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Storia delle cave nei colli euganei di Loris Fontana

Laghetto della Rocca di Monselice

LE CAVE DEI COLLI EUGANEI di Loris Fontana*1

Pubblichiamo un interessante articolo dell’allora soprintendente Loris Fontana sulle cave nei colli euganei pubblicato nel libro curato da Giampietro Dalla Barba nel 1979 intitolato Escavazioni nei colli euganei: un problema di produzione nella salvaguardia del territorio  qui disponibile in formato PDF   [ Clicca qui ]

L’attività della cava nei Colli Euganei ebbe inizio in epoca addirittura preistorica. Le trachiti per i materiali da costruzione, per stele, pietre miliari; i calcari per la produzione della calce vennero usati fin dai paleoveneti che avevano la loro capitale ad Este.

In età romana largo fu l’uso delle cave euganee. Le nuove città sorte intorno ed a breve distanza dagli Euganei (Padova, Monselice, Montagnana, Abano…) richiedevano continua fornitura di pietre dure da muratura e di leganti. Le trachiti vengono ora impiegate largamente anche per lastricati stradali, per acquedotti, per arginature. I trasporti avvengono a mezzo di carri trainati da buoi o, più frequentemente, per via fluviale.

Nel medioevo continuò senza sosta la fornitura di materiali lapidesi che giungono ora fino a Chioggia ed a Venezia. Piccole cave di trachite sono sparse ovunque. Le più antiche si trovano sulla Rocca di Monselice per l’egregia qualità del materiale e la vicinanza con la via d’acqua (il Bisatto); a Montemerlo, nei versanti di Montegrotto ed Abano.

Piccole fornaci con trono conico sono sparse ovunque, in ogni comune. Le più antiche si trovano a Cinto Euganeo (Monte Cinto, loc. Bomba), ad Este loc. Codevigo, a Baone ed anche nella parte nord del comprensorio, notoriamente meno aggredita dalle cave. Fornaci artigianali a cielo aperto sorgono in ogni frazione.

Intorno all’anno 1000 i Colli si popolano di robusti e complessi castelli e di conventi. I castelli non sono meno di 20 ed i soli conventi benedettini di cui è rimasta memoria sono ben 34. Con l’avvento dell’evo moderno ed il fiorire della borghesia agricola i colli si popolano di ville. Grande è stata pertanto anche la fornitura di materiali destinati al consumo interno. Ma fino a circa mezzo secolo fa, la attività di cava non aveva lasciato ferite apprezzabili nei versanti dei colli. E le poche e piccole cicatrici erano state del tutto rimarginate dall’opera sapiente della natura. Il rapporto uomo territorio, anche se il territorio come abbiamo visto era sollecito a produrre per un ampio consumo al di fuori dei propri limiti geografici, si sviluppava in equilibrata armonia. Del resto la stessa durezza dei materiali, tenaci da estrarre, e la rudimentalità dei mezzi a disposizione impedivano l’insorgere di qualsiasi processo rapido e pregiudizievole (Ma anche dove il materiale è tenero e ben lavorabile, come nei Monti Berici -Costozza e Nanto-lontano dagli Euganei), l’attività di cava avviene in sapiente equilibrio con l’assetto naturale.

Le prime avvisaglie di crisi di questo rapporto, lo abbiamo proprio a Monselice, sulla Rocca. Nella Rocca si era sempre cavato. Le cave operanti attorno alla Rocca erano quattro: la cava S. Tommaso, la Cava Ebrei, la Cava Salotto e, la maggiore di tutte, la cava Duomo di proprietà Cini.

In tre successive epoche, nel 1903, nel 1926 e nel 1927, con sopralluogo collegiale alla presenza del Prefetto, del Capo del Regio Distretto Minerario e del Soprintendente, vengono fissati i limiti dell’attività di cava, con ben 11 picchetti fissi nel terreno. Ma di tali limiti non si dovette tenere molto conto se il Prof. Callegari, Ispettore onorario della Soprintendenza e Direttore del Museo Atestino, ebbe a lanciare nel 1936 davanti all’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Padova, il primo grido di allarme: “In venticinque secoli” disse “non si è fatto tanto male ai nostri colli quanto nei pochi decenni ultimi”.

