{"id":3062,"date":"2026-08-19T06:17:23","date_gmt":"2026-08-19T04:17:23","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/?p=3062"},"modified":"2026-09-30T12:09:40","modified_gmt":"2026-09-30T10:09:40","slug":"preti-e-suore-di-monselice-1900-1990","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/preti-e-suore-di-monselice-1900-1990\/","title":{"rendered":"Preti e suore di Monselice (1900-1990)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><strong>ABATI, PRETI, SUORE E PARROCCHIE DI MONSELICE DAL 1900 AL 1990<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di Giuseppe Trevisan<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tratto dall&#8217;opuscolo di Giuseppe Trevisan Z I B A L D O N E delle chiese e dei relativi operatori Secoli XIX \u2013 XX Monselice, maggio 2009 (Disponibile qui in formato PDF, ( 50 MB)\u00a0<strong>\u00a0\u00a0<a href=\"http:\/\/www.ossicella.it\/archiviowp\/restauri_monselice_trevisan.pdf\">www.ossicella.it\/archiviowordpress\/restauri_monselice_trevisan.pdf<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<table style=\"width: 100%; border-collapse: collapse; background-color: #f1e6f7;\" border=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td style=\"width: 100%;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0I N D I C E<\/p>\n<p><span style=\"color: #800080;\"><em><strong>Cap. 1 &#8211;\u00a0Formazione delle parrocchie monselicensi nel &#8216;900<\/strong><\/em><\/span><br \/>\n1.1 La parrocchia di Santa Giustina fra le due guerre<br \/>\n1.2 Il rinnovamento dopo la seconda guerra mondiale<\/p>\n<p><span style=\"color: #800080;\"><strong><em>Cap. 2 &#8211;\u00a0La parrocchia di Marendole del 1803<\/em><\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #800080;\"><em><strong>Cap. 3 &#8211;\u00a0Le nuove parrocchie nel 1919<\/strong><\/em><\/span><br \/>\n3.1 Santa Giustina<br \/>\n3.2 Monticelli<br \/>\n3.3 San Bortolo<br \/>\n3.4 San Cosma<br \/>\n3.5 Ca\u2019 Oddo<\/p>\n<p><span style=\"color: #800080;\"><strong><em>Cap. 4 &#8211;\u00a0Costituzione delle ultime parrocchie degli anni \u201860<\/em><\/strong><\/span><br \/>\n4.1 Santa Maria del Carmine<br \/>\n4.2 San Giacomo<br \/>\n4.3 Santissimo Redentore<\/p>\n<p><span style=\"color: #800080;\"><em><strong>Cap. 5 &#8211;\u00a0I sacerdoti che operarono a Monselice nel secolo scorso<\/strong><\/em><\/span><br \/>\n5.5 Elenco abati mitrati dal 1844 al 2009<br \/>\n5.2 Profili di sacerdoti operanti in Monselice nel \u2018900<br \/>\n5.2.1 Monsignor Luigi Gnata arciprete (1920 &#8211; 1945)<br \/>\n5.2.2 Monsignor Basilio Mingardo (1858 \u2013 1946)<br \/>\n5.2.3 Don Luigi Gatto (1832- 1919 )<br \/>\n5.2.4 Monsignor Angelo Cerato arciprete (1946- 1971)<\/p>\n<p><span style=\"color: #800080;\"><em><strong>Cap. 6 &#8211;\u00a0Le suore monselicensi<\/strong><\/em><\/span><br \/>\n6.1 Le Sorelle della Misericordia di Verona<br \/>\n6.2 Piccole Ancelle del Sacro Cuore<\/p>\n<p><span style=\"color: #800080;\"><strong><em>Cap. 7 &#8211;\u00a0Storia San Sabino (Santo protettore di Monselice)<\/em><\/strong><\/span><\/p>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><\/h4>\n<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #800080;\"><strong><em>Capitolo 1 <\/em><\/strong><\/span><\/h4>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #800080;\"><strong><em>Formazione delle parrocchie monselicensi nel &#8216;900<\/em><\/strong><\/span><\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per fare una cronologia, sia pure a grandi linee, delle attuali parrocchie di Monselice, ritengo utile risalire alla fine della Repubblica Veneta, quando nel 1797 Napoleone port\u00f2 anche in Italia le idee della rivoluzione francese. Napoleone, imperatore dei Francesi, nel 1810 soppresse anche da noi, oltre ai vari conventi, anche la collegiata abbaziale di Santa Giustina, con le relative mansionerie, cappellanerie e canonicati; creando forte contrariet\u00e0 e rammarico specie per la collegiata, perch\u00e9 essa rappresentava un antichissimo titolo di nobilt\u00e0.<br \/>\nDopo gli assestamenti avvenuti durante il governo austriaco, succeduto a quello francese, nel 1844 il vescovo di Padova nomin\u00f2 arciprete del duomo di Santa Giustina di Monselice mons. Evangelista De Piero, assegnandogli, a ricordo dei vecchi ordinamenti della Collegiata, il titolo aggiunto di \u201cAbate Mitrato\u201d. In quel tempo nel comune, oltre la grande parrocchia del centro cittadino facente capo al Duomo, ve ne erano altre quattro che raggruppavano gli abitanti del contado. Di queste ultime soltanto Marendole, eretta a parrocchia nel 1803, aveva nella frazione la canonica e la chiesa,intitolata a San Nicola di Bari. Le altre zone del contado, San Bortolo, San Cosma, Ca\u2019 Oddo e Monticelli erano per antica tradizione curazie affidate alle parrocchie del centro e cio\u00e8 quelle di Santa Giustina, di San Martino, San Tommaso Apostolo e San Paolo. Durante il lungo ministero di Mons. De Piero, 1844-1898, cominci\u00f2 ad evidenziarsi il problema della ubicazione delle chiese parrocchiali nelle frazioni, mentre per il centro si sentiva la necessit\u00e0 di costruire in piano il nuovo duomo di Santa Giustina.<br \/>\nQueste nuove idee provocarono discussioni, ricerche e la formulazione di qualche progetto, ma soprattutto accesero polemiche e lunghe diatribe, tanto che occorsero molti anni per risolvere tutti i problemi. Il primo tentativo \u00e8 stato quello di ampliare San Paolo, per avere al piano una chiesa capiente nel centro. L\u2019ingegnere architetto Lorenzo Polettini, con un progetto di ispirazione tardo- classica, propose un grosso ampliamento della chiesa; il progetto \u00e8 senza data, per\u00f2 dall\u2019impostazione stilistica e dalla grafia delle didascalie, si pu\u00f2 ipotizzare che sia del 1880. Questa proposta non ebbe seguito e fu presto dimenticata. Per molti anni il progetto di ampliamento di San Paolo rimase ignorato, ritorn\u00f2 alla luce varie decine di anni dopo, illustrato da quattro fotografie -tipo cartolina- che riportano la pianta, la sezione, la facciata e il fianco del progetto. L\u2019ampliamento di San Paolo riguardava la creazione della terza navata a destra, l\u2019allungamento verso il retro del presbiterio, l\u2019avanzamento della facciata di un terzo rispetto alla navata attuale, con la creazione anche di un vestibolo a colonnato e di uno scalone di accesso con due inviti posti ai lati.<br \/>\nDatando il progetto al 1880 ci si pu\u00f2 porre una domanda: considerando che gi\u00e0 in quegli anni si sentiva il bisogno di una chiesa capiente al piano, perch\u00e9 \u00e8 nato quel progetto di San Paolo e non uno in un altro luogo, considerato anche che gi\u00e0 nel 1857 il Comune aveva costruito proprio sul terrapieno il nuovo municipio addossato alla chiesa? Il municipio, ora abbattuto, era un fabbricato a palazzetto veneto abbastanza ampio, con due piani e soffitta e una aggiunta di tre negozi posti nella differenza di quota tra la strada e la pavimentazione del terrapieno. Il progetto Polettini fu una provocazione o vi erano degli accordi verbali con l\u2019autorit\u00e0 comunale? Rimane da capire perch\u00e9 quel progetto non fu reso pubblico, chi sia oggi il possessore delle tavole originali del disegno e perch\u00e9 e quante fotografie furono stampate, tenendo conto che le foto, in rapporto alla loro qualit\u00e0 e conservazione, devono essere state scattate all\u2019inizio del secolo XX. Dal 1898 al 1908 fu arciprete e secondo abate mitrato mons. Giuseppe Todeschini. Durante il suo ministero il problema delle chiese esplose creando fazioni contrapposte, cos\u00ec l\u2019arciprete, constatato che non riusciva a trovare un accordo, diede le dimissioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il vescovo Luigi Pellizzo pens\u00f2 di placare gli animi e trovare la soluzione nominando come \u201cvicario capitolare ad acta\u201d, cio\u00e8 un uomo sopra le parti, il parroco di Stanghella mons. Callegaro. Questi rimase a Monselice circa tre anni, ma non riusc\u00ec a ricucire gli strappi tra le fazioni, cos\u00ec diede pure lui le dimissioni. Allora monsignor Pellizzo, fate le debite considerazioni, ritenne opportuno nominare arciprete e terzo abate mitrato il parroco officiante nella chiesa di San Paolo, capo di un gruppo particolarmente agguerrito, nella speranza che responsabilizzandolo avrebbe cercato di trovare soluzioni soddisfacenti. Infatti il nuovo arciprete Pietro Prevedello, che svolse il proprio ministero dal 1912 al 1919, si adoper\u00f2 per risolvere il problema del nuovo duomo, lasciando da parte quello di creare le parrocchie nelle frazioni. Scandagliando tutto il centro, egli ferm\u00f2 sulle prime la sua attenzione nella villa Tortorini, che per\u00f2 scart\u00f2 per le troppe difficolt\u00e0 tecniche e burocratiche ch\u2019essa presentava. Cos\u00ec pens\u00f2 all\u2019ex chiesa di Santo Stefano, di propriet\u00e0 comunale e usata come magazzino, che dava garanzie di fattibilit\u00e0. Sopraggiunta per\u00f2 la prima guerra mondiale ogni programma fu sospeso e rimandato a tempi migliori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al termine della guerra il vescovo Pellizzo, ritenendo che per Monselice la questione principale fosse quella delle parrocchie frazionali, eman\u00f2 il 15 aprile 1919 un decreto che sopprimeva le quattro parrocchie cittadine, erigendo nel contempo una sola parrocchia al centro, denominata \u201cParrocchia urbana di Santa Giustina\u201d e altre quattro parrocchie nei pi\u00f9 popolosi agglomerati del contado. Cos\u00ec si ebbero le seguenti parrocchie: Monticelli con patrono San Carlo Borromeo, San Bortolo con patrono San Bartolomeo, Ca\u2019 Oddo con patrono Sant\u2019Antonio da Padova, San Cosma con patroni i santi Cosma e Damiano, nominando nel contempo parroci coloro che gi\u00e0 vi esercitavano il loro ministero. Dopo questa presa di posizione vescovile, subito le frazioni guidate dai loro pastori iniziarono a organizzarsi per la costruzione nel loro territorio delle nuove chiese e canoniche, mentre l\u2019arciprete di Santa Giustina, cui sarebbe rimasto il compito di portare il duomo al piano, dette le dimissioni. Il Vescovo nomin\u00f2 allora come quarto abate mitrato nel 1920 mons. Luigi Gnata, parroco di Galzignano, a cui fu dato il compito di accentrare la grande parrocchia cittadina in pianura.<\/p>\n<figure id=\"attachment_3095\" aria-describedby=\"caption-attachment-3095\" style=\"width: 389px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-3095\" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/pelizzo.jpg\" alt=\"\" width=\"389\" height=\"458\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/pelizzo.jpg 389w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/pelizzo-255x300.jpg 255w\" sizes=\"auto, (max-width: 389px) 100vw, 389px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3095\" class=\"wp-caption-text\">Luigi Pellizzo. Vescovo di Padova. Il 15 aprile 1919 suddivise il territorio in cinque parrocchie autonome: Duomo, Monticelli, San Cosma, San Bortolo e Ca\u2019 Oddo; riconfermando quella di Marendole che era parrocchia autonoma dal 1803.<\/figcaption><\/figure>\n<h5><\/h5>\n<h5><span style=\"color: #000000;\"><strong>1.1 La parrocchia di Santa Giustina fra le due guerre mondiali del XX secolo<\/strong><\/span><\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Monsignor Luigi Gnata subito si mise all\u2019opera per la scelta dell\u2019ubicazione del nuovo duomo. Dopo varie ricerche alla fine ripercorse il cammino del suo predecessore, fermandosi anche lui nell\u2019ex chiesa di Santo Stefano. Erano stati vagliati ancora una volta due luoghi: villa Tortorini e l\u2019ex chiesa di Santo Stefano. La zona Tortorini fu riesaminata con molta attenzione e scartata per le stesse precedenti motivazioni con altre aggravanti. Infatti nel medioevo di l\u00e0 passava il vallo della cinta muraria (vedi i resti di una torre nel piazzale della Vittoria) che era stato tombato con detriti che non offrivano solidit\u00e0 per fondazioni normali. Questo motivo di precariet\u00e0 fu aumentato dalla psicosi di dover trovare per il costruendo duomo un terreno compatto, perch\u00e9 in quei tempi una chiesa della diocesi era andata in rovina essendo il terreno di base incoerente. Un\u2019altra difficolt\u00e0 dipendeva dal fatto che la zona era propriet\u00e0 privata di un ente benefico e quindi di difficile acquisizione. Inoltre c\u2019era il desiderio di molti monselicensi di creare in quel luogo un parco con monumento a ricordo dei caduti della grande guerra, tanto che il sindaco nel 1924 commission\u00f2 l\u2019opera allo scultore concittadino Boldrin che scolp\u00ec per il \u201cmonumento\u201d l\u2019attuale gruppo marmoreo nel giardino del municipio.<br \/>\nRimase cos\u00ec solo l\u2019ex chiesa di Santo Stefano e fu dato all\u2019arch. Contarello l\u2019incarico del restauro. Il progetto prevedeva una ristrutturazione a tre navate in stile tardo romanico. La navata centrale dell\u2019ex chiesa di Santo Stefano, di stile romanico, era stata usata dapprima dai monaci domenicani, che l\u00ec vicino avevano il convento, ora case di abitazione su via Santo Stefano Superiore e via M. Carboni, poi dalla congregazione del Santo Rosario. Nel milleseicento la chiesa fu ampliata da due navate laterali, come si vede guardando la facciata. Gi\u00e0 nella seconda met\u00e0 del diciottesimo secolo, cessata la confraternita, la chiesa e i vari fabbricati ad essa attinenti erano passati in propriet\u00e0 del demanio veneziano, poi di quello francese e infine di quello austriaco. All\u2019inizio del 1800 la parte del convento di via Santo Stefano Superiore fu venduta a privati, mentre il campanile, l\u2019abitazione dei canonici di via Carboni e la vicina chiesa di san Luigi, che era la scuola annessa a Santo Stefano, passarono alla parrocchia di Santa Giustina. La chiesa di Santo Stefano, rimasta al demanio prima francese e poi austriaco, fu usata come ricovero di reparti di cavalleria. Con l\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia l\u2019ex Santo Stefano pass\u00f2 al demanio italiano che cedette gratuitamente l\u2019immobile a quello comunale di Monselice.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Salomonio nel suo \u201cAgri Patavini inscriptiones sacrae et prophanae, F. Jacobi Salomonii, Padova 1696\u201d enumerava all\u2019interno di Santo Stefano ben trenta lapidi, soprattutto tombali, segno dell\u2019importanza che la chiesa godeva presso i fedeli. La chiesa fu spogliata dagli eserciti francesi e austriaci che passarono di qui. Questi esumarono i cadaveri e tolsero gli altari per abbassare il pavimento fino alla quota della strada onde ottenere un facile accesso per i carriaggi, come si pu\u00f2 constatare dai segni delle vecchie pavimentazioni. Tutti gli ornamenti marmorei furono dispersi, fuorch\u00e9 una piccola parte dell\u2019altare maggiore ammucchiata per molti decenni in un angolo del presbiterio. Quei marmi furono recuperati nel 1949 e usati nel sottochiesa del duomo nuovo nel 1956. Il progetto dell\u2019architetto Contarello fu fatto conoscere con cartoline, una con la facciata e un\u2019altra con l\u2019interno, usate per promuovere le offerte dei fedeli avvicinati in maniera capillare da molti volonterosi distribuiti su tutto il territorio della parrocchia.<br \/>\nIl nuovo vescovo Elia dalla Costa, l\u2019otto luglio 1928, inviava al foglio parrocchiale \u201cLa Rocca\u201d una lettera autografa in cui raccomandava ai Monselicensi di fare offerte per il restauro di Santo Stefano dicendo testualmente \u201c[\u2026] perch\u00e9 cos\u00ec, in breve volgere di tempo, alla bella cittadina sia dato un duomo rispondente alle esigenze dell\u2019arte e della piet\u00e0 dei fedeli.