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Lo scultore monselicense Paolo Boldrin

Secondo di quattro figli, Paolo Boldrin nasce a Padova il 12 novembre 1887. Il padre Giuseppe lavorava come marmista scalpellino assieme al fratello Camillo a Padova, realizzando lastre decorate e piccole sculture cimiteriali. A inizio Novecento la famiglia si trasferisce a Monselice, dove avvia un laboratorio di tagliapietra e marmorari. In quel periodo, infatti, la città era il regno dei “priaroli”, che scalpellavano la trachite estratta dal Colle della Rocca, mentre anche sul Monte Ricco cominciavano ad essere aperte le prime cave. Il 13 dicembre i “priaroli” celebravano la ricorrenza di Santa Lucia, tradizione che prevede ancora oggi a Monselice la distribuzione del pane benedetto a forma di occhio raggiato. Paolo Boldrin nel 1912 si iscrive all’Accademia veneziana di Belle Arti, allievo del maestro scultore Antonio Dal Zotto, per poi abbandonarla dopo qualche mese. Coinvolto nella Grande Guerra, in seguito riprende gli studi, stavolta a Bologna e incoraggiato dalla famiglia Cini: si diploma al corso superiore di scultura e ottiene l’abilitazione all’insegnamento. L’esperienza bellica rappresenta un passaggio importante nella vicenda personale di Boldrin. Volontario aggregato nel 1915 al battaglione “Bassano” con il grado di capitano, combatte sull’Ortigara, cade prigioniero e viene portato nel campo di concentramento di Mauthausen, che poi sarà uno dei principali luoghi di sterminio del regime nazista nella 2^ guerra mondiale. Qui l’artista modella in gesso il monumento funebre che domina il cimitero di guerra italiano.

Tornato in patria, Boldrin entra nella sezione combattenti di Monselice. Il gruppo nel settembre 1919 divulga un manifesto a favore di Gabriele D’Annunzio e di Fiume italiana. In quel periodo la cronaca locale ospita un importante articolo che elogia il giovane artista monselicense, capace di annoverare nel suo studio già una quarantina di opere. Grazie a una colletta promossa fra gli ex internati, torna a Mauthausen per trasformare in marmo il suo monumento funebre. L’opera viene inaugurata dopo due anni, arricchita da un’epigrafe del poeta Giovanni Bertacchi: «Spinti dalle sorti della guerra / A questi campi stranieri / Accomunati dalla morte / In nuove fratellanze profonde / Figli d’Italia e di Serbia / Qui nell’esilio han pace. / Possano i nudi spiriti / Da un’altra libera dimora / Rivedere ogni giorno / Le dolci patrie lontane». Il 1920 è un anno di svolta per Boldrin. Una scultura viene ammessa all’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. L’artista si trasferisce a Padova e il 25 novembre si sposa con Margherita De Marci, figlia di Luigi, facoltoso commerciante di Monselice: va a vivere in via Tadi, a ridosso del cuore pulsante della città. All’ombra della Rocca sarà però ancora coinvolto in alcune vicende. Tra queste c’è il caso legato alla costruzione di un monumento ai caduti. Boldrin si offre di eseguire l’opera gratuitamente e dopo una serie di dispute, appoggiato dalle sezioni combattenti e mutilati, ottiene la committenza. Nel frattempo è diventato presidente della stessa sezione e quando il re Vittorio Emanuele III nel giugno 1923 giunge a Monselice per inaugurare l’ospedale a lui intitolato viene scelto tra gli oratori ufficiali. In quei giorni è stato in città pure Mussolini, che ha “battezzato” la nuova conca di Battaglia Terme: si vive dunque un clima di fermento particolare.

