testo

Palazzi storici

Palazzi Storici  a Monselice

Il centro storico di Monselice nasce attorno al X secolo con le bonifiche del territorio compreso tra la Rocca e il Montericco. Poco sappiamo però di questo periodo caratterizzato dalla costruzione del canale Bisatto e la deviazione delle acque di superfice verso Pernumia.

La bonifica del Retratto.

 

Strettamente legato alle vicende urbanistiche ed architettoniche di Padova appare, nella sua configurazione  quattro-cinquecentesca, il centro storico di Monselice.  La ricostruzione ed il rinnovamento della città ‘maggiore’, all’indomani della conquista veneziana, non incidono infatti né  sulla struttura né sull’immagine urbana che si era venuta formando nel corso del Trecento. Le case in legno, bruciate, sono  sostituite da altre “murate et solarate”, le facciate ripetono quasi ovunque il modulo portico/polifora così che le vie sono  fiancheggiate da una quinta omogenea di pareti (mentre, verso il giardino o la corte interna, le case si aprono spesso a  loggia). Entro la fitta maglia di vie d’acqua, le fonti scritte documentano nuove piazze, chiese, palazzi e portici al cui  rinnovamento sottende sempre una filosofia ossequiosa della tradizione tipologica e attenta a contenere le novità decorative  che il tardo gotico veneziano importa capillarmente su tutto il territorio conquistato e che a Padova influenza il gusto  figurativo fino alla metà del ‘400 (Puppi).
Raramente, infatti, si fa uso di materiali preziosi e policromi per gli ornamenti delle facciate, preferendo le pietre locali, (di Nanto, il cotto); così le aperture ad arco trilobo inflesso sono tavolta scavate direttamente nella parete (o ridotte ad un arco a due centri, nel gotico rustico di periferia). Al mantenimento, poi, della soluzione porticata fa riscontro l’adozione, all’interno, del salone passante  illuminato sui lati minori (Arslan, Zuliani).
Il primo segnale di sganciamento dalla tradizione si ha nel settimo decennio, non certo in campo architettonico ove avrebbe  significato una ‘rottura’ anche ideologica del tessuto urbano, ma nel lessico decorativo della facciata, elemento che  qualifica l’intera struttura, anche perchè permette l’unificazione di moduli edilizi diversi. Tale operazione si attua nell’ambito dell’attività padovana, e dell’influenza da essa esercitata , di Pietro Lombardo e consiste nella trasposizione in facciata in alcuni motivi scultorei usati fino a quel momento all’interno delle chiese e dei palazzi e quindi già  assimilati dal gusto figurativo locale (Lorenzoni).
Da questi primi esempi deriverà una diffusione ampia, e in vari strati sociali, dalla moda ‘lombardesca’, anche per interventi limitati al rifacimento delle sole finestre. Si registra comunque una costante semplificazione del repertorio decorativo: eliminati i bassorilievi figurati, i busti, i racemi, si privilegiano le colonne scanalate e i piccoli elementi fitomorfi al colmo dell’arco.
Solo nell’ultimo decennio del secolo si verifica un cambiamento nelle volontà celebrative dell’élite dirigente, in parallelo al rinnovarsi della cultura architettonica toccata dall’opera dello Scamozzi (Bresciani Alvarez).
É sulla base di confronti tipologici e stilistici che si tenta allora una breve sintesi degli episodi edilizi più  significativi di Monselice: come per Padova, si lamenta una base documentaria puntuale, mentre le ricerche sulle famiglie  nobili che intervengono nel rinnovo delle architetture sono agli inizi.  Il tessuto medievale di Monselice si stende ancora oggi abbastanza omogeneo all’interno della cerchia di mura più recente e  lungo le fasce occidentali e meridionali attorno al colle: è strutturato in insule che si snodano lungo le due principali  spine viarie, la prima da nord (Porta Padova) a sud (Porta San Marco) e la seconda a doppia direttrice est-ovest, in salita  verso il Duomo e in basso verso S. Stefano e S. Martino, all’uscita antica per Conselve (Porta Adriatica). Perno di questa  struttura, la piazza antistante San Paolo, sede della vita pubblica, amministrativa ed economica di Monselice.  Sono ancora oggi queste le strade che conservano il maggior numero di testimonianze architettoniche antiche.