\u201d<br \/>\nLa sorte per\u00f2 scelse un altro corso. Il duomo di santa Giustina presentava gravi segni di degrado e cos\u00ec, alla fine degli anni venti, sotto la guida della Soprintendenza ai Monumenti, fu posto mano ai lavori di consolidamento. La Soprintendenza chiese e ottenne dal parroco mons. Gnata di estendere i lavori anche alla demolizione delle superfetazioni, eliminando cio\u00e8 i lavori fatti in tempi successivi e senza valore artistico, per riportare il duomo alla purezza dello stile romanico del 1200, adducendo verbalmente la convinzione che lo Stato Italiano, a lavori finiti, avrebbe rimborsato le spese. I lavori supplementari furono principalmente la demolizione del soffitto, con conseguente grosso restauro delle travature che rimasero a vista, poi l\u2019eliminazione della cappella a sinistra che penetrava nelle sede stradale di via del Santuario, ove ancora oggi si vedono i vari rifacimenti della muratura per la chiusura dell\u2019arco. La ghiera di marmo rosa che contornava l\u2019arco, con i conci leggermente incisi, attualmente si trova dimenticata nel cortile interno della canonica del duomo vecchio. Per quanto riguarda l\u2019aspetto economico dei costi purtroppo poco dopo vi fu la concomitanza di una crisi economica, dovuta sia al fallimento della banca presso la quale erano depositate le offerte, sia alla latitanza dello Stato che non fece alcun rimborso. Cos\u00ec la grossa spesa sostenuta per il restauro non solo prosciug\u00f2 le poche offerte salvate dal fallimento, ma lasci\u00f2 anche dei debiti che la parrocchia dovette pagare poi con grandi sacrifici. Tutto questo cre\u00f2 scompiglio e scoramento tanto da far sospendere gi\u00e0 in prima battuta l\u2019iniziativa del nuovo tempio, per abbandonarla del tutto poi con l\u2019arrivo delle guerre, prima quella di Abissinia del 1935 e poi la seconda guerra mondiale.<br \/>\nAlla morte di mons. Gnata, nel settembre 1945, il vescovo Carlo Agostini nomin\u00f2 vicario il cappellano don Palmiro Stefani, che resse la parrocchia per un anno, perch\u00e9 il Vescovo trov\u00f2 riluttanza tra il clero diocesano nell\u2019accettare la sede arcipretale di Monselice, dati i molti problemi che allora presentava: costruzione del nuovo duomo, eliminazione dei riparti e delle varie canoniche, probabile creazione di altre parrocchie. Qui \u00e8 da precisare che da mons. Gnata erano stati creati per comodit\u00e0 organizzativa tre riparti diretti da tre cappellani: uno presso il patronato maschile di propriet\u00e0 parrocchiale dove attualmente c\u2019\u00e8 il duomo nuovo, un altro a San Paolo con la canonica adiacente, ma questa di propriet\u00e0 comunale, il terzo infine a San Martino con la canonica nell\u2019attuale civico 23 di via Antonio Tassello, che era di propriet\u00e0 parrocchiale. Durante la guerra questo organigramma si dimostr\u00f2 dispersivo: era necessario riunire il tutto in un unico luogo.<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\"><strong>1.2 Il rinnovamento dopo la seconda guerra mondiale<\/strong><\/span><\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il vescovo Carlo Agostini nomin\u00f2 arciprete e quinto abate mitrato monsignor Angelo Cerato gi\u00e0 arciprete di Legnaro. A lui fu dato l\u2019onere di costruire il nuovo duomo e di accorpare le varie cappellanie riunendo i sacerdoti in una sola canonica.<br \/>\nIn quei tempi era diffusa, almeno nella nostra diocesi, l\u2019idea che il duomo doveva sovrastare le altre chiese della parrocchia per essere la \u201ccittadella della fede\u201d. Fu cos\u00ec calcolato che il nuovo duomo, in rapporto alla vastit\u00e0 sia della parrocchia, che aveva un numero di fedeli doppio rispetto all\u2019attuale, sia della citt\u00e0 per quando si celebravano grandi feste comunitarie, dovesse avere una superficie di mille metri quadrati per contenere fino a tremila fedeli.<br \/>\nIn base a questo principio Santo Stefano venne subito scartato, perch\u00e9 considerato troppo piccolo e poco imponente, e la scelta cadde sull\u2019immobile del patronato di San Sabino, di propriet\u00e0 parrocchiale, il quale, posto in posizione centrale tra via Cadorna e via Garibaldi, aveva una superficie sufficiente e offriva anche la possibilit\u00e0 di ampliamento con l\u2019acquisto di terreni contigui coltivati a orti.<br \/>\nMons. Cerato chiese alla Curia padovana l\u2019indicazione di un progettista valido ed ebbe da mons. Barzon, noto storico dell\u2019arte, il nome dell\u2019ingegnere Giovanbattista Rizzo di Padova, ma noto anche a Monselice per aver curato, prima della guerra, l\u2019ampliamento e i restauri dell\u2019Ospedale civile, del quale era stato segretario generale per molti anni Celso Carturan, la cui unica figlia aveva sposato il Rizzo. Questa specie di nepotismo non deve meravigliare perch\u00e9, per amore di verit\u00e0, occorre riconoscere che Monselice doveva molto al Carturan, in quanto furono la sua correttezza, la sua capacit\u00e0 e la sua costanza a far nascere l\u2019Ospedale. Pertanto la collettivit\u00e0 aveva lasciato libero campo al segretario generale per ogni decisione, conoscendo ed apprezzando le sue grandi doti. In aggiunta poi posso dire che l\u2019ing. Rizzo aveva gi\u00e0 lavorato nell\u2019ambito ecclesiastico dove era conosciuto e stimato.<br \/>\nIl progettista, fatte le debite ricerche, present\u00f2 la planimetria generale del terreno disponibile con l\u2019indicazione di massima dell\u2019ubicazione della chiesa e della canonica, ponendo l\u2019asse del duomo sulla diagonale del quadrilatero dell\u2019intera propriet\u00e0. Accettata questa soluzione l\u2019ingegnere progett\u00f2 la cripta sottocoro e subito dopo la canonica, tutte e due concepite con largo respiro, la prima da usare provvisoriamente come chiesa, la seconda per raccogliere tutto il clero locale.<br \/>\nLa prima pietra del sottocoro venne benedetta dal vescovo Carlo Agostini l\u2019otto settembre 1947 e il successivo otto settembre 1948 la chiesa provvisoria, anche se completata in modo spartano, era gi\u00e0 agibile perch\u00e9 erano stati installati l\u2019altare maggiore con le relative balaustre e altri due altari laterali prelevati dalle chiese dismesse. Subito dopo iniziarono i lavori della canonica anch\u2019essa costruita badando all\u2019essenziale. Esattamente un anno dopo, l\u2019otto settembre 1949, era finita. Passato l\u2019inverno i sacerdoti si insediarono nella nuova casa canonica. Mons. Girolamo Bortignon, successore del vescovo Agostini nominato Patriarca di Venezia, bened\u00ec la cripta sottocoro e la canonica il dieci settembre 1950.<br \/>\nA questo punto si evidenziarono due problemi: uno economico e uno progettuale. Mons. Cerato, avendo dato fondo ai risparmi e alle generose offerte di privati ed enti, dovette cominciare a vendere le propriet\u00e0 del cosiddetto beneficio parrocchiale e tutto ci\u00f2 che era vendibile senza intaccare il patrimonio culturale. Le vendite si prolungarono poi nel tempo a seconda dei lavori fino all\u2019esaurimento di ogni fonte di ricavo.<br \/>\nSi ritiene utile dare conto di quanto fu venduto per non creare malintesi. Le propriet\u00e0 rurali erano formate da alcune \u201ccesure\u201d situate nel territorio di Monselice, meno una proprio in centro tra via Carrubbio e via Ghiacciaia che mons. Cerato non pot\u00e9 alienare perch\u00e9 gravata da enfiteusi, cio\u00e8 dal vincolo di un affitto perpetuo senza possibilit\u00e0 di disdetta. Le propriet\u00e0 edili vendute furono la canonica di S. Stefano con l\u2019annesso appartamento in via M. Carboni, la canonica di S. Martino in via Tassello, la casa del sagrestano di S. Martino nella via omonima, un piccolo condominio di quattro appartamenti in via Carrubbio, l\u2019abitazione del rettore delle Sette Chiese vicino alla porta romana. Furono vendute anche le chiese dismesse di S. Paolo, della Buona Morte, di S. Biagio e dei Carmini, con tutti i banchi di noce, i banconi delle sacrestie di S. Martino e di S. Paolo, alcuni oggetti non pi\u00f9 usati nella liturgia e infine l\u2019altare maggiore di S. Paolo. Non furono vendute tele ed altri oggetti sacri regalati in parte alle nuove parrocchie.<br \/>\nPer pagare i debiti non furono sufficienti le vendite che azzerarono le propriet\u00e0 della parrocchia, ma vi furono numerose e generose offerte di fedeli ed enti. Non fu creata una rete di raccoglitori, come aveva fatto mons. Gnata, ma l\u2019Arciprete finalizz\u00f2 al nuovo duomo tutte le offerte dei matrimoni, delle visite alle famiglie, eccetera ed ebbe la costanza di questuare personalmente, quando non era celebrante, in ogni solennit\u00e0 e in ogni messa, perch\u00e9 riteneva che con lui i fedeli fossero pi\u00f9 generosi. Il secondo problema sorse quando l\u2019ing. Rizzo si ammal\u00f2 tanto da dover abbandonare ogni incarico progettuale. Considerando che la chiesa in quel tempo era stata solo abbozzata, divenne necessario scegliere un altro progettista. Mons. Cerato ricorse allora al consiglio del cardinale Celso Costantini, notissimo studioso friulano di storia dell\u2019arte, a capo del dicastero vaticano preposto ai beni culturali. Questi lo indirizz\u00f2 all\u2019Angelicum di Milano, precisando che era un organismo ecclesiastico specializzato nella progettazione di chiese e opere parrocchiali. A questo ente mons. Cerato forn\u00ec precisazioni sulle necessit\u00e0 ambientali e sugli intendimenti della curia padovana. Dopo qualche mese l\u2019Angelicum avvis\u00f2 che aveva preparato delle proposte; fu cos\u00ec che accompagnai l\u2019arciprete a Milano. Il nostro interlocutore, un sacerdote architetto, mostr\u00f2 vari progetti, alcuni dei quali gi\u00e0 in fase di realizzazione, sforzandosi nel contempo, con una lunga e serrata discussione, di precisare che era passato il tempo delle chiese imponenti ed era il momento di costruire chiese con capacit\u00e0 massima di mille persone, perch\u00e9 le chiese dovevano essere sul territorio, l\u00e0 dove nascevano i nuovi agglomerati urbani.<br \/>\nVisto che mons. Cerato rimase fermo nella propria idea di un duomo imponente, il sacerdote progettista lo invit\u00f2 ad approfondire l\u2019argomento con il suo referente mons. Costantini. L\u2019arciprete Cerato accolse di buon grado il consiglio e riusc\u00ec a fermare il cardinale a Monselice durante un viaggio nel Veneto per l\u2019inaugurazione di una mostra di arte sacra. Fu in quella occasione che il cardinale usc\u00ec con una frase che poi venne ripetuta tante volte dall\u2019arciprete: \u201cL\u00e0 c\u2019\u00e8 il Montericco, in mezzo la Rocca, qui bisogna fare il monte della Fede\u201d e nel contempo consigli\u00f2 quali nuovi progettisti Vincenzo Bonato di Padova, noto per il rifacimento della facciata monumentale del duomo di Asiago distrutta dalle cannonate austriache e per il progetto della chiesa di Stoccaredo e l\u2019ingegner Stanislao Ceschi di Padova, noto nell\u2019ambiente religioso, chiedendo contemporaneamente di visionare lui stesso il progetto di massima. I due professionisti accettarono l\u2019incarico e si misero all\u2019opera aiutati, nella stesura del progetto, dall\u2019architetto Valentino Bonato, figlio di Vincenzo. Il progetto venne sottoposto al giudizio di mons. Costantini che lo approv\u00f2 parzialmente, consigliando delle varianti. Intanto, Vincenzo Bonato si era ritirato per l\u2019et\u00e0 e motivi di salute; cos\u00ec rimasero il figlio Valentino e l\u2019ingegner Ceschi. Poco dopo si ritir\u00f2 anche l\u2019ing. Ceschi sia per gli impegni politici, era parlamentare e membro della segreteria della DC, ma soprattutto perch\u00e9, cos\u00ec mi confid\u00f2, non condivideva le proposte del giovane Bonato. Pertanto, la progettazione del duomo di Monselice fu fatta solo dall\u2019arch. Valentino Bonato.<br \/>\nNel frattempo mons. Cerato provvide a far eseguire altre due opere. Nel 1952, senza un progetto definitivo, venne costruita la base del campanile per il concerto delle campane, per il quale venne chiamata la fabbrica padovana Colbacchini. Questa ditta appront\u00f2 un concerto gradevole usando anche tutti i bronzi che l\u2019arciprete aveva recuperato dalle varie chiese di Monselice, dove aveva lasciato le campane indispensabili. Erano parecchi bronzi tra cui il campanone di S. Giustina fessuratosi durante la guerra. Mons. Cerato ritenne necessario un campanile, sia pure provvisorio, per dare un segnale di compiutezza alle opere gi\u00e0 eseguite chiesa-sottocoro, canonica e per fornire anche un forte richiamo ai fedeli. Il secondo poderoso lavoro fu la costruzione al grezzo del patronato e della sala. Essendosi finalmente sbloccato l\u2019acquisto dei terreni perimetrali all\u2019ex patronato di San Sabino, posti in via Carrubbio e in via Barilan, fu possibile por mano ai nuovi edifici a partire dal primo maggio 1954 fino al 18 giugno 1955 e fu costruito il patronato \u201cImmacolata\u201d con uffici, bar, mensa, casa del custode e palestra. L\u2019edificio fu completato e reso funzionante in ogni sua parte con lavori saltuari fino al 1960. Intanto l\u2019architetto Valentino Bonato aveva presentato alla commissione d\u2019arte sacra della diocesi di Padova il progetto del nuovo duomo che fu subito approvato. Il giorno otto ottobre 1955 il vescovo di Padova Girolamo Bortignon benedisse la pietra angolare della nuova chiesa, facendo nel contempo un cospicuo prestito. I lavori procedettero alacremente tanto che, esattamente un anno dopo, era terminata la cripta sottochiesa e si erano gi\u00e0 iniziate le murature della chiesa soprastante. In questa cripta poi venne costruito un altare il cui nucleo derivava da quello di Santo Stefano, mentre il restante era recuperato dalle chiese dismesse, comprese due statue che erano ai lati dell\u2019altare maggiore della chiesa di S. Tommaso.<br \/>\nPer completare l\u2019altare fu costruito un fondale di muratura lavorato a drappo davanti al quale fu collocata la Madonna del Pomo, statua policroma prelevata da San Tommaso. Questo lavoro fu eseguito senza un disegno specifico dalla sensibile e abile manualit\u00e0 del capo operai Baldassare Gusella, ora defunto pi\u00f9 che centenario, che seppe dare forma armonica a tutto quel materiale raccogliticcio.<br \/>\nI lavori del duomo proseguirono velocemente tanto che l\u2019otto settembre 1957 il vescovo Bortignon benedisse il duomo intitolato a san Giuseppe Artigiano completo delle sue parti essenziali. Le funzioni religiose, che nel frattempo erano passate dal sottocoro al sottochiesa, furono trasferite infine nel duomo. Per\u00f2 per alcuni anni il duomo non venne usato d\u2019inverno, perch\u00e9 mancava il riscaldamento; cos\u00ec nella stagione fredda si ritornava nel sottochiesa riscaldato a termosifone. Costruito il riscaldamento a pavimento si ritorn\u00f2 in duomo per sempre. Subito la chiesa fu abbellita<br \/>\ncon statue e quadri ricavati da quelle dismesse. L\u2019arciprete continu\u00f2 la sua opera di abbellimento con la statua di san Giuseppe Artigiano dello Strazzabosco posta nel transetto a sinistra e con il grande crocefisso dell\u2019altare maggiore, sempre dello Strazzabosco. Fece poi installare la grande vetrata triangolare istoriata, dedicata a San Giuseppe, sopra la porta maggiore e infine la Via Crucis acquistata a Padova. L\u2019abbellimento del duomo nuovo suscit\u00f2 all\u2019inizio l\u2019interessamento di varie persone. Io e altri amatori costituimmo il gruppo \u201cComitato per la salvaguardia delle opere di Monselice\u201d con il quale si riusc\u00ec a far restaurare dal prof. Lazzarin di Padova alcun tele danneggiate. Il comitato ebbe vita breve, per\u00f2 riusc\u00ec a recuperare le tele che ora si trovano nel transetto di sinistra e altre due che sono in canonica.