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Chiesetta di San Giovanni sul Montericco: storia e riti magici

San Giovanni Evangelista sul Montericco

Raccontano i vecchi che, tanti anni fa, stava transitando alle falde del monte   Monte Ricco un  carro tutto  d’oro, incastonato di pietre preziose. Ad un tratto si mosse una grande frana e il carro venne sommerso dalle pietre e dalla terra con  il tesoro che trasportava. Molti cercarono di rintracciarlo, ma nessuno più lo ritrovò. Ecco perchè il colle si chiamò da allora Monte Ricco. Una leggenda vuole che su una torre possente abitasse Sarpedone principe o re del castello situato sulla cima del Montericco. Dice il Salomonio “Si veggono le vestigia di una gran torre rovinata, di pietre quadrate, d’altezza di piedi 15 circa, di straordinaria grandezza, con altre fabbriche ivi annesse diroccate, dal tempo e dalle guerre fu fabbricato un Romitaggio. Sul monte Ricco, già nei tempi antichi, esisteva una grande torre (castrum Rici) tuttora visibile accanto all’eremo di  S. Domenica. Nel 1203 per volontà del Comune venne costruito un cenobio dedicato a San Giovanni  Evangelista. In pochi anni la vetta del Maggior colle ospitò una crescente comunità di frati che trovarono un po’ di serenità e pace religiosa nella piccola chiesa. Il convento poco qualche anno abbracciò la regola di San Benedetto e si trasferì a Padova nella metà del Duecento lasciando sopravvivere in vetta al monte una comunità religiosa che finì per ospitare anonimi eremiti. La posizione strategica del colle attirò l’attenzione di Ezzelino lll da Romano che allontanò i monaci e fortificò il luogo a scopo di difesa il novum castrumabbattendo il monastero di S. Giovanni. Terminata la tirannide Ezzeliniana, nel 1257 i monaci tornarono al loro monastero, rimanendovi fino al 1431. Dopo questa data furono sostituiti da una confraternita di S. Giovanni Battista, la quale a sua volta lasciò il monastero in abitazione ai terziari conventuali o Agostiniani (1448). In questo stesso anno però la confraternita consegnò il monastero al vescovo di Padova, per potersi liberare dei continui soprusi che venivano da Giacomo Antonio Marcello, allora capitano a Verona. Il monastero rimase proprietà di questo capitano fino al XVI secolo, come è testimoniato anche dalla tomba con epigrafe situata all’intemo della piccola chiesa.

Dalla Visita Vescovile del Barozzi nel giorno di venerdì 16 ottobre 1489, ricaviamo che la chiesa di S. Giovanni in Montericco era nei secoli precedenti al Barozzi, in grande venerazione. “Erat longa pass. 6, 4 lata, alta usque ad contiguationes, 3, habebat in oriente cubam unam latam et logam pedes 12, altam usque ad inicid testudinem pedes 4, et in parte australi fenestram unam satis elegantes et in coba altare unum versum ad orientes distans a parietepedibus 4……… Erat ferme tota edificata in silice sicut videri potest muro corruit et tecti quidam ac parietum pars una remansit. Caetera peruerunt. Non habet curam animarum.” All’epoca del Barozzi la proprietà era sempre dei figli e nipoti di Giacomo Marcello. La visita Vescovile del 9 maggio 1713 (vescovo Giorgio Corner) conferma che in quell’anno l’oratorio di S. Giovanni Battista di Montericco era ancora proprietà della famiglia Marcello. Andrea Cittadella Vigodarzere  ( – 1605) così scrisse a  proposito della chiesa di S. Giovanni Battista; “La cima di Montericco così detto per essere fertile e che mai ha gettato fuori il suo favoloso carro con bovi, bovaro, e Gugia o Bachetta d’oro, che scrive al Romito eletto per felice ministro della vista divina in esecutione della sua volontà, che ha la sua chiesella o cappella di S. Giovanni Battista in battuto e soffitta longo 13 e largo 10, con altare, calice e due campane, qual monte è punto Ricco tra piano e monte contenente le quattro suddette note e due seguenti pare che naturalmente habbi raccolto come in un compendio tutte quelle perfettioni d’aere e d’acque pubbliche e private, de terreni frutti viti, e delizie ch’ha sparso per tutto il resto del Padoano.”   Il Salomonio riporta una lapide esistente nella chiesa di S. Giovanni Battista così descrivendola; “In ecclesia S. Johannis Baptistae secus Templi Medium. Monumentum hoc a me F. Ant. Maria Bergomensi S. Augustini Heremita pro me, et fratribus meis nec non success. Hoc in heremo Montiss Ricci, in posterum commoraturis constructum fuit. A. setatis meae XXVI Feb. 1679.” Da questa lapide si rileva come eremiti si siamo succeduti l’un dopo l’altro per lunga serie di anni tanto che nel 1679 l’eremita di quel tempo fece costruire una tomba per sé e per i suoi successori. Questi eremiti vi rimasero fino al 1769 ” nel quale anno”, dichiara il Ferretto, furono per Sovrano Veneto Decreto, soppressi. Anche all’epoca del Ferretto (1797) il romitaggio era di proprietà del Marcello.

