” e “velleità di piccoli o grandi pontefici del socialismo”. Monticelli, a differenza del gruppo dirigente milanese, pensava ad un partito dalla base più larga possibile, che comprendesse anche gli anarchici e che si avvalesse “non solo delle elezioni ma anche della cartuccia, a seconda delle opportunità”: non bisognava solo affermare che la rivoluzione era una fatalità storica, bensì agire personalmente per affrettare le condizioni in cui avrebbe potuto svilupparsi. A tal proposito, sempre su «Socialismo popolare», aveva annunciato la convocazione a Venezia, per il 9 ottobre, di un congresso regionale per riorganizzare il vecchio Partito socialista rivoluzionario, “il cui metodo eclettico corrisponde meglio alle condizioni e al temperamento del nostro proletariato”. Criticato ferocemente da «Lotta di classe» e dalla «Giustizia» di Reggio Emilia, incalzato dall’interno della sua Venezia dalla Federazione Lotta di classe, non sostenuto da nessuno dei socialisti italiani (nemmeno da Costa) la riunione, che fu spostata al 16 ottobre per avere qualche delegato in più, si rivelò un completo fallimento. «Lotta di classe» commentò sarcasticamente: “Insomma, una semplice commedia e non divertente […]. Alle 4 e mezza, in poco più di tre ore, tutto era finito. Sarebbe più esatto dire che s’era finito… prima ancora di cominciare”.
Agli “eclettici” come Monticelli non restava altro da fare che aderire al Partito dei lavoratori. Fortunatamente a Venezia i rapporti tra la Lega dei lavoratori e la Federazione Lotta di classe (capeggiata dal giovane giurista Eugenio Florian) si mantennero buoni, tanto che al congresso socialista regionale, convocato da quest’ultima nell’aprile 1893, anche il monselicense aderì al partito nato a Genova l’anno prima. Nell’occasione fu costituita la Federazione socialista veneta-sezione del PDL e fu approvata una mozione da discutere al II congresso socialista nazionale di Reggio Emilia, previsto per il settembre 1893, mirante a fare approvare la dichiarazione che il partito tendeva alla “rivoluzione come espressione dell’evoluzione”. La questione fu effettivamente posta più di una volta a Reggio Emilia, ma ogni volta Turati seppe chiudere efficacemente le porte in faccia agli eccessi di rivoluzionarismo: quando Monticelli auspicò come metodo possibile l’uso della forza da parte del proletariato, il socialista milanese replicò di non voler assolutamente sentir parlare di azioni extra-legali, in quanto l’azione del Partito socialista era rivoluzionaria in campo materiale, morale ed intellettuale. A Monticelli insomma non era rimasta neanche la soddisfazione verbale di sentir attribuire il carattere di rivoluzionario al partito.

4. Il lungo decennio veneziano (1893-1903).
Nel lontano 1888, quando Monticelli partecipò a Marsiglia al meeting contro la concorrenza tra operai e lo sciovinismo, poté avere conoscenza diretta della prima Camera del lavoro realizzata in Europa, che fu istituita proprio in quest’occasione. Ben si capisce allora come mai avesse proposto nel programma della Lega dei lavoratori che il Comune ne istituisse una anche a Venezia “per uso esclusivo dei lavoratori”. In realtà si cominciò a parlarne già agli inizi del 1892 ma un’accelerazione si ebbe con la vittoria dei progressisti alle amministrative. Infatti la presenza, specialmente in inverno, di tanti disoccupati e lo sciopero durissimo delle operaie della Manifattura tabacchi avevano fatto capire che non solo sarebbe stata un’istituzione utile per il movimento operaio, ma anche per il mantenimento dell’ordine pubblico. La riunione costitutiva ebbe luogo il 26 novembre 1892, ma l’inaugurazione della sede (la ex chiesa della Misericordia) ebbe luogo solo il 1 maggio del 1893. Divenuto membro del Comitato centrale della Camera del lavoro che si riunì in giugno, fu decisivo nel provocare le dimissioni del segretario Heinz e del presidente Marson, ai quali contestò la mancata presentazione della relazione finanziaria e soprattutto una gestione disinvolta dei fondi di beneficenza destinati ai disoccupati: la Camera del lavoro doveva proteggere i lavoratori e alzarne la dignità, non distribuire prebende. In novembre furono indette le elezioni per il posto di segretario, che dopo le dimissioni di Heinz era ancora vacante; Monticelli prevalse con ampio margine sull’altro candidato, Vittorio Meneghelli.
Non si aprivano comunque tempi facili. La repressione dei Fasci siciliani e dei moti in Lunigiana aveva scatenato la caccia ai socialisti da parte del governo. Il Fascio dei lavoratori veneziani, la nuova organizzazione socialista nata nel gennaio del 1894, fu sciolta in agosto e i suoi aderenti processati con l’incriminazione di voler sovvertire per vie di fatto l’ordinamento sociale. Monticelli non fu coinvolto perché non si era iscritto, ma fu arrestato in maggio mentre si recava nella sua Monselice per tenere una conferenza letteraria dal titolo Evoluzione dell’arte: De Amicis e Gallina. Fu trattenuto in carcere per 15 giorni, e l’accusa era basata sui contenuti di un opuscolo che aveva pubblicato nel 1892, I costumi del popolo di Tahiti, per il quale aveva già subito un processo per vilipendio al buon costume nel 1893[3]. I guai non finirono qui, perché nel dicembre fu chiamato a discolparsi davanti alla commissione per il domicilio coatto in base a vecchi rapporti di polizia che lo accusavano (ancora una volta) di sovvertire per vie di fatto l’ordinamento sociale; fu comunque assolto dopo che molti testimoni ebbero smontato il castello di accuse creato dalla commissione. L’anno seguente invece fu condannato ad alcuni giorni di carcere per aver gridato “Viva il socialismo” in occasione di un comizio.
