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Le cave di trachite della Rocca di Monselice nel Settecento

Pubblichiamo un interessante articolo dello storico Raffaele Vergani intitolato “I costo dell’estrazione: cave, frati e polvere da sparo nella Monselice del settecento” nel quale fotografa l’attività nelle cave di Monselice che sperimentano l’uso della polvere da sparo per velocizzare l’estrazione della trachite della Rocca di Monselice. Un saggio molto importante che completa quello già pubblicato nel libro di Rigon sulla storia di Monselice nel quale investigava sulle cave di Lispida. In questo studio Vergani si sofferma su una breve esperienza del­l’uso della polvere da sparo che ha luogo nel 1755-56 in una cava di trachite a Monselice, confinante con il convento di San Francesco (in via San Biagio).

L’uso della trachite – L’estrazione di questa roccia vulcanica, particolarmente pregiata per la sua resistenza alla compressione, all’usura, all’acqua e alla salse­dine nonché per la sua non disprezzabile qualità estetica, gode co­me è noto nell’area dei Colli di una lunga tradizione. Iniziata pro­babilmente in età protostorica, l’estrazione è continuata nell’ età ro­mana lasciando ampie tracce nei manufatti del tempo, strade e ponti, fondamenta e strutture portanti di edifici, acquedotti e macine, e così via. Più tardi, in età medievale e moderna, la produzione si differenzia e il materiale più pregiato, la trachite da taglio, verrà usato largamente oltre che per selciare vie e piazze urbane anche per far mura e porte, pilastri e colonne, soglie e stipiti di porte e finestre nonché altri elementi architettonici. Ma, almeno finora, la prima testimonianza esplicita è costituita da un documento del 1532, dal quale risulta che la fabbrica di S. Giustina in Padova utilizzava allora pietre estratte nella priara ‘dietro al castello di Monselice’. Un secolo dopo Vincenzo Scamozzi menzionerà accanto alle «pietre nere» che si cavano nel colle di Li­spida e si usano per lastricare strade e per difen­dere dal mare i porti e i lidi di Venezia, anche altre pietre un po’ più tenere che si estraggono a Monselice e son dette localmente ‘masegne’.

L’estrazione della trachite a Monselice nel ‘700 – Nella prima metà del Settecento l’attività estrattiva appare ben avviata nella Rocca di Monselice: le fonti segnalano la presenza di almeno una dozzina di cave di trachite, situate in vari punti del colle. All’inizio del 1717, ad esempio, su dodici cave, cinque erano attive. I proprie­tari sono quasi tutti nobili veneziani: vi troviamo i nomi dei Pisa­ni, dei Malipiero, dei Duodo, dei Marcello, dei Renier, a confer­ma che anche in questo settore le risorse naturali della Terraferma erano cadute sotto il controllo pressoché totale dell’aristocrazia della Dominante. Da queste cave, nel corso del 1722, partono a mezzo burchi per il canale di Battaglia una serie di grossi carichi destina­ti alla nuova pavimentazione di piazza S. Marco che si effettua quell’anno. Dalle poche notizie che si hanno circa i metodi di gestione risulta che di norma le cave non venivano sfruttate direttamente dai proprietari, ma date in affitto o a livello a imprenditori-cavatori, perlopiù locali, che pagavano un canone fisso e le facevano lavorare a proprio profitto.

I danni causati dall’uso della polvere da sparo – L’estrazione del sasso ha generato dei conflitti con le proprietà confinanti. Nel 1697, ad esempio, dalla cava lavorata da Antonio Pagani sopra la chiesa di S. Tomio, nel settore orientale della Rocca, si stacca un masso che sfonda la porta della chiesa e infrange una pietra sepolcrale situata all’interno dell’edificio. E negli anni successivi, fino al 1712, ha luogo una lunga controversia circa una cava appartenente alle monache di S. Zaccaria la quale, nella stessa zona del colle, tende a sconfinare verso le proprietà Duodo. Ma l’episodio più significativo riguarda certamente il monastero dei padri minori conventuali di S. Francesco di Monselice, in stretto rapporto con quella che è probabilmente la prima sperimentazione delle mine nell’attività estrattiva dei Colli Euganei. Il convento, poi soppresso dalla Repubblica nel 1769, si trovava dove più tardi sorgerà villa Correr (nei pressi dell’attuale convento di clausura). A ridosso delle mura esterne del convento c’era una cava di trachite appartenente ai Malipiero che metteva in pericolo le mura del convento.

