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Lapidario romano conservato a Monselice

LA  ROMANIZZAZIONE DEL MONSELICENSE

Dal III sec. a.C. il secolare equilibrio tra Galli e Veneti pare rompersi tanto da rendere necessario l’intervento di un’autorità esterna, Roma, che decreterà la fine dell’autonomia culturale e politica del Veneto preromano e l’inizio di una nuova fase storica. Tale intervento è testimoniato da tre cippi rinvenuti a Galzignano, sul Monte Venda e a Teolo il cui testo ricorda l’opera di arbitrato svolta nel 141 a.C. dal proconsole Lucio Cecilio Metello Calvo intervenuto, su delibera del senato di Roma, per risolvere un contenzioso confinario tra Este e Padova. Due di tali cippi sono conservati nella VI sala del Museo Nazionale  Atestino mentre il terzo si trova al Museo Civico di Padova. In seguito a tale demarcazione territoriale si definirono le competenze di Padova sul bacino termale di Abano-Montegrotto e sulle pendici settentrionali dei Colli Euganei (Bastia e Rovolon) e quelle di Este sulla zona di Lozzo Atestino, Baone, Arquà Petrarca fino a Monselice. Questo processo di romanizzazione, completatosi nella prima metà del I sec. a.C., fu lento e graduale come si deduce da alcune evidenze archeologiche ed epigrafiche rintracciate, tra l’altro, anche sul Monte Ricco dove un sepolcreto a cremazione databile tra il II-I sec. a.C. ha restituito corredi funerari in cui compaiono elementi venetico – celtici e romani.

L’arrivo dei romani, dal punto di vista formale,  è documentato con l’iscrizione di Ateste, tra il 49 e il 42 a.C., alla tribù Romilia e con la deduzione di una colonia di veterani dopo la battaglia di Azio del 31 a.C. Alcuni documenti epigrafici suggeriscono l’appartenenza all’agro di Ateste del territorio di Monselice  ma non sappiamo se qui vi fosse, all’epoca, un nucleo abitato e quale configurazione giuridica esso avesse, ovvero se la presenza antropica assumesse le caratteristiche di un insediamento sparso di tipo rustico. Gli studiosi tuttavia  non escludono per Monselice uno stato di  vicus (villaggio) di qualche importanza in ragione della presenza, attorno alla cittadina, di sepolcreti  con monumenti rilevanti, di toponimi come “Capo di Vico”, “Vico da Pozzo” e soprattutto  della sua posizione topografica e della funzione di snodo che acquisì in rapporto al percorso della prima grande strada di collegamento con il settore nord orientale dell’Italia  tracciata originariamente dal console Marco Emilio Lepido (175 a.C.) e stesa tra Bologna ed Aquileia.

LE STRADE ROMANE

Ricordata dall’Itinerario Antonino del III sec. d.C., la cosiddetta Aemilia-Altinate  passava per Modena, Este, Padova, Altino e Concordia svolgendo un ruolo fondamentale di impulso allo sviluppo e al fiorire dei centri che sorgevano sulla sua direttrice. Il percorso tra Este e Padova, pari a 25 miglia (ca.37 km), è stato ricostruito dall’uscita da Padova per Mandria, Abano, Montegrotto, Monselice, Marendole e Motta fino ad Este.  Altre strade minori percorrevano i Colli Euganei, raccordandosi a questa importante arteria: lo testimonierebbero, ad esempio, un cippo miliare rinvenuto ad Arquà Petrarca (oggi visibile nel sagrato della chiesa parrocchiale), che reca l’indicazione della distanza di sette miglia, probabilmente trasportato qui dalla via Padova – Este o posto su una via che collegava Este ad Arquà Petrarca. Ora, questa naturale “vocazione” di collegamento territoriale del sito di Monselice viene ribadita, tra l’altro, anche da un’iscrizione frammentaria, ancor oggi reimpiegata presso la piccola apertura d’accesso alla Torre della Rocca e attestante suggestivamente la stesura o la manutenzione di una strada:…viam str[avit] da parte di un personaggio di cui non si conosce il nome (per il cattivo stato di conservazione della prima riga) e dal cospicuo numero di stele funerarie che il territorio ha restituito che, come noto, si collocavano ai lati delle strade.

