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Loggetta ex Monte di Pietà

In elaborazione

E’ situato all’inizio della via romana che porta al santuario giubilare delle sette chiesette. L’edificio  è stato costruito nel 1453 nelle forme tipiche dell’architettura tardogotica con bifore trilobate. Nel seicento è stato costruito il secondo piano servito da una scala esterna a balaustre protetta da una loggetta d’angolo sorretta da 6 collone d’ordine  ionico. Trascriviamo la lunga ricerca del Carturan contenente molte notizie storiche sul ‘vecchio centro’ storico di Monselice

Il Gloria nel suo Volume “Il Territorio padovano” così scrive: “Nella visita fatta in Monselice del Vescovo Barozzi il 16 settembre 1489 leggiamo, ch’egli persuase il popolo da lui convocato ad espellere gli Ebrei e a non permettere l’usura. Questa espulsione deve aver concorso alla fondazione del Monte di Pietà”.
Questo seme, per fruttificare, ebbe bisogno di oltre 60 anni di attesa poiché , come vedremo più innanzi, l’istituzione del Monte in Monselice, avvenne nel 1552. Del resto sarebbe stato per lo meno strano che nel 1489 si fosse istituito il Monte mentre soltanto dal 1490 in poi incomincia l’azione a Padova di Fra Bernardino da Feltre a cui si associa lo stesso Barozzi e mentre soltanto nel 1491 poté sorgere il Monte di Padova.
Il Santo Monte di Pietà di Monselice, per quanto la tradizione passata di età somministra, trasse la sua istituzione dal sale e pietà appunto degli abitanti del paese stesso verso dei poveri e miserabili villici, che per la grande carestia ed eccessivo incarimento dei generi di prima necessità seguita nei tempi più remoti, si portavano dalle campagne e dai monti a questa volta di traccia di provvedimento e di soccorso. Allora fu che concorrendo li Benestanti e facoltosi del Paese medesimo a somministrare al locale Civico Consiglio di qui tempo non si sa se a Mutuo, ovvero a puro e grazioso imprestito delle somme di denaro, con cui sovvenire le indigenze e miserie dei medesimi, non avendosi negli Archivi di questo Comune tracce di sorte alcuna nel proposito, mentre sonosi smarrite le carte per l’incendio seguito nel tempo delle antiche guerre d’Italia.
Col fondamento e soccorso pertanto di tali sovvenzioni e suffragi giova di credere che sia stato eretto ed istituto questo Pio Luogo nella Casa della Comune ove attualmente esistr r fu von tal peculio proseguita come rivelasi dagli atti del Consiglio stesso, l’opera meritoria delli cos’ detti in allora Sindaci del Consiglio medesimo, sostenendone essi con qualche metodo e disciplina la direzione ed azienda.
Riformato coll’andar dei tempi, ed ampliata furono le regole disciplinarsi di questo Pio Istituto a merito delle Deputazioni che si ebbero di tempo in tempo la direzione e governo, come risulta dal Capitolare del Monte stesso, approvato dall’ex senato veneto con suo decreto 1742. Con esso si stabiliva la Presidenza nelle figure dei Deputati pro tempore del Consiglio medesimo ed affidava l’azienda del Pio Luogo alla direzione del seguente ministro.
Di un Massaro coll’obbligo della custodia del denaro e de Pegni d’un Scontro che trascrive in appositi libri li Pegni e le riscossioni che vengono fatte dal Massaro stesso, di un stimador, che non può per legge dar sopra de’ Pegni che due soli terzi dell’intrinseco valore, di un Notaro che assiste agli incassi e deve trascrivere in apposita vacchetta li Pegni che vengono venduti, di due Cassieri e finalmente di un quadernier che tiene la scrittura ed a tempi stabiliti dalla Legge fra gli opportuni incontri e bilanci.
