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‘Incontro’ con il senatore Vittorio Cini in cima al Montericco

Lidya Borelli con il conte Vittorio Cini

‘Incontro’ con il senatore Vittorio Cini in cima al Montericco*

La sola cosa che conta, per un vecchio, è la memoria. Quando hai la certezza che la vita davanti a te avrà una durata di gran lunga inferiore rispetto al tempo già speso, l’unica possibilità per non essere schiacciati dall’ombra opprimente della morte è aggrapparsi ai ricordi. E’ così che faccio io: ogni tanto, nei giorni in cui il grigio tende al nero, salgo in soffitta e afferro dalla mensola lo scatolone dove tengo le fotografie della mia giovinezza. Ne scelgo una, soffio via la polvere accumulata negli anni e la porto con me in salotto. Mi accomodo sul divano e per un po’ resto ad ascoltare i ritmi alterati del mio corpo ormai consunto, che ho colpevolmente sottoposto alla fatica delle scale. Aspetto con pazienza che l’affanno si plachi e il battito del cuore torni regolare. Quindi, raggiunta la giusta tranquillità, comincio. Procedo sempre allo stesso modo: mi isolo da ciò che ho attorno per concentrare tutta la mia attenzione sull’immagine che ho tra le mani. La osservo, la percorro con le dita, in un certo senso ci entro dentro. Chiudo gli occhi e lascio che la mente mi rimandi al momento in cui è stata scattata. Questa foto, in bianco e nero, mi fa nascere subito un sorriso. Era il 9 luglio 1939. Della data sono sicuro, non potrei sbagliare. Fu la sera in cui conobbi il senatore Vittorio Cini.

Vittorio Cini e Lyda Borrelli incontrano i frati in cima al montericco

In quel periodo l’Italia fascista aveva appena stretto con la Germania di Hitler il legame che l’avrebbe condotta al disastro. Quasi nessuno l’aveva ancora realizzato: più o meno tutti pensavano invece che grazie all’alleanza con i nazisti il nostro Paese fosse destinato a recuperare in Europa e nel mondo il ruolo che dall’Impero Romano in poi non aveva mai avuto. A Monselice, dove ero nato e vivevo, si respirava un clima di entusiasmo non diverso, credo, da quello che doveva caratterizzare il resto della penisola. Avevo quattordici anni, ma ne dimostravo almeno sedici: ero più alto e più muscoloso di quasi tutti i miei coetanei. Facevo parte della Gioventù del Littorio ed ero inquadrato negli Avanguardisti. Ai giochi sportivi provinciali del maggio 1938 il nostro gruppo aveva vinto tutte le gare principali. A settembre ero stato a Padova per la visita del Duce. Non avevo mai visto tanta gente riunita in un solo luogo. Al passaggio di Mussolini l’avevo salutato con urla euforiche, colto da un’emozione incontenibile. Anch’io, come la stragrande maggioranza dei ragazzi, subivo il contagio del fermento generale. La maggioranza di noi non era di famiglia ricca, anzi, ma il presente continuava a riempirsi di promesse: il nostro futuro sarebbe stato senz’altro radioso. Non immaginavamo neppure lontanamente che avremmo presto conosciuto la fame, le bombe, la devastazione, la morte.

Il pomeriggio del 9 luglio 1939 ero appena rientrato a casa quando mio padre mi fece chiamare. Lavorava alle dipendenze del Cini da un paio d’anni. Era uno dei suoi giardinieri, ma all’occorrenza si adattava a svolgere qualsiasi mansione. Lo trovai a letto. Aveva i vestiti intrisi di sudore, gli occhi socchiusi, la faccia stravolta. Mentre gli detergeva la fronte con un fazzoletto bagnato, mamma mi informò che era stato appena visitato dal dottore. Aveva la febbre alta e non era in grado di muoversi.