Certamente i Romani sfruttarono anche un’altra importante risorsa economica della zona: la trachite euganea, soggetta ad un’intensa e lucrosa attività di cava che interessò la Rocca al pari di altri colli. I Romani dovettero potenziare la rete stradale intorno alla Rocca, creando diversi tracciati di collegamento con la antica grande via consolare, proveniente da Bologna ed Este, diretta a Padova e poi ad Aquileia. Probabilmente ad una strada che lambiva la Rocca lungo il suo versante occidentale sono da collegare un piccolo sepolcreto romano da tombe ad incinerazione, individuato nell’area dei Tre Scalini, e forse alcuni monumenti funerari di vecchio rinvenimento. Degli insediamenti rurali di allora restano oggi solo pochi siti, costituiti da affioramenti in superficie di reperti archeologici portati alla luce dai lavori agricoli specialmente in località Vetta e Azerdimezzo. La maggior parte delle testimonianze archeologiche di epoca romana sono concentrate tra la fine del I sec. a.C. e il II sec. d.C. mentre a partire dal III sec. d.C. si riscontra  un generalizzato periodo di decadenza dovuto alla nota crisi economica che investì il mondo romano.   

SCAVI DI VIA VETTA

Scavi di via vetta

Nella Primavera del 2001 in occasione dei lavori al canale Desturo hanno portato alla scoperta in località Vetta di una vasta zona di frequentazione rurale che va dal neolitico all’età romana. In quei luoghi infatti erano emersi numerosi reperti di età romana  che fanno supporre l’esistenza in quella località di un insediamento romano di vaste proporzioni. In particolare gli scavi hanno portato alla scoperta di 2 insediamenti di età neo-eneolitica, 3 insediamenti dell’età del bronzo, 3 insediamenti dell’età del ferro, 6 complessi rustici di età romana, 2 aree di necropoli di età romana. Alcuni dei siti sono stati solo sondati, altri sono stati indagati in  maniera estensiva. Tutti sono stati oggetto di schedatura, di documentazione grafica e fotografica.  reperti di questi scavi, di grande interesse storico e talora anche di pregio, rappresentano una significativa campionatura dell’evoluzione della frequentazione umana nella pianura a Sud di Monselice, della quale potranno offrire un quadro completo ed articolato. Analoghi insediamenti rurali esistevano con tutta probabilità anche arzerdimezzo. Possiamo supporre che i terreni di via vetta avessero un efficiente sistema di deflusso delle acque tanto da agevolare la coltivazione dei terreni: La presenza di canale (Il Desturo) metteva

Nella foto è riprodotta  una fattoria romana ricostruita da quello che rimaneva delle fondamenta. Aveva solide mura con sassi di trachite e copertura fatta di tegole

in comunicazione quei luoghi con le cave di trachite di Monselice e le principali vie di comunicazione romane.

 