Le cose non andavano meglio neanche per la Camera del lavoro: da un lato essa era incalzata dalle continue critiche della «Gazzetta di Venezia» che cercava ogni minimo pretesto per accusarla di sperperare denaro pubblico e di provocare disordini, dall’altro essa era effettivamente afflitta dal problema della mancanza di fondi, dato che solo 600 lire provenivano da tessere e sottoscrizioni mentre la quasi totalità (7500) dal sussidio comunale; una cifra che serviva però solo a pagare gli stipendi dei dipendenti e le spese correnti. La situazione era destinata a peggiorare con la vittoria dei moderati del conte Grimani, i quali non avevano mai mostrato simpatie per la Camera del lavoro. Inizialmente però la nuova amministrazione assicurò a Monticelli pieno sostegno e appoggio. Il nuovo sindaco portò anche il saluto dell’amministrazione al congresso operaio di Venezia che si tenne tra il 26 e il 28 ottobre 1895, il cui scopo era quello di avanzare alcune richieste in materia di tutela del mondo del lavoro. Su questo vale la pena soffermarci un attimo. Le settimane immediatamente precedenti il congresso si caratterizzarono per un’aspra polemica sorta tra il gruppo dirigente milanese, per il quale un movimento esclusivamente di mestiere equivaleva ad abbandonare la lotta di classe e a porsi in contrapposizione con il Partito, e il gruppo di Venezia, per il quale “il movimento economico dei lavoratori deve procedere di pari passo con quello politico”. Vi aderirono 115 società operaie provenienti da tutta Italia e tra i delegati presenti c’era gente del calibro di Agnini, Ferri, Lazzari, Prampolini, Maffi e Musatti. Molti i punti all’ordine del giorno, ma sicuramente su quello che riguardava “l’organizzazione generale della classe lavoratrice” i congressisti si soffermarono più a lungo. Tre le posizioni: quella di Agnini, fautore della politicizzazione del movimento economico, quella di Lazzari, che sosteneva l’indipendenza del movimento economico da quello politico “in modo da poter esercitare una concreta azione sui poteri pubblici” e infine quella di Levi-Morenos, convinto che gli operai avrebbero potuto elevarsi moralmente indipendentemente dal criterio della loro resistenza o meno al capitale. Passò l’ordine del giorno Lazzari, con il quale si schierò anche lo stesso Monticelli: una posizione che è necessario tenere ben presente per capire gli sviluppi successivi del suo pensiero.
I timori di Monticelli ad ogni modo si avverarono: l’amministrazione aveva infatti deciso di non rinnovare il sussidio alla Camera del lavoro, con il pretesto che il suo mantenimento era troppo oneroso per le casse comunali, a fronte di risultati modesti sul fronte dell’occupazione. Questo significava la sua condanna a morte; Monticelli infatti si dimise da segretario nel febbraio 1896.
Nei difficili anni 1894-95 il socialista di Monselice non rinunciò al teatro. La compagnia Zago-Privato rappresentò infatti El mondo camina e La voce del cuor, che erano rifacimenti del dramma Gabriella. La voce del cuor fu portata a Genova nel settembre 1896 e a Trieste nel febbraio 1897, sempre dalla stessa compagnia, e sebbene il pubblico avesse apprezzato la storia, esso fu molto scarso. Diversa invece dal solito canovaccio a sfondo sociale fu La rivista giudiziaria: scene umoristiche di pretura tratte dal vero, una commedia nella quale, in cinque scene, veniva rappresentato il modo spiccio ed approssimativo con cui si amministrava la giustizia quotidiana. Nelle prime due scene protagonista è la guardia scelta Gambacorta, a causa della cui ottusità rischiano di finire in prigione una donna, accusata di eccitazione al libertinaggio, e una bambina, con l’accusa di questua. Nella terza scena l’imputato Ostregheta, accusato di schiamazzi ed ubriachezza, beffa clamorosamente la corte fingendosi muto. Nella quarta scena si tratta della zuffa di due donne che si sono malmenate a vicenda, mentre nell’ultima il protagonista è la guida abusiva Batòla, un popolano che era stato citato in giudizio da una visitatrice tedesca per averle raccontato frottole del tipo “Baiamonte Tiepolo [è stato] ucciso al ponte Baretèri per aver tradito la figlia di Maria Stuarda”. Rappresentata nel novembre del 1897 al teatro Malibran, fu immediatamente bollata come “guazzabuglio di volgarità, di trivialità ed indecenze senza veli” dalla «Gazzetta di Venezia» che tramite il suo proprietario, il famigerato conte Macola, esercitò pressione sul prefetto affinché non fosse replicata. Ai socialisti non restò altro che protestare sulle colonne dell’«Avanti!» lamentando l’ambiente “di gente apatica, frolla, e degenerata” che permetteva a Macola di spadroneggiare a suo piacimento: “Costui percuote a destra e a sinistra e nessuno osa strillare o ribellarsi. […] Egli striglia il mulo e il mulo, invece di menar calci, gli lecca le mani”. Questa commedia non fu dunque un fiasco, come a lungo si è creduto, e lo dimostra il fatto che fu portata sul palcoscenico a Trieste nel febbraio 1898 e a Rovigo nel luglio1902, ottenendo un grande successo. Solo a Venezia essa rappresentava un “tabù” perché ancora una volta la «Gazzetta», a distanza di cinque anni, né proibì la replica, dopo averla definita un’opera antiartistica ed antisociale.
