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La quadreria della Pieve di Santa Giustina in Monselice

Navata della medievale Pieve di Santa Giustina con alle parti la quadreria
1. – Premessa

Monselice possiede un enorme e importante patrimonio storico-artistico di tipo religioso che pochi comuni della zona possono vantare. Non si tratta solo dei segni dei potenti, ma piuttosto del frutto di una secolare devozione popolare, forte e radicata, che ha regalato alla città, tra l’altro, alcune centinaia di grandi tele e qualche decina di statue, tuttora custodite nelle chiese e nei conventi di Monselice. Tutte queste opere, come abbiamo già avuto modo di precisare durante l’ultimo avvento Giubilare, rappresentano un momento di confronto e di testimonianza con la nostra religiosità che ha saputo trovare nelle reliquie dei santi martiri custoditi nella chiesa di san Giorgio un percorso preferenziale per avvicinarsi al sacro. Poco sappiamo però delle opere d’arte custodite nelle chiese di Monselice: delle tele “minori”, ad esempio, non conosciamo la provenienza né il contesto storico e religioso che le ha prodotte, anche se in questi ultimi anni nuove conoscenze sono arrivate dalle numerose iniziative di restauro  realizzate dalle associazioni (Lions Club, “San Martino per la Cultura” e Rotary, per citarne alcune)[1], dalle Parrocchie e dall’Amministrazione comunale.   

2. – La dispersione delle opere d’arte a soggetto religioso monselicense

Prima di entrare in contatto diretto  con i beni artistici monselicensi riteniamo opportuna una breve premessa di carattere storico per descrivere la devastazione subita nel secolo scorso, per cui quanto è sopravvissuto in loco non è che una minima parte di ciò che vi era in origine. Il patrimonio storico-artistico ecclesiastico veneto ha subito un primo processo di dispersione sotto il governo napoleonico (1806-1814), continuato poi sotto la dominazione Austriaca (1814-1866), responsabile della dispersione dei quadri nelle varie chiese del Veneto. Le opere d’arte erano state riunite dai francesi nei depositi provinciali. Numerosi decreti napoleonici stabilirono l’incameramento da parte del Demanio delle opere dei monasteri, conventi e parrocchie e il trasporto di queste nei depositi cittadini, prima che ne fosse decisa la destinazione finale. I dipinti migliori furono trasferiti nelle Gallerie di Brera e di Venezia, mentre quelli considerati “di scarto” furono venduti all’asta. I rimanenti vennero affidati alle chiese rimaste aperte al culto. Problematica si presentava la situazione a Padova dove si riversarono i dipinti da tutte le province venete. La perdita di molti documenti d’archivio rende impossibile ora recuperare la storia dei quadri sottratti ai loro originari contenitori. Anche le opere monselicensi subirono la stessa sorte con il risultato che si può facilmente immaginare. Purtroppo la soppressione napoleonica, turbinosa e organizzata nello stesso tempo, ha causato la perdita e la dispersione del patrimonio artistico Veneto che con tanta fatica era stato costituito in quasi mille anni di storia. Queste vicende sono state studiate dalla Soprintendente Anna Maria Spiazzi e riassunte nelle sue pubblicazioni[2], nel tentativo di ricostruire storicamente le devastazioni subite nel secolo scorso.   

3. – La ricostruzione storica delle collezioni d’arte sacra

Utili al rilevamento dell’originario patrimonio artistico religioso si sono rivelate le numerose relazioni allegate alle visite pastorali, i documenti conservati negli archivi e le guide a stampa e manoscritte del territorio padovano eseguite, prima delle dispersioni napoleoniche, da Giovanni De Lazara, Pietro Brandolese[3] e Gianantonio Meschini[4]. Fondamentali sono gli scritti del Ferretto del 1815[5]. I suoi manoscritti, datati all’indomani delle vicende napoleoniche, ma compilati sulla scorta di notizie raccolte in un ampio arco di anni ci forniscono un panorama puntuale degli arredi chiesastici monselicensi e ci permettono di inserire nel loro contesto originario almeno una parte dei quadri e delle sculture arrivati sino a noi fortunosamente e senza storia. Ora, a quasi 200 anni da quelle importanti testimonianze, desideriamo ripercorrere lo stesso itinerario tra le chiese di Monselice, allo scopo di catalogare e studiare, con l’aiuto dei più preparati esperti, le opere d’arte che esse contengono.    