STORIA DEL LAPIDARIO DI MONSELICE

Nel 1858  l’abate Francesco Sartori nel suo libro ‘Fra Gontarino’ informa che il “Gabinetto di Lettura” si arricchiva di qualche lapide, alcuni dipinti e qualche medaglia di scarso valore, ma sufficiente per dare il nome di “museo” all’improvvisata raccolta. Nel 1867 il Gabinetto di Lettura veniva  trasferito nel restaurato ex palazzo Pretorio e  al pianterreno furono sistemate le lapidi e gli oggetti antichi che nel frattempo stavano venendo alla luce nelle campagne circostanti, grazie all’uso di macchine agricole che aravano il terreno in profondità o dal restauro delle chiese antiche costruite riutilizzando materiali di epoca antica. La raccolta civica rimase lì fino al 1917. Nel maggio 1921 la Giunta comunale spostò il lapidario nella sala d’ingresso delle scuole  Vittorio Emanuele II di Monselice. Ma nel 1980, con l’inizio dei lavori di ristrutturazione della scuola, tutto il materiale fu accatastato presso il castello di Monselice.
Nei anni successivi una rinnovata sensibilità culturale favoriva il progetto di valorizzazione dei beni culturali monselicensi che si concretizzava  in una nuova catalogazione ed inventariazione di tutti i reperti d’epoca romana.  Il progetto si avvalse della collaborazione del prof. Enrico Zerbinati e di altri esperti locali. Dopo due anni di lavoro, svolto sotto la sapiente guida della soprintendenza, tutto il materiale archeologico veniva recuperato e studiato dalla dott. Cinzia Tagliaferro. Contemporaneamente iniziarono anche le operazioni di restauro delle lapidi più rovinate. Mentre l’architetto Massimo Trevisan veniva incaricato dell’allestimento museale. Una prima ipotesi è stata presentata al pubblico domenica 9 ottobre 1994 presso l’ex chiesetta del Carmine, ottenendo ampi consensi. Nel 1998 tutto il materiale antico  fu adeguatamente sistemato in una sala di Villa Pisani. Nel 2012 è stato  sistemato in San Paolo a disposizione dei visitatori.

Lapidario romano di Monselice
Tra i reperti  esposti  troviamo: quattro stele  funerarie, un elemento di altare votivo, 5 termini funerari e un pezzo di monumento funebre che ci permettono di documentare la presenza a Monselice di coloni e soldati romani dal I sec. a.C. al II d.C. Negli anni successivi furono organizzate numerose visite guidate e specifici laboratori di archeologia per le scuole al fine di promuovere l’importante raccolta civica presso le giovani generazioni. Nel 2002 fu stampata la prima guida dal titolo “Monselice romana”, a cura di Flaviano Rossetto. Parte del materiale è esposto nel museo di San Paolo, altri reperti sono conservati  in sei luoghi diversi e precisamente: Pieve di santa Giustina, Castello di Monselice, Museo di Este, Museo di Padova, Museo di Verona e Firenze e museo di Vienna.

 

REPERTI ROMANI DI PROPRIETA’ COMUNALE

 

STELE  FUNERARIA  DI  DRACO

Stele di Draco

Stele in pietra di Aurisina bianca (153x64x22) diagonalmente spezzata in due frammenti ricomposti e con ampia scheggiatura che attraversa il campo epigrafico, mutila inferiormente. Già reimpiegata nel torrione della Rocca e nota fin dal XVII secolo.
DESCRIZIONE: Due paraste scanalate con  capitello floreale delimitano il campo epigrafico e sorreggono il frontone poggiante su un architrave modanato. Al centro del timpano compaiono uno scudo (parma) e due lance incrociate e, ai lati, un elmo con paranuca, paragnatidi e crista a sinistra e un gladius con cinturone (cingulum) a destra. Sui fianchi, in basso, sono visibili gli alloggiamenti per le grappe che fissavano la stele ad altri elementi lapidei facenti parte di un recinto funerario.
TESTO (CIL,V,2511=SI 500) L(ucio) Sincio / Q(uinti) f(ilio) Rom(ilia) / Draconi [f](ilio) /  mil(iti) coh(ortis) [V] pr(aetoriae) / vixit [an(nos)] XXIX / mil[itavit] an(nos) IV / [Sinciae] Q(uinti) f(iliae) / […]lae fil(iae) / vi[xit] an(nos) XXIX / C(aio) Tiburtio M(arci) f(ilio) / Clementi fratri / Tiburtia M(arci) f(ilia) Quarta / [s(ibi) et suis] : “Al figlio Lucio Sincio  Dracone, figlio di Quinto, della tribù Romilia, soldato della V coorte pretoria ,visse 29 anni, milito’ per 4 anni, alla figlia Sincia (cognome illeggibile), figlia di Quinto, visse 29 anni, al fratello Caio Tiburtio Clemente, figlio di Marco, Tiburtia Quarta, figlia di Marco, per sé e per i suoi (fece o pose)”.
COMMENTO: Questa stele è a forma di piccolo tempio stilizzato, con un frontoncino sul quale compaiono un elmo crestato e una spada con cinturone ai lati di uno scudo sovrapposto a due lance incrociate. Tra due colonnine che sorreggono capitelli floreali è presente l’iscrizione posta da una madre, Tiburtia Quarta, per sé e per i suoi: per il figlio Lucio Sincio Dracone, soldato della guardia pretoriana al diretto servizio dell’imperatore, che visse 29 anni e militò per 4 anni; per la figlia Sincia che visse 29 anni e per il fratello Caio Tiburtio Clemente. E’ probabile che questa stele fosse inserita nella struttura di un recinto funerario o di un  monumento complesso, data la presenza ai suoi lati di fori per i perni che la dovevano fissare ad altri elementi lapidei. Il monumento fu commissionato da una madre per sé, per i due figli morti entrambi a 29 anni e per il fratello.
DATAZIONE:  I secolo d.C. 
    

