Selmin ci fa conosce Adolfo Callegari, l’uomo che ha inventato i colli euganei

Copertina del libro Adolfo Callegari: la scoperta dei colli euganei

L’ultimo lavoro di Francesco Selmin si intitola “Adolfo Callegari, La scoperta dei colli euganei” nel quale racconta le opere e la vita dello studioso di storia dell’arte e di archeo­logia, Adolfo Callegari (Padova, 1882-Arquà Petrarca, 1948) che dal 1922 fino alla morte di­resse il Museo Nazionale Atestino. La sua opera più fortunata è la Guida dei Colli Eu­ganei pubblicata a Padova nel 1931 e più volte ristampata. Nello stesso anno uscì per l’editore Treves lo splendido volume Ville del Brenta e degli Euganei scritto assieme a Bruno Brunelli Bonetti.

Adolfo Callegari (1882-1948), studiò le bellezze di Monselice, denunciando il grave pericolo delle cave che stavano distruggendo il castello e le mura

L’opera di Selmin dà una lettura ambientale dell’attività del Callegari ampliando il suo grido di allarme, lanciato nel 1936, nell’intento di arrestare la devastazione del paesaggio euga­neo causata da un’ escavazione selvaggia. In molte pagine si parla di Monselice, della sua storia e soprattutto si descrivono le cave che già a quel tempo stavano distruggendo le mura monselicensi.

Riportiamo una pagina del libro tratta dal capitolo “La rocca di Monselice”  perché documenta lo stato di abbandono del nostro maggiore monumento medievale: il castello. “… nel 1840 ecco, per acquisto all’asta giudiziale, palaz­zo e oratorio (castello di Monselice) passare dalla contessa Benedetta Giustinian ­Lolin maritata Marcello a certo Rossi, e questi senza pure entrarne in possesso rivenderlo tre anni dopo ai Giraldi…  Fu il principio dell’ abbandono. Di fuori la massa merlata e ferrugigna par salda e pronta a sfi­dare i secoli; in realtà, salvo una parte, è disabitata, nuda, coi muri scialbati di calce, corsi da fenditure che dal tetto scendono al basso, coi pavimenti incurvati pel cedimento delle travature di appoggio, colle finestre o accecate del tutto o ridotte a pertugi. Nelle notti d’inverno o di burra­sca il vento urla attraverso gli scuri mal connessi, penetra nei saloni, s’ingolfa su per le gole dei camini e per le strorn­bature delle scale, porta via con sè le grida di Jacopino. Il castello è in rovina. La rocca è in rovina. Il monte se lo mangiano via via nascostamente meglio che se fosse un panettone. Ohibò! nessuno vuoi dire che le mine non facciano rumore, che gli operai non si vedano aggrappati al sasso, come le rondini di mare. Ma i buoni Monseliciani sono assuefatti ai colpi e non guardano in alto. Già l’uomo stenta a guardare in alto. Se mai, se ne accorgono a cose fatte. «Tò! hanno demolito la Torre della Regina. Tò! è an­data giù anche la chiesa di Santa Maria de medio monte». E così una torre oggi, una cortina domani, verrà giorno che della rocca non resterà ricordo che sulle carte. E pure è stata buona anche nell’ultima guerra. Una ca­pannuccia proteggeva lassù un soldato, una mitragliatrice. E il soldato scrutava i cieli vasti, segnalava le direzioni dei venti, seguiva le nuvole che venivano o andavano al Carso, al Piave, ai campi di guerra. Mezza Italia, tutta l’Italia gio­vane è passata di là e conserva negli occhi il profilo duro del monte. A più d’uno certo dorrebbe se quel profilo mu­tasse, se l’azione degli uomini lo distruggesse. Sarà il conte Cini che acquisterà il castello trasformandolo in un bellissimo museo.

Le pagine del Callegari appaiono – anche oggi – preziose e sicuramente hanno contribuito a ‘fondare’ il mito dei colli euganei, come luogo da conservare per la sua unicità e bellezza.

Tra le notizie riportate merita un po’ d’attenzione anche il capitoletto dedicato al tempietto eretto nel 1829,  su progetto dell’architetto Giuseppe Jappelli, che si trova sul piazzale della pizzeria “La Costa”, destinato a raccogliere l’acqua solforosa che sgorga spontaneamente in quel luogo. L’acqua, secondo le credenze di quel tempo, doveva dare qualche beneficio per chi la beveva. I Trieste  proprietari del luogo speravano di ricavarne qualche utile, ma alle fine abbandonarono il progetto e il tempio fu abbattuto. Lo proteste del Callegari furono tali da costringere i Trieste a ricostruire la fonte nella posizione in cui oggi si trova.

Pagine preziose quindi quelle pubblicate da Selmin che ci fanno conoscere un grande personaggio del secolo scorso, amante della natura e della storia passata che ha speso buona parte della sua vita per far maturare l’idea che i Colli sono un bene comune da conservare e da difendere.