4. – Gli studi locali realizzati

In questa sede ci sembra opportuno ricordare, oltre alle numerose pubblicazioni di Roberto Valandro, l’intervento di Elisabetta Antoniazzi Rossi[6] pubblicato nel catalogo della Mostra “Venezia e Monselice nei secoli XV e XVI” e l’esauriente saggio di Chiara Ceschi pubblicato nel libro sulla storia di Monselice[7] curato da Antonio Rigon. Entrambi gli studi riassumono le numerose ricerche che in questi ultimi anni sono state realizzate a Monselice e a cui rimandiamo quanti volessero approfondire l’argomento. Alcuni spunti sono arrivati anche dalla mostra sull’iconografia monselicense curata da Massimo Trevisan[8].  Da ultimo, segnaliamo per l’attribuzione della “Madonna del pomo” l’opinione di Giuliana Ericani apparsa nel volume pubblicato in occasione della mostra “Pisanello. I luoghi del gotico internazionale nel Veneto”[9]  

5. – Le opere d’arte custodite nel Duomo di Monselice

Iniziamo il nostro itinerario con le pitture e le sculture del Duomo di Monselice (Parrocchia di San Giuseppe lavoratore) perché è stata, fino ad ora, la chiesa meno conosciuta dal grande pubblico dal punto di vista artistico. E’ bene ricordare che il Duomo continua dal 1957 la storia religiosa dell’Antica Pieve di Santa Giustina, che doveva la sua potenza al fatto di essere una grossa istituzione economica e pertanto anche politica, nonché un punto di riferimento per tutte le chiese del territorio. Nel Duomo hanno trovato posto le numerose opere d’arte provenienti dalle chiese monselicensi soppresse, segnala l’ex Sindaco Giuseppe Trevisan, che con mons. Angelo Cerato ha curato “l’allestimento” della nuova istituzione religiosa. Da una prima verifica si è potuto accertare che nel Duomo sono custoditi: 28 Tele di varie dimensioni (tra cui una attribuita Jacopo Palma il giovane); 4 Altari; 5 Statue (Una attribuita a Tommaso Bonazza); 1 Fonte battesimale; 5 Crocifissi; 1 Reliquiario a croce. Tutte le opere d’arte sono state regolarmente catalogate dalla competente Soprintendenza ad eccezione di una tela raffigurante un Episodio della passione di Cristo del sec. (XVI ?) esposta nella cappella del Duomo e un sant’Antonio del sec. XVI (?) proveniente, secondo una testimonianza orale, dalla chiesa soppressa di San Francesco. Naturalmente attendiamo ora che gli storici dell’arte collaborino nel completamento o nella definizione del presente catalogo, che sarà aggiornato annualmente. Lo studio delle pitture e sculture del Duomo, ne siamo sicuri, contribuirà ad illuminare la storia religiosa e civile di Monselice degli ultimi 5 secoli e a riscoprire un passato cittadino ricco di religiosità.

[1] Le pubblicazioni citate del Lions Club di Monselice sono: L. ZAMBOLIN, Le tele di Palma il Giovane delle sette chiese di Monselice, Monselice 1986; Vent’anni al servizio della città, Monselice 1999. Per quanto riguarda il Rotary citiamo il restauro degli affreschi “strappati” di san Francesco, ora esposti nel museo Diocesano di Padova.

[2] A.M. SPIAZZI, Il patrimonio artistico veneto. 1806-1814, “Atti  dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti”, 132 (1973-74), classe di scienze morali, lettere ed arti, p. 475-489; ID., Dipinti demaniali di Venezia e del Veneto nella prima metà del secolo XIX. Vicende e recuperi, “Bollettino d’arte”, 1983, suppl. 5, p. 69-122.