Deve il Massaro cauttar il suo maneggio con una idonea pieggieria di ducati 2000 e lo Stimador di ducati 500 le quali perché abbiano effetto si assoggettano all’approvazione del Consiglio e non sono valide se non vengono approvate in due parti dai voti del Consiglio stesso al quale incombeva la nomina ed elezione di tali ministri e degli altri inservienti al Monte medesimo………
……
Le condizioni finanziarie del nostro Monte di Pietà non sono mai state floridissime ma però esso ha sempre, fino al periodo della prima guerra mondiale, soddisfatto nel miglior modo possibile alle esigenze della popolazione. Si fu appunto durante la grande guerra e negli anni immediatamente successivi che esso venne a trovarsi in grave disagio economico tanto da averne minacciata la propria esistenza. L’Amministrazione del tempo, preoccupata per le aspre conseguenze che sarebbero derivate dalla chiusura del Monte prese accordi per un diretto intervento del Monte di Pietà di Padova. In seguito a ciò con Regio Decreto I maggio 1922 il nostro Monte veniva raggruppato nel Monte di Pietà di Padova sotto la gestione del Consiglio Amministrativo di quest’ultimo Istituto. Avvenne così che il Monte di Padova poté ravvivare, se non addirittura istituire, presso il nostro Istituto la sezione Credito in modo da sopperire ai disavanzi che presentava la sezione Pegno.
L’ufficio della Sezione Credito venne aperto, con opportuni adattamenti, nella sala terrena, dapprima adibita alle Aste, del fabbricato ogivale di sede, prospiciente la Piazza Vittorio Emanuele II° , tra la soggetta e lo stabile Vallanzasca. I provvedimenti così adottati lasciavano sperare nella possibilità che la Sezione Pegni potesse continuare nel suo funzionamento quando con regio Decreto 17 agosto 1928 n. 2125 il monte di Pietà di Padova, già classificato di prima Categoria ai termini del regio Decreto 14 giugno 1924 n. 1396, venne assorbito dalla Cassa di risparmio di Padova e Rovigo.
L’assorbimento virtuale si effettuò sul 1926 ed il Regio decreto del 1928 non venne che a legalizzare il già avvenuto cambiamento. Emanatosi il detto Decreto 17 agosto 1928 n. 2125, sorse il problema sulla destinazione del Monte di Pietà di Monselice il quale, essendo classificato di seconda categoria e quindi soggetto alle leggi sulle Opere pie, non poteva essere assorbito dalla Cassa di risparmio. Dopo varie pratiche esperitesi fra i Ministeri dell’interno e dell’Agricoltura e Foreste la Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo venne dalla Autorità centrale prospettato, come unica soluzione possibile, la necessità del concentramento del nostro Monte di Pietà nella Congregazione di carità. Quest’ultimo Istituto però, (eravamo arrivati, durante le more di tali pratiche, al 1933) considerando che a 31 dicembre 1931 la situazione finanziaria del Monte presentava un disavanzo di L. 8725,57 dopo che era già stato, delle precedenti annuali perdite, assorbito il preesistente patrimonio di L. 46.125,81 e considerando inoltre che le perdite annuali di gestione si aggiravano sempre sulle otto mila lire.- Faceva noto all’Autorità Superiore che il concentramento del monte non solo non avrebbe dato alcun beneficio patrimoniale alla Congregazione ma avrebbe posto questa sul grave dilemma o di sopperire agli annui disavanzi del Monte depauperando lo scarso patrimonio e sottraendo le modeste sue rendite alle opere di proprio istituto o di chiudere definitivamente il Monte producendo notevolissimo danno alla popolazione in genere.
Proponeva quindi la Congregazione, in seguito a conformi accordi con la Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo “fosse tolta al Monte ogni personalità giuridica e con opportune modalità venisse il Monte affidato alla Cassa di Risparmio che lo avrebbe gestito come una propria Agenzia. La Cassa di Risparmio avrebbe condonato ogni disavanzo risultante dalle gestioni del monte ritenendo a proprio carico ogni passività.
Il Regio Ministero annuiva a questi concetti ed invitava la Congregazione a promuovere le pratiche per la trasformazione (e non il concentramento) del Monte a favore della Congregazione stessa con obbligo di devolvere le eventuali rendite disponibili del predetto Monte per scopi elemosinieri generici.
La Congregazione, nel mentre preparava gli atti per la trasformazione del Monte, faceva verso al Comune e verso alla Cassa di Risparmio, ogni riserva sui diritti che ad essa sarebbero derivati sul fabbricato di Sede del Monte in parziale proprietà del Monte stesso.

