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La teriaca monselicense, rimedio medioevale contro ogni male

LA MEDICINA OTTIMO RIMEDIO CONTRO OGNI MALE

La Teriaca veneziana era il rimedio, forse il più celebre della storia del farmaco, prescritto dai medici per più di 18 secoli, utilizzato per sconfiggere qualsiasi tipo di male, in origine serviva soprattutto contro il morso di animali velenosi. Assai preziosa era quella che si otteneva con le vipere della Rocca di Monselice, capace di sconfiggere ogni male. I farmacisti di Monselice – racconta il Gloria – ne vendevano moltissima a tutti gli ammalati.

Il nome Teriaca deriva dal greco thériakè, il cui significato indica appunto gli animali velenosi.  Secondo la leggenda l’origine di questo farmaco risale a Crateva, medico di Mitridate VI re del Ponto (ca. 132-63 a.C.). Il re usava assumere veleni a dosi sufficienti a garantirsi l’immunità da eventuali attentati nemici. Quando le sue sorti si rovesciarono, a causa del tradimento del figlio, tentò il suicidio con del veleno, ma non ci riuscì a causa dell’immunità acquisita, si trafisse quindi con la spada. Questa storia contribuì alla fama del mitridato, come si chiamava l’antidoto che da lui prese il nome. Lo modificò Andromaco, medico di Nerone (54-68 d.C.), e lo chiamò Teriaca, come antidoto contro le morsicature velenose. La ricetta fu perfezionata dal medico greco Galeno (129-201 d.C.) che ne esaltò l’azione portentosa e sostenne che era sufficiente assumerne ogni giorno una certa quantità  per essere protetti dai più potenti veleni. All’inizio del XIV secolo, in seguito ai viaggi verso l’estremo Oriente, furono introdotte in Europa nuove spezie, come lo zucchero di canna coltivato largamente a Candia o Cipro, e la preparazione della Teriaca su moltissime variazioni: si passò dai 62 componenti descritti da Galeno, ai 74 utilizzati dalla farmacopea spagnola.

La Teriaca fu trasmessa in tutti i ricettari fino all’Ottocento. Con il trascorrere dei secoli l’interesse per questo farmaco venne meno, ma fino al 1850 lo si preparava ancora a Venezia, dove si produceva la Teriaca migliore. L’ingrediente fondamentale era la carne di vipera, nella convinzione che l’animale conservasse anche l’antidoto oltre al veleno. Le vipere venivano cacciate nei Colli Euganei, l‘animale doveva essere femmina e non gravida, veniva catturata qualche settimana dopo il letargo invernale, privata della testa, della coda e delle viscere, bollita in acqua di fonte salata e aromatizzata con aneto, triturata, impastata con pane secco, lavorata in forme tondeggianti della dimensione di una noce e posta a essiccare all’ombra. Altri componenti utilizzati erano l’oppio, l’asfalto, il benzoino, la mirra, la cannella, il croco, il solfato di ferro, la radice di genziana, il mastice, la gomma arabica, il fungo del larice, l’incenso, la scilla, il castoro, il rabarbaro, la calcite, la trementina, il carpobalsamo, il malabatro, la terra di Lemno, l’opobalsamo, la valeriana, etc. Il composto, per essere totalmente efficacie, doveva maturare per almeno sei anni, e ne durava 36. La Teriaca si assumeva con vino, miele, acqua, o avvolta in una foglie d’oro, guariva da malattie come coliche addominali, febbre, emicrania, insonnia, angina, morsi delle vipere e dei cani, ipoacusia, tosse, frenava la pazzia e risvegliava la sessualità, ridava vigore a un corpo indebolito e preservava dalla lebbra e dalla peste. Il periodo più favorevole per assumerla era l’inverno, mentre d’estate si evitava, se non per esigenze gravi.

Grazie alla Teriaca molti speziali ebbero un gran guadagno, anche a Monselice, in particolare tra XVII e XIX secolo, dove si ha notizia delle ‘spezierie’ più antiche della città della Rocca situate in Piazza Maggiore (oggi piazza Mazzini), operanti dalla metà del Seicento, anche se nei documenti d’archivio compaiono spezierie attive già nel Cinquecento.