Dopo un anno (il 1896) in cui Monticelli rimase momentaneamente in disparte, e di cui conosciamo solo la pubblicazione, peraltro disastrosa, di Canti sociali, il 1897 vide il suo ritorno all’impegno politico. La prima occasione gli fu offerta dalla candidatura al collegio di Este-Monselice in vista delle elezioni politiche. L’esito fu molto deludente: solo 47 voti, contro i 1108 del radicale Aggio e gli 854 del “ministeriale” Minelli; probabilmente l’intransigenza non era la tattica più indicata in un collegio così difficile. All’esito sfortunato della tornata elettorale corrispose invece un grosso successo editoriale: si trattava dell’opuscolo Socialismo popolare, che riuniva tutti i dialoghi di Catechismo socialista comparsi nell’omonima rivista del 1892-93, con aggiunta di altri. Uscito in occasione del 1 maggio, fu necessario ristamparne in fretta e furia una seconda edizione, perché le 2500 copie erano andate tutte esaurite. “E’ da augurarsi con tutto il cuore” – scriveva Monticelli – che sia placido il tramonto della civiltà borghese. E’ la lotta coi mezzi pacifici e legali quella che noi facciamo. E’ la fulgida e serena vittoria della persuasione che noi vogliamo ottenere sui nostri avversari”.
Dopo la negativa esperienza del collegio di Este-Monselice assunse l’incarico di secondo corrispondente da Venezia dell’«Avanti!», il quotidiano socialista nato il 25 dicembre 1896, compito che almeno inizialmente non svolse con grande energia, perché, rispondendo alle accuse di Vittorio Buttis, gli articoli inviati dalla città lagunare non venivano mai pubblicati. Nel settembre del 1897 partecipò al congresso del PSI di Bologna; nell’occasione sostituì Antonio Ortore da Este e votò a favore dell’emendamento Soldi, destando “il pettegolezzo maligno di qualcuno” nella sezione di Venezia. L’emendamento Soldi prevedeva eccezioni all’intransigenza elettorale nel primo turno, purché fosse avvertita la Direzione centrale del partito; Monticelli dovette specificare che aveva votato a favore perché delegato da Este, ma definì l’emendamento assai ragionevole, in contrasto dunque con la sezione di Venezia, schierata per l’intransigenza più assoluta. Dimostrò di essere velatamente critico con il partito cittadino, come risulta dall’«Avanti!», anche in occasione dello sfratto imposto dall’Amministrazione comunale alla Camera del lavoro previsto il 1 gennaio 1898: “Del resto c’è poco da illudersi: qui la classe lavoratrice è apatica. La stessa maggioranza dei socialisti si è sempre disinteressata della lotta sul terreno economico. La Camera del lavoro dunque è all’agonia e morrà, se un miracolo non la salva”.
Il 1898 fu un anno molto difficile anche a Venezia. A causa del disastroso raccolto dell’estate precedente, il prezzo del pane era salito a 54 centesimi al chilo e l’amministrazione non sapeva come affrontare il problema. Si verificarono disordini tra disoccupati e forze dell’ordine come in occasione della manifestazione per i 50 anni del ’48, durante la quale lo stesso Monticelli prese parola. In maggio addirittura, in occasione di un banchetto alla trattoria Leon bianco di Este, fu costretto a pronunciare poche parole e per di più con l’obbligo che nessuno applaudisse, perché fuori del ristorante stazionava il Delegato di pubblica sicurezza con numerosi carabinieri al seguito. Dopo i tumulti di Milano la repressione si abbatté anche su Venezia con lo scioglimento di tutte le associazioni socialiste o di quelle che simpatizzavano con esse, come la Federazione dei lavoranti del libro o la Società di mutuo soccorso tra lavoranti fornai. Pare che per Monticelli fosse in arrivo anche il domicilio coatto, ma grazie anche alle testimonianze di molti esponenti liberali, egli riuscì a scampare questo pericolo.