Sulla facciata di tramontana del fabbricato ogivale che ospitò fino al 1934 il Monte di Pietà si leggeva, prima che si iniziassero i lavori di riduzione ad Ufficio Postelegrafico ed a Biblioteca comunale, in una striscia di pietra, la seguente iscrizione: SACER MONSPIETATIS MDCXXV
Questa data (1625) fu da taluni interpretata come l’epoca di istituzione del Monte. L’erroneità di tale opinione appare evidente dai documenti sopra riportati da cui risulta che il Monte fu fondato nel 1552. Altri ritennero invece che l’anno 1625 indicasse l’epoca in cui il Monte trasportò in quel fabbricato la sua Sede. Anche questa opinione non è esatta.
Ci sforzeremo a dimostrare le varie fasi subite dalla sede del Monte valendosi dei pochi documenti che abbiamo potuto rintracciare e basandoci su fatti ed argomentazioni che crediamo corrispondenti a verità.
Quali furono i locali occupi da quest’Istituto nei primi momenti di sua fondazione? La risposta ci è data dal registro Mandati del Comune che va dal 1559 al 1576 e che noi abbiamo pazientemente scartabellato nella certezza di trovarvi , come infatti vi abbiamo trovato, importanti dati storici. Risulta infatti da esso che nel 14 febbraio 1565 fu “pagato a Bernardo Fornasiero per quadrelli e calcina per la Camera dei pegni nella Torre dell’ore…. “ e che nel 19 febbraio dello stesso anno “fu selciata la Camera dei pegni e fatti i banchi sotto la Lozeta”. Nel 29 gennaio 1564 troviamo pagamenti fatti a Francesco Muraro per apertura della porta a sinistra sotto la Torre delle Ore.
Da tutto ciò appare evidente che nei primi ani di vita al Camera dei Pegni, poi chiamato Mote di Pietà, aveva trovato modesto suo posto nello stanzone a pianterreno della Torre dell’Orologio con ingresso alla porta di sinistra che ha sempre poi servito di accesso al locale stesso per gli altri usi a cui fu questo (come vediamo altrove) successivamente adibito, fino a questi ultimi anni quando, come è detto in altri capitoli, fu demolita la Soggetta e murata la porta stessa. Sotto la Soggetta appositi banchi servivano per le pratiche di pegno tra impiegati e pubblico.
Per quanto tempo la Camera dei Pegni è rimasta in quel posto? La mancanza di una precisa documentazione ci vieta di rispondere con esattezza alla domanda ma possiamo però farlo con una certa a prossimità. Infatti nella Raccolta Atti Notarili della Comunità leggiamo di un documento la seguente intestazione: “ 1603 – in giorno di zobbia li 18 settembre in Monselice nella Camera dei pegni posta sopra la Piazza che guarda la Loza Grande…. “
Dunque già nel 1603 la Camera si era trasferita in una parte del fabbricato che fu poi sua sede fino al 1934 poiché infatti la Loza Grande dirimpetto alla quale essa Camera era allogata, sorgeva , vediamo negli appositi capitoli, dove attualmente ha sede il Municipio. Negli estimi del 1615 figura certa Lugrezia Bruscha quale proprietaria di una bottega divisa in due parti confinante “con la Comunità da una parte, da un’altra con la Camera dei pegni e dalla altre due parti de Piazze”. E’ facile identificare questa bottega. Essa corrisponde perfettamente alla bottega sotto la Logegtta del’ex Monte di Pietà la quale, ancor oggi divisa in due parti, confinava e confina tuttora a levante col fabbricato ogivale in proprietà allora ed adesso della Comunità, a mezzogiorno col prolungamento di detto Palazzo verso Piazza V. E. II° (nel qual prolungamento doveva infatti trovarsi la Camera dei pegni) a ponente ed a tramontana con le piazze ora Vittorio Emanuele II° e Municipio.
Però è meglio intendere tutto quanto concerne il trasferimento della camera dei pegni e le successive modifiche e passaggio di sede occorre che noi facciamo un poì di storia, diermo così, tecnica del palazzo Ogivale ex sede del Monte di pietà ed ora ridotto ad Uffico Postelegrafico ed a Biblioteca Comunale.