 

 

ISCRIZIONE  FUNERARIA DI   ENNIUS   SECUNDUS 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lastra quadrangolare in pietra calcarea bianca (174x225x27) con quattro incassi quadrangolari ai vertici e due coppie di fori sui lati brevi che ne indicano l’appartenenza ad un monumento o recinto sepolcrale complesso. Già reimpiegata presso la porta di S.Martino e forse proveniente dall’agro patavino, nel 1745 fu portata nella piazzetta della Loggia davanti alla Chiesa di San Paolo.
TESTO (CIL,V,2504): T(itus) Ennius P(ubli) f(ilius) Fab(ia) / Secundus / trib(unus) milit(um) praef(ectus) i(ure) d(icundo) / cur(ator) aer(arii) t(estamento) f(ieri) i(ussit):  “Tito Ennio Secundo figlio di Publio, della tribù Fabia, tribuno militare, prefetto ius dicente, curatore dell’erario ordinò che fosse fatto per testamento”.
COMMENTO: Forse era destinata ad un recinto o monumento sepolcrale complesso, riporta un’iscrizione che ricorda Tito Ennio Secondo, della tribù Fabia e quindi cittadino del municipio di Padova, che fu in vita tribuno militare cioè un ufficiale superiore che aveva il compito di sorvegliare un reparto della legione e di esercitare, nel corso di operazioni belliche, l’effettivo comando operativo. Egli ricoprì anche le cariche municipali di magistrato supremo con funzione di governo e di amministratore della cassa pubblica. La formula finale ricorda infine che egli commissionò il monumento funebre su disposizione testamentaria. La menzione della tribù Fabia, propria della città di Padova, ha fatto supporre che l’iscrizione non sia proveniente dall’agro atestino, ma è anche possibile che si tratti di un cittadino di Padova venuto ad operare e a morire nel territorio monselicense.
DATAZIONE: Prima metà del I secolo d.C.
 