– Stasera il senatore darà una festa alla sua villa sul Montericco. Mi sostituirai tu – mi disse mio padre. Era molto sofferente, sembrava che ogni parola gli costasse uno sforzo immane.

– Va bene – risposi – Cosa devo fare?

– Ci saranno parecchi ospiti, gente importante. Alcuni rimarranno lì anche per la notte. Tu trasporterai i loro bagagli nelle stanze da letto. Dopo ti metterai a disposizione di Lorenzo, il maggiordomo. Farai tutto quello che ti ordinerà di fare.

– Sì, padre.

– Dovrai essere alla villa entro le cinque. Tua madre ti ha preparato dei vestiti puliti. Datti una spazzolata, indossali e parti subito. Comportati bene, figliolo. Non fissare le persone negli occhi e mostra deferenza. Te lo ripeto: quella è tutta gente importante.

– State tranquillo, padre.

Lo lasciai riposare e, cambiati gli abiti, mi incamminai. Abitavo in un anonimo casermone poco lontano dalla piazza del paese. Ci voleva circa un’ora e mezza per raggiungere a piedi la cima del colle, dove accanto ai resti di un antico eremo era situata la residenza estiva della famiglia Cini. Erano quasi le quattro e non avevo molto tempo, ma con il mio passo ce l’avrei fatta. Attraversai la ferrovia e, superando il Solarium, la colonia per i bambini bisognosi voluta proprio dal senatore Cini, iniziai a percorrere di buona lena la strada sterrata che saliva per il Montericco. Ero piuttosto eccitato all’idea di incontrare lui, il personaggio più illustre di Monselice. Certo, lo avevo visto altre volte passeggiare in centro con la moglie, un’ex attrice del cinema dall’espressione austera. Avevo ascoltato alcuni suoi discorsi pubblici, ammirando la voce stentorea e la sicurezza che trasmetteva. Sapevo che era un uomo d’affari di successo, straordinariamente ricco, proprietario del Castello e di numerosi altri possedimenti. Ma ora avrei potuto osservarlo da vicino e girare nella sua villa addobbata a festa, in mezzo a tanti ospiti di prestigio! Già mi immaginavo le facce dei miei amici non appena glielo avessi raccontato. Mentre facevo quei pensieri, alla mia destra apparve il profilo della Rocca. Ne approfittai per fermarmi qualche istante a prendere fiato e guardai il Mastio che spiccava maestoso sulla sommità del colle. La sua costruzione era stata ordinata dall’imperatore Federico II, ci aveva spiegato il maestro a scuola. Il monte su cui poggiava, però, somigliava tanto a una mela: la vegetazione qua e là lasciava posto alla nuda roccia, quasi qualcuno l’avesse preso a morsi. Si trattava delle cave di trachite: in una si spezzava ogni giorno la schiena mio zio Oreste. All’imrpovviso si udì un fragoroso boato, seguito da una nuvola di polvere. L’aria tremò, e anche il mio cuore. Dovevano aver fatto saltare una parte del versante ovest della Rocca, da cui poi avrebbero estratto nuovo materiale. Ero solo un ragazzo, ma ricordo che in quel preciso istante nella mia testa risuonò un’insolita domanda. Mi chiesi se per vivere fosse necessario continuare a rosicchiare pezzi di colle come topi affamati. A forza di scavare, cosa sarebbe rimasto nel giro di qualche anno? La questione mi incuriosiva e un po’ mi inquietava, ma ponendola a mio padre mi sarei guadagnato di sicuro uno scapaccione: decisi, quindi, che l’avrei tenuta per me. Ricominciai a camminare, ansioso di raggiungere la residenza del Cini. Una delle prime volte che mi ero inerpicato sul Montericco avevo sei anni. Era autunno e avevo aiutato nonno Giuseppe a raccogliere le castagne. La sera poi mi aveva fatto sedere con lui accanto al fuoco e mi aveva narrato storie di fate, streghe e orchi che la notte popolavano il colle. Io avevo ascoltato rapito, fissando le fiamme scoppiettare nel caminetto e fantasticando su quelle magiche creature. Era cresciuto sul Montericco, il nonno, e parlava agli alberi: diceva che avevano un’anima migliore di quella delle persone. Era morto nel gennaio del 1937 per una brutta polmonite.