<br \/>\nVi fu anche l\u2019offerta di una statua lignea antica di sant\u2019 Antonio da parte delle due sorelle Canoso che allora avevano chiuso il loro piccolo albergo \u201cRocca\u201d, vicino alla \u201cPosta vecia\u201d in via \u201c28 Aprile\u201d, dove la statua faceva bella mostra di s\u00e8 nell\u2019entrata. Esse raccontarono che la statua era loro pervenuta dagli avi che a loro volta l\u2019avevano avuta in dono quando la chiesa di S. Francesco, vicina alla loro propriet\u00e0 e poco discosta dall\u2019attuale Carmelo di via S.Biagio, fu abbattuta nel 1777. Quella statua aveva la zoccolatura corrosa e mons. Cerato la fece restaurare e la espose proprio dove attualmente c\u2019\u00e8 una nuova statua lignea di S.Antonio, donata dal sindaco Antonio Valerio; cos\u00ec la vecchia statua pass\u00f2 prima nel sottochiesa e poi in un ripostiglio dove ora giace dimenticata. Un altro importante dono lo fece la famiglia di Santino Volpe col gruppo ligneo della \u201cPiet\u00e0\u201d posto nella prima cappella a destra. Varie persone fecero poi pervenire piccoli doni, fra i quali un quadretto a olio, copia ottocentesca di una scena religiosa, ora in canonica.<br \/>\nConsiderati i tempi della ristrutturazione della parrocchia, si pu\u00f2 dire che mons. Cerato, in circa tre lustri, riusc\u00ec a completare il compito ricevuto di accorpamento parrocchiale e spostamento del duomo. Finito questo ciclo subito se ne present\u00f2 un secondo, quello cio\u00e8 di smembrare la grande parrocchia di San Giuseppe, perch\u00e9 il fervore edificatorio postbellico aveva creato vari insediamenti abitativi lontani dal nuovo duomo. Cos\u00ec mons. Cerato, con l\u2019autorizzazione del vescovo Bortignon, divise la parrocchia di San Giuseppe Artigiano e altre tre parrocchie sorsero nel perimetro cittadino. Inizi\u00f2 la parrocchia del Carmine, istituita il 28 dicembre 1960 con sede in via Valli per la zona di Montericco. Segu\u00ec subito l\u2019istituzione della parrocchia nella zona di Costa Calcinara, che si avvalse di un dono del conte Cini il quale cedette una bella fetta di terreno per crearvi le strutture necessarie. La nuova parrocchia fu chiamata del SS. Redentore a ricordo del grande convento intitolato San Salvatore, popolarmente \u201cSan Salvaro\u201d soppresso nel periodo napoleonico.<br \/>\nInfine per completare la ripartizione nacque la parrocchia di San Giacomo, chiesa gi\u00e0 pienamente funzionante e completa di molti fabbricati sussidiari, del convento francescano dei Minori.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #800080;\"><strong><em>Capitolo 2 <\/em><\/strong><\/span><\/h4>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #800080;\"><strong><em>La parrocchia di Marendole del 1803<\/em><\/strong><\/span><\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 questa l\u2019unica chiesa di un territorio monselicense eretto a parrocchia prima delle leggi napoleoniche del 1810 che soppressero gli ordinamenti ecclesiastici di origine medievale. Nella pietra tombale tuttora esistente nel cimitero di Monselice del sacerdote don Luigi Gatto parroco in quella chiesa nella seconda met\u00e0 del 1800, e riportata nelle pagine precedenti, si legge che l\u2019erezione a parrocchia di Marendole avvenne nel 1803. Nel 1077 l\u2019imperatore Enrico IV con un documento conferm\u00f2 alla famiglia d\u2019Este la propriet\u00e0 di una villa a \u201cMerendola\u201d. In un altro documento del 30 marzo 1276 per la prima volta viene citata la chiesa di \u201cSanctus Nicola a Merendula\u201d. Il Cardinale Paltanieri, costruttore nel 1256 della chiesa di Santa Giustina di Monselice ora chiamata anche Duomo vecchio, nel suo testamento del 1277 lasci\u00f2 alla chiesa di Marendole cinque campi. Nel successivo 1297 fu scritto che quella chiesa era censita fra quelle della pieve di Santa Giustina. Una precisazione di quel documento indica che la chiesa era retta da Michele coadiuvato dal chierico Giacomo; se ne deduce perci\u00f2 che l\u00e0 si esercitava anche la cura d\u2019anime. Invece nelle visite pastorali del 28 settembre 1457 e del 3 giugno 1482 \u00e8 chiamata chiesa campestre di San Nicola e si dice che era senza rettore, senza fonte battesimale e senza cimitero per cui vi si celebrava solo di tanto in tanto. Nelle visite pastorali del 1582 e 1587 il Vescovo trov\u00f2 che a Marendole non c\u2019era la possibilit\u00e0 di costruire la canonica, perch\u00e9 tutti i terreni circostanti la chiesa erano di Buzzacarini e che il rettore, abitante a Monselice, compariva solo nei giorni festivi e infine che mancavano il fonte battesimale e il Santissimo. Solamente nella visita vescovile del 10 settembre 1628 si precisa che a Marendole vi erano il fonte battesimale, il Santissimo e infine che essa dipendeva dal Seminario di Padova. Nella visita del 13 maggio 1713 vengono citati il cimitero e il campanile costruito poco prima. Il Vescovo Callegari nella sua visita dell\u201911 novembre 1877 precisa invece che mancava il cimitero e che i defunti venivano sepolti a Monselice, come avviene ancora oggi. Nell\u2019ultimo dopoguerra la parrocchia si \u00e8 dotata di un asilo infantile.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #800080;\"><em><strong>Capitolo 3<\/strong><\/em><\/span><\/h4>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #800080;\"><em><strong>\u00a0 Le nuove parrocchie del 1919<\/strong><\/em><\/span><\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">La pieve di Santa Giustina, lungo i secoli passati, aveva giurisdizione su chiese e oratori situati nel territorio del comune di Monselice e in altre zone del circondario. Costruita del XIII secolo la pieve inizi\u00f2 da subito ad avere un congruo numero di preti. Infatti gi\u00e0 nel secolo successivo vi erano, oltre all\u2019arciprete, una Collegiata di sei canonici e quattro mansionari. Questi ultimi erano saltuariamente a servizio delle chiese e degli oratori del contado perch\u00e9 i responsabili, che erano sacerdoti abitanti a Padova, spesso non erano presenti. Questa situazione dur\u00f2 fino al 25 aprile 1810, quando Napoleone promulg\u00f2 leggi che soppressero collegiate, privilegi religiosi e parecchi conventi. Fu cos\u00ec che il Vescovo riordin\u00f2 l\u2019assetto della suddivisione ecclesiastica di Monselice e istitu\u00ec altre tre parrocchie, oltre a quella di Santa Giustina, collegandole tra loro e con le chiese del territorio, esclusa quella di Marendole. Le tre chiese gi\u00e0 esistenti che divennero parrocchie furono quelle di San Martino, San Tommaso Apostolo e San Paolo. Il vescovo di Padova Pellizzo, con suo decreto del 25 aprile 1919, abol\u00ec quella circoscrizione interparrocchiale e suddivise il territorio monselicense in cinque parrocchie autonome: quella del centro cittadino chiamato parrocchia urbana di Santa Giustina, e quelle di Monticelli, San Bortolo, San Cosma e Ca\u2019Oddo. Per conoscere lo sviluppo storico di cappelle e oratori, divenuti punti di riferimento delle nuove parrocchie, far\u00f2 brevi cenni estratti dai resoconti delle periodiche visite pastorali dei Vescovi padovani nei secoli andati.<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">3.1 Santa Giustina<\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">La chiesa di Santa Giustina, oggi chiamata anche duomo vecchio, ha una ricca storia. E\u2019 il tempio pi\u00f9 noto e famoso di Monselice, costruito nel 1256 dal conterraneo cardinale Paltanieri. Molti libri e opuscoli ne parlano in modo ampio e storicamente preciso, per cui rimando a quelle pubblicazioni che, anche se oggi non sono pi\u00f9 in commercio, sicuramente possono essere consultate nella biblioteca comunale di San Biagio a Monselice.<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">3.2 Monticelli<\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Riesco a tracciare pi\u00f9 dettagliatamente la storia di questa nuova parrocchia perch\u00e9 ho avuto l\u2019occasione di leggere il \u201cCronicon\u201d, cio\u00e8 il diario parrocchiale dei primi parroci. La zona nella quale sorge questa parrocchia \u00e8 l\u2019insieme di due luoghi contigui che si sono uniti nel tempo: Lispida e Monticelli, tutti e due nel comune di Monselice. Ai piedi della collina di Lispida si trovava un convento con annessa chiesa e sui rilievi di Monticelli c\u2019erano due oratori privati, uno del patrizio veneto Renier annesso alla villa, l\u2019altro della famiglia Fasolo sul colle Pignaro. Fin dal XII secolo a Lispida sorgevano una chiesa dedicata alla Madonna Assunta in Cielo e un convento. Dapprima fu un eremo di frati, poi nel XV\u00b0 secolo di suore e infine dal XVI\u00b0 dei Canonici Regolari di Sant\u2019Agostino. Nella visita pastorale del 31 agosto 1864 il Vescovo Federico Manfredini constat\u00f2 che il convento e la chiesa erano in cattivo stato manutentivo e che il proprietario era il conte Corinaldi. Il Vescovo ordin\u00f2 che fossero tolti gli arredi sacri e fossero portati \u201cin luogo pi\u00f9 decoroso\u201d. Poco dopo il Corinaldi trasform\u00f2 l\u2019antico convento in una villa incorporandovi anche una parte della chiesa, mentre l\u2019altra parte fu demolita. Quella villa, durante la prima guerra mondiale, fu abitata da Vittorio Emanuele III re d\u2019Italia e da allora fu chiamata Villa Italia. L\u2019oratorio Renier \u00e8 stato eretto nel 1702, come risulta dagli atti presso la curia vescovile di Padova. Nella visita pastorale del 31 ottobre 1822 \u00e8 riferito che quell\u2019oratorio conservava il SS. Sacramento, aveva un piccolo campanile, un altare di legno dedicato a san Luigi Gonzaga e alla messa festiva erano ammessi anche i paesani che vivevano l\u00ec vicino. Quella villa allora era circondata dai cipressi ancor oggi visibili, e si dice che avrebbero ispirato a Ugo Foscolo \u201cI sepolcri\u201d. Nella visita pastorale del 21 novembre 1888 il vescovo Callegari non fa menzione della chiesa, perch\u00e9 qualche anno prima era stato tolto il SS. Sacramento e portato nell\u2019oratorio della famiglia Fasolo, detta Bergamasco, dedicato a san Carlo Borromeo. L\u2019oratorio Renier fu dismesso quando la villa divenne propriet\u00e0 della famiglia Forti che rimpicciol\u00ec la chiesetta per dare spazio all\u2019abitazione del castaldo, lasciando solo le tombe della famiglia Renier. L\u2019oratorio che rimase a testimonianza della fede degli abitanti di Monticelli fu solamente quello del monte Pignaro, divenuto poi propriet\u00e0 della parrocchia e alla fine ceduto a privati. La prima menzione dei quel luogo di culto \u00e8 del vescovo Veronese che, nella visita pastorale alla parrocchia di San Paolo di Monselice del 4 maggio 1762, lo cita perch\u00e9 l\u00e0 insegnava la dottrina cristiana un mansionario della chiesa di San Paolo. Nella visita del Vescovo Farina del 23 settembre 1822 si riparla di quella chiesuola che aveva anche un campaniletto con due campane. Il parroco di San Paolo di Monselice, durante la visita del Vescovo Callegari del 21 novembre 1888, ci fa sapere che nell\u2019oratorio di San Carlo in Monticelli si conservava il Santissimo e che, per la santa Messa festiva, provvedeva la parrocchia di San Paolo.<\/p>\n<figure id=\"attachment_3092\" aria-describedby=\"caption-attachment-3092\" style=\"width: 389px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-3092\" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/monticelli.jpg\" alt=\"\" width=\"389\" height=\"377\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/monticelli.jpg 600w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/monticelli-300x291.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 389px) 100vw, 389px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3092\" class=\"wp-caption-text\">Chiesa di Monicelli<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019oratorio nel frattempo era stato ingrandito e arricchito di un altare di pietra bianca, che sostituiva quello vecchio di legno. Il primo parroco di Monticelli don Giulio Moretti nel \u201cCronicon\u201d ipotizza che quell\u2019altare di pietra sia stato ricavato dalla chiesa sconsacrata di Lispida. Dall\u2019oratorio di san Carlo Borromeo part\u00ec la nuova parrocchia di Monticelli. La sua nascita fu tribolata e a suscitare le reazioni di molti fedeli fu il luogo dove costruire la nuova chiesa. Il 12 giugno 1914 il vescovo Pellizzo nominava don Giovanni Trentin curato, con sede nell\u2019oratorio e disponendo per il suo sostentamento una parte del beneficio della chiesa di San Paolo. Presso i benestanti del luogo, soprattutto le famiglie Forti e Corinaldi, il Trentin si adoper\u00f2 per cercare gli aiuti per la costruzione di chiesa e canonica e propose nel contempo l\u2019ubicazione delle opere parrocchiali. La scelta non fu ben accolta da molti parrocchiani. Nel 1915 con l\u2019entrata in guerra dell\u2019Italia, don Trentin fu richiamato alle armi e dovette dare le dimissioni dal suo incarico. Il Vescovo allora nomin\u00f2 economo spirituale per la zona di Monticelli don Giulio Moretti che, il 18 dicembre 1916, fu eletto \u201cparroco di San Paolo in Monticelli\u201d. Gli anni 1917 e 1918 furono tribolati sia per la guerra che per la micidiale influenza, denominata spagnola. Nel 1919 il vescovo Pellizzo nomin\u00f2 don Giulio Moretti parroco di Monticelli a tutti gli effetti. Questo sacerdote trov\u00f2 difficolt\u00e0 nella raccolta dei fondi necessari alla costruzione delle opere, anche per il sorgere di un certo disorientamento procedurale, in quanto il nuovo vescovo Elia Dalla Costa non era convinto delle scelte organizzative fatte precedentemente. In aggiunta il parroco sub\u00ec un grosso infortunio ad una gamba che lo costrinse a una degenza di sette mesi. Fu cos\u00ec che, dopo la visita pastorale dell\u201911 marzo 1925, stim\u00f2 opportuno dare le dimissioni. In sua vece nel 1926 fu nominato don Vincenzo Pertile che fu poi il vero costruttore di tutte le opere necessarie per la nuova parrocchia. Egli per primo riusc\u00ec a coinvolgere tutta la popolazione attorno al suo piano. Promosse la costituzione di una commissione coinvolgendo il conte Corinaldi, il nuovo proprietario di villa Italia commendatore Vittorio Sgaravatti, la famiglia della contessa Forti in Lugli, nuovi proprietari della villa Renier, e soprattutto molti volonterosi parrocchiani. Fu cos\u00ec che prese corpo l\u2019organizzazione delle offerte. Don Vincenzo Pertile si impegn\u00f2 personalmente per 15.000 lire in tre anni, cos\u00ec i signori Sgaravatti e i conti Corinaldi, mentre i parrocchiani si impegnarono complessivamente per altre 55.000 lire. La famiglia Forti offr\u00ec gratuitamente il terreno dove costruire le opere. I popolani, trascinati dal lavoro del parroco, scavarono la sabbia sul terreno di propriet\u00e0 Forti e poi la ammassarono sul luogo per gettare le fondazioni della chiesa. Vittorio Sgaravatti, possessore anche di cave di trachite, don\u00f2 e trasport\u00f2 in loco il sasso necessario per le fondazioni. Mentre si sviluppavano queste iniziative, Sgaravatti aveva proposto alla commissione parrocchiale come progettista e direttore dei lavori l\u2019architetto Attilio Scattolin da Treviso. La proposta fu accettata da tutti, anche dal Vescovo. L\u2019architetto present\u00f2 un progetto in stile romanico che fu approvato dalla commissiona diocesana di arte sacra. Il 25 marzo 1928 fu posta la prima pietra, benedetta dal vescovo Elia Dalla Costa. I lavori furono affidati a una impresa di Tribano, con un capitolato ben preciso. Il 10 aprile 1928 iniziarono i