Di fronte alla svolta reazionaria tentata da Di Rudinì prima e da Pelloux poi, repubblicani, democratico-radicali e socialisti, con la tattica dell’ostruzionismo, si coalizzarono in Parlamento per impedire l’approvazione di una serie di provvedimenti liberticidi, come limitazioni della libertà di stampa, di associazione e di insegnamento, la militarizzazione di postini e ferrovieri e una legge definitiva sul domicilio coatto. La situazione eccezionale imponeva un netto cambiamento di strategia, a cominciare dall’abbandono dell’intransigenza elettorale. A Venezia però su questo punto non tutti i socialisti erano d’accordo, tanto che si verificò una spaccatura netta tra gli intransigenti e quelli che erano favorevoli ad un accordo con l’Unione democratica in vista delle amministrative dell’agosto 1899. Florian, Musatti, Monticelli e molti altri, favorevoli all’accordo, dettero vita all’Associazione permanente tra gli elettori socialisti. Quest’ultima ottenne 4500 voti (non sufficienti comunque per vincere) contro gli appena 133 degli intransigenti. Il PSI volle dirimere la dolorosa frattura che si era creata all’interno della sezionetra veneziana e informò che entro la metà di settembre sarebbe giunto l’on. Prampolini; questi però fu arrestato per i fatti accaduti in Parlamento il 30 giugno (rovesciamento delle urne). Monticelli inviò allora una lettera a Costa con la quale gli chiese se poteva venire lui a Venezia per dirimere la questione e soprattutto lo informava che c’era un’altra controversia, quella che lo vedeva opposto ad Enrico Mimiola, dal quale era stato “sanguinosamente calunniato”. Risolto facilmente il contrasto tra i socialisti con la costituzione di un’unica associazione, il Fascio elettorale socialista veneziano, rimaneva la vertenza tra Monticelli e Mimiola. La sentenza emessa a fine novembre dalla commissione d’inchiesta presieduta dal socialista Cabianca di Vicenza non solo scagionava il monselicense “ma fu pure reso omaggio incondizionato alla sua opera disinteressata ed onesta di propagandista… e furono ricordate le lotte da lui sostenute, le persecuzioni ed i patimenti sofferti, la sua storia di milite non ultimo e non oscuro del socialismo in Italia”. Di che cosa fosse stato accusato non siamo riusciti a ricavarlo neanche dalle lettere confidenziali che aveva inviato a Costa, dalle quali risulta un Monticelli sull’orlo di una crisi di nervi, pronto a dar credito a tutte le dicerie su eventuali cospirazioni ai suoi danni.
Lo scioglimento delle Camere da parte di Pelloux avvenne il 18 maggio del 1900, con l’intento di avere una maggioranza più solida contando sulla collaborazione dei prefetti. Questa mossa andò invece a rafforzare l’Estrema e le altre opposizioni. In questa tornata Monticelli fu candidato al II collegio di Venezia, mentre Musatti ed Enrico Ferri rispettivamente al I e al III collegio. Grande fu l’impegno del monselicense, che dopo essersi visto annullare un comizio in Campo dei Tedeschi previsto per il 28 maggio, decise il giorno dopo di “moltiplicarsi”: recatosi nel collegio di Lonigo, dove era candidato il suo amico avv. Sarfatti, tenne ben tre comizi. Di ritorno da Lonigo si fermò a Monselice, dove parlò in favore del radicale Aggio (che solo tre anni prima aveva affrontato da avversario). La sera tenne infine un comizio nell’isola di Murano, dove, come previsto dal Partito, fu il candidato più votato, conquistando ben 108 dei 362 voti totali. A Venezia in ogni caso fu un trionfo per i candidati democratici, con Manzato e Fradeletto eletti al secondo e terzo collegio, mentre Tecchio al primo collegio avrebbe sicuramente vinto al ballottaggio con i voti dei socialisti. L’esito certamente inaspettato delle elezioni, con una sostanziale diminuzione di seggi per i candidati ministeriali, spinse Pelloux a dimettersi. Era il fallimento del “colpo di stato della borghesia”, e che i tempi fossero cambiati lo dimostra il fatto che dopo l’uccisione del re Umberto I per mano di Gaetano Bresci non si scatenò affatto una brutale reazione poliziesca, come si temeva.
Un clima non certo sereno continuava ad esserci invece a Venezia, dove un grosso contributo nel creare astio fra gli schieramenti politici lo dava la «Gazzetta di Venezia». A farne le spese fu anche il nostro Monticelli, che fu accusato più volte dal quotidiano del Macola di essere una spia di polizia: una prima volta nel 1899, quando prese le difese di Ulisse Barbieri, accusato di scarsa coerenza morale per aver ricevuto un prestito di 100 lire dal ministro dell’Istruzione[4], e una seconda nel marzo del 1901, dopo che nell’«Avanti!» aveva deplorato il fatto che nessuno, neanche i democratici, avevano commemorato la morte di Felice Cavallotti (personaggio che al Macola provocava evidentemente qualche imbarazzo). Questo era l’articolo incriminato:

C’è qualche sedicente socialista (ritenuto dai suoi come un fine poliziotto mascherato) che si lagna perché a Venezia non si sono recentemente ricordati di uno dei tanti santi del calendario radicale (il Bardo!). Il famigerato spione vuole anzi che l’iniziativa delle commemorazioni future sia presa dai socialisti. Bella tola, quando si rifletta che il commemorando fu il più fiero persecutore di quei socialisti che in una certa epoca funzionavano da rivoluzionari onorari, precisamente come il furfante cui alludiamo.

Immediata scattò la querela; il primo processo, conclusosi il 23 aprile, condannò il proprietario Macola e il direttore Santalena ad un risarcimento di 3500 lire per danni morali, mentre il gerente Baroni ebbe 1 anno di carcere e 1000 lire di multa. In Appello i condannati ottennero pene sicuramente meno severe, anche se comunque molto significative: 1000 lire di multa e tre mesi per Baroni; 600 lire di ammenda per Macola e Santalena, ritenuti civilmente responsabili, più l’obbligo di pagare tutte le spese processuali e di pubblicare la sentenza sul loro giornale. Il «Secolo nuovo», il quotidiano socialista di Venezia, si congratulò con Monticelli e lo ringraziò: “a nome degli amici lo ringraziamo dell’offerta generosa fatta al Partito. I quattrini del Macola non potevano prendere miglior via”.