Il 1951 è l’anno della rotta del Po. La falla è ampia. L’ acqua arriva fino a Rovigo che viene salvata solo dagli argini dell’Adigetto. Ritiratesi le acque, si dà inizio alla grande operazione di consolidamento degli argini del Po, in tutto il tratto da Parma al Mare. E l’area di reperimento più vicina e più comoda è il versante sud dei Colli Euganei. Incominciano le mine e le teorie dei camion. Si aprono le grandi cave del Monte Ricco, del Monte Murale, del Cero e di Baone.

La denuncia dei esercizio della Cava Nagy (Monselice) risale al 1921; quella dei fratelli Lorenzin a Baone è del 1953. Panfilo apre nel ’57 a Monte Murale. La Ditta Bonato apre sul Cero nel ’55; Ferretto a Calaone nel ’57; Scarparo nel ’57 ancora sul Cero. La Cava Bonetti a Montegrotto attiva fin dal 1908 e la Cava Turri di Donà fin dal 1948. Nel 1951 la Ditta Polito apre a Teolo sul Montegrande.

Frattanto nel 1959 la Ditta Italcementi di Bergamo costruisce un proprio cementificio vicino a Monselice, in sostituzione dell’impianto funzionante a Padova che era venuto a trovarsi ormai in zona urbana. Si inizia con un primo forno. Poi diventeranno due. E proprio in piena applicazione della legge che vieta l’attività estrattiva nel Comprensorio Euganeo, viene costruito il terzo forno. La Italcementi, dopo aver tentato di aprire una cava nel versante di Arquà (la Valle dei Morti) e poi a Valle S.Giorgio, si è ripiegata sul Monte Fiorin, piccolo corrugamento di calcare, marginale agli Euganei.

Entra in attività la cementeria Monselice che apre un cantiere di cava nel versante Nord di Monte Ricco. Zillo potenzia la propria attività a danno del sito della Villa del Principe, ed autorizzerà altre tre cave (Bomba, Cocuzza e Piombà). Il Monte delle Croci fornisce pietrisco basaltico al compartimento di Bologna delle Ferrovie dello Stato.

All’inizio degli anni ’60 incominciava a serpeggiare il malcontento. Si forma una prima commissione che nell’aprile del 1964, compie un primo sopralluogo alle più importanti cave redigendo un primo preoccupato verbale. La Soprintendenza invia le prime due lettere chiedendo inascoltate sospensioni (’66). Si incomincia freneticamente a vincolare qua e là correndo dietro a questa e a quella iniziativa.

Per cavare ai sensi del D.P.R. 4.9.1959 n.128, basta fare denuncia di apertura cava al Distretto delle Miniere. Se vi è vincolo idrogeologico, occorre l’autorizzazione forestale che viene concessa frequentemente laddove non vi siano particolari problemi di regime delle acque o di danni. Dove vi è vincolo paesaggistico, occorre il nullaosta della Soprintendenza la quale ha un limite specifico nei propri provvedimenti nel dispositivo della’art.11 della legge 1497.

Pare comunque che l’unico freno possa venire da parte della Soprintendenza. Tranne qualche rara eccezione, la Soprintendenza esprime sempre parere negativo. Ma nessuna cava si ferma. Gli imprenditori, in possesso di assegnazione forestale e di autorizzazione del Corpo delle Miniere, il più delle volte si ritengono in regola. In regola non sono. Incominciano anche le prime denunce. Ma l’attività di cava continua implacabile ed anzi si accentua.

Con l’inizio dei lavori dei tronco autostradale Padova-Bologna, l’attività di cava diventa frenetica. Nel 1967 sul Monte ricco si concentrano ben 8 cave che aggrediscono il colle da tutti i lati. Quattro cave si raggruppano nel cono del Monte Cero e due sul Monte Murale, poco al di sopra del centro abitato di Este. Incomincia il dissesto statico della strada che collega Este con Calaone. Crollano le prime case in località Meggiano Alta.

Nel 1968 la cava Monte Croci di Battaglia Terme provocherà il franamento della sommità del Colle con la perdita dei resti di un convento del 1200. Questo fatto, soprattutto, darà l’avvio al sorgere di diversi gruppi spontanei di cittadini che si riuniscono in comitati. La cava Sitim modifica la morfologia del Colle di Lispida. Si aprono cave nelle zone più emergenti e panoramiche, come sui fianchi del Monte Rusta, sulla cima del Monte Lozzo e del Monte Cinto.

Nella cava Vigolo, vicino al Santuario della Madonna della Salute a Monteortone, salta in aria il deposito di esplosivi. Il boato si avverte fino a Padova. Si rompono le vetrate dell’Abbazia di Praglia. I danni arrecati all’insigne santuario della Salute sono ingenti. La facciata inizia a scivolare a valle. Solo recentemente sono stati spesi quasi 300 milioni per ovviare al dissesto statico.