lavori. All\u2019inizio di luglio i lavori furono sospesi di comune accordo, perch\u00e9 l\u2019impresa chiedeva una revisione dei prezzi. Il direttore dei lavori riscontr\u00f2 invece varie manchevolezze nella costruzione. Cos\u00ec di comune accordo fu rescisso il contratto e fatto un altro appalto vinto da un\u2019impresa di Treviso. I lavori furono ripresi alla fine del mese di agosto 1928. Nella seconda quindicina di settembre vi fu un periodo di insistenti piogge che evidenziarono leggeri cedimenti nelle fondazioni. Fu subito provveduto ai necessari rinforzi, sotto la guida dell\u2019ingegnere Buratti e i lavori continuarono in modo celere, tanto che l\u2019ossatura della chiesa fu completata alla fine dell\u2019anno. Le spese intanto erano aumentate e le risorse accumulate non riuscirono a coprirle; cos\u00ec si ricorse a un prestito bancario che per\u00f2 fu limitato, tanto che i lavori a un certo punto si fermarono. Nel luglio del 1929 il Vescovo offr\u00ec un contributo di 5.000 lire onde permettere la ripresa dei lavori. Altrettanto fecero Sgaravatti Vittorio e il parroco don Pertile. Il 15 giugno 1930 vi fu la solenne inaugurazione della chiesa presieduta dal Vescovo con la totale affluenza dei parrocchiani commossi ed esultanti. In ventisei mesi la bella chiesa della piccola comunit\u00e0 era stata costruita in modo che potesse essere funzionale. Rimaneva la costruzione della canonica che il parroco sperava di poter attuare vendendo una quota del beneficio di San Paolo di Monselice di cui fino allora aveva goduto. Il sacerdote responsabile di San Paolo si oppose, creando cos\u00ec un contenzioso che arriv\u00f2 al tribunale ecclesiastico diocesano di Padova, dove Monticelli non trov\u00f2 ragione e decise di ricorrere presso la congregazione romana che deliber\u00f2 un rimborso di 20.000 lire e propose nel contempo un compromesso da trattarsi presso il tribunale diocesano di Padova. San Paolo si oppose, per\u00f2 alla fine quel tribunale stabil\u00ec che Monselice doveva dare 14.000 lire a Monticelli, pochi soldi anche allora per costruire la nuova canonica. Finalmente il 25 aprile 1935 fu benedetta la prima pietra della costruzione il cui progettista fu sempre l\u2019architetto Scattolin. Questa volta l\u2019impresa fu quella di Andolfo Massimiliano da Monselice, il quale nel 1942 costru\u00ec anche il campanile. Per pagare le spese dei nuovi lavori il parroco dovette contrarre un debito di 20.000 lire che addoss\u00f2 a se stesso. Il giorno della liberazione &#8211; 28 aprile 1945 &#8211; il campanile fu colpito da alcune cannonate di un carro armato della colonna alleata che \u201csulla statale 16\u201d andava verso Padova. Fu danneggiata la cella campanaria. Appena finita la guerra il campanile fu riparato con un spesa di 13.000 lire. Nel 1946 le campane danneggiate furono rifuse e poste in un castello di ferro quelle nuove. Dopo la guerra vi fu un nuovo fervore nella raccolta delle offerte per la chiesa, che mancava ancora di alcuni abbellimenti interni. Nel 1948, con un attivo di 50.000 lire in cassa, si pose mano alle ultime opere: la tinteggiatura e la pavimentazione in marmo di tutta la chiesa. Il presbiterio era decorato fin dal 1930. Tutto questo apprezz\u00f2 il vescovo Carlo Agostini nella visita pastorale del 21 novembre 1948 quando propose la consacrazione della chiesa per il 9 maggio successivo; ma non pot\u00e9 presiedere la consacrazione per motivi di salute. Lo sostitu\u00ec monsignor Ambrosi Vescovo di Chioggia, il quale nell\u2019omelia lesse la bolla con la quale il vescovo Agostini nominava don Vincenzo \u201carciprete ad personam\u201d. Questo fervente e operoso sacerdote mor\u00ec il 12 giugno 1957, compianto dai suoi parrocchiani e da quanti lo avevano conosciuto. Gli successe il nipote don Bernardo Pertile che fece costruire l\u2019asilo infantile.<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">3.3 San Bortolo<\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le prime notizie storiche su questa localit\u00e0 risalgono ai secoli tredicesimo e quattordicesimo e sono relative prima ad un ospizio di San Bartolomeo di Monselice e poi solo a una chiesa. In una visita pastorale del XV secolo il Vescovo Barozzi, molto preciso nel descrivere i luoghi di culto della diocesi di Padova, indica quella di San Bartolomeo come chiesa campestre, precisando che mancava di sacerdote anche se gli abitanti ne avevano chiesto ripetutamente uno per la cura d\u2019anime. Di fatto il titolare era un canonico di Padova che, pur godendo del beneficio di quella chiesa costituito da parecchi campi, non la curava affatto. La visita pastorale del 1582 ci fa sapere che la chiesa e il beneficio erano annessi al seminario di Padova, il quale manteneva in loco un sacerdote che celebrava la messa festiva. Dal cardinale Rezzonico, nella sua visita del 13 luglio 1748, si sa che nei giorni festivi oltre alla Messa c\u2019era anche l\u2019insegnamento della dottrina cristiana a tutti i bambini della contrada. Nel secolo successivo il vescovo Manfredini, nella visita del 22 agosto 1864, scrisse che nella chiesa di San Bortolomeo si conservava il Santissimo e che era una curazia sussidiaria della pieve di Santa Giustina, cui apparteneva il suo territorio. E\u2019 anche noto che la vecchia chiesa trovata dal vescovo Barozzi fu restaurata pi\u00f9 volte, ma ricadendo sempre in un abbandono pi\u00f9 o meno profondo. Per esempio nella visita del 4 maggio 1762 il Vescovo, trovando la chiesa in condizioni precarie, ne decret\u00f2 la chiusura ove non fosse restaurata entro sei mesi. I lavori furono subito eseguiti dagli abitanti. All\u2019inizio del secolo ventesimo i frazionisti si adoperarono per creare per proprio conto una chiesa nuova capace di contenere tutti gli abitanti di quella zona chiamata ormai da tutti San Bortolo. Infatti nel 1904 il vecchio campanile fu demolito e cominci\u00f2 la costruzione di uno pi\u00f9 grande, che arriv\u00f2 subito fino alla cella campanaria. Nel 1909 fu iniziata la costruzione di una nuova chiesa a una sola navata con quattro cappelle laterali. Nel 1919 la chiesa di San Bartolomeo fu eretta parrocchia autonoma alla quale fu assegnata la larga zona di quella frazione. I lavori di completamento della chiesa continuarono e finirono sia pur in modo spartano. Nel 1930 la chiesa fu benedetta, divenendo un degno tempio per la nuova parrocchia. Dopo la seconda guerra mondiale il parroco don Silvio Resente abbell\u00ec la chiesa e nel 1956 riusc\u00ec pure a costruire l\u2019asilo infantile. Attualmente vi \u00e8 anche il cimitero.<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">3.4 San Cosma<\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo documento che parla della chiesa campestre dei santi Cosma e Damiano \u00e8 del 1213; in esso \u00e8 precisato che essa si trovava nella contrada Stortola di Monselice, vecchio nome che la frazione mantenne fino al ventesimo secolo. Anche il Vescovo di Padova Barozzi, nella sua visita pastorale del 1489, visit\u00f2 quella chiesa, scrivendo poi che era lunga circa dieci metri, larga cinque e che aveva quattro altari. Nella visita vescovile del 1571 fu riscontrato invece che nella chiesa era rimasto un solo altare ed era collegata alla chiesa prepositurale di San Matteo di Vanzo. Il vescovo san Gregorio Barbarigo nel 1665 visit\u00f2 la chiesa e scrisse che era diventata un romitorio dove vivevano alcuni eremiti. La relazione di un\u2019altra visita pastorale del 1686 dice invece che la chiesa era sotto la giurisdizione di quella di San Martino di Monselice e che in essa si insegnava dottrina cristiana ai fanciulli e alle fanciulle. Infine nel 1915 il Vescovo la eresse in curazia determinandone i confini. Nel 1919 quella curazia fu trasformata dal vescovo Pelizzo in parrocchia autonoma e vi fu nominato parroco don Domenico Favero. Fino a quel tempo la chiesa si trovava alla confluenza tra la provinciale per Vanzo e una via della frazione Stortola, ora chiamata via \u201cChiesa Vecchia\u201d. Il nuovo parroco, constatando che quella chiesa era decentrata rispetto all\u2019agglomerato frazionale che si era formato nei tempi, spost\u00f2 la costruzione della nuova chiesa nel luogo ove c\u2019erano i maggiori insediamenti abitativi.<\/p>\n<figure id=\"attachment_3102\" aria-describedby=\"caption-attachment-3102\" style=\"width: 389px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-3102\" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/san-cosma.jpg\" alt=\"\" width=\"389\" height=\"416\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/san-cosma.jpg 360w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/san-cosma-281x300.jpg 281w\" sizes=\"auto, (max-width: 389px) 100vw, 389px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3102\" class=\"wp-caption-text\">Chiesa di San Cosma<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019edificazione della chiesa inizi\u00f2 nel 1922, poi in rapida successione fu completata con altre strutture per creare un complesso efficiente. Infatti nel 1925 fu costruita la canonica e nel 1929 il campanile. Nel frattempo nel 1927 l\u2019autorit\u00e0 competente costru\u00ec le scuole. Don Domenico Favero lavor\u00f2 intensamente per oltre 25 anni e riusc\u00ec a creare una parrocchia piena di iniziative e fermenti. L\u2019amministrazione comunale di Monselice, a ricordo di quel sacerdote pieno di fervore pastorale, intitol\u00f2 al nome del parroco don Domenico Favero il sagrato ormai diventato la piazza frazionale. Dopo poco, per significare che il vero centro propulsore della frazione era stata ed era ancora la nuova chiesa del santi Cosma e Damiano, il Presidente della Repubblica, su proposta del Consiglio comunale di Monselice, decret\u00f2 il cambio del nome della frazione da Stortola a San Cosma. I parroci che succedettero a don Favero abbellirono la chiesa e costruirono un centro ricreativo e di aggregazione. Attualmente a San Cosma vi \u00e8 anche il cimitero.<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">3.4 Ca\u2019 Oddo<\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel secolo diciassettesimo, al tempo del vescovo di Padova san Gregorio Barbarigo, la zona era chiamata Moralediemo e aveva due chiesuole: l\u2019oratorio di san Giovanni Battista di Ca\u2019 Oddo e quello di sant\u2019Antonio di casa Capodivacca. Dato che molte terre della frazione erano propriet\u00e0 dei conti Oddo, il toponimo Ca\u2019 Oddo fin\u00ec per indicare tutta la zona. Nel 1919 l\u2019oratorio di sant\u2019Antonio di Padova divenne la chiesa della curazia autonoma che eredit\u00f2 i beni della soppressa parrocchia di san Tommaso Apostolo Santomio\u201d di Monselice. I primi passi della curazia furono stentati tanto che, in quattro anni, vi si avvicendarono tre sacerdoti, i quali non riuscirono a organizzare in unit\u00e0 parrocchiale i frazionisti, forse perch\u00e9 essi risiedevano fuori paese non essendovi in loco la canonica. Nel 1922 fu nominato parroco don Luigi Barbierato che in breve tempo trov\u00f2 una dimora nella frazione. Poi concluse un accordo, seppur con alcune clausole limitative, col conte Arrigoni degli Oddi, proprietario di tante terre, che don\u00f2 l\u2019area per la chiesa nuova. Nel 1924 con l\u2019aiuto di molti parrocchiani fu edificata la canonica che, il 23 marzo 1925, il vescovo Elia Dalla Costa benedisse durante la sua prima visita pastorale. La prima pietra della chiesa fu benedetta dal Vescovo il 9 maggio 1926. Il progettista fu l\u2019ingegnere Annibale Mazzarolli, podest\u00e0 di Monselice, che lavor\u00f2 gratuitamente. La costruzione della chiesa, grazie al fervore e all\u2019impegno della popolazione locale e delle varie organizzazioni parrocchiali, termin\u00f2 nel 1929. Nel 1932 il parroco don Luigi Barbierato si laure\u00f2 in filosofia a Padova e nel 1936 lasci\u00f2 la parrocchia per insegnare nel collegio Vescovile di Este. Ricordo questo fatto perch\u00e9 ho avuto l\u2019occasione fortunata di conoscere Don Barbierato. Tra il 1938 e il 1939 egli mi prepar\u00f2 a due esami di concorso che segnarono la mia vita: il concorso per la cattedra di maestro e quello per l\u2019iscrizione all\u2019universit\u00e0. Sento per lui un debito di riconoscenza e lo ricordo simpatico, bravo, facondo e soprattutto insegnante scrupoloso. In quei tempi si diceva che aveva dovuto abbandonare la parrocchia perch\u00e9 simpatizzava per il fascismo. Secondo me, se \u00e8 vero che i suoi insegnamenti seguivano l\u2019ortodossia dell\u2019educazione allora in voga \u2013 e chi voleva lavorare non poteva fare diversamente \u2013 era pur vero che il suo ideale politico era una romantica visione riguardante pi\u00f9 che altro il modo di alleviare i grandi bisogni che angustiavano la popolazione. Dopo la guerra la parrocchia mostr\u00f2 un rinnovato fervore costruttivo nel portare a termine l\u2019asilo e le opere parrocchiali.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><em><span style=\"color: #800080;\">Cap. 4<\/span><\/em><br \/>\n<em><span style=\"color: #800080;\">Costituzione delle ultime parrocchie degli anni \u201860<\/span><\/em><\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo l\u2019ultima guerra Monselice ebbe un tumultuoso sviluppo edilizio creando agglomerati abitativi in zone decentrate rispetto al vecchio perimetro cittadino. Fu cos\u00ec che l\u2019arciprete del Duomo, monsignor Angelo Cerato, si avvide che molti fedeli insediati in zone lontane dal centro religioso non potevano essere raggiunti da una continua azione pastorale. Si interess\u00f2 allora presso il vescovo Girolamo Bortignon per smembrare la grossa parrocchia del centro in pi\u00f9 parti. La parrocchia del duomo intitolata a san Giuseppe Artigiano si rimpicciol\u00ec, perch\u00e9 il suo territorio fu diviso in quattro parti: al centro rimase la parrocchia del Duomo, mentre furono fondate tre nuove parrocchie: a ovest quella di Santa Maria del Carmine, a est quella del SS. Redentore e a sud quella di San Giacomo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4.1 Santa Maria del Carmine<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa parrocchia, chiamata dalla popolazione \u201cil Carmine\u201d, sorse in via Valli ai piedi del Montericco il 28 novembre 1960. Il suo nome deriva da una chiesetta, detta del Carmine, dismessa e venduta a un privato dall\u2019arciprete Arciprete Angelo Cerato, onde ricavare fondi per la costruzione del nuovo duomo. Questo oratorio ai piedi del Montericco in via Trento Trieste era da sempre la chiesa amata dagli abitanti di quel colle. I montericani festeggiavano la Patrona con una sagra ricca di vecchie tradizioni. Ricordo quando fu costruito il nuovo complesso parrocchiale dalla ditta Andolfo. Vi sono la canonica, i servizi parrocchiali con aule e una sala per riunioni. Da subito la sala fu trasformata in chiesa con un altare e un campaniletto, quest\u2019ultimo utile sia per richiamare i fedeli, sia per indicare che i fabbricati sono un complesso parrocchiale. Il Comune ha poi costruito l\u00e0 vicino una scuola elementare a servizio di quella zona. Purtroppo a tutt\u2019oggi la chiesa non \u00e8 stata ancora edificata, ma l\u2019attuale forte sviluppo di quella zona lascia sperare che la chiesa nasca abbastanza presto, anzi, alla fine del 2007, sono iniziati i lavori per la sua costruzione, essendo parroco Don Francesco Alberti. Il primo parroco di questa parrocchia fu Don Bruno Magagna, il cui nome ora \u00e8 ricordato da una via di quella zona di nuova espansione del Montericco. Per illustrare un po\u2019 l\u2019origine della vecchia chiesa del Carmine, credo utile riportare qualche cenno storico. Secondo gli studiosi questa chiesuola dopo