Intanto a Padova il Fascismo non sta avendo una grande presa fra i piccoli borghesi, gli studenti e gli ex combattenti. Il Fascio si radicherà solo una volta consolidato il regime, quando l’iscrizione al partito diventerà obbligatoria. Le divisioni interne dei vertici pesano, ovviamente in negativo. Da una parte stavano gli “agrari” del giornalista del quotidiano “La Provincia di Padova” Augusto Calore; dall’altra c’era la corrente sindacalista-corporativa guidata da Giovanni Alezzini, maestro elementare di Baone. Su una scena politica segnata spesso da rivalità personali emerge a un certo punto proprio Paolo Boldrin, definito dallo storico Angelo Ventura «un personaggio modesto della burocrazia di partito». Tra il 1926 e il 1928 sono istituite le Consulte municipali, costituite da 28 consultori divisi in due gruppi: dei datori di lavoro e dei lavoratori, individuati tra le organizzazioni fasciste di categoria con il compito di esprimere pareri non vincolanti sui provvedimenti del podestà. Nella Consulta patavina viene immediatamente nominato lo scultore Boldrin, ormai personalità nota in città. A livello culturale Padova nel secondo e terzo decennio del Novecento diventa uno dei principali centri del Nord Est quanto a rassegne artistiche di respiro nazionale e internazionale. Boldrin, spesso, è destinatario di incarichi e committenze, rivestendo ruoli nel Sindacato pittori e scultori. Nel 1939 allestirà la Mostra Triveneta presso Palazzo della Ragione; nel 1940 e ‘41-42 organizza la Mostra del Sindacato interprovinciale, di cui diventa segretario. Nelle esposizioni trovano spazio anche le sue sculture. L’apice della propria carriera politica, però, Boldrin lo raggiungerà il 9 novembre del 1931 con la chiamata alla carica di Federale, cioè segretario provinciale del Pnf, mantenuta fino al 19 maggio del 1934. La sua ascesa testimonia come a Padova il Fascismo sia soprattutto espressione di classe dei ceti medi, più che dell’alta borghesia e dell’aristocrazia (un sostegno rilevante al regime proveniva poi dalla Chiesa). Lo scultore si è messo in luce in un’occasione particolare. Il 13 giugno 1931 cadrà il settimo centenario della morte di Sant’Antonio e Boldrin, accogliendo un suggerimento dello scrittore Ugo Ojetti, propone di organizzare l’Esposizione Internazionale d’Arte Sacra Cristiana Moderna. Per ospitare l’evento viene individuato un padiglione della Fiera campionaria con una superficie di cinquemila metri quadrati. Boldrin, che è stato nominato segretario generale dell’Esposizione, affida l’allestimento a tre architetti. Sarà raffigurata una “chiesa” in stile moderno, essenziale: tre navate, ciascuna divisa in piccole stanze parallele che accolgono i lavori italiani e di altre nazioni. Inoltre nella navata centrale trova posto un grandioso organo destinato a prestigiosi concerti. Partecipano alla manifestazione anche tredici artisti futuristi “benedetti” dal fondatore del movimento Filippo Tommaso Marinetti. L’evento riscuote un enorme successo di critica e di pubblico e porta Padova sotto i rilfettori, consentendole di uscire dal ristretto ambito provinciale.