Le case, i palazzi

La documentazione fornita dalle carte del notaio Seccadinari, che roga a Monselice dal 1409 al 1454 (Rosina), ci permette di  ricostruire a grandi linee la situazione edilizia del tempo, quale traspare anche da alcune accurate mappe settecentesche. Le case sono per lo più in muratura, coperte da coppi e porticate, a due piani: su quelle della classe artigiana e commerciante spiccano le dimore borghesi e le palazzine signorili (attestate nella contrà Capodiponte, sotto il convento San Francesco e  nella borgata esposta a sud, Carpanedo).
Viene mantenuto il lotto medievale e le tipologie edilizie, come le architetture minori e maggiori, si riallacciano al modello padovano di quel periodo. Fanno testo tre palazzine ubicate nella zona meglio conservata del centro storico, con  esempi del ‘400 (porticati) e del ‘500: da S. Stefano a S. Martino.
La casa in via Santarello (che la tradizione vuole dei nobile Duodo) ha una facciata con esafora e balconcino centrale e due  monofore laterali; la decorazione è semplicissima, in pietra tenera, un unico motivo al colmo dell’arco e torciglioni sottili  agli stipiti e si rifà ad esempi padovani del pieno ‘400 anteriori al rinnovamento figurativo.
Casa Paradisi Capodivacca (così denominata dagli stemmi sulla trifora, ma i documenti segnalano anche la presenza, nel primo  ‘400, della casa del nobile Giacomo fu Pagano Capodivacca, situata in ‘contrà S. Stefano’ vicino alla ‘cha delle scalete’ dell’ebreo Vitale) ha facciata asimmetrica e sdoppiata per rispetto del tracciato stradale, e mostra l’influenza del gusto  vigente a Padova nella seconda metà del secolo, ormai semplificante la moda ‘lombardesca’ nella decorazione delle due  trifore a pilastrini e semplici colonne a palmetta al colmo dell’arco. Le monofore ad archi trilobati inflessi sono qui usate nella versione ‘rustica’, diffusa dal gotico veneziano in terraferma:  così anche nella facciata del Monte di Pietà (1453) e di Cà Marcello, ove sussistono monofore e bifore – semplicemente  incassate nella parete o comprese entro un arco di mattoni – insieme ad aperture con archi trilobati inflessi, marcati da una  piccola cornice mistilinea.
La bella cornice in cotto, leggermente aggettante, si ritrova in altri episodi padovani (casa in via C. Battisti, 125-131).  Il terzo episodio, il più qualificato, è la decorazione della facciata di Cà Bertana, d’impianto certo precedente (l’arco  laterale d’accesso al portico acuto). Si nota l’armonico accordo tra l’articolazione della parete piena con le sue aperture e  il portico a tre archi; molto ricca la decorazione della quadrifora centrale e delle quattro monofore ai lati. I pilastri  sono decorati da candelabre o da un motivo a scaglie, le colonnine centrali sono tortili, gli archi dentellati variamente  con palme al colmo, mentre all’imposta vi sono vasi strigilati ed ansati con mazzi di frutta. I raffronti padovani più  immediati sono con casa Olzignani (del settimo/ottavo decennio), dove il gusto ‘lombardesco’ viene però riassorbito dalla  tipologia tardogotica, e con Casa Arslan, ove si avverte già quel processo di semplificazione operante a Padova sul repertorio decorativo. Un altro episodio significativo, collocabile nel primo ‘500, è la decorazione a graffito di casa  Grifalconi a Ca’Oddo. Su un impianto precedentemente porticato, l’intervento di rilievo interessa la zona sotto il marcapiano  della trifora centrale e delle due aperture laterali; oggi è decifrabile un solo brano della cornice a ovoli racchiudente il  fregio vegetale: doppi racemi circondano un mazzo di fiori e si alternano a vasi fioriti. La facciata è arricchita dallo  stemma della famiglia, in alto, e da due rombi in pietra tra le finestre laterali, sovrapposti alle patere recanti due  iscrizioni (‘Albertus de Grifalconibus et fratis’ e ‘Urbis genio’), con cornice a dentelli pure graffita.