STELE FUNERARIA AD EDICOLA DI CASSIA

Stele ad edicola in pietra tenera dei Berici ( 66×38,5×27) nota fin dal XVIII secolo e infissa in una parete della chiesa di San Paolo.
DESCRIZIONE: Edicola con zoccolo da cui si elevano due pilastini con base modanata e capitello tuscanico che racchiudono la nicchia rettangolare e sorreggono un epistilio bipartito su cui poggia un frontone con modanatura semplice sormontata da sghembi decorati con kyma lesbio. Su quello di destra rimane parte dell’acroterio laterale e al centro due incassi quadrangolari per l’alloggiamento del focus. Ai lati dello zoccolo tracce di fori per le grappe di fissaggio del monumento alla base mancante. Al centro della nicchia è un busto femminile con tunica e palla, tagliato all’altezza del diaframma. La donna porta una pettinatura con scriminatura mediana e bande rigonfie e con la mano destra, portata sulla spalla sinistra, trattiene un lembo della palla. Nel timpano due colombe si abbeverano ad un vaso.
TESTO (CIL,V,2591): Cassia M(arci) l(iberta / Auge : “Cassia Auge liberta di Marco”. 
COMMENTO: Si tratta di un piccolo monumento a forma di tempio con frontone all’interno del quale compaiono due colombe che si abbeverano ad un vaso. Tra due colonnine con capitello è posta una nicchia in cui si trova un busto femminile che con la mano destra trattiene un lembo del vestito. La pettinatura, con capelli divisi da una scriminatura mediana in due bande da cui scendono due boccoli, richiama quella in voga ai tempi di Agrippina Maggiore madre dell’imperatore Caligola. Sotto al ritratto compare l’iscrizione che ricorda Cassia Auge liberta di Marco.
DATAZIONE: Prima metà del I secolo d.C.
 

 

 


STELE FUNERARIA AD EDICOLA DI VITONIUS 

Stele ad edicola in pietra Aurisina bianca (101x55x24.6).
DESCRIZIONE: Edicola con zoccolo modanato da cui si elevano due pilastrini con base modanata e capitello tuscanico che sostengono gli spioventi del timpano di cui rimane l’acroterio laterale. Ai lati restano tracce dei fori per le grappe di fissaggio del monumento alla sua base mancante. Entro la nicchia si trovano due busti di due personaggi, un uomo a destra di cui rimane parte del volto e una donna a sinistra. La donna porta un’acconciatura con scriminatura mediana e bande ondulate morbide che si gonfiano e doppia coppia di trecce calamistrate che scendono sulle spalle da dietro le orecchie ornate da orecchino a forma di goccia. E’ vestita di tunica e palla trattenuta con la mano destra. L’uomo presenta invece un’acconciatura a ciocche che scendono sulla fronte in una frangia liscia e compatta che lascia scoperte le orecchie a vela. Il leoncino acroteriale ha testa eretta e fauci spalancate.
TESTO: Q.Vit[onio—et] / Viton[iae Q.l.] / Iphige[niae] : “ A Quinto Vitonio …e a Vitonia Ifigenia liberta di Quinto”.
COMMENTO: Anche questo monumento funerario è a forma di piccolo tempio con frontoncino su cui poggia un leoncino con le fauci spalancate. Tra due colonnine con capitello si trova una nicchia all’interno della quale compaiono i busti di un uomo e di una donna. L’iscrizione sottostante, molto frammentaria, ricorda un certo Quinto Vitonio e un’Ifigenia liberta di Quinto. Ai lati del monumento compaiono i fori destinati ai perni per il suo fissaggio alla base andata perduta.
DATAZIONE: Prima metà del I secolo d.C.
 
 

 

 

 


STELE   FUNERARIA   CON   3  RITRATTI

Stele ad edicola in pietra Aurisina grigia (60x60x33).
Già reimpiegata nel peristilio della Collegiata di Santa Giustina (secondo un manoscritto di Celso Carturan conservato presso la Biblioteca Comunale di Monselice).
DESCRIZIONE: Edicola su basso podio da si elevano due pilastrini con base modanata e capitello tuscanico che dovevano sorreggere un arco modanato o liscio. Restano tracce dei fori per le grappe di fissaggio del monumento alla sua base mancante. Due incavi quadrangolari posti invece sulla sommità  servivano ad ancorare il coronamento. Nella nicchia stanno i busti di tre personaggi, due giovanetti ai lati di una donna. Essi indossano una tunica su cui si trova un fiore a sei petali e portano la mano destra stesa sul petto o a trattenere un lembo della toga. Hanno capigliature a grossi boccoli che ricoprono quasi a calotta le teste. La donna, con capigliatura a cuffia da cui scendono due boccoli, regge nella mano destra un volumen. Sulle facce laterali rami di fiori e foglie su cui stanno due uccellini affrontati mentre gli acroteri sono costituiti da due sfere.
DATAZIONE: Epoca tiberiana
 