L’attività di Federale di Boldrin è frenetica. Ogni giorno riceve cittadini, incontra podestà, si muove nella provincia. Un’informativa di fine dicembre 1932 gli aggiunge al consueto titolo di professore quello di commendatore, ribadendo come il segretario unisca a «una solida cultura artistico-letteraria» anche «profonda fede fascista, energia e molto ascendente morale sui dipendenti». Più avanti, invece, gli si rimprovererà di aver assunto a inizio mandato «abitudini lussuriose» e di aver tenuto in pubblico «nella mano destra uno scudiscio che lo rendeva ridicolo». Il 26 giugno 1933 a Padova arriva la notizia del finanziamento di 35 milioni di lire stanziato dal consiglio dei ministri per realizzare il nuovo consorzio edilizio dell’Università, dal 1931 guidata dal rettore Carlo Anti. Alla cerimonia di quel giorno prende parte pure Boldrin, come registrato dalla “Cronaca” del direttore amministrativo dell’Ateneo Ettore Violanti. In breve, però, l’aria per il Federale inizia a farsi pesante. Nel luglio 1933 gira voce di un suo imminente esautoramento. Circola un anonimo memoriale che lo accusa di una lontana militanza antifascista e riferisce che Boldrin sarebbe stato schiaffeggiato in un Caffè di Monselice dallo squadrista Francesco Carraro nel periodo del delitto Matteotti, reo di aver mostrato esitazioni e incertezze. Inoltre gli si imputa di aver «venduto una parte della farina donata da Mussolini all’Ente opere assistenziali, anzichè distribuirla nei pacchi in cui era contenuta e che portavano il nome del Duce». Eppure nel corso del mandato di Boldrin è stato inaugurato il nuovo mercato coperto delle derrate alimentari, riaperto il tribunale di via Altinate distrutto dall’incendio del 1929 e sono state portate a termine altre opere importanti. Ciononostante i mugugni nei confronti del Federale continuano, finché nel maggio 1934 si decide per la sostituzione. Si può ipotizzare che non abbia giovato a Boldrin l’azione condotta per contrastare il crescente malessere di ampi strati popolari. Dal dicembre 1931 vengono istituiti mense a prezzi speciali per gli iscritti all’Opera nazionale dopolavoro e spacci alimentari a prezzi calmierati. La risposta delle classi abbienti alla raccolta volontaria di fondi lanciata dalla segreteria del partito è scarsa. Il Fascio avvia dunque una raccolta di generi di prima necessità al momento del raccolto: ogni agricoltore della provincia deve consegnare due chili di grano per ogni campo seminato. Una simile misura è stabilita anche per il mais. Nel 1933 le quantità vengono aumentate, suscitando malumori che evidentemente giungono presto ai vertici dello Stato. Il 16 aprile 1934 il prefetto Remaccini nella sua relazione al ministero dell’Interno afferma che Boldrin non è sincero, tanto da essersi «conquistato ormai nella massa il nome di Paolo bugia», e sottolinea come da più parti si chieda di provvedere a un cambio della guardia. Un giudizio opposto rispetto ai positivi precedenti, che fotografa le lotte intestine da cui il Fascio locale è caratterizzato. Secondo Alessandro Baù, a Boldrin vanno riconosciuti alcuni meriti: l’aumento del numero dei tesserati e lo sforzo di ridurre il passivo economico della Federazione. La posizione del segretario si indebolisce da quando prova a frenare il predominio dell’aristocrazia di sangue e degli affari. C’è da dire che l’onerosa carica ricoperta non tiene il Federale lontano da Monselice: nel marzo 1933, per esempio, è invitato al grande raduno escursionistico sul colle della Rocca.

Concluso l’impegno politico in prima linea, Boldrin prosegue a operare nel campo artistico. Il 18 ottobre 1935 cinquantuno volontari in partenza per la guerra d’Etiopia vengono salutati dal rettore nell’Aula magna del Bo e qui si inaugura un busto marmoreo di Mussolini creato proprio da Boldrin. Lo scultore compare in un elenco di possibili oratori fascisti da mobilitare in caso di necessità, stilato dal prefetto. Gli sono affidate poi la presidenza dell’Ente provinciale per il turismo e l’incarico di commissario dell’Azienda di cura ad Abano. Gli eventi si susseguono rapidamente: il 25 luglio 1943 il Duce viene arrestato e il regime crolla. Boldrin nel 1944 esce di scena per riemergere negli anni della neonata Repubblica italiana. Fa rinascere la rivista “Pro Padova” e si dedica all’arte, con diverse mostre personali. Appassionato di calcio, per qualche anno diventa vicepresidente dell’Ac Padova, restando sempre vicino all’ambiente sportivo. Muore il 5 gennaio 1965 e la notizia, che si sparge velocemente, suscita un diffuso cordoglio. Su Padova Sport esce un articolo di Carlo Malagoli che lo ricorda con affetto, tacendo la parentesi fascista. Giuseppe Toffanin junior, nello schedario padovano da lui pubblicato, di Boldrin evidenzia «l’iniziale durezza di carattere», come pure «la cortesia d’animo» e la «grande dignità».