Non mancava molto alla mia destinazione. Almeno lo speravo, perchè era quasi l’ora dell’appuntamento. Se fossi arrivato in ritardo e mio padre lo avesse saputo, per me sarebbero stati guai. Incurante del gran caldo, accelerai. Alle mie spalle iniziai ad avvertire lo scoppiettare di un motore e poco dopo venni superato da una lunga automobile nera. Sobbalzai: non avevo dubbi, era la Lancia su cui viaggiava il senatore! D’istinto mi misi a correre. Transitarono altre due macchine che non conoscevo: di certo erano i primi ospiti. Sentivo il petto martellare furioso, sia per la salita che non terminava mai sia per il timore di non riuscire a essere puntuale. Ero coperto di sudore e non dovevo avere un bell’aspetto, ma pazienza: bisognava giungere sulla cima del Montericco in tempo. Affrontai l’ultima curva, sempre più agitato. Un’imponente palazzo immerso nel verde si stagliava adesso davanti ai miei occhi. Impegnai sbuffando il tratto conclusivo di strada e, mentre la campana dell’antico eremo batteva le cinque, entrai nel cortile della villa. Tirai un sospiro di puro sollievo: ce l’avevo fatta. Mi avviai verso l’ingresso principale, già abbastanza affollato. Un uomo era intento a scaricare alcune pesanti valigie da una delle automobili che mi avevano sorpassato lungo il percorso. Era calvo, grasso e più sudato di me. Tra le labbra teneva una sigaretta spenta e dalla canottiera sgualcita usciva una folta peluria scura. Mi presentai da lui.

– Signore benedetto, eccoti qui finalmente! Io sono Giovanni. Saranno qui tutti in anticipo, dobbiamo sbrigarci. Afferra una di queste borse, ne sei capace? Bene, vienimi dietro.

Lo seguii all’interno della casa, infilandomi in un impressionante via vai di donne indaffarate. Ma ben più dell’elevato numero di domestiche mi colpirono gli enormi saloni arredati, i sontuosi lampadari di cristallo, i raffinati tappeti persiani e i numerosi quadri appesi alle pareti. Rimasi a bocca aperta: non avevo mai visto niente del genere. Una reggia doveva essere così, pensai. Salimmo due rampe di scale e imboccammo un corridoio che ci condusse alle camere degli ospiti. Posammo i bagagli e tornammo di sotto per prendere gli altri. Nel frattempo il cortile si stava riempiendo di macchine e persone.

– Non stare lì impalato, muoviti! – mi richiamò Giovanni.

Lavorammo per oltre un’ora, senza fermarci un attimo. Non credevo che delle semplici valigie potessero pesare tanto. A Natale io e la mia famiglia avevamo raggiunto Treviso in treno per passare qualche giorno dai cugini di mamma: le nostre borse a confronto erano fuscelli. La differenza forse dipendeva dal fatto che gli invitati al ricevimento del senatore venivano dall’alta società. Se uno è importante, ragionai, ha sicuramente più cose da portare con sè.

– Sigaretta? – mi domandò alla fine Giovanni, accendendosi la sua.

– No, grazie.