 

 

 


ALTARE VOTIVO DI CASTRICIUS 

 

Altare  in trachite (65x41x21,5) reimpiegato nel campanile della Chiesa di San Tommaso attorno alla metà del XIX secolo.
DESCRIZIONE: Altare con fusto parallelepipedo raccordato alla base da una modanatura; la modanatura superiore e il coronamento sono stati asportati in fase di reimpiego, con perdita dell’angolo superiore sinistro. Sulla sommità presenta un incasso quadrangolare per l’innesto di un coronamento.
TESTO  (CIL,V,2483): Castricius / spongiarius / v(otum) s(olvit) /  l(ibens: “Il venditore di spugne Castricio sciolse volentieri il voto”.
COMMENTO: Si tratta di un altare di forma parallelepipeda, frammentario nella parte sommitale, che riporta l’iscrizione posta dal venditore di spugne Castricio, che sciolse volentieri un voto ad una divinità. Il nome di questa doveva trovarsi nella riga superiore andata perduta assieme all’elemento superiore che andava agganciato al sottostante come testimonia la presenza di un foro per il perno di fissaggio.
DATAZIONE: Prima metà del I secolo d.C.
 
 
 

 

 


TERMINE  FUNERARIO  DI  SATRIUS

 

 

Termine in trachite (134x30x23,5) scoperto nel 1950 in via Palazzetto, n.2 casa Albertin, in località Vetta.
DESCRIZIONE: Termine con parte superiore tondeggiante
TESTO: Vi(vus) f(ecit) / Q(uintus) Sat / rius A / n(ni) f(ilius) lo(cus) sepult /(urae) in / f(ronte) p(edes) XXX / in ag(ro) p(edes) XX :  “Quinto Satrio, figlio di Annio, dispose da vivo il luogo della sepoltura delle misure di 30 piedi sulla fronte e 20 in profondità”.
COMMENTO: E’ una termine rettangolare, stondato nella parte superiore, in cui compare un’iscrizione che ricorda l’acquisto, fatto in vita da Quinto Satrio figlio di Annio, di un terreno destinato alla sua sepoltura delle dimensioni, abbastanza considerevoli, di 9 m sul fronte della strada su cui di norma si allineavano le tombe e di 6 m verso la campagna.
DATAZIONE: Prima metà del I secolo d.C.
 
 
 

 

 

 

 

 

 


STELE FUNERARIA DELLA GENS CRITONIA 

Stele in trachite (98×56,5×20) rinvenuta casualmente nel 1935 durante lavori di scasso in via San Pietro Viminario nella  proprietà Parisen Toldin.
DESCRIZIONE: Stele parallelepipeda
TESTO: M(anius) Critoni(us) P(ubli) f(ilius) / Alenia M(ani) f(ilia) Tertia / M(ani) Critoni M(ani) f(ili) / Clementis (scil.uxor) / L(ucius) Critoni(us) M(ani) f(ilius) / Secundus loq(um) / ustrini vi(vi) f(ecerunt) : “Manio Critonio figlio di Publio, Alenia Terzia figlia di Manio e moglie di Manio Critonio Clemente figlio di Manio, Lucio Critonio Secondo figlio di Manio da vivi costruirono l’ustrino”.
COMMENTO: Si tratta di una stele a forma di parallelepipedo che riporta l’iscrizione dei componenti della famiglia dei Critonii: Manio figlio di Publio, Alenia Terzia moglie di Manio Clemente, e Lucio Secondo i quali costruirono in vita il luogo adibito alla cremazione dei defunti.
DATAZIONE: I sec a.C.
 