Opere

Gli anni Venti e Trenta del Novecento vedono fiorire in tutte le comunità locali i monumenti ai caduti della Grande Guerra. Per via delle scarse risorse economiche comunali, le sculture spesso sono di qualità modesta. A Monselice si vuole qualcosa di artisticamente valido, di conseguenza partono varie iniziative per raccogliere i fondi che servono. Sorgono inoltre alcune diatribe: combattenti, reduci e mutilati appoggiano Paolo Boldrin. Il concorrente più temibile è Giancarlo Milani, insegnante di disegno in città. A un certo punto Boldrin propone di costruire un’enorme statua di soldato in trachite, alta 24 metri, da collocare in cima al torrione federiciano sulla Rocca. Ottiene però il parere contrario di Adolfo Callegari, regio ispettore onorario dei monumenti e scavi, e l’idea viene accantonata. Nel 1924 sarà commissionata l’attuale scultura. Il gruppo, spiega lo stesso Boldrin, si compone di tre figure: due maschi, che simboleggiano la nostra giovinezza, mentre sollevano la Vittoria alata illuminata dalla fiaccola della Fede e una maternità, che rappresenta il sacrificio eroico. Nella parte posteriore si trova invece «un frammento architettonico romano», una grande aquila, «che vuole significare la perenne continuità storica della nostra razza».

Intanto nel 1922 l’artista ha inaugurato a Mauthausen il memoriale dedicato ai caduti italo-serbi. Qui la base in marmo e granito sostiene un gruppo in marmo bianco di Carrara di tre uomini che raffigura la resurrezione. Una curiosità: a Mauthausen Boldrin ha incontrato tra i prigionieri anche Stefano Pirandello, figlio di Luigi, e di lui in quei giorni difficili ha realizzato un ritratto in gesso. In alcune lettere Stefano riserva all’artista monselicense parole di affetto e riconoscenza. Boldrin esercita la propria arte scultorea commemorativa pure a Torreglia e a Piove di Sacco. Nel primo caso crea una stele con due grossi pilastri sui quali, ad altorilievo, campeggiano figure maternali che hanno alle spalle figure maschili e un Cristo benedicente. I pilastri, che poggiano su una massiccia base, sono sormontati da una struttura triangolare: questa protegge l’altare con fiamma bronzea su cui sono state sacrificate simbolicamente le vittime innocenti della guerra. Lo spazio antistante è adibito a lavatoio. Nel secondo caso lo scultore realizza due gruppi di figure: in uno, quello di fondo, delinea Cristo attorniato da anime già entrate a far parte del Paradiso. Nell’altro, in altorilievo, scolpisce uomini e donne addolorati, a rappresentare l’umanità colpita dalla tragedia della guerra. Al centro però c’è un fanciullo, emblema di speranza e fiducia in un futuro migliore. L’opera è in marmo bianco di Carrara, di taglio classico ma con uno spirito di impronta romantica.

Boldrin partecipa come scultore alle Biennali veneziane nel 1920, nel 1924, nel 1926, nel 1932, nel 1934, nel 1936, nel 1938 e nel 1942, ottenendo segnalazioni di sue creazioni in riviste specializzate. Nel 1929 confeziona una Maternità in pietra e inaugura una grande statua marmorea presso la Casa del Clero, sede della Congregazione degli Oblati, intitolata al Sacro Cuore di Gesù. Firma poi una scultura in bronzo raffigurante il Balilla, che troverà collocazione nel Museo del Risorgimento e dell’Età Contemporanea situato nei pressi del Caffè Pedrocchi. L’Esposizione Internazionale d’Arte Sacra gli offre una vetrina prestigiosa e non solo in veste di organizzatore: ai lati del padiglione fieristico c’è una torre sulla quale svetta una sua scultura, Il Santo. In più all’interno sono in mostra una Via Crucis che occupa gran parte del salone centrale, un San Francesco in marmo e un secondo in bronzo. Se Il Santo, raffigurante Sant’Antonio, non convince del tutto, la rivista Padova ritiene invece il marmo francescano «una delle opere più significative» tra quelle in esposizione. Il frate, che ha un viso delineato nei minimi particolari e il corpo stilizzato, è inginocchiato con le mani giunte e lo sguardo verso l’alto. La statua di bronzo, invece, presenta un San Francesco orante, con le braccia sollevate e aperte a invocare l’ascolto di Dio. Le imperfezioni del panneggio comunicano la disarmonia di un uomo combattuto, sofferente, provato.