[3] P. BRANDOLESE, Descrizione delle cose più notevoli riguardo le belle arti che si trovano nel territorio di Padova,[ante 1809], manoscritto presso la Curia vescovile di Padova.

[4]“Questa terra – Monselice – è distante dieci miglia da Padova, a cui si può giungere per un canale navigabile sul quale è situata quella. Il dotto sig. abate Gaetano Cognolato fece onore a sé stesso e a questa terra, che gli fu patria con il suo saggio di Memorie nell’anno 1794”. Con queste parole esordiva  Giannantonio Moschini nella sua visita alle chiese di Monselice effettuata nel 1809. Il suo diario è stato pubblicato da P.L. FANTELLI, G.A. Moschini, Viaggio per l’antico territorio di Padova (1809), Padova 1993.

[5] G. FERRETTO, Memorie dalla terra di Monselice con note storico critiche. Raccolte da D. Giacomo Ferretto nel 1815, manoscritto presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia.

[6] E. ANTONIAZZI ROSSI, Chiese e monasteri: per un approccio alla vita religiosa monselicense tra i secoli XV e XVI, in Venezia e Monselice nei secoli XV e XVI. Ipotesi per una ricerca, a cura di Roberto VALANDRO, Monselice 1985, pp. 101-140. 

[7] C. CESCHI, Chiese,  conventi e monasteri: una rassegna del patrimonio artistico tra Settecento e Ottocento, in Monselice. Storia, cultura e arte di un centro “minore” del Veneto, a cura di Antonio RIGON, Monselice, 1994, pp.565-593;

[8] M. TREVISAN, Monselice illustrata. Mappe, disegni, stampe, Monselice 1993.

[9] G. ERICANI, Monselice (Padova) Duomo Nuovo, in Pisanello. I luoghi del gotico internazionale nel veneto, a cura di Filippa M. ALIBERTI GAUDIOSO, Milano 1996, pp. 220-221

Quadreria della Pieve  di Santa Giustina

La Pieve di Santa Giustina (Duomo vecchio) conserva una importante quadreria, recentemente restaurata, costituita da dipinti provenienti dal territorio veneto raggruppati dopo la soppressione degli ordini monastici accaduta durante il periodo napoleonico.  

Sono tredici  i grandi dipinti che testimoniano dell’antico prestigio della chiesa nei secoli scorsi. Le attribuzione sono quelle proposte dal  Vanni Tiozzo che ha curato il restauro delle opere.

Vanni Tiozzo è titolare della cattedra di Restauro con indirizzo pittorico all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Restauratore di beni culturali, Venezia. Laureato in Architettura a Venezia, restauro. Dal 1978 ad oggi ha restaurato per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali numerose opere in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Romagna. Acquisisce la sua prima formazione tecnica ed artistica alla “scuola” del padre Clauco Benito Tiozzo, a sua volta formato alla “scuola” di Mauro Pelliccioli, e nel contempo approfondisce la conoscenza sulle tecniche innovative mediante riferimenti all’Istituto Centrale per il Restauro di Roma e all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, alle rispettive pubblicazioni: Bollettini, DIMOS e OPD. Partecipa a vari Convegni. In più occasioni accede all’I.C.R. e all’OPD per ragguagli tecnici in relazione a particolari lavorazioni in corso nella propria attività e nel 1994 il Direttore dell’Istituto Centrale del Restauro visita il suo laboratorio.

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1) – Sacra Famiglia,
G. Bellotti  sec. XIX secolo, olio su tela, cm. 219 x 121.    

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2) – Adorazione dei pastori,
 Lodovico Vernansal (in Padova 1713-1729), olio su tela, cm. 170 x 185.