Quel fabbricato, prescindere dalla sua trasformazione effettuata nel 1939 su progetto e direzione dell’Ing. G.B.Rizzo (mio genero) fu indubbiamente costruito e riordinato in vari tempi. Il pianterreno opera del 1300, consisteva, all’epoca della sua costruzione in un unico ambiente la cui lunghezza dell’attuale Via Duomo si svolgeva fino all’inizio della Soggetta o meglio all’ingresso di questa. L’accesso era dato dagli archi tuttora esistenti e che sono stati riaperti appunto nella trasformazione del 1939. Per un tratto di tempo la costruzione venne limitata al pianterreno soltanto, in stile romanico-gotico, cosicché il locale avrebbe avuto l’aspetto di quello che ora si direbbe un mercato coperto. L’area in cui esso era stato edificato avrebbe corrisposto, giusta quanto afferma il Gloria, all’antico Foro. Infatti il Gloria nel suo Territorio Padovano così si esprime parlando di Monselice e descrivendo la parte edilizia. “” Al paino in sulla piaza presso la chiesa di S. Paolo è l’antica sede degli uffici, probabilmente nel luogo stesso, ove ergeasi l’antico Foro che il brunicci rinvenne colà ciò che si è detto, in un documento del 1013. Oggi vi trovi il Monte Pietà, uno dei più antichi che presta al 6%.””.
Osserviamo però che il gloria erra nell’affermare che l’antico Palazzo degli uffici travasasi nel Palazzo che fu sede del Monte e che noi stiamo illustrando. L’antico palazzo degli Uffici ergevasi invece a pochi metri di distanza laddove, come diciamo in vari capitoli fino al 1939 avevano sede la Sala Garibaldi, il Gabinetto di lettura e le Carceri mandamentali il quale fabbricato fu demolito per dare opportuna visibilità al castello Cini.
Dopo pochi anni dacchè era stato costruito il pianterreno del Palazzo Ogivale, si provvide all’innalzamento di un paino adottandosi uno stile diverso e cioè stile moresco proprio di quel tempo.
La differenza dei due stili indicherebbero due diversi periodi di costruzione ma siccome la forma ed il sistema costruttivo di ambedue i paino possono considerarsi identici, crediamo di poter insistere della quasi contemporaneità delle due opere. Potrebbe si giustificare il fatto ammettendo che il pianterreno sia stato opera dio un tecnico di antico stampo, di quando cioè il gotico stava ormai per lasciare campo libero al nuovo stile – mentre il primo piano potrebbe essere stato progettato da un architetto di più moderne idee.
L’accesso al primo piano era dato da una scala interna che si svolgeva, annessa al muro perimetrale, in due rampe e cioè la parte superiore dal lato di levante e la parte inferiore dal alto di tramontana. Di questa scala un tratto è ancora conservato.
Dire a quale uso servissero i due piani di quel fabbricato, non è facile di precisarlo perché documenti in argomento non esistono. Però da qualche notizia inserita negli atti pubblici del tempo e da varie altre argomentazioni che si possono dedurre dalla conformazione dello stabile, si può arguire che il pianterreno avesse servito al pubblico come locale per affari e contrattazioni ed il piano superiore consiste in una spaziosa sala, fosse stato adibito al luogo di riunioni ed udienze ufficiali data per di più la prossimità del Palazzo Pretorio.
Durante il secolo XVI il fabbricato venne prolungato, verso Piazza, di una stanza per ciascuno dei piani e precisamente per quel tratto a cui è stata appoggiata la Loggetta. Il nuovo locale a pianterreno dovette servire a dare maggior capienza al pubblico ritrovo o pubblica galleria mentre la stanza superiore ebbe lo scopo di dare migliore assetto alla Camera dei Pegni togliendola dal provvisorio locale sotto la Torre di piazza. Ciò deve essere avvenuto circa il 1573. Senonché dovette presentarsi un po’ imbrogliato il problema di accesso alla Camera dei Pegni. Una diretta comunicazione tra i due piani del prolungamento specialmente per ragioni di spazio, sarebbe stato impossibile ed altrettanto impossibile dovette sembrare la soluzione di stabilirne l’accesso attraverso la sala delle Udienze e degli Uffici costituenti il primo piano del palazzo Ogivale. Si venne così nella determinazione di dare ingresso alla Camera dei Pegni mediante una ostruzione esterna. Si ideò quindi la costruzione della Soggetta mettendosi molto probabilmente d’accordo con una ditta privata la quale avrebbe dovuto ricavare sotto la Soggetta qualche locale ad uso di negozio riservando alla Comunità il diritto di usare del coperto come pubblica Loggia e di adattarvi ogni ulteriore opportuna costruzione. La ditta privata che dovette prestarsi a tale combinazione fu con quasi certezza la Famiglia Brusco che godeva in quel tempo di abbondante possidenza. La Loggia sovrastante alle botteghe in un primo tempo, o fu lasciata scoperta o fu riparata dalle intemperie in modo provvisorio.