la costruzione avrebbe subito tre trasformazioni. Nel 1424 infatti il priore dei Carmelitani avrebbe costruito un oratorio dedicato alla Nativit\u00e0 di Maria, con un campaniletto posto a sinistra di chi guarda la facciata, cio\u00e8 dalla parte opposta rispetto all\u2019attuale campanile. Sembra che alla fine del 1400 vi fosse anche un convento di Carmelitani annesso alla chiesa. Col secondo restauro del 1594 vi fu la costruzione del campanile attuale che \u00e8 a destra, mentre l\u2019interno fu affrescato e ampliato da due cappelle laterali. La terza trasformazione avvenne nel 1781 quando la famiglia Giacomazzi, proprietaria della chiesa, la riorganizz\u00f2 totalmente. Il Salomonio nel suo libro \u201cAgri Patavini \u2026\u201d del 1696, dove raccoglie le iscrizioni di tutte le lapidi esistenti negli edifici pubblici, nelle chiese e negli oratori della diocesi padovana, scrive che nella chiesa di Santa Maria del Carmelo di Monselice c\u2019erano sulle pareti quattro lapidi: due del 1592, una del 1640 e l\u2019altra del 1645. Recentemente l\u2019edificio \u00e8 stato restaurato dalla Provincia di Padova, proprietaria dell\u2019ex chiesa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4.2 San Giacomo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa antica chiesa, annessa al convento dei frati Minori, era gi\u00e0 validamente funzionante sin dal XIX secolo. Praticamente era una chiesa sussidiaria della parrocchia del duomo di Santa Giustina. La sua trasformazione a parrocchia fu un fatto formale, che avvenne l\u2019otto dicembre 1966, perch\u00e9 gi\u00e0 tutto era funzionante. La parte pi\u00f9 antica delle numerose costruzioni che formano il convento ha subito restauri e sistemazioni dopo la seconda guerra mondiale. All\u2019inizio degli anni sessanta l\u2019impresa Andolfo, sotto la guida dell\u2019ingegnere Gino Bovo e il controllo della Soprintendenza ai monumenti di Venezia, esegu\u00ec lavori radicali nel convento e nella chiesa. Negli anni 1990, quando ormai la parrocchia esisteva da circa 25 anni, la Soprintendenza finanzi\u00f2 due stralci di lavori che furono eseguiti dalla mia impresa Trevi. Col primo fu sistemato il coperto della chiesa creando anche la coibentazione cio\u00e8 l\u2019isolamento caldo e freddo. In aggiunta furono messe in luce le prime strutture medievali fatte con masselli di trachite squadrati e lavorati a fuga. Col secondo stralcio fu rifatto totalmente il tetto dell\u2019abside, che era in cattivo stato manutentivo, e restaurato il campanile che aveva la cuspide a pigna degradata. Questi lavori furono tutti controllati dal francescano Angelo Polesello che era anche architetto di fiducia della Sovrintendenza. In occasione poi dell\u2019anno giubilare 2000, lo Stato finanzi\u00f2 altri lavori per creare un piccolo ostello sito in un fabbricato che collega il convento alla attigua villa Buzzacarini anche questa di propriet\u00e0 dell\u2019ordine. L\u2019architetto Angelo Polesello progett\u00f2 e controll\u00f2 quei lavori. Il complesso religioso \u00e8 un\u2019opera importante e famosa per la sua lunga storia; per questo rimando ai vari libri sull\u2019argomento che si trovano sia nel convento francescano che nella biblioteca comunale di San Biagio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4.4 Santissimo Redentore<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019ottobre del 1966 l\u2019arciprete del duomo di San Giuseppe annunci\u00f2 pubblicamente, come aveva fatto per San Giacomo, che sarebbe sorta una parrocchia nella dorsale delle vie Costa Calcinara e Arzerdimezzo, al di l\u00e0 della circonvallazione della statale per Padova. Dopo alcune settimane arriv\u00f2 l\u2019incaricato Don Rino Brasola, gi\u00e0 conosciuto in citt\u00e0 perch\u00e9 era stato cappellano per tre anni nel nuovo duomo. Subito il sacerdote si insedi\u00f2 in quel rione prendendo in affitto una casa e si mise all\u2019opera per l\u2019organizzazione, chiamando a raccolta i fedeli disponibili. Uno dei primi impegni fu la ricerca del nome da dare alla nuova chiesa. Al centro di quella zona vi sono gli imponenti edifici di una abbazia benedettina, chiamata volgarmente San Salvaro, che \u00e8 l\u2019equivalente dialettale di Salvatore o Redentore. Sulle prime sembr\u00f2 che quel nome s\u2019imponesse, poi per\u00f2 prevalse SS. Redentore perch\u00e9, l\u00e0 vicino all\u2019ex abbazia, c\u2019\u00e8 il cimitero comunale che viene denominato San Salvaro e quindi sarebbe sorto un doppione. Il problema maggiore per\u00f2 fu la chiesa. La prima chiesa provvisoria fu una piccola costruzione prefabbricata posta su un terreno regalato dai coniugi Schiesari-Caramore.<\/p>\n<figure id=\"attachment_3099\" aria-describedby=\"caption-attachment-3099\" style=\"width: 389px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-3099\" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/redentore-chiesa.jpg\" alt=\"\" width=\"389\" height=\"275\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/redentore-chiesa.jpg 600w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/redentore-chiesa-300x212.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 389px) 100vw, 389px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3099\" class=\"wp-caption-text\">Prima chiesa provvisoria del redentore<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questi benefattori avevano gi\u00e0 costruito l\u00e0 vicino un asilo infantile, intitolato a Maria Caramore, che offr\u00ec la sala maggiore per le riunioni dei fedeli della nuova parrocchia. Il 28 aprile 1968 il parroco Don Rino Brasola fece il proprio ingresso nella nuova sede. Essendo per\u00f2 la chiesa insufficiente per i numerosi fedeli di quella zona, tutti si misero alla ricerca di una soluzione definitiva e appropriata. Proprio sulla stessa via Costa Calcinara, davanti alla chiesa prefabbricata, c\u2019era la fattoria, chiamata Casa Rossa, di propriet\u00e0 del conte Cini, che era stato per molti anni cittadino di Monselice. Richiesto da molti il conte Cini don\u00f2 alla nuova parrocchia un grande appezzamento di terreno. Subito fu incaricato l\u2019architetto Valentino Bonato, gi\u00e0 noto in citt\u00e0 perch\u00e9 progettista del duomo nuovo e della scuola media Guinizelli. Questi, associatosi con l\u2019architetto Cornoldi &#8211; docente all\u2019Universit\u00e0 IUAV di Venezia, scomparso in questi giorni -, present\u00f2 un disegno comprendente chiesa, canonica e alcune aule. Il progetto fu accettato sia dai parrocchiani che dalle commissioni comunale e diocesana. Il primo novembre 1972 il Vescovo Bortignon bened\u00ec la nuova chiesa costruita dall\u2019impresa locale Antonio Bortoliero. Attualmente la parrocchia \u00e8 fornita anche di un\u2019ampia sala per riunioni e di una scuola della dottrina cristiana, opere progettate dall\u2019architetto padre Angelo Polesello, essendo parroco don Giancarlo Smanio. Questa parrocchia offre pure un ampio e ben costruito parcheggio per le auto, servizio oggi molto richiesto dai fedeli, progettato dall\u2019arch. C. Massimo Trevisan.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><em><span style=\"color: #800080;\">Capitolo 5<\/span><\/em><br \/>\n<em><span style=\"color: #800080;\">I sacerdoti che operarono a Monselice nel secolo scorso<\/span><\/em><\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>5.5 elenco abati mitrati dal 1844 al 2009<\/strong><\/p>\n<figure id=\"attachment_3083\" aria-describedby=\"caption-attachment-3083\" style=\"width: 106px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-3083\" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/de-Piero-227x300.jpg\" alt=\"\" width=\"106\" height=\"140\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/de-Piero-227x300.jpg 227w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/de-Piero.jpg 389w\" sizes=\"auto, (max-width: 106px) 100vw, 106px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3083\" class=\"wp-caption-text\">M. Evangelista De Piero<\/figcaption><\/figure>\n<p>I &#8211; 1844\u20131898 Evangelista De Piero, fu il primo abate mitrato. Sotto il suo magistero nacque il progetto Lorenzo Polettini per l\u2019 ampliamento di San Paolo. Contribu\u00ec per la fondazione dell\u2019Istituto Buggiani e della Casa di Riposo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_3154\" aria-describedby=\"caption-attachment-3154\" style=\"width: 104px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-3154\" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/todeschini-226x300.jpg\" alt=\"\" width=\"104\" height=\"138\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/todeschini-226x300.jpg 226w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/todeschini.jpg 389w\" sizes=\"auto, (max-width: 104px) 100vw, 104px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3154\" class=\"wp-caption-text\">M. Giuseppe Todeschini<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">II &#8211; 1898\u20131908 Giuseppe Todeschini, si ritir\u00f2 non riuscendo a trovare un accordo tra fedeli e clero sui problemi delle parrocchie del contado e sul duomo nuovo del centro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">III &#8211; 1909\u20131911 Monsignor Callegaro, Arciprete di Stanghella. Vicario ad acta per risolvere i problemi delle parrocchie frazionali e del duomo nuovo in piano. Non riuscendo trovare un accordo si ritir\u00f2.<\/p>\n<figure id=\"attachment_3097\" aria-describedby=\"caption-attachment-3097\" style=\"width: 118px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-3097\" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/prevedello-246x300.jpg\" alt=\"\" width=\"118\" height=\"144\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/prevedello-246x300.jpg 246w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/prevedello.jpg 389w\" sizes=\"auto, (max-width: 118px) 100vw, 118px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3097\" class=\"wp-caption-text\">M. Pietro Prevedello<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">IV &#8211; 1912 \u20131919 Pietro Prevedello, ex parroco di San Paolo di Monselice. Si adoper\u00f2 per trovare una collocazione per il duomo nuovo, alla fine decise per l\u2019acquisto e il restauro di Santo Stefano, scelta che non riusc\u00ec a realizzare per lo scoppio della Grande Guerra. Nell\u2019aprile 1919 il vescovo Pellizzo \u201cmotu proprio\u201d istitu\u00ec cinque nuove parrocchie dando a monsignor Prevedello, arciprete della parrocchia urbana di Santa Giustina, l\u2019obbligo di costruire il nuovo duomo. Questi si ritir\u00f2.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">V &#8211; 1920\u20131945 Luigi Gnata, ricevette dal Vescovo l\u2019incarico di costruire il nuovo duomo. Non ci riusc\u00ec perch\u00e9 nel 1929 vi fu il fallimento della banca dove erano depositate le offerte raccolte. Aveva scelto anche lui di trasformare in duomo Santo Stefano e ne fece fare un progetto dall\u2019architetto Contarello.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">VI &#8211; 1946\u20131971 Angelo Cerato. A partire dal 1947 costru\u00ec in dieci anni duomo, canonica, campanile provvisorio e patronato Immacolata. Divise la parrocchia del Duomo in quattro parti: San Giuseppe Artigiano (Duomo nuovo), SS. Redentore, Carmine, San Giacomo.<\/p>\n<figure id=\"attachment_3087\" aria-describedby=\"caption-attachment-3087\" style=\"width: 102px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-3087\" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/gomiero-183x300.jpg\" alt=\"\" width=\"102\" height=\"167\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/gomiero-183x300.jpg 183w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/gomiero.jpg 389w\" sizes=\"auto, (max-width: 102px) 100vw, 102px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3087\" class=\"wp-caption-text\">M. Martino Gomiero<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">VII -1971\u20131982 Martino Gomiero, costru\u00ec in duomo il pavimento di marmo, il nuovo riscaldamento e rivest\u00ec il portone principale; intonac\u00f2 all\u2019esterno la canonica, sistem\u00f2 l\u2019enfiteusi sui campi di via Carrubbio e ristruttur\u00f2 il patronato (nominato vescovo di Velletri e Segni, fu consacrato a Monselice).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_3155\" aria-describedby=\"caption-attachment-3155\" style=\"width: 113px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-3155 \" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/andreotti-1-252x300.jpg\" alt=\"\" width=\"113\" height=\"134\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/andreotti-1-252x300.jpg 252w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/andreotti-1.jpg 389w\" sizes=\"auto, (max-width: 113px) 100vw, 113px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3155\" class=\"wp-caption-text\">M. Ezio Andreotti<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">VIII- 1982\u20132004 Ezio Andreotti, fece costruire l\u2019ascensore, termin\u00f2 la sala San Giuseppe, sistem\u00f2 un atrio laterale per i confessionali, progett\u00f2 lo scalone di entrata, complet\u00f2 il restauro del Patronato e sistem\u00f2 la zona giochi.<\/p>\n<p>18 MARZO 2022<br class=\"html-br\" \/>Nel 15\u00b0 anniversario dalla dipartita di DON EZIO ANDREOTTI.\u00a0 Padre, fratello, consigliere, consolatore, maestro discreto, uomo di preghiera, vero pastore d\u2019anime, punto di riferimento, esempio di vita, uomo attento alle persone e innamorato di Dio. Devoto alla Madonna verso la quale provava una venerazione filiale e con il S. Rosario sempre fra le dita.<br class=\"html-br\" \/>Cos\u00ec ti definivano i tuoi Parrocchiani e cos\u00ec ti vogliamo ricordare anche oggi. Dal suo testamento spirituale, attuale oggi come non mai (08\/09\/1983)<br class=\"html-br\" \/><br class=\"html-br\" \/>&#8230;&#8221;Chiedo a tutti i PARROCCHIANI di Monselice e Valdobbiadene di pregare per la mia anima, di accogliere il messaggio evangelico nella sua integrit\u00e0, di formare una vera comunit\u00e0 di credenti, superando gli antagonismi e ogni divisione.<br class=\"html-br\" \/>Ai GENITORI della Parrocchia chiedo di preoccuparsi un p\u00f2 meno delle cose materiali e assai pi\u00f9 dell&#8217;educazione dei figli, a cominciare dall&#8217;esempio della partecipazione alla S. Messa domenicale.<br class=\"html-br\" \/>Supplico i GIOVANI di non sciupare nel vuoto delle evasioni immorali i loro anni migliori e di non perdere, a causa del rispetto umano, le vie di Cristo e della Chiesa &#8211; perch\u00e9 Lui rimane il maestro che non inganna e solo la chiama<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_3096\" aria-describedby=\"caption-attachment-3096\" style=\"width: 192px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-3096\" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/peloso-192x300.jpg\" alt=\"\" width=\"192\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/peloso-192x300.jpg 192w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/peloso.jpg 389w\" sizes=\"auto, (max-width: 192px) 100vw, 192px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3096\" class=\"wp-caption-text\">M. Alberto Peloso<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">IX &#8211; 3\/10\/2004 Alberto Peloso. Ha gi\u00e0 fatto varie opere: lo scalone, la sistemazione del piazzaletto su via Garibaldi, del cortile del Patronato e della cripta con la pavimentazione nuova.