Con i miei amici avevo già avuto modo di provare l’esperienza del fumo, ma quella sera non me la sentivo. In un simile contesto, non intendevo consegnare di me l’immagine di un ragazzo dedito ad abitudini ritenute dal regime poco convenienti. Mi allontanai di qualche passo e mi affacciai alla balaustra che dava sui giardini della villa. A Monselice si era sempre parlato della loro incredibile bellezza, ma ciò che avevo di fronte ai miei occhi era molto di più. Una specie di paradiso terrestre. Vinto da una curiosità irresistibile, cominciai a esplorarlo. Gli uccelli cinguettavano allegri tra i rami degli alberi, che offrivano riparo dalla calura. Mi colpirono subito i profumi: non c’era traccia dei cattivi odori che talvolta si percepivano in paese. Respirai a fondo, colmando le narici delle dolci fragranze dei fiori. Mi fermai nei pressi di una fontana. Al centro la scultura di un tritone versava l’acqua limpida nel piatto sottostante. Il bianco del marmo pareva quasi brillare in mezzo a tutto quel verde ombroso. Un vialetto, delimitato da aiuole variopinte, guidava verso una scalinata che scendeva nel bosco. Non riuscivo a individuarne la fine: sembrava che a un certo punto il colle la inghiottisse nelle sue viscere. Su di essa vegliavano maestosi cipressi e anfore di antica provenienza. Quando poggiai il piede sul primo gradino, ebbi la sensazione di toccare qualcosa di magico. In grado di trasportarmi, in un certo senso, dentro un’altra dimensione. Affascinato, proseguii. Piano piano i rumori alle mie spalle si attenuarono e rimasi solo. Realizzai di nuovo e con maggiore consapevolezza che nessuno dei miei compagni aveva mai avuto la possibilità di accedere a questa parte del Montericco e che i racconti di mio padre non le rendevano per nulla giustizia. Qui la foresta aspra e selvaggia lasciava il posto a prati meravigliosi, che sapevo essere curati quotidianamente da uno stuolo di giardinieri. Era tutto perfetto. Sì, perfetto: ancora oggi non mi viene in mente nessun’altra parola più adatta a esprimere ciò che in quel momento avevo intorno. Proseguii incantato e giunsi a una terrazza dove era collocata la statua di un uomo che reggeva sulle spalle una specie di macigno. Avrei scoperto solo in seguito che rappresentava un eroe della mitologia greca: si trattava di Ercole, impegnato a sostenere il mondo. Gettai lo sguardo oltre e di nuovo percepii distintamente la sensazione di trovarmi in un luogo speciale. Da lì si poteva osservare tutta la pianura sottostante, fin quasi alle possenti mura medievali di Montagnana. Dietro le colline spuntava la sagoma di Este, dove viveva mio cugino Mario, e il sole, con studiata lentezza, si abbassava verso l’orizzonte per prepararsi al tramonto. I contorni delle strade, delle abitazioni, dei campi coltivati apparivano sfumati. Come se ogni cosa scegliesse quell’ora della giornata per rivelare la propria natura precaria, sfuggente. Non ho idea di quanto tempo rimasi lì, ad ascoltare il respiro lontano del mondo. Ricordo che a un certo punto mi destò lo svolazzare improvviso di un uccello ed ebbi un tuffo al cuore: Lorenzo! Dopo aver terminato di scaricare i bagagli, avrei dovuto cercare lui: me n’ero completamente dimenticato! Scattai come un fulmine su per la scalinata, tentando di ignorare il pensiero di cosa mio padre mi avrebbe fatto se fosse venuto a conoscenza della mia mancanza. Il maggiordomo era tra l’altro un suo amico d’infanzia, per questo lo chiamava per nome. In caso il mio comportamento fosse stato considerato negligente, mi attendeva una punizione esemplare. Arrivai trafelato nel cortile della villa. Disperato, fermai una donna e per poco non le feci cadere il cesto che portava. Mi recai alle cucine, come mi aveva suggerito. Un uomo, magro come uno stecco e dall’aria severa, stava impartendo istruzioni ai cuochi. Mi avvicinai imbarazzato.

– Il signor Lorenzo? – domandai

Lui mi squadrò infastidito dalla testa ai piedi.

– Sono io. Qui abbiamo da fare. Cosa vuoi, ragazzo?