Si riscontrano anologie con la decorazione, peraltro più raffinata e arricchita da riquadri figuranti, di casa Capodivacca a  Padova (via Savonarola), del primo ‘500. Un documento, una carta d’estimo del 1537, riporta la notizia di un Tomaso  Grifalconi proprietario a “Molaradiemo” di una “…casa e cortivo per uso” (Baldan).
Abbiamo già accennato a un elemento decorativo di Cà Marcello, perno ormai solo urbanistico e identificato prevalentemente  dal cubo in trachite di Ezzelino e dalla casa romanica. L’intervento dei nobili veneziani, che nel 1406 si aggiudicano la  proprietà della gastaldia carrarese, è infatti esemplarmente rispettoso delle preesistenze architettoniche. L’ala con la  trifora, aggiunta a sud con funzioni di raccordo tra i vari corpi di fabbrica, è databile alla metà del ‘400: nel 1447  compare nei documenti Giacomo Antonio Marcello padrone di un ‘palatium magnum’; ingloba anche la vecchia strada di accesso  alla rocca retrostante. Nel secolo successivo, i Marcello ricaveranno dal primo piano un appartamento residenziale: l’Estimo  del 1518 recita di una ‘casa a piè del monte fatta inabitabile per la guerra per uso e una casa per uso’ (Baldan), ove la  distinzione tre le due dimore chiarifica la situazione edilizia del palazzo superiore.
Il centro ‘operativo’ di Monselice si attesta al di sotto del complesso di Ca’ Marcello, attorno alla piazza del mercato che giunge fino alla cinta muraria guardata dalla Torre ‘delle ore’. Nella parte alta, il palazzo comunale, ristrutturato nel  1444, e la chiesa di San Paolo; fanno ala le due logge descritte dal Sanudo nel 1483. Aderente alla facciata della chiesa, la  loggia nuova fatta erigere dal podestà Bolani nel ’70 “dove è tuti li Pretori et arme sue pinte…”; di fronte l’edificio con  loggetta, rimaneggiato nella parte terminale nel ‘700, ove si collocherà il Monte di Pietà, istituito nel 1494.
É lungo l’asse vario principale, in posizione pressocché simmetrica rispetto alla piazza maggiore, che si collocano due  palazzi signorili ristrutturati tra la fine del ‘500 e il primo ‘600, ma d’impianto precedente.  Palazzo Fezzi apparteneva alla Famiglia Gritti che denunciava all’Estimo del 1518 “una casa in Monselice, contrà San Polo  ruinada per nemissi per uso e altra brusada” (Baldan); la stessa casa che le carte d’Estimo nel 1639 dicono rifabbricata e  venduta a Francesco Duodo. L’intervento è leggibile nella sistemazione delle cornici della apertura centrale e nel portale a  grossi conci di trachite.
Palazzo Branchini presenta invece lo stesso aspetto omogeneo e dignitoso registrato dal Coronelli all’inizio del ‘700. Tra le  più ricche famiglie di Monselice sino allo scadere del dominio veneziano, imposta probabilmente nel corso del ‘600, la  ristrutturazione del palazzo, curato pure nella definizione del cortile interno ove spicca un bel portale. L’articolazione  del prospetto, identica anche nei fianchi sopra il portico passante, si basa sul gioco delle finestre binate, dalle cornici e  serraglie semplicissime, e sui leggeri marcapiani orrizontali che legano la trama delle aperture.

Tratto da Chiara Ceschi Sandon, Monselice e le architetture di prestigio in età rinascimentale

________________

Bibliografica di riferimento

Monselice terra dell’impero. A cura di S. Bortolami, C. Ceschi, R. Valandro. Biblos 2006

Venezia e Monselice nei secoli XV e XVI. Con saggi di R. Valandro, C. Ceschi, E. Antoniazzi. Monselice 1985.