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h5><\/h5>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">5.2 Profili di alcuni sacerdoti operanti in Monselice nel \u2018900<\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non avendo documentazione precisa dei sacerdoti che hanno diretto le chiese a Monselice nel 1800 fino alla prima guerra mondiale, mi limiter\u00f2 a richiamare il ministero di quelli dei quali, direttamente o indirettamente, ho sentito parlare e di quelli che ho conosciuto.<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">5.2. 1 Monsignor Luigi Gnata, arciprete 1920 &#8211; 1945.<\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo le dimissioni di monsignor Prevedello, arciprete del Duomo di Monselice, il vescovo Pellizzo nomin\u00f2 come quarto abate mitrato di Santa Giustina monsignor Luigi Gnata gi\u00e0 parroco di Galzignano. Era questi un sacerdote culturalmente preparato, pio, molto mite, pronto sempre al dialogo, incapace di assumere decise prese di posizione, molto fiducioso degli altri e poco esperto negli affari economici. Se non avesse avuto accanto una fabbriceria consapevole della vita socio-economica, sicuramente non sarebbe riuscito a superare le traversie che la sorte gli serb\u00f2. Fu con l\u2019aiuto della fabbriceria che il modesto patronato San Sabino si ingrand\u00ec, con l\u2019acquisto di piccoli lotti un po\u2019 alla volta, fino ad avere un\u2019area che poi serv\u00ec al suo successore per costruirvi il nuovo duomo. I fabbricieri in quel tempo furono: presidente Santino Volpe, possidente e sufficientemente ricco da poter avallare anche da solo tutti i debiti della parrocchia del Duomo; consiglieri: Angelo Gittoi commerciante, Massimiliano Andolfo imprenditore, Francesco Bonaventura e Vittorio Rebeschini commercianti. L\u2019arrendevolezza di monsignor Gnata fu interpretata da qualcuno un sostegno politico al fascismo come si trova traccia nella \u201cStoria di Monselice\u201d di Tiziano Merlin. Pi\u00f9 tardi per\u00f2 lo stesso autore, in un lungo capitolo sul ventennio fascista incluso nel volume \u201cMonselice\u201d, pubblicato sei anni dopo, annacqu\u00f2 parecchio la definizione di fascista attribuita in precedenza a monsignor Gnata. L\u2019accusa muove dal fatto che negli anni trenta benedisse qualche gagliardetto del partito o fu fotografato assieme a qualche gerarca. Monsignor Gnata non era un politico n\u00e9 un fascista, era solamente una persona che non sapeva dire di no a nessuno; d\u2019altra parte poi i rituali fascisti venivano allora accettati da tutti, salvo alcuni come Pertini, i fratelli Rossella e pochi altri che per questo subirono le angherie e le persecuzioni fasciste. Se don Gnata fosse stato fascista certamente avrebbe ottenuto dallo Stato nel 1929 il rimborso, come promesso dalla Sovrintendenza, delle spese sostenute per il restauro del Duomo Vecchio, ma essendo solo \u201cun prete\u201d nessun gerarca fascista mosse un dito a suo favore. Che l\u2019arciprete fosse politicamente un agnostico lo testimonia il fatto che nel \u201cCronicon\u201d, da me letto, non accenna mai al fascismo, n\u00e9 nomina Mussolini quando \u00e8 venuto a Monselice per passare in rivista l\u201981\u00b0 reggimento fanteria. Al contrario scrisse un cenno quando a Monselice arriv\u00f2 il principe Umberto. L\u2019arrendevolezza e la semplicit\u00e0 di questo sacerdote sono testimoniati da alcuni fatti che purtroppo influirono in seguito con danni abbastanza rilevanti. Un suo confratello, per aiutare i propri nipoti abitanti a Monselice che dovevano abbandonare la conduzione di una campagna perch\u00e9 un\u2019altra famiglia aveva una prelazione proprio su quel terreno, convinse l\u2019arciprete Gnata a prendere una decisione importante e negativa per la parrocchia.<\/p>\n<figure id=\"attachment_3086\" aria-describedby=\"caption-attachment-3086\" style=\"width: 218px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-3086\" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/gnata-218x300.jpg\" alt=\"\" width=\"218\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/gnata-218x300.jpg 218w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/gnata.jpg 451w\" sizes=\"auto, (max-width: 218px) 100vw, 218px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3086\" class=\"wp-caption-text\">M. Luigi Gnata<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel beneficio parrocchiale erano inglobati anche vari campi di terreno agricolo fra le vie Carrubbio, Ghiacciaia e F.lli Fontana e proprio questi furono ipotecati con un affitto perpetuo a favore della famiglia che aveva la prelazione sulla terra. Purtroppo fu sottoscritta un\u2019enfiteusi, affittanza di tradizione medioevale trasmissibile anche agli eredi, in pratica senza fine e senza condizioni. In questo modo i nipoti rimasero nella terra che gi\u00e0 coltivavano. Questi fatti procurarono nel dopo guerra, al tempo della costruzione del duomo nuovo, grossi problemi sia perch\u00e9 l\u00e0 si potevano agevolmente insediare la nuova chiesa e tutte le varie strutture necessarie, essendo quel luogo centrale, sia perch\u00e9 non fu possibile vendere il terreno, gi\u00e0 allora molto richiesto per case, per ricavarne i soldi almeno per le opere di rifinitura del duomo nuovo, come le vetrate, la pavimentazione marmorea e le scale di sicurezza. Un altro fatto fu quello dei codici miniati. Persone ignote dichiaratesi studiosi, chiesero all\u2019arciprete e ottennero di visionare, senza nessun controllo, gli antichi codici della pieve di Santa Giustina. Rimasti soli quei tipi ritagliarono dei disegni in varie pagine con le lamette. Solo dopo vario tempo qualcuno si accorse del furto; i codici allora furono immediatamente portati in curia a Padova dove ancora sono custoditi. Ciononostante monsignor Gnata fu un parroco benvoluto dal popolo che apprezzava il suo mite candore, anche perch\u00e9 quasi nessuno era a conoscenza dell\u2019enfiteusi, il cui problema sorse solo nell\u2019anno 1948. Personalmente ho conosciuto monsignor Gnata nel 1936 quando sono arrivato a Monselice. Ricordo che, allorch\u00e9 sono partito per la guerra, sono andato a salutarlo nella canonica adiacente al duomo di Santa Giustina; lo trovai sprofondato in una poltrona del suo studio e lo vidi preoccupato e smarrito.<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">5.2.2 Monsignor Basilio Mingardo, 1858- 1941<\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 questi un sacerdote che abbia avuto incarichi di responsabilit\u00e0 nelle parrocchie di Monselice, dove nacque, mor\u00ec e oper\u00f2 volontariamente da pensionato negli ultimi tre lustri della sua vita terrena. Monsignor Mingardo nacque in una famiglia di cattolici praticanti, svolse il proprio ministero nella curia di Roma da dove torn\u00f2 con il titolo di \u201cMonsignore Cameriere segreto di Sua Santit\u00e0\u201d. Qui da noi svolse delle mansioni particolari che si era ritagliato, facendosi conoscere da tutti e anche da me, lasciando il ricordo di un sacerdote cordiale, ma soprattutto organizzatore di fastose celebrazioni. Visse appartato in una \u201ccesura\u201d posta in parrocchia di Marendole, in una casa a palazzetto veneto con davanti due ippocastani lungo la statale sedici. I proprietari erano lui e la cugina Angelina Mingardo, che gli faceva da perpetua, donna molto buona e gentile. Monsignor Mingardo riusc\u00ec a ricostituire a Monselice alcune congregazioni che avevano diverse sedi di riunione e si distinguevano tra loro per i colori dei rocchetti e, tutte assieme, partecipavano alle varie processioni. Egli era l\u2019organizzatore di tutte le processioni fastose dell\u2019anno liturgico e di tutte le feste delle chiesuole dove non risiedeva un cappellano. Molti popolani allora rimanevano incantanti nell\u2019osservare lo snodarsi delle processioni e questo successe anche a me. Un valletto con tanto di livrea, feluca e bastone di comando apriva il corteo, seguiva un chierichetto con la croce astile, poi si accodavano, divise in due file, tutte le congregazioni con stendardi, rocchetti e addobbi di vari colori, indi le varie organizzazioni cattoliche, poi il baldacchino del Santissimo, oppure le statue dei Santi che si volevano venerare; infine chiudevano il corteo i fedeli. All\u2019interno delle due file c\u2019erano bandiere, labari, gonfaloni e monsignor Basilio Mingardo, ormai un po\u2019 curvo, che con il suo bastoncino impartiva ordini, camminando avanti e indietro, perch\u00e9 tutto fosse ordinato secondo la sua collaudataesperienza romana. Egli aveva raccolto nella propria casa diversi oggetti religiosi e aveva creato una cappella personale attigua alla sua camera da letto; fece erigere nel camposanto di Monselice, (campo primo a destra) un\u2019ampia cappella funeraria sul cui frontone \u00e8 scritto:<br \/>\n\u201cSac. Basilius Mingardo, sibi suis \u2013 et nonnullis AD &#8211; MDCCCCXXVI\u201d.<br \/>\nSu di lui un fatterello scherzoso raccontatomi a pi\u00f9 riprese dai sacerdoti locali, che alla fine premi\u00f2 don Basilio solo perch\u00e9 era uno che lavorava sodo e che viveva con semplicit\u00e0. Verso la fine della sua permanenza a Roma don Mingardo, allora ancora semplice minutante, fu vittima di uno scherzo di alcuni confratelli. Questi suoi amici lo invitarono a pranzo e alla fine lessero una pergamena di loro invenzione con la nomina a monsignore di Don Basilio, il quale, credendo alla cosa, si comper\u00f2 le vesti di rito e invit\u00f2 tutti i suoi amici a pranzo per festeggiare la nomina. Sbalordimento di tutti, specie quando don Mingardo si present\u00f2 vestito da monsignore. I convitati, visto che la cosa era loro sfuggita di mano, per non creare uno scandalo, si attivarono nei vari uffici curiali, finch\u00e9 riuscirono ad ottenere il titolo di monsignore per don Basilio, che se ne torn\u00f2 a Monselice \u201cMonsignore Cameriere segreto di Sua Santit\u00e0\u201d, a godersi la meritata pensione. Don Mingardo ha il merito di aver portato a Monselice nel 1925 la statua della Madonna del Pomo, prelevata dalla cappella dei Grimani a Battaglia Terme e collocata nella chiesa di San Tommaso. Monsignor Basilio conosceva bene i legami storici tra la pieve di Santa Giustina e la parrocchia di Battaglia Terme con la sudditanza di questa alla nostra pieve. In occasione di lavori di restauro della villa Grimani e della dismissione dell\u2019oratorio, chiese ed ottenne di portare la statua principale di quella chiesuola a Monselice, era la Madonna del pomo che attualmente \u00e8 esposta nel transetto a destra del Duomo nuovo.<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">5.2.3 Don Luigi Gatto, 1832 &#8211; 1919<\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il ricordo di questo sacerdote, morto a Monselice circa un anno dopo la fine della prima guerra mondiale, \u00e8 ancora vivo nell\u2019animo di molti anziani monselicensi. Egli esercit\u00f2 qui da noi il suo ministero sacerdotale iniziando a Marendole, passando a San Paolo e terminando quale Rettore delle Sette Chiese, come \u00e8 specificato nell\u2019epitaffio della sua tomba in Monselice. Nonostante siano passati oltre ottant\u2019anni dalla sua morte, la sua tomba \u00e8 ancora in buono stato manutentivo, a sinistra nel primo campo del cimitero, tra le cappelle funerarie della famiglia Alvise Tortorini e della famiglia Marigo. L\u2019epitaffio in latino recita: (Qui riposa il sacerdote Luigi Gatto. Nato a Quero, fu in cura d\u2019anime, particolarmente degli infermi, nella parrocchia di San Nicola di Marendole istituita nel 1803, poi per dieci anni in quella di S. Paolo in Monselice e infine per sedici anni come rettore del santuario delle sette chiese. Uomo davvero straordinario.<br \/>\n(Nato nel 1832, morto nel 1919.) Quiescit hic Sac. Aloysius Gatto Domo Quero in cura animarum praecipueque infirmorum in paroecia S. Nicolai de Marendulis a.D. 1803 coepta et per annos 10 in altera D. Pauli de Montesilice perecta in regendo septem ecclesiarum sanctuario per annos 16 vere eximius n. 1832 ob. 1919<br \/>\nQuesto sacerdote, di cui ho solo sentito parlare, \u00e8 rimasto nell\u2019immaginario popolare per varie peculiarit\u00e0. E\u2019 ricordato come persona gobba o quantomeno con il corpo non perfettamente eretto; veniva considerato guaritore, difensore dei deboli, vindice contro l\u2019arroganza e la cattiveria, capace di comandare alle serpi e in generale agli animali. Per molti era, non solo un santo, ma anche un mago; probabilmente possedeva quelle che oggi chiamiamo capacit\u00e0 paranormali. E\u2019 celebre il fatto del carrettiere che lo insult\u00f2 lungo la via, subito il suo cavallo si ferm\u00f2 e non volle pi\u00f9 ripartire. Si rimise in moto solo dopo che il suo padrone chiese scusa al sacerdote. E\u2019 certo che molti amarono questo prete, amico dei poveri e temuto dai potenti, perch\u00e9 ancora oggi vi sono persone che si soffermano davanti al suo tumulo e provvedono alla pulizia della sua tomba.<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">5.2.4 Monsignor Angelo Cerato, arciprete 1946 \u2013 1971<\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con l\u2019arciprete Angelo Cerato ho avuto una lunga frequentazione, per questo posso scrivere di lui pi\u00f9 che per gli altri. Egli nacque a Enego nel 1896 ed entr\u00f2 giovanetto in seminario. Durante la guerra 1915-1918, in qualit\u00e0 di soldato addetto alla Sanit\u00e0, gli fu dato l\u2019incarico di fare l\u2019autista e guidare dei camion adibiti ad ambulanze, i famosi 15 ter, veicoli con ruote piene e trasmissione a catena. Con quelli riusciva ad arrivare anche nei pressi delle trincee percorrendo carrarecce piene di insidie e strapiombi per caricare feriti e portarli negli ospedali. Fu ordinato sacerdote nel luglio del 1922 alla presenza di Mons. Codemo, famoso predicatore della diocesi di Padova, che era stato suo insegnante. Dopo l\u2019ordinazione fu subito nominato cappellano a Cogollo del Cengio. Il parroco di quel paese si trovava impegnato, lavorando molto anche di persona, nella costruzione della chiesa le cui fondazioni erano gi\u00e0 state preparate dal predecessore. Andava spesso nei boschi con dei volontari per procurarsi il legname che doveva servire per realizzare le armature. Il legname era poi tirato gi\u00f9 \u201ca strozzo\u201d per i pendii fino al centro del paese, cio\u00e8 veniva fatto scorrere sul terreno tirandolo con corde o picconi a una punta. Anche il giovane cappellano don Angelo diede il suo fattivo contributo alla costruzione, recandosi con i giovani a raccogliere sassi nelle cave dei dintorni. In quel paese don Angelo Cerato si adoper\u00f2 molto per dare vita alle associazioni cattoliche. Il suo impegno diede subito buoni frutti, tanto che riusc\u00ec a ottenere che a ogni associazione aderissero pi\u00f9 di cento soci, fatto notevole visto che si trovava in un paesetto. La maggioranza degli aderenti a quelle associazioni era politicamente su posizioni antifasciste, per cui si sparse la voce che il responsabile fosse il cappellano. Il risultato fu che, l\u20198 dicembre 1925, d\u2019improvviso il giovane don Angelo si trov\u00f2 trasferito, senza avere alcuna spiegazione, in un\u2019altra cappellania a Cismon del Grappa. Qualche tempo dopo il vescovo di Padova, Elia Dalla Costa lo nomin\u00f2 curato a Carpan\u00e8 e quindi parroco a Roana. Qui conobbe il giovane Luigi Sartori, nipote del campanaro, che egli avvi\u00f2 al sacerdozio. Quel giovane divenne uno dei pi\u00f9 apprezzati e amati teologi italiani, della cui associazione fu presidente per decenni fino alla morte nel 2007. Don Angelo avvi\u00f2 al sacerdozio anche un altro giovane don Candido Maria Frigo che fu parroco di San Cosma di Monselice e arciprete di Tribano. All\u2019inizio del 1936 il vescovo Carlo Agostini lo design\u00f2 arciprete nella parrocchia importante ma turbolenta di Legnaro, dove esercit\u00f2 l\u2019 apostolato per dieci anni fino al 7 settembre 1946. L\u2019inizio per lui non fu facile. L\u2019anno prima del suo arrivo in paese si erano verificati forti contrasti tra fedeli e clero, tanto che la situazione si presentava difficile e pericolosa per ogni nuovo sacerdote. Per quelle tensioni don Angelo Cerato fu costretto ad arrivare nella sua parrocchia di notte e non senza qualche fondato timore di essere cacciato via l\u2019indomani. Ma tutto and\u00f2 per il meglio. A Legnaro don Angelo ebbe veramente la possibilit\u00e0 di mostrare le notevoli capacit\u00e0 di cui era in possesso.