Biografia: Guy Louis II Vernansal (talvolta italianizzato in Lodovico Vernansal) (Parigi, 1689 circa – Parigi, 1749) è stato un pittore francese. Figlio di Guy Louis I Vernansal pittore ed arazziere, completò lo studio della pittura a Roma e a Venezia tra il 1709 e il 1712. Fu pittore ed incisore. Ebbe numerose commissioni a Padova, dove compì nella chiesa dei chierici regolari Teatini, il Paradiso sullo volta, da molti considerato il suo capolavoro. Dopo i lavori padovani ebbe commissioni anche a Brescia. Il pittore è caratterizzato da un talento acuto ma incostante, con il ragionato uso dei colori e delle luci e della resa pittorica. Torno in Francia nel 1734 e fu accolto nell’Accademia; morì a Parigi nel 1749.

 

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3) – Adorazione dei magi,
 Lodovico Vernansal (in Padova 1713-1729),  olio su tela, cm. 205 x 200 .

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4) – Presentazione al tempio,
 Bartolomeo Litterini, 1714 (siglato e datato) olio su tela, cm 185 x 168.

Biografia: Bartolomeo Litterini (spesso indicato anche soltanto come Litterini o Letterini o ancora come Bortolo Litterini; Venezia, 1669 – Venezia, 27 dicembre 1748) è stato un pittore italiano. Figlio di Agostino, pittore, che gli fu da maestro e di cui ereditò la bottega. Come il padre continuò a firmarsi solo con il cognome; il Litterini fu un pittore mai completamento libero nella sua arte, condizionato dagli insegnamenti del padre e dai desideri delle committenze.  Alla fine del XVII secolo gli venne commissionata la realizzazione di quattro tele sulla vita di San Lorenzo Giustiniani, per la chiesa di Murano dei Santi Maria e Donato. La sola ancora presente nella chiesa è l’Apparizione di Gesù Bambino a Lorenzo Giustiniani. Di altre due tele che erano presenti nella chiesa ne rimane solo una copia nel museo di Berlino (Staatliche Museen, Kupferstichkabinett) e a Oslo (Galleria nazionale: Meijer, pp. 30 s.). Dipinge quasi maggiormente opere a carattere religioso, solo nel 1699 per il soffitto di villa Giovannelli a Noventa Padonava, dipinge Saturno che rapisce Filira, che resterà una delle poche sue opere a carattere profano. Nel primo decennio del ‘700 il Litterini modifica la propria pittura probabilmente influenzato dal Gregorio Lazzarini e dai Sebastiano Ricci, Antonio Balestra e Iacopo Amigoni, diventerà la sua pittura più poetica e narrativa. In questi anni dipingerà la Madonna col Bambino, san Giovanni Nepomuceno e altri santi di San Canciano e nel 1719 l’Incoronazione della Vergine per la chiesa di Valzurio. Il suo incontro con Andrea Fantoni scultore, di Rovetta di Bergamo lo portarono a realizzare parecchie tele nelle chiese del territorio bergamasco.

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5) – Deposizione,  
Domenico Finaci, sec. XVIII  olio su tela. cm 160 x 185.  

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6) – San Pietro,
Francesco Buglioni, olio su tela, 1730 ca, cm. 240 x 130. 

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7) – Padre Eterno,
Anonimo veneto, sec. XVI, cm 180 x 240.   

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8) – San Paolo,
Francesco Buglioni, 1730 ca, olio su tela, cm. 240 x 130.   

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9) – Giuseppe e i sogni del Faraone, 
anonimo pittore veneto del XVII secolo,  olio su tela, cm. 265 x 150.  