Tutto ciò quindi spiega quanto è riferito dal documento del 1603 e dall’estimo del 1615, notizie che abbiamo in precedenza riportate e che riguardano appunto la posizione della Camera dei Pegni di fronte alla Loza Grande (ora Fontanao) e la bottega in due vani di proprietà di Lugrezia Bruscha ricavata nella costruzione della Loggetta. Tale Loggetta e sottostante bottega devono essere state costruite nel 1573. Infatti nel Registro dei Mandati degli anni da 1559 a 1576 risulta che nel 1573 furono fatte spese varie di falegname, muratore e pittore, per costruzione di Loza grande. Quale poteva essere questa Loggia? Non la Loggia Bolano perché questa fu edificata nel 1470, né può intendersi che essa sia stata riattata o rifatta poiché il registro mandati parla di costruzione e non di ricostruzione restauri o rifacimenti. Non la loggia piccola appoggiata alla Torre di Piazza perché costruita nella prima metà del secolo XV “Appresso la Porta che va al Borgo Isola” come si ricava dall’ittinerario di Marin Sanuto (1483). In ogni caso tale loggia è sempre qualificata negli atti e registri come Lozeta o Loza Piccola e non Loza Grande come appare nei mandati del 1573.
Della porta d’accesso dalla Loggetta alla Camera dei pegni si vedono tuttora le tracce.
Quando e da quale artista furono eseguite (a prescindere dalla deformazione subita posteriormente con la costruzione della scala di accesso al secondo piano, come vedremo in seguito) le opere di finimento della Loggetta in modo da farne anche oggidì tema di ammirazione per il puro senso artistico da cui furono improntate? Per al solita mancanza di documenti positivi e definitivi ricorriamo anche qui alle tradizioni ed a logiche deduzioni e considerazioni. Una tradizione antica si può dire, quanto la Loggetta stessa, vuole che autore del concetto artistico che ha ispirato l’architettura della parte superiore della Loggetta (dicemmo già che in un primo tempo la Loggetta era stata limitata alla sola terrazza e ripari provvisori) appartenesse al celebre architetto Vincenzo Scamozzi (1552-1616). Noi sosteniamo la piena fondatezza di questa tradizione e ne diciamo subito i motivi. Perché una tradizione riferibile ad un fatto non astratto ma concreto, insista attraverso generazioni e secoli, bisogna che essa abbia reali fondamento perché nessuno avrebbe potuto cervelloticamente attribuire un’opera d’arte ad un illustre artista né i contemporanei ed i posteri avrebbero potuto altrettanto cervelloticamente continuare ad affermare il valore e la credenza. E’ d’altronde positivocce una egregia concezione artistica quale si presenta la Loggeta (spogliata dalla deturpazione della scala posteriore aggiunta) non può essere opera di un tecnico di secondo ordine mentre invece può dirsi, senza tema di parer contrario, che essa non stona affatto annoverandola fra le opere dello Scamozzi. Ma l’argomento più importante è per noi, anzi, diciamo pure, definitivo, che ci convince sulla veracità della tradizione, si è fatto che in sulla fine del secolo XVI° ed in principio del secolo successivo, è cioè proprio nel tempo in cui la Loggetta è stata costruita, lo Scamozzi trovatasi a Monselice. Infatti, pubblicatosi il Breve Pontificio 12 dicembre 1592 con cui Clemene XIII° accordava la demolizione della antica Chiesa di S. Giorgio alle falde della Rocca, Francesco Duodo, nel 1593. commetteva allo Scamozzi – che allo stesso Duodo aveva edificato il Palazzo a Venezia in S.Maria Zobenigoe – la ricostruzione della Chiesa stessa e l’annesso Palazzo, opere che tuttora noi ammiriamo. Lo stesso Scamozzi progettò successivamente, per conto di Pietro Duodo, le sei Cappelline che con la Chiesa di S.Giorgio, costituiscono il nostro insigne Santuario detto “Le sette Chiese”. ….