La produzione sale a cifre vertiginose. Dal mezzo milione di tonnellate estratte nel 1952, si toccano quasi i sei milioni di tonnellate nel 1968.

Nel triennio 1966-1968 la produzione si è triplicata, passando da tre milioni a sei milioni di tonnellate. Invece non aumenta di pari passo l’impiego di manodopera: nel 1968 troviamo occupate pressochè le stesse unità lavorative che nel 1952 (Grafico distretto Minerario di Padova). E’ aumentata la potenza distruttiva dei mezzi d’opera. Nel 1952 per cavare una tonnellata di materiale di media consistenza un operaio impiegava due ore e mezzo; nel 1968 bastano ad un operaio appena dieci minuti. Sui poveri Colli Euganei prosperano tutte le categorie sociali. Come proprietari o come gestori, sono rappresentati tutti gli strati sociali. Presente è l’alta borghesia padovana e veneziana. Presenti sono Istituti religiosi, ed anche uomini di cultura. Presente è anche la povera gente. Calaone, nel momento del boom faceva pensare ad una città di pionieri del West. Ovunque trattorie ed ufficine meccaniche. La crisi agricola e il miraggio del facile lavoro in città induceva i contadini a vendere il campo a pochi soldi. Vi furono contadini che per 1500 lire al giorno si sono fatti divorare la collina retrostante la propria casa. Nel 1969 secondo una stima della Soprintendenza, nei Colli Euganei erano attive ben 50 cave di cui 29 su territorio vincolato. Cavava anche chi non vendeva: il materiale accumulato o prima o poi avrebbe trovato un compratore.

Singolare è a questo proposito una lettera del dr. Meneghina, di Baone, presidente del comitato locale. Egli denuncia delle cave abusive ma avverte il giudiche che… “alcune ditte di cavatori interessate alla suddetta denuncia sono però di piccole dimensioni, su scala artigianale o addirittura familiare. Esse servono da paravento ai grossi industriali delle cave e ne sono le vittime…

Si prega pertanto che la giustizia sia medicinale, non vendicativa, intesa più a sollecitare gli uomini di buona volontà a fare il loro dovere, piuttosto che punire esageratamente della povera gente”.

Qual’era l’atteggiamento della collettività di fronte ad un così ampio e distruttivo fenomeno? La maggior parte della popolazione era decisamente contraria alle cave. Ma non mancavano consistenti fasce sociali favorevoli. Si trattava per lo più di persone che svolgevano attività lavorativa, nel campo dell’estrazione o che, comunque, ne ricavavano benefici. Ricordiamo una manifestazione dei cavatori che nell’imminenza dell’approvazione della legge 1097 si portarono per protesta da Monselice a Padova con circa 300 automezzi.

I contadini, dopo essere stati in un primo momento favorevoli per il potenziale aumento di domanda dei terreni con prospettive minerarie, divennero quindi perplessi e poi decisamente contrari a motivo dei danni alle campagne provocati da indisciplinato regime delle acque e dei danni alle colture provocate dai fumi dei cementifici.

Le Amministrazioni comunali erano abbastanza divise a giudicare dai pareri forniti l’indomani dell’approvazione della legge. Sensibile più di ogni altro al problema dei cavatori, per ragioni occupazionali, fu il Comune di Monselice anche se dimostrava di saper apprezzare le ragioni dell’ambiente e del paesaggio. Ricordiamo i numerosi ordini del Consiglio Comunale negli anni ’70 e ’71. Mentre tra i più sensibili ai motivi culturali si schierarono Arquà e soprattutto Baone. Arquà difendeva i valori paesaggistici legati alla memoria del Petrarca. Baone era assordato dagli strepiti della Cava Lorenzin a ridosso del centro abitato e difendeva l’integrità di Valle S.Giorgio.

Le forze culturali si organizzarono: sorsero comitati in tutti i comuni. Si organizzarono anche i cavatori che furono rappresentati dalle associazioni della A.N.E.P.L.A e altre. Inoltre gli interessi dei cavatori erano sostenuti anche da organismi che per loro istituzione tendono al bene primario dell’occupazione e della produzione, come i sindacati, l’associazione degli artigiani e altri…..[ Clicca qui…,]

1Soprintendente Aggiunto ai Monumenti del Veneto

Proteste contro la chiusura delle cave 1970 (?)