Festa di San Giovanni sul Montericco

Si vuole che la tradizionale festa della “Notte di S. Giovanni” abbia origini contemporanee alla istituzione del monastero benedettino. E’ certo comunque che essa da tempo immemorabile va tramandandosi di generazione in generazione, malgrado le restrizioni imposte dalle giuste esigenze della nuova Villa, la festa sia pure in proporzioni ridotte, viene continuata. La pace  e la solitudine del Monte Ricco veniva sconvolta nella notte di San Giovanni Battista, il 24 giugno vigilia del solstizio d’estate, quando in quel luogo si svolgeva una grande festa popolare, dalle radici paganeggianti. La ricorrenza  fu rispettata fino alla metà del Novecento e attirava, oltre ai montericani, molti abitanti dei comuni vicini. Raccontano i vecchi che durante la festa le donne raccoglievano la rugiada capace di curare ogni malanno e vincere ogni maleficio. Nelle preziose gocce veniva sciolto anche  il lievito con il quale si faceva il pane per tutto l’anno. Le giovani non maritate invocavano segni premonitori capaci di favorire l’agognato matrimonio, mentre i giovani si rotolavano nudi sull’erba bagnata per ricevere oscuri benefici corporali. I vecchi invece osservando i fuochi accesi traevano auspici sui futuri raccolti. La festa finiva all’alba con la discesa a valle dei festanti montericani che per un giorno si affidavano ai piaceri di Bacco e di Venere.  Oggi la tradizione rivive al capitello di Giovanni Belluco che nel giorno di San Giovanni riunisce i montericani davanti al Capitello e dopo una messa invita i presenti nella sua abitazione per una consumare dolci e vino locali  

La Storia degli ultimi anni

Il colle del Montericco misura 339 m sul livello dei mare. Anticamente e fino al XIV suolo era chiamato Monte Riccio, per il fatto che era un colle pieno di castagneti, dove si potevano raccogliere abbondanti e gustose castagne. Più avanti, in stampe antiche, lo ritroviamo con il nome di Montevignalesco perché, la gente che lo abitava, trasformò le sue pendici in un esteso vigneto. Il senatore conte Vittorio Cini, verso il 1920 vi costruì una splendida villa,  con fontane terrazze alberi e fiori, tutta la sommità dei colle. In occasione di questi lavori, furono portate alla luce le fondamenta di una torre del tutto simile al mastio che si trova sopra la Rocca di Monselice, e alcune palle di trachite usate come proiettili per le catapulte. Durante la seconda guerra mondiale, si insediò sul Montericco un alto comando tedesco. Nel 1947 il conte Vittorio Cini fece dono dell’eremo, della villa e di tutte le sue proprietà poste sul colle ai frati Minori Conventuali. Volle però che la villa fosse chiamata Eremo di Santa Domenica in memoria della nonna cui era molto affezionato, una lapide all’ingresso della casa, testimonia l’atto di donazione. I frati inizialmente usarono del luogo come casa di cura per religiosi ammalati, in seguito divenne casa per esercizi spirituali. Verso il 1960 la strada che sale all’eremo fu allargata e asfaltata, venne aggiunto anche un piano alla struttura originaria della villa per renderla più capiente per le esigenze di ospitalità. Ora l’edificio ospita una comunità di recupero di giovani in difficoltà . Sulla parte anteriore dell’eremo, scendendo da una armoniosa scalinata si imbocca un viale alberato che conduce ad una piccola esedra con una statua dell’atlante che regge il mondo.

Dalla stampa

Mattino 21 novembre 2018

A cura di Stefania Vitale