Una tappa importante nella vicenda artistica di Paolo Boldrin è costituita nel 1932 dalla prima edizione della Mostra triveneta d’arte futurista, inaugurata da Marinetti e organizzata anche grazie al sostegno dello scultore monselicense in veste di Commissario del Sindacato fascista di Belle Arti. Già all’Esposizione Internazionale Boldrin è entrato in contatto con Quirino De Giorgio, allestitore della mostra futurista. Tra i due si crea un rapporto. De Giorgio, costruttore di molte opere edilizie a Padova e provincia, elabora pure un fantomatico progetto di valorizzazione dei luoghi in cui è vissuto il Petrarca, che però non ha seguito. Nel settembre del 1936 a Monselice lui e Boldrin partecipano all’inaugurazione del “Solario Giorgio Cini”, fatto realizzare dal senatore Vittorio Cini alle pendici del Monte Ricco in onore del padre. Il senatore lo ha donato alla Federazione dei Fasci di Combattimento patavina, dopo averlo ingrandito a proprie spese dotandolo di circa 200 letti per poter ospitare anche colonie estive di bambini. Nel 1938 ricorre il ventennale della Vittoria e il re arriva a Padova. Per l’occasione presso la Fiera campionaria si organizza un’importante mostra celebrativa, facendo appello agli artisti padovani. Boldrin crea una statua dedicata a Vittorio Emanuele III.

Il nostro scultore, come accennavamo in precedenza, è presente più volte pure alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia. Nel 1936 per esempio espone due opere, un bronzo intitolato L’arco e una Testa in marmo. Fra le altre statue da lui realizzate negli anni abbiamo il bassorilievo Ecce Homo, quattro Maschere marmoree, una Maternità in pietra d’Istria, una Madonnina in bronzo, un San Sebastiano in marmo molto apprezzato. I critici d’arte a noi più vicini gli hanno riconosciuto «eclettismo»: Boldrin, cioè, «passa dalle rigidezze “dèco” dei primi anni venti a un classicismo filtrato», per approdare a un iperrealismo involontario. Alla metà degli anni Trenta, conclusa l’esperienza politica, riecco opere di carattere religioso: la Statua antoniana donata alla Basilica del Santo nell’ottobre del 1935, il ligneo Ritratto di San Francesco nell’omonimo convento trevigiano o la Testa in marmo con lo stesso soggetto accolta nella Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Latina. Nel 1936 viene scolpita un’altra statua di Sant’Antonio, offerta dai rurali padovani ai contadini trasferitisi in Africa Orientale a dissodare le terre conquistate. Nello stesso anno il podestà di Brunico propone a Boldrin di realizzare un monumento dedicato alla divisione alpina “Val Pusteria”, all’epoca impegnata in Abissinia con al suo interno anche soldati sudtirolesi. L’opera, alta sei metri, è inaugurata nel 1938: raffigura un alpino armato rivolto verso il confine settentrionale, a richiamare l’annessione dell’Alto Adige e la sua italianizzazione. Verrà abbattuta nel 1943, la stessa sorte conosciuta da tanti simboli legati al periodo della dittatura. Dello scultore monselicense resta anche nel cortile nuovo del Bo, a Padova, la statua di Minerva-Vittoria, letta quale riferimento alle guerre d’Africa e di Spagna. L’opera si inserisce nel vasto rinnovamento artistico e architettonico dell’Università patavina sotto la guida di Carlo Anti.

