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San Sabino, patrono di Monselice

San Sabino, Duomo Nuovo

Le numerose chiese presenti a Monselice sono state luogo di venerazione di numerosissimi santi. In particolare nella storia della chiesa di San Paolo erano venerati i santi Savino o Sabino e Francesco. La presenza di San Savino martire, probabilmente vescovo di Spoleto vissuto tra il 300 e il 400, è invece derivata da un’iscrizione su tabella di piombo posta a sigillo di una teca contenente diverse reliquie, conservata ora nel Duomo Nuovo.
La storia dell’arrivo delle reliquie di San Sabino a Monselice rimane ignota. La teca di San Sabino si trovava originariamente nella cripta vicino alla immagine affrescata di San Francesco. Il Mazzaroli afferma che San Sabino, vescovo di Spoleto, appartenente alla famiglia monselicese Fontana – Cumani, sarebbe stato ucciso dopo un lungo martirio nel 331. Nei secoli varie città rivendicano le sue reliquie ed è spesso confuso con altri personaggi omonimi.
Il Martirologio Romano accenna ad un san Sabino, venerato come vescovo di Spoleto, tra il III ed il IV secolo dopo Cristo. Secondo l’autorevole documento San Sabino si prodigò nell’opera di conversione dei pagani umbri, attività che assai poco si conciliava con le persecuzioni anticristiane condotte dall’allora imperatore Diocleziano. La persecuzione arrivò a colpire duramente anche Sabino, al quale vennero amputate le mani, evento poi ripreso dall’iconografia a lui relativa. Ciò non gli impedì però di operare prodigi e ridare la vista ad un cieco mentre ancora era imprigionato. Questo miracolo suscitò la curiosità e l’apprezzamento del suo stesso carnefice, vittima di una grave malattia agli occhi. Sabino decise allora di incontrarlo e ciò favorì la sua guarigione e la sua conversione, ma fece altresì infuriare ulteriormente le guardie imperiali che non esitarono ad ucciderlo a bastonate: era il 7 dicembre del 331? Le ossa furono trasportate a Monselice, sua città natale e custodite in un urna dorata, le chiavi della cassetta furono consegnate alla famiglia Cumana. I resti furono depositati nella cripta di San Paolo. I Cumani intervenivano alla funzione religiosa, invitati ogni anno con lettera pubblica dai rappresentati del luogo. Come discendenti di san Sabino tenevano le chiavi delle stesse reliquie, le quali non potevano essere messe alla pubblica devozione senza il loro intervento. Nell’urna con le ossa del Vescovo Barozzi del 1489. Oggi l’urna con le reliquie del Santo è conservata presso il Duomo Nuovo.

I Santi continuano a vivere nel ricordo della gente e non è raro scoprire che il loro culto, come i nostri entusiasmi, spesso si obliano con il passare del tempo. A questa amara verità non sono sfuggiti neanche s. Giustina e s. Sabino. La prima, affermava  Giovanni Lorenzoni nel libro La costruzione dell’edificio del Santo, dopo aver goduto di un culto smisurato è stata messa da parte dall’arrivo di s. Antonio, diventato il Santo padovano per eccellenza. Il secondo, invece, eletto dall’unanimità del Consiglio Comunale “patrono” di Monselice è stato dimenticato con la sconsacrazione della chiesa di S. Paolo che conservava le sue reliquie. Presentimo i patroni nella speranza che del  loro culto almeno rimanga un ricordo. 