Con un filo di voce, gli spiegai chi ero. Il maggiordomo si irritò ancora di più.

– Dove diamine ti eri cacciato, mascalzone?

Mi fece segno di seguirlo ed entrammo in un locale di servizio, una sorta di ripostiglio. Mi consegnò degli abiti nuovi e mi indicò un lavello.

– Datti una rinfrescata e cambiati. Ti aspetto fuori tra cinque minuti

Tolti rapidamente i miei vestiti per mettermi la camicia bianca e i calzoni neri che avevo ricevuto. Nella stanza c’era anche uno specchio malconcio, a cui mi accostai. Ne ricavai l’immagine di un giovane bruno, con gli occhi verdi e un accenno di barba sulle guance. Quella camicia troppo grande mi faceva sentire adulto e per questo mi piaceva. Lorenzo, vedendomi riapparire, annuì, abbastanza soddisfatto. Mi sistemò il colletto e parlò di ciò che avrei dovuto fare. Di lì a poco mi ritrovai con un vassoio colmo di riso tra le mani. Lo posai sul tavolo che era stato collocato nel giardino principale, dove facevano già bella mostra leccornie di ogni genere. Mi venne subito l’acquolina in bocca. C’erano teglie traboccanti di pasta al sugo: una pietanza che una famiglia normale si concedeva solo di rado, in occasioni di particolare rilevanza. E poi il menù prevedeva carne, tantissima carne, patate e verdure di tutti i tipi. Oltre al vino, che di sicuro giungeva dalle cantine del senatore, e alle altre bevande. Ero sbalordito: avevo davanti un banchetto eccezionale. Mi dissero di passare tra gli ospiti con una bottiglia di rosso, versandolo a chi lo desiderasse. Riempii il bicchiere di una signora giovane e bellissima, che mi sorrise. Quindi quello di un tizio anziano con un folto paio di baffi bianchi. Non sapevo chi fosse, ma udii qualcuno che si rivolgeva a lui chiamandolo “Signor ministro”. Mio padre me lo aveva detto: alla festa avrebbe partecipato gente importante. Chissà se era presente anche il Duce in persona! Secondo le voci che correvano a Monselice, il Cini era in buoni rapporti con Mussolini. Scrutai il giardino alla ricerca di un volto che mi ricordasse il suo, ma invano. Ad un tratto il brusio generale si interruppe, per essere sostituito da uno scroscio di applausi. Mi voltai: erano arrivati i padroni di casa. Il senatore, che nonostante il caldo portava un elegante completo blu, teneva a braccetto la moglie, la famosa attrice. Con loro c’erano anche il primogenito Giorgio e le figlie, di cui non ricordavo mai il nome. I coniugi sorrisero, quindi il Cini si scusò per il ritardo e pronunciò un breve discorso di ringraziamento. Ascoltai ammaliato le sue parole, dopodichè lo osservai intrattenersi con gli invitati. Tutti lo salutavano con profonda deferenza. Le sue strette di mano erano forti, decise, convinte. Non mangiò quasi niente del bendidio che era in tavola, tanto che mi chiesi da dove provenisse tutta l’energia che emanava.

Il sole era calato da poco e la serata era splendida. Una brezza tiepida accerezzava il Montericco e una piccola orchestra allietava il ricevimento. In giardino gli ospiti conversavano amabilmente. La villa, sopra di noi, rifletteva sulla facciata la pallida luce della luna. Ci accingevamo a portare i dolci. Vedere tutte quelle prelibatezze e aspirarne il profumo mi aveva fatto salire una fame terribile. Speravo di cuore che, terminata la festa, ci consentissero di mettere qualcosa sotto i denti. A un certo punto il senatore fece venire Lorenzo e lo prese da parte. Poco dopo il maggiordomo radunò noi camerieri in cucina.