Il 10 giugno 1940 il Paese entra nella Seconda Guerra Mondiale. Boldrin, dopo aver organizzato un’ultima “personale” presso la galleria “Le Tre Venezie” tra aprile e maggio del 1943, si ritira ad Abano. Dove, già nel 1942, ha scolpito in pietra la classicheggiante Igea, dea della salute nella mitologia greca: la statua è collocata oltre l’ingresso della sorgente termale di Montirone. Nel 1954 la comunità aponense tiene a battesimo il nuovo Cinema Teatro: ci sono sculture e dipinti dell’artista di Monselice, che viene chiamato in seguito a modellare il Monumento a Cristoforo Colombo, commissionato da un emigrante tornato dall’America. Al centro di uno specchio d’acqua si vede la prua di una caravella, a bordo della quale si staglia la figura elegante del navigatore genovese mentre scruta l’orizzonte. Nel 1958 a Boldrin è affidato l’incarico di delineare un busto del generale Armando Diaz, succeduto a Cadorna al comando dell’esercito italiano dopo il disastro di Caporetto. L’opera è inaugurata il 25 ottobre nel parco dell’Azienda di cura per commemorare il quarantennale dalla conclusione della Grande Guerra.

Nel 1997 la Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo promuove una mostra relativa alla propria collezione d’arte del Novecento. Nella sezione riservata agli scultori è presente La Centenaria di Paolo Boldrin, una testa bronzea senza data a cui si affiancavano Le Sibille di Giancarlo Milani. Nel cimitero maggiore di Monselice vi sono alcuni manufatti artistici del nostro scultore. Il primo è la propria Tomba, pensata all’inizio per la moglie Margherita, rappresentata sulle pareti tra le anime che risorgono accanto al Cristo crocifisso. Il secondo è la raffigurazione marmorea del Tempo, sopra la tomba della vecchia famiglia Ghiraldini: un personaggio barbuto simile a un filosofo antico, che medita sulla brevità della vita opposta alla fame di immortalità degli esseri umani. C’è poi una Donna in mesta contemplazione, mentre prega, che troneggia sulle spoglie della famiglia Antonio Menesello. Un’altra statua in marmo è inclusa in un capitello di stile composito, sopra il sepolcro votato ai familiari di Massimiliano Andolfo: si tratta di una Figura Femminile dal viso giovane e malinconicamente dolce, che tiene in una mano un mazzetto di fiori recisi, allusione a un’esistenza spezzata. Infine va citata la Mater dolorosa di bronzo che stringe al seno e protegge le sue creature, ordinata dalla famiglia Belluco: creazione forse anticipata da una Madonna che ha ai propri piedi il Cristo crocifisso realizzata per una tomba a Piove di Sacco. In un angolo nascosto di piazza Ossicella, di fronte al Vicolo delle Mura, si trova invece un capitello marmoreo di Sant’Antonio di Padova. Sembra che sia stato firmato sempre da Boldrin: è la tradizionale iconografia del Santo che sorregge Gesù e nella mano destra ha un giglio, simbolo di purezza. A quest’opera la scrittrice Antonia Arslan ha dedicato un elzeviro. La stragrande maggioranza delle sculture di Paolo Boldrin vede la luce nel laboratorio di Monselice con il supporto del fratello Romeo. Da questa bottega, frequentata pure da giovani allievi, proviene la Figura angelicata situata nel cimitero di Tribano. La morte coglie lo scultore ricco di un rilevante deposito di opere, oltre centocinquanta. I principali materiali da lui utilizzati sono gesso, terra, creta, ceramica, porcellana, pietra, marmo, rame, bronzo, bronzo dorato, ferro, intrecci di rete, lamiera, colla, legno, pegno dorato. Le somme di denaro indicate nella stima notarile variavano da venti a cinquantamila lire per i pezzi di valore inferiore, salendo a centinaia di migliaia per le sculture vere e proprie. Tra i soggetti delle opere, troviamo animali, vita quotidiana, volti di donne e uomini, i nudi, il tema religioso, personaggi noti (da don Bosco a Carducci), mentre le denominazioni suggeriscono un’importante ricerca introspettiva (Verso l’ignoto, Disperazione, Umiltà). Alcuni titoli rimandano anche al Futurismo: non a caso Boldrin frequenta a Monselice le mostre promosse da Italo Fasolo e Corrado Forlin, fondatori locali del movimento. A partire da quella del 31 ottobre 1936, inaugurata presso la sala Garibaldi del palazzo comunale medievale. Marinetti non partecipa alla cerimonia, ma sarà nella città della Rocca in svariate occasioni.