Non molto diversa la narrazione dei fatti proposta da Main che fissa però la morte del Santo il 7 dicembre del 304. Tra leggenda e devozione popolare non è facile risalire alla verità. Di sicuro apprendiamo dal testo redatto in occasione della visita pastorale effettuata in 20 ottobre del 1489 dal vescovo di Padova, Pietro Barozzi, “che in un sotterraneo a volta… dei tre archi in cui è suddiviso, quello centrale ha nel mezzo un altare rivolto a oriente, sopra il quale è posta una cassa di due piedi di lunghezza, dove sono poste le reliquie di s. Sabino martire, come si apprende da una tabella di piombo, riposta anch’essa nella cassa, le reliquie di s. Romana martire e di altri santi, dei quali, per la grande vetustà, si ignorano il nome, scritto però, nel libro della Vita. Le chiavi di questo loculo, nel tempo in cui le reliquie furono trovate, per decreto del Comune furono date al cittadino di Monselice ritenuto più nobile e, passate per mano di figli e nipoti, pervennero a ser Francesco de’ Cumani”.
Per capire come s. Sabino sia stato elevato a protettore di Monselice bisogna partire dalla famosa peste del 1630-31 descritta dal Manzoni nei suoi Promessi Sposi. Il miasma pestilenziale iniziò la sua campagna mortifera in Padova nel luglio 1630. Né la scienza medica, né i provvedimenti sanitari valsero ad arrestare la sua corsa fatale nelle varie zone della Provincia. Quasi sicuramente dopo aver saputo che la città di Este aveva ottenuto tangibili segni di riconoscenza nella lotta contro la peste dall’intercessione di S. Tecla, il Consiglio Comunale di Monselice il 15 settembre 1631 fu convocato per approvare la proposta dei Deputati di elevare a protettore della nostra città il vescovo s. Sabino. Al suono della campana il podestà Nicola Duodo pose in discussione la proposta che riportiamo come fu trascritta dal cancelliere Nicolò Carlevarino:
Fu posta parte per li magnifici Signori Deputati sopradetti che fu eletto Protettore di questa magnifica terra il Venerando santo Sabino, le Benedette Ossa del quale si trovano nella chiesa di S. Paolo e sia ogni anno fatta cantare al suo glorioso altare una messa solenne, col far processione attorno alla Piazza, portando, se si potranno aver le sue benedette Ossa il giornbo che sarà destinato dalli Signori Deputati e che sia fatto un pennello con la figura di detto Santo da una parte e dall’altra quel Santo e Santa che parerà ad essi Signori Deputati, supplicando esso gloriosissimo Santo che si degni sempre pregare la Maestà del Signor Iddio per conservazione di questa sua antichissima terra, e particolarmente liberata da questi presenti influssi di peste. Il tutto a lode et gloria di Sua Divina Maestà e, ad esaltazione del nome di esso gloriosissimo Santo“.
Posta ai voti la proposta ebbe “ballotte” favorevoli 28, contrarie nessuna.

 

S.Sabino protettore di Monselice a destra Santa Giustina

Cessato il morbo il Consiglio Comunale, in segno di gratitudine, fece voto di celebrare la festa del Patrono il 7 dicembre di ogni anno nella chiesa di S. Paolo con l’intervento della rappresentanza comunale. La festa fu celebrata, come risulta dagli atti del Comune e della locale Autorità Ecclesiastica, fino al 1845. Dal 1846 al 1863 nella prima domenica di maggio, poi nell’ultima dello stesso mese, dal 1901 in date diverse fissate volta per volta dall’abate Mitrato del Duomo. Le funzioni religiose si svolsero fino al 1869 nella chiesa di S. Paolo, poi in Duomo.
Le chiavi dell’urna contenente le reliquie di s. Sabino furono sempre tenute dalla nobile famiglia Cumani che ora si continua nella famigia dei conti Miari di Padova. Ogni anno, nel giorno della solennità intervenendo personalmente la famiglia dei conti Miari inviava due valletti in divisa di gala con le chiavi dell’urna.
Recuperare le reliquie del Santo iniziava subito dopo la processione della chiesa di S. Paolo al Duomo Vecchio. Alle ore dieci del mattino, al suono della civica campana, la rappresentanza Comunale e le altre autorità cittadine partivano in corteo dal Municipio alla volta del Duomo Vecchio dove l’abate Mitrato celebrava la messa pronunciando un panegirico in onore del Santo Martire. Terminata la cerimonia il Monsignore offriva alle autorità presenti un piccolo rinfresco, imitato in questo dal Sindaco il quale intratteneva, a sue spese in Municipio, gli ospiti “politici” intervenuti alla cerimonia religiosa.
Purtroppo dobbiamo segnalare che il culto di s. Sabino lentamente diminuì. Anche se, nei momenti di bisogno, come ad esempio nel 1836 il Consiglio Comunale per ‘fermare’ una nuova epidemia di colera fu costretto ad “implorare la singolare protezione del nostro s. Sabino e degli invitti martiri del nostro Santuario”.