– La signora Cini ha perduto la collana che indossava. E’ un oggetto molto prezioso per lei e desidera recuperarlo. E’ probabile che sia da qualche parte nell’erba. Sta cominciando a fare fresco e il senatore e gli invitati si trasferiranno all’interno, nel salone. Alcuni di voi rimarranno fuori a cercare la collana – disse.

Anch’io fui tra coloro che vennero scelti per questo delicato compito. Iniziammo a perlustrare il prato palmo a palmo. Guardammo sotto le sedie, sollevammo il tavolo, frugammo tra i cespugli vicini. Controllammo ovunque. Ma della catenella nessuna traccia, sembrava essere svanita nel nulla. Sconsolati, lo riferimmo a Lorenzo che, imprecando, si preparò a comunicare la notizia al Cini. D’impulso decisi di tornare fuori e setacciare un’altra volta il giardino. Mi inginocchiai sull’erba, allontanandomi dalla zona dove si era svolta la cena. Mi spostai nei pressi della fontana con la statua del tritone. L’acqua zampillava, cristallina come sempre. Diedi un’occhiata intorno, chiedendomi dove diavolo potesse essere finito il gioiello. Fu allora che uno strano luccichio catturò la mia attenzione. Infilai la mano in un’aiuola e, a sorpresa, lo trovai. Non c’erano dubbi, era una collana d’oro: non poteva che essere della moglie del senatore! Corsi in cucina, ma mi informarono che Lorenzo era nel salone. Lo vidi che, scuro in viso, si presentava dai coniugi per cui prestava servizio. Mi lanciai nella loro direzione e nella foga urtai una signora.

– Che modi! – sibilò lei, indignata.

Biascicando qualche imbarazzata parola di scusa, raggiunsi il Cini. Il maggiordomo gli stava parlando.

– La catenella! L’ho recuperata!

Entrambi si volsero verso di me, mentre estraevo l’oggetto dalla tasca dei calzoni. Con il fiato sospeso, lo consegnai al senatore.

– Cara, è la tua, non è vero?

– Sì – confermò la moglie, stringendola tra le mani con un’espressione sollevata.

– Molto bene – fece il Cini.

La serata andò avanti senza ulteriori incidenti. Attorno alla mezzanotte alcuni ospiti iniziarono a scendere in paese, altri invece si ritirarono nelle camere della villa che erano state loro riservate. Ci stavamo occupando delle pulizie del salone, quando Lorenzo mi chiamò: il senatore voleva incontrarmi, mi attendeva nel suo studio. Il mio cuore prese a battere forte. Mollai la scopa che avevo in mano e mi avviai in direzione della porta che mi era stata indicata. Feci un respiro profondo. Bussai.

Riproduzione della mappa del Magini nella Villa Cini sul Montericco

– Avanti! – sentii.

Vittorio Cini era seduto alla scrivania.

– Vieni, accomodati.

Obbedii e presi posto su una delle due sedie posizionate di fronte al senatore, dalla parte opposta del tavolo. Finalmente potevo osservarlo bene. Mi colpirono subito i suoi occhi: neri, profondi, percorsi da fulminei bagliori. Aveva un aspetto curato, la fronte alta e i lineamenti regolari. Emanava un buon profumo e sembrava, nonostante l’ora, perfettamente riposato. Sulla scrivania era sistemata una scacchiera con pezzi in oro e argento, finemente lavorati. Alle sue spalle un’ampia vetrata dava sul giardino, rischiarato dalle luci della festa appena conclusa.

– Conosci il gioco degli scacchi? – mi domandò.

Scossi il capo.

– Peccato.

Non riuscivo a dire assolutamente nulla. L’emozione che provavo in quel momento era paragonabile solo al giorno in cui avevo visto passare Mussolini a pochi metri da me. Ero con il personaggio più illustre di Monselice, quello a cui anche il podestà ostentava la massima riverenza. Ero con uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia. All’epoca non potevo saperlo, ma negli anni successivi il Cini sarebbe diventato conte e poi ministro.