 
 

 

 

 


ELEMENTO DI MONUMENTO FUNERARIO ( I.G.n.281905)

Prima facciata: due scudi circolari sovrapposti a due lance incrociate

 

Prima facciata: due scudi circolari sovrapposti a due lance incrociate;  Seconda facciata: una lorica e una manica
 Terza facciata:cespo vegetale con 6 fiori a 5 petali.
 
Altare parallelepipedo in calcare bianco (88x54x45).
DESCRIZIONE: Frammento di elemento parallelepipedo con modanature alla base, coronamento e decorazione su tre lati, mentre il quarto è semplicemente sbozzato. Presenta un perno di ferro su un lato e un foro sull’altro. Il coronamento è costituito da una gola rovescia decorata da un kyma lesbio. Su una faccia, entro specchiatura rettangolare con campo nettamente delimitato da una cornice costituita da una fascia e gola rovescia, sono raffigurati a rilievo due scudi circolare con umbone, sovrapposti a due lance incrociate. Sull’altra faccia, e sempre entro il medesimo tipo di specchiatura, restano una lorica e una manica. Sulla terza faccia, entro specchiatura ad astragali e kyma lesbio è raffigurato un cespo di acanto da cui spuntano due steli che danno origine a sei volute spiraliformi racchiudenti ognuna un fiore a cinque petali e bottoni centrali. Al centro si eleva un altro fiore con piccoli acini. Nella prima facciata  compaiono due scudi circolari sovrapposti a due lance incrociate, nella seconda una corazza e un guanto, nel terzo un cespo vegetale con 6 fiori a 5 petali. La presenza di un perno di ferro sotto le decorazioni del primo e secondo lato, lo qualifica come elemento di un monumento funerario complesso forse circolare o di un recinto sepolcrale, mentre le decorazioni lo riferiscono ad un soldato.

Seconda facciata: una lorica e una manica

DATAZIONE: Fine I secolo a.C.- prima metà I secolo d.C.
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 


FRAMMENTO  DI  ISCRIZIONE

Frammento di iscrizione in calcare tenero biancastro (37.5x38x17) rinvenuto in epoca imprecisata in via Carrubbio reimpiegato in un edificio rustico.
DESCRIZIONE: Frammento marginale destro con bordo verticale.
TESTO:  —— /  [—] V L [—] / [—] Diodorus / [—] Graecus.
DATAZIONE: I secolo a.C
 
 
 

 

 

 


FRAMMENTO DI TERMINE FUNERARIO 

Frammento di termine in calcare tenero biancastro (25.3×23.5×13.5) rinvenuto in epoca imprecisata a Pernumia.
DESCRIZIONE: Frammento marginale destro con bordo verticale di termine.
TESTO: —/ [-] f Prisc[a] / [I]n fr(onte) p(edes) LX / r(etro) p(edes) XLVI  “Prisca figlia di…, Sulla fronte 60 piedi, in profondità 46 piedi”.
COMMENTO: E’ un frammento di termine funerario che riporta le misure dell’area sepolcrale, pari a circa 18 m sul fronte della strada e di circa 14 m verso la campagna, di una certa Prisca.
DATAZIONE: I-II secolo d.C.
 
 
 

 

 


CORONAMENTO DI MONUMENTO FUNERARIO

Coronamento in calcare biancastro( 23x29x13).
DESCRIZIONE: Coronamento di forma triangolare con foro quadrangolare interno per il fissaggio al monumento. Ha la forma di kalathos d’acanto con base a listello piatto su cui si dispone un ordine di foglie, appiattite e con punta arricciata verso l’esterno, separate al centro da una fascia a costolature. Il secondo ordine è formato da elici appiattite spiegate.
DATAZIONE: I secolo d.C.
 