Nel 1902, in occasione delle elezioni amministrative, socialisti e democratici si accordarono per riuscire finalmente ad insediarsi a Ca’ Farsetti, ma anche stavolta fallirono l’obiettivo. Ai 5700 voti dei democratico-socialisti corrisposero infatti i 6600 dei moderati; Monticelli, che aveva ovviamente partecipato alla campagna elettorale come candidato socialista, ottenne 5417 voti, anche se non riuscì ad entrare nella giunta comunale come consigliere di minoranza. Fu comunque una tornata elettorale molto strana, dominata ancora da quella che fu una catastrofe per la città: il crollo del campanile di S. Marco. Monticelli uscì in prima pagina sul «Gazzettino» con una lunga (e retorica) poesia dedicata al campanile, di cui riportiamo una quartina: “Risorgerai! Che senza te men bella / fia la città divina / che tutto il mondo dolcemente appella / del mare alma e regina”.
I contrasti tra le varie correnti del PSI portarono Enrico Ferri, nel marzo 1903, a strappare la direzione dell’«Avanti!» a Bissolati. La sezione di Venezia aveva espresso la sua simpatia per Ferri, e quest’ultimo volle evidentemente premiarla nominando redattori del quotidiano socialista i due corrispondenti da Venezia, cioè Vittorio Piva e Carlo Monticelli. I compagni del «Secolo nuovo» scrissero che “lo abbiamo abbracciato mentre gli luccicavano gli occhi dalla gioia di ritornare nel nostro ambiente, mentre pieno di giovanile entusiasmo era beato al pensiero di ridare la sua attività, il suo ingegno, all’idea maturata nel cuore e nel cervello attraverso persecuzioni e sacrifici”.
Da quel momento cominciava per Monticelli e il suo collega Piva l’amara avventura nella capitale.

5. A Roma: apogeo e declino (1903-1913).
Nella capitale il socialista di Monselice trovò finalmente una dimensione nazionale non solo come giornalista ma anche come pubblicista, e attraverso i suoi scritti è possibile cogliere tutta la complessità e la ricchezza del socialismo italiano.
Sulle colonne dell’«Avanti!» si schierò apertamente con Ferri nel condannare il governo Zanardelli-Giolitti sia in occasione dell’eccidio proletario di Torre Annunziata sia in occasione della questione dei “succhioni” della Marina militare. Postosi, nella lotta fra le correnti, in una posizione che semplicisticamente possiamo definire centrale, egli non riteneva opportuno che i socialisti dovessero collaborare con le forzi borghesi, ma piuttosto affermava che essi attraverso le loro forze parlamentari ed extraparlamentari stimolassero il governo nell’approvare riforme e ne controllassero la corretta applicazione, criticando i rivoluzionari (in primis Arturo Labriola e Walter Mocchi) che affermavano invece che il proletariato non avrebbe risparmiato neanche la violenza contro lo stato borghese. Alcuni mesi dopo però affermò che il Parlamento, oltre ad essere “una splendida piattaforma di propaganda socialista”, è anche “un triste luogo, che nei giorni di calma politica e sociale può guastare, intiepidire, rammollire i più deboli”. Identificava così “l’anima vergine del proletariato italiano” nelle organizzazioni economiche, le quali “nella propaganda quotidiana e nella difesa degli interessi di classe hanno rivendicato a sé stesse molta parte dell’opera che il Partito socialista avrebbe dovuto compiere”.
A «Critica sociale» che fin dai primi giorni del ‘900 sosteneva la necessità di abbandonare “gli opuscoli da un soldo che vi squadernano in sedici paginette tutto lo scibile sociale”, si contrapponeva invece Enrico Ferri, che rimproverava ai riformisti di credere “che al socialismo siano convertiti tutti i convertibili”. Le condizioni del proletariato italiano richiedevano ancora forme elementari di propaganda, un’arte nella quale Monticelli vantava una lunga esperienza: “Mi è sempre piaciuto parlare il linguaggio semplice e chiaro, accessibile a tutte le menti, ed ho sempre cercato nel lungo corso della mia modesta propaganda di popolarizzare il socialismo” scriveva nel settimanale di propaganda popolare «Sempre avanti!». In questo periodo dette così alle stampe: 1 maggio: la nostra festa, edito da Nerbini nel 1903, nel 1904 e nel 1906, le Schioppettate poetiche con note storiche nel 1904, Lo sciopero, edito nel 1903 dalla Tipografia Moderna e infine Il primo giorno del socialismo edito da Mongini nel 1904. Quest’ultimo descrive, ovviamente in modo semplice e schematico, la fase di transizione che, una volta abbattuta la società borghese, avrebbe condotto l’umanità verso la società senza classi. Il primo giorno del socialismo sarebbe stato ufficialmente sancito con il “convegno della Fratellanza mondiale” indetto nella ex Basilica di S. Pietro. Nel breve brano che qui proponiamo è sintetizzato non solo il pensiero di Monticelli ma lo stesso patrimonio di valori della maggior parte degli intellettuali del PSI, che andava dal libero pensiero all’anticlericalismo, dalla fiducia nella scienza all’umanitarismo:

Come ben si capisce, il Papa non esiste più. La scienza ha fugata la fede. […] La folla guarda alle vecchie immagini dei santi con la stessa indifferenza con la quale i cristiani dell’epoca passavano dinanzi alle statue di Giove, Giunone e Minerva. […] Non esiste che una religione sola quella del cuore.