 

FESTA DEL SANTO PATRONO (Fiera dei Santi)

Con il rapido cambio dei santi a Monselice non era neppure chiaro quando ricorreva la festa del Santo patrono che implicava per tutti i lavoratori un giorno di riposo retribuito. La giunta comunale con delibera . n. ha stabilito che la festa del santo patrono sia il 2 novembre di ogni anno. Di seguito le motivazioni.

Già nel 1275 il Comune di Padova, sotto la cui giurisdizione gravitava pure il Comune di Monselice, emanò uno statuto in cui stabiliva di inviare propri funzionari deputati al mantenimento dell’ordine pubblico dovendo sovrintendere “ad nundinas omnium sanctorum que fiunt in insula de montesilice , alla fiera di tutti i santi che si tiene in località Isola di Monselice”, oggi Piazza XX Settembre. L’appuntamento mercantile, attivo quindi da tempo immemorabile, durava cinque giorni, due prima e due dopo a cavallo della specifica ricorrenza. L’importante, tradizionale appuntamento si è quindi rinnovato di secolo in secolo con alterne fortune sino ai nostri giorni, rafforzatosi nel 1791 con l’apertura ufficiale del Santuario d’Ognissanti detto anche Santuario delle Sette Chiesette. Papa Pio VI, con “breve” datato 21 gennaio 1791, aveva concesso la custodia del SS. Sacramento alla Capella di San Giorgio, dove erano collocati 25 “corpi santi” riesumati dalle catacombe romane accanto a moltissime altre “reliquie” dei santi più famosi di ogni tempo onorati dalla Chiesa Cattolica. L’inaugurazione, con solenni funzioni e processioni si protrasse per tre giorni, dal mattino del 14 agosto alla sera del 16, facendo poi coincidere di anno in anno il momento celebrativo più intenso con la ricorrenza novembrina. Il fatto è, di sicuro memoria d’uomo, l’avvio burocratico della Fiera monselicense coincide – quasi sempre – con il 2 novembre, data considerata quindi festa patronale della Comunità anche civile.
Lo storico Annibale Mazzarolli che nella sua opera ‘Monselice-notizie storiche’ pubblicata nel 1940, a pagina 101-‘2 scrive al capitolo 50) “Francesco Duodo aveva ottenuto da Papa Innocenzo X l’autorizzazione di trasportare a Monselice nel Santuario delle 7 chiese i resti di quattro santi. Quelli di S. Anastasia furono dai Duodo destinati alla chiesa di S. Maria Zobenigo di Venezia gli altri giunsero a Monselice per via d’acqua il 24 giugno del 1651. Al di là del Catajo il convoglio che portava le reliquie venne incontrato da grandissima folla che seguì devotamente le barche. Con solenni cerimonie quelle spoglie furono portate al santuario collocate in appositi loculi. Fu tanto grande l’avvenimento che venne deciso per poter contemporaneamente onorare le reliquie di tenere la celebrazione il giorno di Ognissanti e di trasportare a quella stessa data l’inizio della fiera annuale che da epoca immemorabile si teneva in altri giorni. Più tardi fu trasportata al 2 dello stesso mese. E’ per questo che il giorno della commemorazione dei defunti, giorno per tutti di speciale raccoglimento e nel quale la mente mestamente va ai cari scomparsi, è invece per Monselice giorno di festa e di baldoria”.
Nel saggio pubblicati da questa Amministrazione nel 2006 e precisamente nel volume Tra monti sacri, ‘sacri monti’ e santuari: il caso veneto, curato da Antonio Diano e Lionello Puppi nel quale si scrive – tra l’altro – che con l’arrivo a Monselice dei corpi dei martiri romani la religiosità monselicense si concentra anche sui ‘nuovi’ santi che lentamente si affiancano a quelli tradizionali fino al punto di promuoverli, nella pietà popolare, a ‘santi patroni’; ad esempio nel 1836 per ‘fermare’ una nuova epidemia di colera vennero “implorati la protezione di San Sabino e degli inviti martiri del nostro santuario”;
Dato atto che non esistono documenti specifici addottati da questa dell’Amministrazione comunale inerenti la festa patronale, ma solamente una lunga consuetudine per cui si ritiene opportuno, confermare come Santo Patrono del Comune di Monselice la giornata destinata alla commemorazione di tutti i defunti che tradizionalmente viene ricordata il 2 novembre di ogni anno, come evidenziato nella premessa storica e dagli scritti del Mazzarolli;