…. E’ quindi tutt’altro che improbabile che lo Scamozzi, durante la sua permanenza a Monselice, sia stato sollecitato a disegnare ed a progettare gli archi di copertura della Soggetta nell’intendimento pure che ai due piani dell’artistico fabbricato ogivale, fosse aggiunta, facendosi alto riscontro, un’altra nobile opera d’arte. Frattanto la Camera dei pegni aveva assunto notevole sviluppo ed andava sempre più affermandosi la necessità di nuovi locali per poter corrispondere non solo alle maggiori esigenze burocratiche ma anche a quelle dell’ammasso e deposito dei pegni. Si fu così che nel 1625 la sala costituente il primo piano del Palazzo Ogivale fu aggiunta alla camera dei pegni dividendola in opportune stanze modificando le finestre e mettendola in diretta comunicazione con la Camera stessa. Fu questo il primo vero assetto dato in forma regolare alla Camera dei pegni la quale assunse definitivamente il nome di Santo Monte di Pietà e, in omaggio a tale evento, fu murata nella facciata di tramontana, vicino alla scaletta d’accesso alla Loggetta la già da noi accennata iscrizione: SACER MONS PIETATIS MDCXXV
Le cose rimasero così fino al 1742.
Vedemmo dagli atti riportati nelle pagine precedenti come nel 3 gennaio 1742 “L’Eccellente G.B.Sandri V. per nome suo e Collegio Deputato della Comunità di Monselice presentava istanza a sua Eccellenza il Provveditore di Padova per il Serenissimo Principe perché, fra altro, fosse provveduto ad ampliare la Sede del Monte e così ne esponeva i motivi: ”” Oggetto in primo luogo considerabile è la ristrettezza del detto Monte nel suo materiale, in cui non puonno ben ordinarsi li Pegni, che a migliaia vengono a moltiplicarsi e però si dispensano quei Cittadini dal sofferire le continue lamentazioni di quei poveri a’ quali non riesce ricuperar i loro pegni, perché non si trovano per la confuzione, che a cagion della ristrettezza del luogo nasce nel continuo raccoglimento dei pegni stessi””.
Li 9 febbraio 1742 il Doge accordava quanto richiesto dal Sandri fra cui “la dilatazione di quel Santo Monte ma in misure di moderatezza”.
Quali furono i lavori per dare al Monte maggior numero di locali ad uso dei magazzini per deposito pegni? Anche questo non risulta dagli atti ma possiamo facilmente stabilirlo. Anche questo non risulta dagli atti ma possiamo facilmente stabilirlo. Indubbiamente furono otturati gli archi del pianterreno, si aprirono delle finestre, si divise la sala in vari reparti e si riattivò la scaletto d’accesso dal pianterreno al primo piano. Il Monte occupò così tutti e due i piani che costituivano il fabbricato in quel tempo mantenendosi l’ingresso a mezzo della Loggetta.
Che la chiusura del pianterreno, che fino allora aveva servito ad uso pubblico, sia avvenuta nel 1742 può essere provato dal fatto che nei lavori di riduzione del fabbricato ogivale, nel 1939, ad Ufficio Postelegrafico, si scopersero nell’interno alcuni Stemmi di Podestà ed altre Autorità del tempo, dipinti sui muri, portanti le date precedenti al 1742. Era costume nei secoli passati, da parte dei Podestà e Rettori, di rappresentare il proprio emblema, nelle Loggie ed altri ambienti d’uso pubblico e di proprietà della Comunità. Accenniamo a due di detti Stemmi e cioè a quelli che furono maggiormente rilevabili perché meno deteriorati. L’uno portava l’iscrizione: “ JACOBI ET ANDRAE MINATO FRATRUM PAULUS GASPARENUS CANCELLARIUS I VM FIDEI TESTIMONIO e consisteva in fondo violetto grigio e striscie bianche. Tutto il resto in giallo ocra oro. Aveva la data 1606-1613.