Arrivato in Egitto, Giuseppe è rivenduto come schiavo ad un ufficiale del faraone. Lo aiuta negli affari facendoli prosperare; diventa così suo intendente durante diversi anni. Un giorno Giuseppe rifiuta il corteggiamento della moglie dell’ufficiale; accusato quindi ingiustamente dalla donna Giuseppe viene rinchiuso in prigione In prigione divide la cella col coppiere e col panettiere del faraone caduti in disgrazia agli occhi del faraone. Un mattino questi due compagni si svegliano dopo aver fatto un sogno ciascuno. Giuseppe interpreta i loro sogni: predice al coppiere che sarà riconosciuto innocente e che riavrà la sua funzione a servizio del faraone; invece predice al panettiere che sarà condannato e decapitato. Tre giorni più tardi queste interpretazioni dei sogni si realizzano Il coppiere si ricorda di Giuseppe solamente due anni più tardi quando il faraone fa due sogni che nessuno dei suoi maghi riesce ad interpretare. Giuseppe esce di prigione ed interpreta i sogni premonitori: l’uno delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre ed il secondo delle sette spighe piene e sette vuote. Giuseppe predice un tempo di abbondanti raccolti (sette vacche grasse e sette spighe piene) e sette anni di carestia. Giuseppe propone di fare delle scorte negli anni di abbondanza da utilizzare in quelli di carestia. Il faraone convinto dalla proposta di Giuseppe lo mette a capo del paese. 

 

 

 

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 10) – Transito di San Giuseppe,

Giambattista Crosato (Treviso, 1697 – Venezia, 1758), olio su tela, cm. 350 x 185.

Negli estremi istanti di Giuseppe, Dio volle sciogliere quell’anima santissima dai legami del corpo per mandarla al Limbo dei Santi Padri, affinché desse loro la fausta notizia della vicina liberazione, perché in breve si sarebbe compiuta l’opera della Redenzione umana. Il Santo ebbe una sublimissima estasi, dove rimase per più ore, godendo le delizie del Paradiso nei dolci colloqui col suo Dio. Tornato dall’estasi, al meglio che poté, parlò con il suo Redentore e con la divina Madre, lì assistenti. Domandò loro perdono di tutto quello in cui egli aveva mancato in tutto il tempo che aveva avuto la sorte di stare con Loro, e fece questo con grande dolore e abbondanza di lacrime. Li ringraziò di tutta la carità che avevano usato verso di lui, di tanta pazienza nel soffrire le sue mancanze, di tanti benefici che gli avevano fatto e di tante grazie che gli avevano impetrato dal divin Padre. Li ringraziò della cura e dell’assistenza avuta nella sua lunga e penosa infermità, e poi rese affettuose grazie al Redentore per la Redenzione umana e di quanto aveva patito ed avrebbe patito per compiere la grande opera della Redenzione umana.    

Biografia: Giambattista Crosato (Venezia, 1686 – Venezia, 15 luglio 1758) è stato un pittore italiano. Dopo un primo periodo di attività a Venezia, del quale non sono rimaste tracce, Crosato si trasferì a Torino, dove cominciando dal 1733 lavorò nella villa della regina, nel Palazzo reale e nella palazzina di Stupinigi. In quest’ultimo luogo si ricordano tre opere importanti, come il Mito di Fetonte, il Sacrificio di Ifigenia e il Guardiacaccia con dame. Oltre alle influenze dei grandi decoratori veneziani Pellegrini e Ricci, il Crosato evidenziò sin da queste opere accostamenti con la pittura di Giuseppe Maria Crespi e del Tiepolo, dal quale si distinse per il cromatismo, la luminosità e le tinte delicate. Accanto a temi di grande virtuosismo, Crosati manifestò elementi realistici. Nel 1736 Crosato rientrò a Venezia dove si iscrisse alla gilda dei pittori e si mise in evidenza per la Gloria del Peloponnesiaco, successivamente trasferito a Vienna. Negli anni quaranta del secolo suddivise il suo lavoro tra il Piemonte, a Pinerolo e a Torino per la chiesa della Consolata, e Venezia con la volta della sala da ballo Ca’ Rezzonico e la parrocchiale di Ponte di Brenta. L’attività di Crosato si distinse per la fantasia e per lo stile. Importante fu anche il suo lavoro come scenografo nel Teatro Regio, in collaborazione con Gianfrancesco Costa.

 

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11) Deposizione dalla croce con Cristo, Maria  Maddalena e il monaco committente Mattia Bortoloni (Canda di Rovigo, 1696 – Mondovì, 1750), olio su tela, 213 x 95.