Nel 1904, in occasione delle elezioni del novembre, Carlo Monticelli fu candidato dal Partito al collegio di Sant’Arcangelo di Romagna, dove (perfino i socialisti locali lo dicevano) non avrebbe avuto nessuna possibilità di vittoria contro il repubblicano Vendemini. In realtà egli avrebbe fortemente voluto una candidatura a Massa Carrara, approfittando del fatto che le due sezioni di Massa e Carrara erano in contrasto tra loro. Per questo aveva fatto appello all’aiuto dell’amico Costa, che era in contatto con il sindaco di Carrara, Sarteschi. Fallito il tentativo, accettò l’invito dei compagni di Sant’Arcangelo. Non risultò eletto ovviamente ma i socialisti del collegio si dimostrarono soddisfatti ed espressero l’invito che tornasse presto tra di loro.
Il distacco dal Partito maturò per una questione apparentemente di poco conto ma che evidentemente celava precise strategie politiche nella lotta tra le correnti. I riformisti, dalle colonne de «Il Tempo», scrivevano infatti che “l’impressione è che Walter Mocchi” [della corrente rivoluzionaria] sia montato in groppa ad Enrico Ferri”. Analizziamo comunque ciò che è successo. Monticelli aveva scritto una serie di articoli in favore dei catastali, una categoria di impiegati statali malpagati e sfruttati; in cambio avrebbe ottenuto un compenso di 50 lire mensili, poi ridotte a 30. Che Monticelli percepisse questo compenso “extra” non piaceva a molti all’interno della redazione dell’«Avanti!»; Enrico Ferri, venuta a sapere questa cosa da Gabriele Galantara, gli scrisse una lettera con la quale gli comunicava che si trovava in una posizione morale alquanto delicata. Era stata perciò convocata una commissione d’inchiesta, presieduta da Mocchi e composta da Marangoni, Longobardi, Guarino, Lerda e Bissolati. Il socialista veneto non riuscì a dimostrare che aveva ottenuto l’autorizzazione da Ferri a pubblicare gli articoli pro catastali, e per questo gli fu contestata l’accusa di “scorrettezza giornalistica”; in seguito a ciò decise di rassegnare le sue dimissioni dal quotidiano perché “in un giornale dove il direttore non assume la responsabilità dei propri atti… in un ambiente dove, invece della fraterna solidarietà socialista, corre e prospera la calunnia, un uomo come me, che ha dato quasi trent’anni della sua attività al socialismo… non può rimanere”.
Dopo aver pubblicato un opuscolo di autodifesa (limitato a 2000 copie) per difendersi dalle accuse di immoralità che gli erano state rivolte, le necessità economiche (la liquidazione ottenuta dal giornale l’aveva in gran parte utilizzata per coprire le spese di trasloco che gli erano state anticipate dallo stesso Partito) e soprattutto un fortissimo risentimento verso Enrico Ferri lo spinsero ad entrare nella redazione del «Capitan Fracassa», un quotidiano filo-giolittiano il cui nome era stato legato alla torbida vicenda della Banca Romana e che sosteneva di preferire “qualsiasi succhione alle inutilissime e superficiali campagne scatenate da qualsiasi conferenziere e organizzatore di scioperi”. Un cambiamento notevole, se pensiamo che lo stesso Monticelli, neanche due anni prima, aveva aiutato Ferri a redigere il resoconto del processo Bèttolo, condannando aspramente le collusioni tra acciaierie Terni e Marina militare. Ora invece componeva perfino poesie (mediocri a dir la verità) contro il suo ex-direttore, descrivendolo come un demente che viveva sopra un fico e che volendo diventare re aveva deciso di regnare sul proletariato. E’ necessario comunque segnalare che il «Capitan Fracassa» era divenuto il crogiolo di una serie di antiferriani convinti, se pensiamo che tra le firme comparse c’era anche quella di Margherita Grassini Sarfatti, anche lei proveniente dall’«Avanti!». Ciò non toglie che fosse comunque un giornale “governativo” e che Monticelli abbia dovuto scrivere parole benevole nei confronti di Alessandro Fortis, uno dei “luogotenenti” di Giolitti: in un articolo lodò infatti il modo con cui il governo aveva risolto lo sciopero ferroviario, lodò l’amnistia, la commemorazione di Mazzini e perfino l’attenuazione del non expedit da parte di Pio X!
Nei giorni in cui si consumava la crisi al quotidiano del Partito, l’opinione pubblica era stata fortemente mobilitata dal progetto quasi utopistico dell’Istituto internazionale di agricoltura. L’iniziativa era partita da David Lubin, funzionario del governo statunitense, che aveva scritto al Re d’Italia esponendogli i vantaggi che avrebbe potuto arrecare alle classi agricole la realizzazione di tale progetto. Il Re, che forse aveva intravisto la possibilità di una grande azione diplomatica da parte dell’Italia, trasmise subito la lettera a Giolitti, che a sua volta la trasmise ai giornali. Scopo dell’Istituto era innanzitutto quello di fungere da grande ufficio di statistica internazionale che doveva trasmettere in modo veloce dati certi su qualità e prezzi delle derrate agricole, in modo da porre al riparo i contadini dall’azione speculativa degli intermediari. In secondo luogo doveva essere anche una sorta di ufficio del lavoro internazionale, con lo scopo di regolare la domanda e l’offerta di manodopera e le correnti di emigrazione. In terzo luogo, l’istituto doveva essere anche un organismo legislativo per la tutela di tutti i lavoratori delle campagne, fossero essi piccoli proprietari o braccianti, potendo legiferare su cooperazione, malattie di piante e animali, credito, collocamento.