L’altro presentava la dicitura: “G.N.C.P. 1727-28-29” e consisteva tutto giallo oro, stemma centrale su fondo bianco e striscia mediana oro gigli a contorno oro e stemma inferiore su fondo bruno caffè, striscia bianca gigli bianchi. Il Podestà nell’epoca 1727-28-29 fu Girolamo Natale Canal. Le iniziali del nome corrispondono a quelle dello stemma. Dunque fino al oltre il 1729 il pianterreno non poteva essere adibito a magazzino del Monte e doveva essere aperto al pubblico.
Quando e perché fu costruito il secondo piano o meglio quando perché fu sovrapposta al Palazzo Ogivale quella solenne bruttura che fa i pugni con ogni più elementare senso artistico?
Come mai hanno potuto esistere – e purtroppo esistono ancora – datori di lavoro, tecnici ed autorità che abbiano commesso, eseguito ed autorizzato opere che sono la negazione dell’arte.
Non arriviamo a concepire, ad esempio, nel caso nostro, come non si potesse innalzare il fabbricato usando uno stile consono a quello dei due piani sottostanti ed evitare, senza maggiore spesa, una stonatura ed una deturpazione che appariscono a prima vista agli occhi anche del più profano in materia artistica. Le recriminazioni ormai sono vane, tiriamo innanzi.
Il Palazzo Pretorio – demolito, come dicemmo, nel 1939 – sede della Municipalità, per la sua vetustà, ebbe a subire anche nel secolo XVIII parecchi e non lievi restauri. L’ultimo di essi figura effettuato nel 1779 ma si capisce che anche quei lavori riparativi non avevano potuto soddisfare alle esigenze dei servizi. Si pensò così di lasciare nel vecchio Palazzo Civico le Carceri ed altri servizi secondari trasferendo in latra località gli Uffici Municipali. E questa località fu apprestata con l’infelice costruzione del secondo piano del palzzo Ogivale. Non so precisare l’anno in cui tale innalzamento fu compiuto e devo maggiormente convincermi della mancanza degli atti relativi dal momento che lo stesso Mazzarolli nelle sue Notizie Storiche su Monselice, ha dovuto, malgrado l’abbondanza di tanti particolari sui restauri e provvedimenti vari per gli edifici comunali, ometterne ogni indicazione per quanto egli abbia avuto mezzi e tempo di dettagliatamente sfogliare tutti i registri e documenti del tempo.
E’ certo però che la costruzione di quel secondo piano deve essere avvenuta all’incirca sulla fine del 1700.
Per accedere si nuovi locali adibiti ad Uffici comunali si dovette compiere una nuova deturpazione artistica. Si dovette appunto innestare nella Soggetta Scamozzi una scala – quella tuttora esiste che rende indipendente il nuovo piano superiore dai paini sottostanti.
La residenza Municipale rimasse allogata nel secondo piano del fabbricato ogivale fino al novembre 1856 nella quale epoca passò nella sede ancora attualmente occupata. I locali del Palazzo Ovigale, rimasti così liberi, ospitarono subito gli Uffici del Monte stesso cosicché i due piani sottostanti rimasero adibiti a magazzini di deposito dei pegni non preziosi mentre quelli preziosi vennero sempre custoditi nelle casseforti collocate nell’Ufficio del cassiere. La stanza a pianterreno verso Piazza e cioè al alto di ponente del fabbricato venne destinata per le pubbliche aste del Monte.
Tale stato di cose durò fino al 1934 poiché in quell’anno il Monte, come sopra si disse, passò alla sua nuova sede in Via Cesare Battisti.
Il fabbricato ogivale, in cui nel 1934, erano state a cura del Podestà riaperte le bifore del primo piano e gli archi del pianterreno, nel 1939 venne restaurato ed adattato, su progetto dell’Ing. G.B. Rizzo, ad Ufficio Postelegrafico nel pianterreno, a Biblioteca Comunale nel primo piano, a sala della Consulta salvo due camerette per depositi dei libri della biblioteca Comunale nel secondo piano.