– Gli scacchi insegnano a ragionare, a soppesare, a prevedere. Tutte capacità molto utili nel mondo difficile in cui viviamo.

Il senatore si accese un sigaro.

– Una piccola concessione al vizio. Spero che non ti procuri fastidio – si giustificò.

Di nuovo feci segno di no. Il Cini socchiuse gli occhi, aspirando con voluttà il fumo. Si alzò, portandosi alle mie spalle. Rimasi immobile. All’eccitazione iniziale si stava sostituendo una sensazione di disagio: per quale motivo mi aveva mandato a cercare? Intendeva forse rimproverarmi qualcosa?

– Mia moglie non è mai prodiga nell’esprimere gratitudine, ma la collana che hai ritrovato le è stata donata per il nostro matrimonio dalla sua cara nonna. Ha dunque un valore affettivo che supera quello materiale. Ci tenevo a ringraziarti.

– Io… ecco, ho fatto… del mio meglio – balbettai con un filo di voce.

– Sono anche al corrente che oggi qui hai sostituito tuo padre. Come si sente?

– Ha la febbre. Sono sicuro… che si riprenderà presto.

– Fagli avere i miei saluti. E dagli anche questa – disse, porgendomi una busta – Dentro c’è il tuo compenso.

Del ricevimento la mia memoria conserva tutto, inclusi i particolari trascurabili. L’unico elemento che adesso mi sfugge è la cifra esatta che ricevetti. Erano però, questo ce l’ho presente, tanti soldi, ben più di quelli che mi sarebbero spettati. Ricordo che quando tornai a casa e mia madre contò le banconote quasi pianse di gioia. Per la nostra famiglia era una vera manna dal cielo. Rammento poi un’altra cosa. Prima che me ne andassi, il senatore mi mostrò la riproduzione ingrandita di una carta geografica del territorio padovano, il cui esemplare originale risaliva al Seicento. Era appesa alla parete dello studio, ma per l’agitazione non l’avevo notata. Nella mappa era rappresentata anche Monselice, con i due colli e le loro fortificazioni. Il Cini mi spiegò che nel medioevo la mia città era stata assediata in varie circostanze, ma la Rocca non era mai caduta con le armi: solo attraverso il tradimento. Gli antichi la consideravano una specie di fortezza inespugnabile. A distanza di parecchi anni, non so dire se questo episodio sia stato determinante per la carriera professionale che scelsi in seguito. Ma forse la scintilla si sprigionò proprio lì, nello studio del senatore. Da allora, infatti, iniziai a interessarmi di storia. Dopo la fine della guerra studiai, mi laureai e divenni un insegnante. Nel tempo ho conosciuto migliaia di studenti e a ciascuno ho tentato di trasmettere la mia passione per questa disciplina. Mi sono sempre impegnato affinchè le mie lezioni non fossero materia inerte, ma qualcosa di vivo, che si potesse in un certo senso toccare in maniera diretta. Ciononostante non ho mai portato in classe la foto che ho adesso tra le mani. L’ho sempre custodita con cura, lontano dagli sguardi indiscreti: era e rimane un prezioso ricordo personale. Intimo, se così si può dire. Fu Lorenzo a darla a mio padre, una volta che, recuperata la salute, ebbe fatto ritorno a lavoro. Ritrae la famiglia del senatore in posa nel salone con una parte degli invitati alla festa. Al centro spicca l’elegante figura di Vittorio Cini che sorride, come al solito impeccabile. E’ assurdo, me ne rendo conto, ma spero che negli anni non si sia dimenticato del nostro breve ma significativo colloquio. Ovunque si trovi ora, voglio che sappia che io di certo non l’ho fatto.

* Questo racconto è un’opera di fantasia di Davide Permunian

Interno della Villa Cini sul Montericco
Interno della Villa Cini sul Montericco

 

Interno della Villa Cini sul Montericco