Il più attivo propugnatore dell’iniziativa apparve fin da subito Luigi Luzzatti, il quale però poté avvalersi del lungo memorandum di 40 pagine preparatogli dal socialista riformista Giovanni Montemartini. A questo punto entra in gioco anche Monticelli, per il quale un simile progetto, che descriveva come una “Camera del lavoro agricola mondiale”, presentava aspetti non dissimili da alcune idee che aveva espresso nell’opuscolo Il primo giorno del socialismo: “L’Ufficio di statistica è in rapporti continui con l’Ufficio di scambio. […] E’ così che, raccogliendo in tutti i comuni… della nazione i dati del lavoro, della produzione e del consumo, si regola la produzione stessa in relazione ai bisogni sociali”. Allo scopo quindi di illustrare quali fossero gli scopi dell’Istituto, le azioni e i progetti, l’ex redattore dell’«Avanti!» aveva fondato un periodico mensile che aveva chiamato «La Rivista verde: per la popolarizzazione dell’Istituto internazionale di agricoltura». Della redazione del mensile faceva parte anche l’on. Sanarelli, radicale, Sottosegretario del Ministero di Agricoltura, industria e commercio, di cui Monticelli fu per circa un anno segretario particolare. La rivista godeva del favore nientemeno che dello stesso Re d’Italia, il quale, per mezzo dell’intercessione di Luigi Luzzatti, non aveva lesinato adeguati finanziamenti: 3000 lire nel 1906 e 2000 lire nel 1907. Se nei primi due anni di pubblicazione notiamo una certa fiducia negli scopi dell’Istituto, verso la fine del 1907 Monticelli non riesce a contenere una certa amarezza per la scarsa diffusione della sua rivista. A poco a poco questa amarezza si trasforma in denuncia aperta per il tradimento della missione originaria, a cominciare da quando Lubin era stato rimosso dal Comitato permanente dell’Istituto per volere di alcuni alti diplomatici italiani. Arrivò anche a fare noni e cognomi di chi fossero i responsabili del fallimento del progetto, come l’on. Chimirri, il sen. Faina o il segretario generale del Comitato permanente, il sig. Koch. L’ultimo numero della rivista aveva al suo interno una sorta di epitaffio: “L’Istituto sta per diventare un museo di archeologia agraria. A tutto onore, gloria e fortuna di coloro che si pappano i lauti stipendi respirando a pieni polmoni le dolci aurette di Villa Borghese”. Continuare a mantenere in vita la rivista era dunque una cosa inutile, ed egli decise di sopprimerla per dare vita invece, come aveva preannunciato con una lettera all’«Avanti!» (tornato nelle mani di Bissolati) alla «Rivista rossa»[5] “destinata a battaglie d’arte”.
Come ho poco sopra accennato, con l’Istituto internazionale d’agricoltura si era stabilito un rapporto intenso tra Monticelli e Luzzatti. E’ probabile che i due si conoscessero da diverso tempo, dato che Monticelli fu per ben due volte consigliere della Lega nazionale delle cooperative (nel 1899 e nel 1903), di cui lo stesso Luzzatti fu presidente. Tra i due si era stabilito un rapporto di reciproco interesse: Monticelli chiedeva dei favori, che andavano dalla semplice richiesta di un’intervista ad una raccomandazione per sé o per qualche amico (come quella per il cav. Mazzarolli, consigliere di prefettura a Padova e futuro podestà fascista di Monselice). Nel 1908 Monticelli partecipò ad un concorso indetto dal Ministero di Agricoltura, industria e commercio per diventare applicato di terza classe, e vinse regolarmente. Tuttavia temeva, come altre volte era capitato, che quel risultato fosse invalidato dalla Corte dei Conti a causa della sua età troppo alta. Con una lettera chiedeva quindi a Luzzatti se poteva dire “una parola a S. E. l’on. Di Broglio” [Ministro del Tesoro] ringraziandolo di “quell’atto di bontà”. Una richiesta che evidentemente andò a buon fine, se il 28 aprile del 1909 Monticelli firmò il suo atto di giuramento “al Re, ai suoi Reali successori ed allo Statuto” in qualità di impiegato regio. In cambio Luzzatti probabilmente gli chiedeva un po’ di pubblicità sui giornali come «Il Gazzettino» o «L’Adriatico», di cui l’ex socialista era corrispondente. Lo dimostrebbe una lettera, risalente al 1908, con la quale Monticelli aveva informato il suo illustre protettore di aver manipolato il resoconto di un dibattito parlamentare:

Eccellenza,
Meglio che con apprezzamenti – che hanno sempre un valore quasi esclusivamente soggettivo – ho creduto rilevare la incontestata ed incontestabile superiorità Sua, parlamentare, politica e tecnica, sull’on. Felissent, prospettando il battimano, così come lo vedrà nel «Gazzettino». Se ne trae così il giudizio che Ella ha parlato, come sempre, con dignità ed ha saputo rispondere per le rime, e che Felissent è stato invece, un presuntuoso, di poca scienza e di minore creanza. Ossequi distinti.