 
 

 

 


TERMINE FUNERARIO

 

 

 

 

 

Termine in trachite (106x39x20) rinvenuto nel 1940 in via San Pietro Viminario nella  proprietà Parisen Toldin.
DESCRIZIONE: Termine con parte superiore tondeggiante
TESTO:  In fr(ronte) p(edes) XX / in agro / p(edes XX : “Sulla fronte 20 piedi e in in profondità 20 piedi”.
DATAZIONE: Prima metà del I secolo d.C.
 
 
 

 

 

 


TERMINE FUNERARIO  (I.G.281902)

 

 

 

 

Termine in trachite (59.5x46x16.5) scoperto nel 1950 in via Palazzetto, n.2 casa Albertin, in località Vetta.
DESCRIZIONE: Termine con parte superiore tondeggiante
TESTO: In fr(onte) / p(edes) XXX : “Sulla fronte 30 piedi”.
DATAZIONE: Prima metà del I secolo d.C.
 
 
 

 

 

 

 

 


TERMINE FUNERARIO  (I.G.n.281906)

Termine in trachite (95×31,5×30,5), rinvenuto nel 1980 in via Moralediemo.
DESCRIZIONE: Termine con parte superiore tondeggiante
TESTO: Q(uo) q(uo) v(ersus) / p(edes) XXXX : “Da entrambi i lati 40 piedi”.
DATAZIONE: Prima metà del I secolo d.C.
 
 


 
ALTARE

 

 

Altare di forma parallelepipeda in calcare bianco di Verona. Si tratta di un monumento che serviva per offerte e sacrifici nel culto sia pubblico che privato e quindi utilizzato per scopo votivo o funerario.  E’ composto da uno zoccolo modanato, da un dado corniciato privo di iscrizione e da un coronamento a cornici modanate su cui compare un focus con pulvini (cuscini cilindrici) laterali.
DATAZIONE: epoca romana
PROVENIENZA: Monselice-Chiesa di San  Tommaso.
 
 
 

 

 


BASSORILIEVO  FUNERARIO

Ganimede rapito dall’aquila di Giove.  Bassorilievo funerario frammentato in pietra calcarea bianca
DATAZIONE:  I secolo d.C.
Provenienza: Monselice – Chiesa di San  Paolo. (rinvenuto nel 2005)
 

 

 


LAPIDARIO ROMANO MONSELICENSE CONSERVATO  NELLA  PIEVE  DI  SANTA  GIUSTINA  A  MONSELICE

CIPPO  OSSUARIO  CILINDRICO

Cippo ossuario cilindrico in pietra tenera di Vicenza ( 58 x 31 di diametro), rinvenuto nel 1927 sulla facciata del Duomo Vecchio e poi portato all’interno.
DESCRIZIONE: Sulla parte anteriore del fusto, decorato con racemi, è una nicchia con rozza figura di uomo paludato certo fatta in epoca medievale forse S. Sabino (?). Il monumento è coronato da un plinto a volute privo dell’acroterio centrale. In basso sono gli alloggiamenti per le grappe che lo fissavano alla base non recuperata. L’iscrizione è incisa sui due collarini.
TESTO: Modestae/ T(iti) Sallonii C(ai) fil(i)  (scil. Servae) / Pollio et Aenius fec(cerunt) “ Pollione e Aenio fecero per Modesta schiava di Tito Sallonio figlio di Caio “
DATAZIONE:  I secolo d.C.
 

 

 

 

 


ISCRIZIONE

Iscrizione  su una lastra di trachite posta all’ esterno  della Pieve di Santa Giustina
 
 


Lapide

Iscrizione viam stravit (Torrione della Rocca)
 
 
 

 Ara  votiva
 

 

 

Ulteriori informazioni  sulle indagini archeologiche sono contenuti  nell’opuscolo ‘Monselice romana’ a cura di Flaviano Rossetto. Qui in formato PDF    Opuscolo ‘Monselice romana’ [qui…] .
Fondamentali rimangono gli studi pubblicati nel libro di Antonio Rigon, Monselice. Storia, cultura e arte di un centro “minore” del Veneto, Monselice, 1994