<\/p>\n<figure id=\"attachment_3081\" aria-describedby=\"caption-attachment-3081\" style=\"width: 220px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-3081\" src=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/cerato-220x300.jpg\" alt=\"\" width=\"220\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/cerato-220x300.jpg 220w, https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/cerato.jpg 389w\" sizes=\"auto, (max-width: 220px) 100vw, 220px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-3081\" class=\"wp-caption-text\">M. Angelo Cerato<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il suo innato buon senso e il suo notevole attivismo, uniti a indubbie doti organizzative, gli consentirono in breve di rappacificare gli animi dei parrocchiani e cos\u00ec riusc\u00ec a farsi ben volere da tutti gli abitanti. Durante la guerra ebbe poi modo di mettere in mostra anche altre qualit\u00e0: si distinse per il coraggio nel difendere i suoi parrocchiani dal rischio di rappresaglie da parte dei soldati tedeschi, tanto che alla fine nessun abitante del luogo fu ucciso per rappresaglia. Subito dopo la guerra don Cerato si impegn\u00f2 nella costruzione di una nuova chiesa, perch\u00e9 gli abitanti di Legnaro intendevano rispettare il voto che avevano fatto: se il paese fosse stato risparmiato dai bombardamenti, che tra il 1943 e il 1945 avevano devastato molti centri del padovano, avrebbero costruito per riconoscenza una chiesa pi\u00f9 grande e pi\u00f9 bella di quella che erano soliti frequentare. Mentre si trovava impegnato nella realizzazione di quell\u2019edificio religioso, gli arriv\u00f2 da parte del vescovo la nomina per un incarico ben pi\u00f9 importante: diventare arciprete-abate mitrato del duomo di Santa Giustina. Questo era motivo di onore e anche una testimonianza della stima che il vescovo nutriva per lui. Don Cerato esit\u00f2 nell\u2019accettare la nomina, specie per il compito gravoso e impegnativo che lo aspettava, tanto che nessun sacerdote desiderava essere nominato arciprete a Monselice. Invero il vescovo Agostini, in un primo momento, aveva designato a tale incarico il parroco di S. Elena don Contiero che, dopo qualche riflessione, aveva accettato. Ma quasi immediatamente aveva dovuto rinunciare. Anche se a lui non si poteva addebitare alcuna responsabilit\u00e0 o colpa, a Monselice abitava sua sorella che aveva due figlie notoriamente pubbliche prostitute. Infatti, appena avuta notizia della sua nomina, la gente di Monselice cominci\u00f2 a mormorare e a mostrare di essere contraria alla sua venuta. La sede di Monselice rimase per qualche tempo ancora vacante. Alla fine don Angelo Cerato, cedendo alle molte insistenze che gli venivano dall\u2019alto, sciolse la riserva e accett\u00f2. Ma lo fece, e me lo disse personalmente, come atto di obbedienza. E cos\u00ec assunse l\u2019incarico di arciprete del duomo di Santa Giustina di Monselice, che svolse dal 1946 al 1971, distinguendosi per essersi dedicato lodevolmente alla cura delle anime. Il suo ricordo tra gli abitanti di Monselice rimarr\u00e0 legato non solo all\u2019aspetto pastorale, ma anche all\u2019impegno profuso per dieci anni, in modo infaticabile, nella costruzione degli edifici religiosi. Le principali tappe edificatorie sono:<br \/>\n&#8211; edificio inizio lavori fine lavori<br \/>\n&#8211; sottocoro 8 settembre 1947 8 settembre 1948<br \/>\n&#8211; canonica 8 settembre 1948 8 settembre 1949<br \/>\n&#8211; campanile provvisorio maggio 1952<br \/>\n&#8211; patronato \u201cImmacolata\u201d maggio 1955 maggio 1960<br \/>\n&#8211; sottochiesa 8 settembre 1955 8 settembre 1956<br \/>\n&#8211; chiesa 8 settembre 1956 8 settembre 1957<br \/>\nCome si pu\u00f2 constatare l\u20198 settembre, festa della nativit\u00e0 della Vergine, fu per monsignor Cerato una data ricorrente per l\u2019inizio e la fine dei lavori. L\u20198 settembre 1957 fu per lui il giorno che coron\u00f2 dieci anni di intensa attivit\u00e0 con l\u2019inaugurazione del duomo. Tracciati i dati della vita di monsignor Cerato, ora desidero parlare della sua indole. Lo faccio perch\u00e9 ho sempre trovato fra lui e me delle somiglianze. Entrambi abbiamo faticato per poter studiare; entrambi abbiamo vissuto nello stesso ambiente militare; lui nella prima guerra mondiale io nella seconda, trovandoci in mezzo a pericoli e difficolt\u00e0; fu spesso incompreso, come lo fui anch\u2019io quando facevo politica. Egli fu una persona volitiva e buon conoscitore della vita civile; aveva la capacit\u00e0 di intuire le doti dei suoi interlocutori, ma fu soprattutto un bravo organizzatore. In definitiva fu colui che riusc\u00ec a iniziare e portare a termine la riorganizzazione del territorio parrocchiale di Santa Giustina di Monselice, questione che si protraeva da molti anni.<br \/>\nCome sacerdote fu di esempio per clero e fedeli. Sempre pronto a percepire le nuove tendenze, volle che il duomo nuovo fosse intitolato a San Giuseppe Artigiano, giacch\u00e9 allora era il momento del riscatto del lavoro sul capitale. Fu poi sempre fedelissimo al suo vescovo, per\u00f2 non ebbe remore nell\u2019aiutare qualche confratello che si trovava in angustie perch\u00e9 non seguiva le direttive superiori. Il sacerdote diocesano Attilio Negrisolo, (sospeso a divinis, cio\u00e8 dalla celebrazione della messa, dal vescovo Bortignon perch\u00e9 grande devoto di Padre Pio) fu aiutato in quel frangente da monsignor Cerato. Durante tutta la grossa mole di lavori e di organizzazione per l\u2019accorpamento della parrocchia, monsignor Cerato, con ampia visione di fede amore per la cultura e la societ\u00e0 civile, ottenne anche altri validi risultati. Cerc\u00f2 e accolse il \u201cCarmelo\u201d a Monselice, scegliendo come dimora delle suore una villa al termine di via San Biagio. Inizi\u00f2 anche l\u2019Adorazione Perpetua nella chiesa di santa Rosa, oggi detta anche chiesa del Rosario, in via Buggiani. Monsignor Cerato fu pure l\u2019antesignano a Monselice dell\u2019istituzione della nuova scuola media statale. Infatti alla fine degli anni 40 l\u2019arciprete mise a disposizione la canonica del duomo vecchio perch\u00e9 iniziasse a funzionare una sezione di scuola media collegata con il collegio vescovile di Este. L\u2019esperienza dur\u00f2 assai poco, perch\u00e9 gi\u00e0 nei primi anni 50 fu istituita la scuola media Guinizelli in villa Pisani che, qualche anno dopo, pass\u00f2 nell\u2019edificio attuale. La vecchia canonica che si rese libera fu consegnata a una scuola elementare cattolica. Preoccupato poi dell\u2019assistenza ai lavoratori, l\u2019arciprete ampli\u00f2 i compiti del circolo ACLI, istituendo nel nuovo patronato bar, mensa e locali sia per il tempo libero sia come punto di ristoro per gli operai che a mezzogiorno non potevano ritornare a casa propria. Un\u2019altra iniziativa di carattere sociale, che per\u00f2 non dur\u00f2 a lungo, fu la creazione di una casa per ferie della nostra comunit\u00e0 parrocchiale a San Vito di Cadore. All\u2019inizio degli anni 60 l\u2019arciprete acquist\u00f2 in quel paese un immobile che, con opportune varianti, sarebbe stato sufficiente e adatto per realizzarvi un soggiorno estivo per giovani e famiglie. La casa fu intitolata a \u201cSan Sabino\u201d e subito usata dalla nostra parrocchia, nonostante l\u2019Amministrazione comunale di San Vito, pur sollecitata, non avesse ancora concesso l\u2019autorizzazione, che non arriv\u00f2 mai, perch\u00e9 non si volevano in quel territorio case per comunit\u00e0. Dopo alcuni anni di insistenze, l\u2019arciprete dovette abbandonare l\u2019iniziativa e rescisse il contratto. Questi i pregi di un uomo dal carattere impulsivo ed egocentrico; per questo, penso, non accett\u00f2 mai che le sue opere, specie il duomo nuovo e il patronato, fossero preventivamente discusse dai suoi parrocchiani e dall\u2019autorit\u00e0 civile. Un piccolo esempio che ha lasciato un certo sconcerto nelle file dell\u2019Azione Cattolica. In una riunione di iscritti tra i quali anch\u2019io, presieduta dall\u2019arciprete stesso, fu discusso a chi intitolare il nuovo patronato parrocchiale. Dopo varie proposte e discussioni fu scelto all\u2019unanimit\u00e0 il nome \u201cSan Sabino\u201d del patronato precedente. Dopo neanche una settimana usc\u00ec il giornale \u201cLa Rocca\u201d con la notizia che il nuovo patronato era intitolato alla \u201cImmacolata\u201d. A qualcuno che gli chiese spiegazione rispose che aveva scelto quel nome perch\u00e9 l\u20198 settembre per lui era un giorno particolare per quanto riguardava i lavori da lui coordinati a Monselice; e proprio l\u20198 settembre ricorre la festa della nascita immacolata della Madonna. Per concludere devo affermare che monsignor Cerato non fu solamente un costruttore, ma si adoper\u00f2 anche con impegno per risvegliare lo spirito cristiano dei fedeli, spesso latente. Per questo volle che tutto il popolo della grande parrocchia del duomo potesse avere un\u2019assistenza religiosa pi\u00f9 vicina, cos\u00ec propose al Vescovo di suddividere il territorio in quattro parrocchie: Duomo, Carmine, San Giacomo e SS. Redentore.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #800080;\"><strong><em>Capitolo 6\u00a0<\/em><\/strong><\/span><\/h4>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #800080;\"><strong><em> Le suore monselicensi<\/em><\/strong><\/span><\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nei secoli decimo ottavo e decimo nono in Italia sorsero un po\u2019 ovunque ordini monastici, specie femminili, con lo scopo specifico di aiutare i diseredati, i bambini, i vecchi e gli ammalati che la societ\u00e0 civile di allora non riusciva ad assistere. Attualmente questi ordini religiosi risentono di una grande diminuzione di vocazioni, cosi che vengono lentamente sostituiti dal volontariato laico, oggi invece in rapida espansione. Attualmente vi sono gruppi e associazioni formati da volontari che operano nei campi specifici delle varie necessit\u00e0 sociali. Ricordo che, solo a Monselice, ora ne esistono pi\u00f9 di una ventina che si occupano dalla protezione civile alla Croce rossa, dall\u2019assistenza ospedaliera a quella delle malattie rare. Qui per\u00f2 desidero ricordare le suore che hanno operato, e che ancora in parte operano, in Monselice, per evidenziare l\u2019importanza del loro lavoro nelle varie attivit\u00e0 parrocchiali, e non solo, del nostro territorio, dove hanno dato un generoso aiuto alla cittadinanza nei campi pi\u00f9 importanti dello sviluppo socio culturale. Dopo la seconda guerra mondiale, negli asili parrocchiali delle frazioni, nati a furor di popolo, si insediarono vari ordini di suore, oggi quasi tutti assenti da Monselice per mancanza di personale, ma fortunatamente qua e l\u00e0 sostituiti dalle amministrazioni comunale e statale. Rimangono per\u00f2 ancora efficienti nel nostro territorio le \u201cSorelle della Misericordia\u201d di Verona e, in parte, le \u201cAncelle del Sacro Cuore\u201d.<\/p>\n<h5><em><strong>6.1 Le Sorelle della Misericordia di Verona<\/strong><\/em><\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le Sorelle della Misericordia hanno segnato a Monselice tappe basilari nell\u2019assistenza ai malati, ai vecchi abbandonati e nell\u2019insegnamento scolastico. Quest\u2019ordine religioso, fondato da Luigia Poloni nel 1840, era presente fin dal 1865 a Monselice con alcune consorelle. La loro azione fu in continua espansione in molti campi e raggiunse il massimo di presenze e di attivit\u00e0 attorno alla seconda guerra mondiale. Nel 1838 era sorto a Monselice, per la generosit\u00e0 della contessa Diana Grimaldi, il civico ospedale in via San Filippo. La gestione per\u00f2 si dimostr\u00f2 difficoltosa per cui i Preposti dell\u2019Ospedale ricorsero alle suore della Misericordia, che iniziarono la loro attivit\u00e0 assistenziale agli ammalati durata poi oltre un secolo. L\u2019ospedale nel 1865 fu spostato e ingrandito ai piedi della Rocca, in via Santo Stefano Superiore, nell\u2019attuale villa Emo e fabbricati adiacenti. In quel periodo, a completamento delle funzioni ospedaliere, sorsero nello stesso luogo fin dal 1867 altre due organizzazioni umanitarie la Casa di Riposo e la Casa degli Esposti, che si espansero velocemente. Allora, per evitare intralci all\u2019attivit\u00e0 medica, furono cercate altre soluzioni sempre sostenute da quell\u2019ordine religioso. Nacquero cos\u00ec la Casa di Riposo, ora chiamata \u201cCentro assistenza anziani\u201d al n. 35 di via Garibaldi, e la Casa per l\u2019infanzia abbandonata al numero 61 della stessa via. Nel 1923 l\u2019Ospedale civile pass\u00f2 nei fabbricati costruiti ex novo su un terreno di 90.000 metri quadrati tra le vie Marconi, Rovigana e Colombo. Circa trent\u2019anni fa con la riforma sanitaria, le suore, ormai ridotte a un numero esiguo, cessarono la loro attivit\u00e0 ospedaliera. Anche nella Casa di riposo la presenza delle suore cess\u00f2 poco dopo, mentre l\u2019assistenza all\u2019Infanzia abbandonata era finita prima. L\u2019azione delle Sorelle della Misericordia si svilupp\u00f2 in modo incisivo e coinvolgente soprattutto nell\u2019attivit\u00e0 scolastica degli Istituti Buggiani e Poloni tuttora operanti. Quando l\u2019ospedale si trovava in via San Filippo direttore era il medico Pietro Bianchi Buggiani, proprietario dell\u2019immobile addossato al lato nord della chiesa di Santa Rosa. Egli e la moglie Anna Gaspari decisero di trasformare quel loro fabbricato in una scuola elementare femminile per \u201cfar crescere donne cristiane e operose\u201d. Il Buggiani mor\u00ec nel 1862 prima di veder realizzato il suo desiderio, per\u00f2 la moglie continu\u00f2 l\u2019iniziativa. Cos\u00ec nel 1865 arriv\u00f2, contemporaneamente alla cessione dell\u2019immobile alle suore, l\u2019approvazione della scuola da parte dello Stato e del Comune. Le lezioni iniziarono nel 1866 e continuano ancor oggi, seppure con qualche modifica. Era nato l\u2019Istituto Buggiani.