Bortoloni è stato un pittore italiano del periodo del rococò, attivo prevalentemente nelle aree di Bergamo e Venezia.  Dipinse un ciclo di 104 pannelli ad affresco per la Villa Cornaro-Gable, una villa palladiana presso Piombino Dese, Padova, caratterizzati da visioni prospettiche e da giochi figurativi manieristici. Dipinse anche i soffitti della Ca’ Rezzonico di Venezia, nonché affreschi di Palazzo Visconti di Brignano Gera d’Adda. Altri esempi dei lavori del Bortoloni si possono ritrovare in molti monumenti del Veneto e della Lombardia, incluse le chiese parrocchiali di Castelguglielmo e Fratta Polesine, e i soffitti della Chiesa di San Nicola da Tolentino (il presbiterio, c. 1730) con la Gloria di S.Gaetano nel quale dimostra di aver imparato la lezione del Tiepolo e di aver impreziosito la gamma cromatica, della Villa Vendramin-Calergi e del Palazzo Brentano di Corbetta, dove collaborò con Giovanni Angelo Borroni. Le sue opere sono state rintracciate anche nelle chiese ferraresi e nel Polesine, e tra i suoi lavori si annoverano l’ Adorazione dei Pastori e l’ Adorazione dei Magi realizzate nel 1734. Assieme a Giuseppe Galli Bibiena e Felice Biella, tra il 1746 ed il 1748, Bortoloni completò gli affreschi del Santuario di Vicoforte dove dimostrò un avvicinamento allo stile del Crosato. Bortoloni conobbe varie correnti artistiche e nella sua duttilità fu pronto ad assimilarle, rimanendo nello stesso tempo autonomo e indipendente. Grazie ai suoi caratteri estrosi e stravaganti che resero la sua pittura al limite del grottesco.   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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12) – Deposizione,  
pittore veneto del XVII secolo, copia del dipinto di Jacopo da Bassano nella chiesa di S. Maria di Vanzo di Padova, olio su tela, cm. 205 x 190.   

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13- Nascita di San Giovanni Battista
pittore veneto del XVII, olio su tela, cm 128 x 206.

L’episodio raffigurato in questo dipinto fa riferimento al Vangelo di Luca, che narra come il Battista sia stato concepito quando il padre Zaccaria e sua moglie Elisabetta fossero ormai anziani e privi della speranza di avere prole. Quando l’arcangelo Gabriele si presentò a Zaccaria per annunciargli che avrebbe avuto un figlio, questi rimase incredulo, al punto che Gabriele, per punirlo, lo privò della parola. Nel quadro si vede Elisabetta a letto, dopo il parto, assistita da una ancella. Narra il vangelo secondo Luca come, dopo la nascita del figlio, tutti i parenti ed vicini accorressero proclamando che il nome del neonato sarebbe stato Zaccaria, come quello del padre. Ma Elisabetta – fedele all’annuncio dell’arcangelo – disse che intendeva chiamarlo Giovanni; intervenne allora il temporaneamente muto Zaccaria, che vergò su una tavoletta la definitiva sentenza «il suo nome è Giovanni». Tuttavia la scena di Elisabetta e Zaccaria e la questione della conferma del nome, stanno ai margini del quadro. Al centro troviamo la scena familiare di un parto, con un gruppo di quattro donne, levatrici ed inservienti, intente a lavare il neonato e pronte a fasciarlo.

 

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Per quanti vogliono avvicinarsi alla storia dell’arte monselicense consigliamo di scaricarsi i saggi di:

G.B. Alvarez, Excursus tra memorie segni ed emergenze architettoniche della storia urbana (E’ la prima storia dell’arte monselicense – dimensione file 8 Mb) 

Chiara Ceschi Sandon, Monselice e le architetture di prestigio in età rinascimentale.  (Presenta i maggiori palazzi pubblici e privati monselicensi).

Elisabetta Antoniazzi Rossi, Chiese e monasteri: per un approccio alla vita religiosa monselicense tra i secoli XV e XVI  

M. Trevisan, Monselice illustrata. Mappe, disegni, stampe, Monselice 1993. (Per un primo contatto con le ville veneziane di Monselice)