Conclusioni

Boldrin fu vero scultore? Non è facile dare una risposta conclusiva. Gli scarsi cenni critici presenti nella biografia storico-artistica veneto-padovana patiscono probabilmente una preclusione ideologica dovuta al passato politico dello scultore. Alcuni studiosi gli dedicano giudizi positivi, anche se brevi. Fu vero fascista? Rispondere a questa domanda è ancora più problematico. Osservando il panorama culturale del tempo, ricordiamo le già citate mostre futuriste a Monselice: la terza, battezzata nel gennaio 1938, segna il vero decollo nazionale. Gli espositori sono oltre una decina e l’evento diventa itinerante toccando Adria, Legnago e Cagliari, raccogliendo adesioni pure da Vicenza, Padova e Milano, e radunando un manipolo di giovani monselicensi: Riccardo Averini, Rolando e Onofrio Dainese, Ferruccio Ganzarolli e Giuseppe Dall’Angelo. Nello stesso anno, ad agosto, viene organizzata una serata di poesia all’ombra della Rocca per celebrare il terzo compleanno del gruppo futurista locale. Gruppo che, intitolato a Gioacchino Savarè, sconosciuto poeta caduto in Africa Orientale, il 10 giugno 1940 in una piazza affollata, dove risuonano canti patriottici e inni alla guerra, esorta ad arruolarsi volontari. L’ottobre seguente, in occasione della settima mostra, le 62 opere esposte (tra cui il Duce a cavallo, Iconografia di Mussolini e Duce sintetico) sono collocate lungo le vie della città, così da essere ammirate dal dittatore in visita. Il gruppo negli anni mette dunque sempre più da parte la creatività per intraprendere operazioni propagandistiche. Marinetti in “Da Monselice” si rivolge ai combattenti definendoli eroi e incitandoli alla battaglia; Forlin è richiamato alle armi alla fine del 1942, parte per la Russia e non tornerà; Fasolo viene catturato nel 1943 in Istria dai tedeschi e forse perde la vita nel corso di un attacco partigiano; Averini dopo la guerra si dedicherà alla carriera diplomatica; Ganzarolli passa con i partigiani garibaldini e di Dall’Angelo si perdono le tracce. È la fine del Savarè. L’arte “fascista” ha subito un’epurazione postuma, conosciuta pure da Boldrin, ma non con tutta la sua arte. Questa, infatti, si è fatta imbrigliare solo in piccola parte nella retorica del regime, mantenendo intatta l’ispirazione. Di seguito riportiamo integralmente le conclusioni tratte in proposito da Roberto Valandro nel suo libro. “Ho domandato a uno dei superstiti vecchioni, testimoni della guerra mondiale e della guerra civile scoppiata in Italia dopo l’8 settembre 1943, lui stesso giovanissimo e veritiero partigiano, perchè personaggi come Paolo Boldrin o Annibale Mazzarolli avevano potuto recuperare in breve tempo, spazio e considerazione nella nostrana società rinnovata (purtroppo non del tutto né in profondità) dalla democrazia. La risposta è stata lapidaria: «Perchè in fondo non avevano fatto direttamente del male a nessuno». Chissà, forse ha colto nel segno pure Carlo Malagoli componendo la celebrativa epigrafe del Boldrin in quell’ormai lontano 9 gennaio 1965: «Il suo vigoroso temperamento, la fiducia – mai offuscata – nei valori fondamentali della vita e della dignità umana gli permettevano di guardare al futuro con lo sguardo limpido della speranza più viva».