\u00a0Al tempo di monsignor Angelo Cerato, arciprete dal 1946 al 1971, ebbi l\u2019occasione di leggere la convenzione stipulata nel 1800 tra Parrocchia e Stato per l\u2019esercizio di quell\u2019istituto. Era scaduta e fu rinnovata. In pratica lo Stato aveva parificato quella scuola elementare con dieci insegnanti suore, sottoponendole al controllo dell\u2019autorit\u00e0 governativa e pagando loro sempre e solo gli stipendi iniziali dello categoria, mentre tutta l\u2019attivit\u00e0 e l\u2019uso dell\u2019immobile dovevano essere controllati dalla Parrocchia. Ritengo che ancora oggi sia valida quella convenzione, anche se \u00e8 stata aggiornata soprattutto perch\u00e9 insegnanti suore ora ve ne sono poche e sono aiutate da maestre laiche. Lo sviluppo pi\u00f9 incisivo di quest\u2019ordine religioso inizi\u00f2 fra le due guerre e dur\u00f2 fino a vent\u2019anni fa. Nel 1922 iniziarono a prestare servizio in un asilo di fortuna posto in alcuni locali vicini alla vecchia pretura di via Garibaldi, dove attualmente c\u2019\u00e8 la scuola per periti analisti. Nel 1924 l\u2019asilo pass\u00f2 nella villa Tortorini, lasciata in eredit\u00e0 al Comune dalla contessa Cappello vedova Tortorini. Nel periodo fascista fu creato l\u2019Ente Istituti Pii che raggruppava e coordinava gli enti morali diversificati di Ospedale, Asilo Tortorini, Casa di Riposo ed Eca (Ente comunale di assistenza), il cui presidente era quello dell\u2019ospedale. Tutto questo fu soppresso una trentina d\u2019anni fa. Un\u2019altra scuola, dove le suore furono educatrici e coordinatrici, \u00e8 stato il Solario Giorgio Cini, costruito per ospitare bambini deboli e bisognosi. Questa istituzione nacque nel 1936 per opera del concittadino conte Vittorio Cini e dur\u00f2 fino a venticinque anni fa, quando divent\u00f2 una scuola pubblica a tempo pieno. Nel 1932 le suore comperarono da Massimo Saguati la villa Venier in via Buggiani e, nella primavera di quell\u2019anno, chiamarono il capomastro Andolfo, al quale commissionarono i lavori di sistemazione, durante i quali egli chiese alla superiora il perch\u00e9 di quelle trasformazioni. Gli fu risposto che preparavano le aule per la scuola media femminile dell\u2019istituto magistrale, giacch\u00e9 a Monselice c\u2019erano solamente le tre classi complementari cio\u00e8 le vecchie sesta, settima e ottava. Subito il signor Andolfo iscrisse la figlia Maria, che allora frequentava la quinta elementare, proprio dalle suore del Buggiani. Quella scuola fu denominata Istituto Poloni. Le suore per\u00f2 non riuscirono, dopo il quarto anno, a preparare anche i tre anni del corso superiore, per cui mia moglie arriv\u00f2 al diploma andando a Padova. Intanto nel 1937 le suore avevano comperato il vicino ospedale per disabili, costruito dieci anni prima, che divenne sede dell\u2019intero corso magistrale e anche di un educandato, sviluppando al massimo l\u2019Istituto Poloni. Subito le vie di accesso cambiarono nome e nella via Buggiani ci fu l\u2019entrata per le scuole elementari, in largo Carpanedo quella per le magistrali. Poco prima della seconda guerra mondiale le suore comperarono anche il teatro Massimo, adiacente all\u2019ex ospedale. Durante la guerra lo sviluppo della scuola magistrale fu rallentato dalla requisizione dello stabile da parte dello Stato per uso ospedale militare. Dopo la guerra vi fu un intenso periodo di ricostruzione, eseguito dall\u2019impresa Andolfo, per sistemare razionalmente i fabbricati di propriet\u00e0 delle suore. Dapprima fu restaurata la villa Venier a met\u00e0 degli anni cinquanta perch\u00e9, requisita per gli sfollati, aveva bisogno di risanamento e ammodernamento. Fu cos\u00ec trasformata in abitazione per tutte le suore dell\u2019Istituto Buggiani che vivevano precariamente nello fabbricato delle scuole elementari.<\/p>\n<p>Poco dopo fu rialzato il corpo centrale dell\u2019istituto Poloni che era pi\u00f9 basso dei due corpi laterali. Furono create altre aule perch\u00e9 i corsi magistrali e l\u2019educandato si svilupparono progressivamente. Poi fu la volta del teatro Massimo, chiuso da parecchi anni, che fu trasformato in palestra e sala giochi per le alunne delle magistrali. L\u2019ultimo grosso impegno delle suore fu la costruzione di un nuovo edificio per le scuole elementari. Il vecchio, addossato alla chiesa di santa Rosa, fu abbattuto e ne fu costruito un altro all\u2019interno del cortile verso via Tortorini. L\u201911 febbraio 1964 il Vescovo benedisse la prima pietra del plesso scolastico che fu costruito su tre piani, pi\u00f9 un seminterrato, completo di dieci aule, una sala riunioni e locali di servizi vari. Cominci\u00f2 a funzionare nell\u2019anno scolastico 1966-67.<\/p>\n<p>In questi ultimi vent\u2019anni di profondi cambiamenti sociali, i nuovi interessi e stili di vita portarono una diminuzione di vocazioni religiose, per cui oggi tutte le loro istituzioni, compresi quindi anche gli istituti Buggiani e Poloni, si trovano in difficolt\u00e0, dovendo ricorrere a insegnati esterni. Questa situazione ha fatto anche aumentare i costi. Noi tutti per\u00f2 ci auguriamo che le difficili situazioni odierne siano solo temporanee e che le Sorelle della Misericordia di Verona riescano a trovare nuove possibilit\u00e0 per rimanere presenti nel mondo culturale cattolico di Monselice.<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\"><strong><em>6.2 Piccole ancelle del Sacro Cuore<\/em><\/strong><\/h5>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 un ordine religioso femminile fondato da monsignor Carlo Liviero nel 1916 quando era Vescovo di Citt\u00e0 di Castello (Perugia). Carlo Liviero nacque a Vicenza nel 1866 e mor\u00ec nel 1932 nella sua sede vescovile. Per il suo grande impegno di apostolato fu beatificato a Citt\u00e0 di Castello il 27 maggio 2007. Visse la sua fanciullezza e giovinezza a Monselice, studi\u00f2 nel seminario di Padova dove fu ordinato sacerdote a ventidue anni. Svolse la sua opera sacerdotale nella diocesi di Padova, prima a Gallio poi ad Agna, da dove pass\u00f2 direttamente alla sede vescovile di Citt\u00e0 di Castello. Fu ripetutamente un iniziatore di attivit\u00e0 religiose che intitol\u00f2 sempre al \u201cSacro Cuore\u201d. Una trentina d\u2019anni fa vi fu un felice incontro delle responsabili delle Piccole Ancelle con i coniugi Angelo Schiesari e Maria Caramore di Monselice, una coppia anziana, ricca e senza figli che desiderava lasciare il proprio patrimonio a qualche istituzione al servizio della popolazione. La signora Maria Caramore possedeva una grande superficie urbana posta tra via San Giacomo e le attuali vie Fratelli Cervi e Monsignor Carlo Liviero. Nei primi anni 60 i due coniugi iniziarono a lottizzare il terreno, posto sul fronte di via San Giacomo, dove furono tracciate le vie San Francesco e Immacolata. A ricordo essi donarono al Comune di Monselice un riquadro di terreno, prospiciente la pubblica via, dove costruirono un nobile capitello dedicato alla Madonna Immacolata, la cui statua \u00e8 posta su una colonna che ha un basamento in trachite euganea dove \u00e8 incisa la dedica. Ai due coniugi rimasero poi un immobile sito su via Garibaldi e un altro in via Orti. Negli anni successivi riuscirono a trovare le soluzioni per soddisfare i loro desideri. Le Piccole Ancelle del Sacro Cuore di Citt\u00e0 di Castello accettarono l\u2019impegno di gestire due asili a Monselice. I coniugi, oltre ad soddisfare gli impegni verso la loro citt\u00e0, ebbero anche la gratificazione di portare a Monselice le suore dell\u2019ordine istituito da un Vescovo che visse qui una parte della sua vita. Le due propriet\u00e0 rimaste furono pertanto donate e trasformate a cura dei coniugi. In via Garibaldi al civico 57 attualmente c\u2019\u00e8 la casa direzionale delle suore con cappella, in via Monsignor Liviero l\u2019asilo San Giuseppe e in via Orti l\u2019asilo Maria Caramore. La zona di via Garibaldi e Monsignor Liviero fa parte della parrocchia di San Giacomo, mentre quella di via Orti \u00e8 nella parrocchia del SS. Redentore. In questi anni anche l\u2019ordine delle Ancelle del Sacro Cuore si trova in difficolt\u00e0 nel gestire i due asili, mancando i ricambi di suore giovani. Ho ritenuto necessario richiamare i nomi dei donatori e quello del Vescovo perch\u00e9 sono stati cittadini di Monselice, e noi loro concittadini dobbiamo sempre ricordare chi ha saputo spendere i propri talenti per la collettivit\u00e0.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #800080;\"><em><strong>Capitolo 7<br \/>\n<\/strong><\/em><\/span><\/h4>\n<h4 style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #800080;\"><em><strong>Storia di San Sabino<\/strong><\/em><\/span><\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lungo i secoli passati e fino all\u2019ultima guerra del secolo XX, la storia di Monselice si \u00e8 intrecciata con la devozione del nostro popolo per san Sabino \u00e8 di tutto questo vi \u00e8 una abbondante letteratura locale. Consultando alcune enciclopedie di Santi ho letto che almeno tre sono i san Sabino. Per questo credo utile e forse necessario delle precisazioni per indicare quale san Sabino fu venerato a Monselice. Un san Sabino fu vescovo di Piacenza nel quarto secolo e fu contemporaneo di sant\u2019Ambrogio di Milano. Di lui l\u2019enciclopedia non riporta nient\u2019altro. Un secondo visse e oper\u00f2 nel sesto secolo a Canosa di Puglia ove fu vescovo. Questi fu amico personale di San Benedetto da Norcia e dei Papi del suo tempo. Fu stimato come uomo di dialogo e di pace tra oriente ed occidente. A lui \u00e8 dedicata, fin dal 1102, la Cattedrale di Canosa; \u00e8 pure venerato nella cattedrale di santa Maria Assunta di Bari fin da quando fu costruita tra il 1171 e il 1188 sulle rovine dell\u2019antico duomo bizantino, distrutto nel 1150 da Guglielmo detto il Malo. Infine c\u2019\u00e8 san Sabino vescovo di Spoleto, martorizzato assieme a dei suoi compagni, sotto l\u2019imperatore Massimiano 286 \u2013 306. Quest\u2019ultimo \u00e8 il Santo venerato a Monselice e nel vicino paese di Torreglia. Per chi desidera dettagli sul rapporto tra il Santo e il nostro paese, rimando alla lettura di due edizioni stampate a Monselice in questi ultimi anni e facilmente rintracciabili nella nostra biblioteca comunale. Nel 1989 usc\u00ec un opuscolo di Flaviano Rossetto intitolato \u201cDue Santi per una citt\u00e0, San Sabino e Santa Giustina\u201d. Nel 1996 fu stampato il libro di Roberto Valandro intitolato \u201cUn Patrono per una citt\u00e0, san Sabino, i luoghi e i protagonisti di una religiosit\u00e0 millenaria\u201d. Il mio intento non \u00e8 ripetere qui le vecchie tradizioni, anche se in fondo hanno il loro fascino e le loro simbologie, ma \u00e8 quello di richiamare l\u2019attenzione sull\u2019importanza di questo Santo, come hanno fatto gli abitanti di Torreglia. Questo paese aveva la vecchia chiesa parrocchiale intitolata a San Sabino, sul colle Mira intitolato pure a San Sabino. La chiesa, che ha una storia millenaria, \u00e8 ora ben salvaguardata come uno dei monumenti pi\u00f9 insigni della zona collinare euganea. Il suo campanile \u00e8 del 1500 con una impronta tardo medioevale, mentre la chiesa, che ha tracce scritte fin dal 1400, \u00e8 stata pi\u00f9 volte rimaneggiata nel \u2018600 e nel \u2018700. Nel 2004 il settimanale Famiglia Cristiana, rendeva noto che il gruppo culturale \u201cLa Perla\u201d di Torreglia aveva istituito un premio di poesia religiosa intitolato a San Sabino. Cos\u00ec recitava quell\u2019articolo: \u201cLa parrocchia di Torreglia ha voluto indire un premio per celebrare il valore spirituale di questo eremo antico e del suo Santo Sabino. Il premio a carattere nazionale si svolge ogni due anni\u2026\u201d. Per quanto riguarda questo Santo, visto tra storia e leggenda, si hanno le seguenti notizie. In un vecchio documento denominato \u201cPassio Sancti Sabini\u201d \u00e8 descritto quale vescovo di Spoleto martirizzato assieme ad altri compagni, i santi diaconi Esuperanzio e Marcello e altri chierici, sotto l\u2019imperatore Massimiano. Non \u00e8 noto l\u2019anno del martirio, invece la tradizione precisa che fu il 7 dicembre. Relativamente a questo documento gli studiosi dicono che esso, pur avendo pregi di stile chiaro e preciso, non ha valore storico; ma che \u00e8 per\u00f2 una valida descrizione del culto che si rendeva al Santo come martire e d\u00e0 anche testimonianza che esisteva una chiesa presso Spoleto a lui dedicata dove se ne celebrava la festa il 7 dicembre. Molto complicata \u00e8 per\u00f2 la questione delle reliquie di san Sabino, chiamato spesso anche san Savino, perch\u00e9 numerose chiese si vantano di possederle. Si hanno notizie che il corpo fu portato a Ivrea nel 956; che poi fu in Sant\u2019Apollinare Nuovo di Ravenna nel 1266, infine a Fermo, Pescara, Siena, a Roma e in altri luoghi tra cui Monselice. Su di lui sono fiorite varie leggende; la pi\u00f9 nota \u00e8 quella di Fusignano, in quel di Ravenna, che \u00e8 posteriore e diversa dalla \u201cPassio Sancti Sabini\u201d gi\u00e0 richiamata. Per la leggenda di Fusignano il martirio sarebbe avvenuto sempre a Spoleto nel 236 sotto l\u2019imperatore Massimino e non Massimiano. Dopo la sepoltura in questa citt\u00e0, sarebbe apparso un angelo alla pia donna Serena, ordinandole di portare il corpo nella Silva Liba di Fusignano perch\u00e9 fosse posto accanto alla salma della sorella Diocleziana. Successivamente nel secolo XV il signore di Faenza Astorgio II Manfredi, divenuto conte di Fusignano, fece trasportare l\u2019urna del Santo nella cattedrale di Faenza. E\u2019 per questa tradizione che la venerazione del Santo si svilupp\u00f2 particolarmente in Emilia e Romagna, Toscana e Umbria, tanto che oggi in queste regioni vi sono localit\u00e0 e paesi intitolati a San Savino che \u00e8, come gi\u00e0 precisato, l\u2019altra scrittura del nome attribuito al Santo. Nonostante vi siano tradizioni diverse, restano per\u00f2 alcuni punti di riferimento fondamentali per ogni versione. Il Santo fu vescovo di Spoleto, dove mor\u00ec martire il 7 dicembre nel terzo o quarto secolo dell\u2019era cristiana; soltanto il Martirologio Romano sposta il martirio al 30 dicembre. Nonostante vi siano incertezze sulla vita di San Sabino, penso che anche Monselice debba ricordarlo perch\u00e9 una parte della storia patria \u00e8 legata a questo Santo. Non \u00e8 possibile gettare nel dimenticatoio n\u00e9 il testo del 1489, riguardante le reliquie, redatto dal Vescovo padovano Pietro Barozzi, n\u00e9 la decisione del Consiglio Comunale di Monselice del settembre 1631 che deliber\u00f2, con 28 voti favorevoli e nessuno contrario, di considerare san Sabino protettore della citt\u00e0. Infatti aveva ritenuto che per l\u2019intercessione di questo Santo fosse cessata la terribile pestilenza, che colp\u00ec anche il Veneto, descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi. Noi monselicensi non dobbiamo dimenticare la consuetudine della celebrazione annuale di San Sabino, nata nel 1631 e finita per motivi contingenti durante l\u2019ultima guerra. Dobbiamo ripristinarla per riscrivere la nostra storia e onorare nel contempo san Sabino che fu certamente uno dei pi\u00f9 famosi Vescovi martiri. D\u2019altra parte oggi \u00e8 un rifiorire di feste in ricordo del passato perch\u00e9 \u00e8 nell\u2019immaginifico popolare ricordare e far rivivere coloro che ci hanno preceduti nei secoli trascorsi. Da oltre vent\u2019anni in settembre si celebra a Monselice la Giostra della Rocca che, pur non essendo legata a nessuna tradizione locale, richiama tanta gente, mentre dimentichiamo la solenne cerimonia in onore di san Sabino che per secoli ha coinvolto i cittadini e i fedeli di questa citt\u00e0. Mi auguro quindi che Monselice ripristini, con l\u2019interessamento di Chiesa e Amministrazione Comunale, l\u2019antica cerimonia possibilmente nella tarda primavera, per diversificarla dalla settembrina giostra della Rocca.<\/p>\n<hr \/>\n<div><\/div>\n<div>\n<table style=\"height: 173px; width: 100%; border-collapse: collapse; border-color: #2240f0; background-color: #e9f7f5; border-style: solid;\">\n<tbody>\n<tr style=\"height: 173px;\">\n<td style=\"width: 100%; height: 173px;\">\n<p style=\"text-align: center;\">\u00a9 Sito web di Flaviano Rossetto per info invia una mail a fl<span style=\"font-family: inherit; font-size: inherit;\">aviano.rossetto@ossicella.it ;\u00a0<\/span>Se hai notizie, foto\u00a0 o ricordi su questo argomento contattami su FB<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/flaviano.rossetto\/\">https:\/\/www.facebook.com\/flaviano.rossetto\/<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">Se ti piace al storia di Monselice segui le 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