 Nell’era moderna la Rocca ha fornito pietre per la pavimentazione di piazze, per la costruzione delle massicciate che prima dei “Murazzi” proteggevano la laguna e per l’edilizia. Si trattava comunque di “prelievi” contenuti, il salto di qualità nello sfruttamento della collina è databile alla seconda metà del XVIII secolo, grazie all’uso di tecniche innovative come le mine. Da quel momento il sempre crescente quantitativo di roccia estratta inizierà a mettere a repentaglio la sopravvivenza delle strutture murarie presenti sul Minor Colle, rischio che si concretizzerà nel 1820 col crollo di “un buon tratto delle mura a nord” perché “corroso alla base dall’escavazione della Trachite”.
All’epoca gli amministratori di Monselice non furono insensibili al grido di dolore che da tante parti della cittadina si levava verso di loro tanto che il 29 novembre 1840 il Consiglio Comunale di Monselice approvava il Regolamento di Sicurezza ed Ornato, con lo scopo di proteggere “il bello e il piacevole che offre la Rocca”. Cento anni dopo il Podestà Annibale Mazzarolli nel suo “Monselice: notizie storiche” commentava con amarezza che si poteva ammirare “l’efficacia che ebbe il Regolamento”.
Il “bacio della morte” per il sistema fortificato monselicense arriverà dopo la disastrosa alluvione dell’Adige del 1882.
Per evitare il ripetersi di eventi simili il governo italiano avviò un colossale lavoro di ricostruzione e rinforzo degli argini del fiume Adige. Per cercare di evitare i cedimenti venne stabilito che nella costruzione degli argini andavano evitati sabbia e fascine vegetali mentre si doveva impiegare pietra da annegamento per realizzare delle scogliere artificiali che poi andavano ricoperte di buona terra.
Per i lavori erano stati stanziati quaranta milioni di lire. Il governo pagava la pietra da annegamento 2,50 lire al metro cubo ed il ferrarese Giorgio Cini, che aveva sposato la monselicense Domenica Giraldi, proprietaria di una cava sulla Rocca, comprese subiti gli enormi margini di guadagno derivanti dai lavori di costruzione. Assunta la direzione della cava della moglie iniziò, letteralmente, a distruggere il monte, cortine murarie, torri, antiche chiese, interi castelli, tutto svaniva sotto i colpi delle sue mine. Già nel 1888 la produzione della Cava Cini con 38000 metri cubici annui superava quella di tutte le altre cave euganee messe insieme…
Agli inizi del XX secolo dell’antico sistema di fortificazioni che aveva caratterizzato per secoli Monselice restava solo il Torrione Federiciano.
Fortunatamente il grido di dolore dei monselicensi, disgustati dalle devastazioni inferte alla loro collina, fu ascoltato dal Prefetto di Padova che, nel 1902, firmò l’ordine che fermava l’avanzamento del fronte di cava. Negli anni di sfruttamento selvaggio, Cini aveva accumulato una fortuna enorme, che il figlio Vittorio userà anni dopo per una grandiosa campagna di restauro di Ca’ Marcello, prima residenza monselicense della famiglia e poi dal 1980 sede museale. Autore: Enrico Pizzo

Vergani segue la vicenda utilizzando i documenti disponibili. Il saggio integrale è disponibile qui sotto:

http://www.ossicella.it/monselice/wp-content/uploads/2020/03/cave_monselice.vergani.pdf

Invece il saggio pubblicato per la storia di Monselice, curata da Antonio Rigon, qui sotto:

http://www.ossicella.it/archiviowp/Raffaello Vergani.pdf

 


A cura di Flaviano Rossetto, in pieno coronavirus (1° aprile 2020)  info  flaviano.rossetto@ossicella.it https://www.facebook.com/flaviano.rossetto/