Suo dev. Mo Carlo Monticelli.

Come impiegato ministeriale Monticelli dette modo ai suoi superiori di lamentarsi parecchio. Infatti dal periodo 1911-12, le sue assenze al lavoro, giustificate o meno, subirono un aumento esponenziale. Questo era stato dovuto anche alla morte della figlia Olga, a causa della quale aveva dovuto rientrare spesso a Venezia, ma un simile comportamento stroncò le sue velleità di promozione al posto di applicato di seconda classe (con 2500 lire, e non 1500, di stipendio annuo), nonostante avesse fatto ricorso e avesse chiamato in causa anche altri tre impiegati, che a suo dire non avrebbero avuto diritto alla promozione.
Nel gennaio del 1908 inviò ad Andrea Costa una lettera con la quale gli chiedeva una “raccomandazione indiretta” per entrare nella Massoneria, raccomandazione peraltro andata a buon fine: egli entrò nella loggia massonica Lira e spada. E’ probabile che per conto della Massoneria egli abbia scritto la Storia dei papi, una delle opere più ferocemente anticlericali che siano mai state scritte in Italia, la cui prefazione diceva che lo scopo del libro era di ristabilire la verità storica, togliendo “ad un’infinità di credenzoni la convinzione che siano stati tutti dei martiri e dei santi quelli che non furono altro che dei malfattori volgari”. Aggiungeva che il Papato era e continuava ad essere una grande sventura per l’umanità e che il libro voleva contribuire ad abbattere e demolire “un’istituzione che ha insanguinato il mondo e ritardato il progresso umano”.
Nel febbraio 1907 Monticelli fu ricevuto dal Re d’Italia in persona; a questi donò la collezione completa della «Rivista verde». I socialisti di Venezia bollarono nel «Secolo nuovo» il loro ex compagno con attributi ferocissimi, definendolo come “un rettile strisciante”, “un venduto” e “un rinnegato”. Dal canto suo, un anno dopo, lo stesso Monticelli, intervistato da Carlo Lotti, fece sapere che sebbene fuori dal Partito non aveva mai abbandonato gli ideali per cui aveva tanto sofferto e lottato, e che la decisione di aderire all’Istituto internazionale di agricoltura era condivisa anche dalla corrente riformista del PSI, come dimostrava l’adesione delle cooperative socialiste della provincia di Reggio Emilia e il sostegno del prof. Montemartini. Questo era vero, come era vero che Luzzatti era ben visto da tutti i sostenitori della cooperazione appartenenti all’area socialista (come Antonio Vergnanini), ma è anche vero che il suo progetto era di assorbire il movimento operaio e toglierne ogni residuo potenzialmente sovversivo. Ad ogni modo Monticelli, divenuto collaboratore nel 1912 della rivista «L’Azione cooperativa» di Milano, scrisse che il socialismo si realizzava essenzialmente nel principio di cooperazione, mentre collettivismo e comunismo, pur essendo nobili principi, non rientravano affatto nella legge naturale evolutiva.
Dopo la morte dell’adorata figlia Olga, avvenuta nel marzo del 1912 per una banale appendicite, agli occhi di tutti i colleghi giornalisti Monticelli era profondamente cambiato; era divenuto cupo e taciturno, presentava grossi problemi di deambulazione e aveva gli occhi sempre pieni di lacrime; una parte di lui insomma era morta. A porre fine alla sua esistenza fu un colpo apoplettico il 14 luglio 1913. Sepolto al cimitero del Verano di Roma, lasciò, oltre alla moglie Valeria, i figli Domenico, Vezio ed Angelo.

[1] Una pregevole ricerca di Tiziano Merlin segnala, oltre al famigerato Alburno di Venezia, Giovanni Verza, spia del commissario di Monselice, e Bortolo Zavattiero, spia del prefetto di Padova.
[2] Dai documenti trovati da Piero Brunello sembrerebbe addirittura che lo stesso Monticelli abbia promosso il congresso di Abano per far arrestare i convenuti, anche se documenti più recenti dimostrerebbero il ruolo avuto dal veneziano Alburno e dalla spia ferrarese Vaccari, in contatto con Terzaghi, il quale a sua volta era in contatto con lo stesso Basso. Ad ogni modo, per il ruolo che ebbe e per le persecuzioni subite, noi non crediamo assolutamente ad un Monticelli come spia.
[3] Si trattava della traduzione de Il viaggio di Bougainville di Diderot, che narrava dell’arrivo di un prete sull’isola di Tahiti. Qui vigeva la morale del libero amore, e anche il prete, pur tra mille dinieghi e rimorsi di coscienza, non aveva potuto rifiutare di concedersi alle grazie della figlia di Oron, il capofamiglia che l’aveva ospitato per la notte.
[4] Le accuse erano tanto più odiose in quanto Barbieri era ammalato di cancro e Monticelli, che era pure stato definito un asino, non era stato l’autore della replica alla «Gazzetta».
[5] Nonostante le ricerche, di questa rivista non abbiamo trovato traccia in nessuna biblioteca.
Tratto dalla tesi di laurea: Davide GOBBO, Carlo Monticelli (1857-1913). Un intellettuale tra anarchismo e socialismo. Università degli Studi di Padova. Facoltà di lettere e filosofia. Corso di Laurea in Storia; a.a. 2005-2006. Relatore prof. Silvio Lanaro. Vincitrice dei premi Brunacci 2007.