{"id":7205,"date":"2024-12-25T09:14:04","date_gmt":"2024-12-25T08:14:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/?p=7205"},"modified":"2024-12-26T14:04:50","modified_gmt":"2024-12-26T13:04:50","slug":"santuario-delle-sette-chiese-di-monselice","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ossicella.it\/monselice\/santuario-delle-sette-chiese-di-monselice\/","title":{"rendered":"Il Santuario Giubilare delle Sette Chiese di Monselice di Roberto Valandro"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><strong>Tratto dal libro Tra monti sacri e sacri monti e santuari: il caso Veneto, edito dal Poligrafo.<\/strong><\/p>\n<p>&#8230; Il santuario delle 7 chiesette &#8230;..\u00e8\u00a0 maturato con la dominazione veneziana a partire dal 1405. Le ville dei patrizi \u2013 i Duodo, i Venier, i Nani, i Pisani, i Marcello ed altri \u2013 hanno ingentilito la riviera del Bisatto (apparentandosi in tal modo pur con toni sommessi a quella prestigiosa del Brenta), salendo sulla Rocca quando la Repubblica di San Marco abbandon\u00f2 in mani private le cinte murarie interne, pensate per guerre e assedi senza le boche da fuoco e la polvere da sparo. <strong>E sul versante a mezzod\u00ec dell\u2019antico Mons Silicis Vincenzo Scamozzi progett\u00f2 infine, sul morire del Cinquecento, la dimora, l\u2019oratorio e le sei cappelline volute dalla famiglia Duodo, assecondando un impegnativo programma edilizio privato e religioso, avviando la costruzione del santuario, detto poi dei Santi, e subito onorato dalle stesse indulgenze concesse ai pellegrini in visita presso le basiliche romane. In pi\u00f9, sull\u2019avvio e non a caso, ai titoli canonici s\u2019affianc\u00f2 la dedica alla Madonna di Loreto.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Nasce anche il culto mariano nell&#8217;oratorio di San Giorgio<\/strong><\/p>\n<p>Marco Cornaro o Corner, nella visita vescovile del 1615, registrava infatti compiute con espressioni d\u2019elogio per la bella forma le sei chiesine e dichiarava co-titolare dell\u2019oratorio di San Giorgio la Vergine lauretana. Al suo intervento provvidenziale veniva imputata la vittoriosa battaglia navale di Lepanto (1571) contro la flotta turca, nella quale si era distinto con onore al comando delle sue \u2018galeazze\u2019 proprio Francesco Duodo figlio di Pietro, nato nel 1518 e morto nel 1592, che il pronipote Alvise o Luigi volle raccomandare alla riconoscenza dei posteri immortalandolo in uno dei tre busti del memoriale trachitico innalzato ai fondatori di villa e santuario.<\/p>\n<p>Che Venezia fosse davvero angosciata dal pericolo turco lo prova la pressante insistenza con cui faceva appello ai \u2018fedeli sudditi\u2019 di Terraferma invocando aiuti materiali e uomini. Nel 1593, ad esempio, impensierita dalle incursioni ottomane in Croazia, la Serenissima decret\u00f2 l\u2019erezione della fortezza di Palmanova e la fortificazione di Udine. Nella propinqua chiesa di San Tommaso, anch\u2019essa d\u2019origine altomedievale con lacerti murari romanici e affreschi pregiotteschi, sono rimaste le tracce visibili di una capillare azione propagandistica insinuatasi nelle pieghe profonde del sentimento popolare. Due tondi affrescati rappresentano nel braccio destro del transetto la battaglia di Lepanto e l\u2019assedio di Vienna, quasi a rammentare nella preghiera quotidiana che la salvezza dall\u2019impendente catastrofe poteva realizzarsi soltanto con l\u2019aiuto divino. Comunque a rafforzare in modo inoppugnabile la conclamata sacralit\u00e0 delle \u2018Sette chiesette\u2019 venne l\u2019anno santo del 1650 col viaggio a Roma di Francesco Duodo, un altro rampollo della casata innamorato della residenza monselicana dove spirer\u00e0 poco dopo, nel 1652.<\/p>\n<p>In confidenza con papa Innocenzo X (s\u2019erano incontrati quando l\u2019allora nunzio apostolico Giovanni Battista Pamphili venne derubato delle preziose suppellettili mentre viaggiava verso Bergamo, e Francesco, deputato alla pubblica sicurezza durante l\u2019importante consesso d\u2019ambasciatori in terra veneziana, riusc\u00ec a recuperarle guadagnandosi la gratitudine del futuro papa), ottenne quattro \u2018corpi santi\u2019 estratti dalle catacombe: uno lo invi\u00f2 a Santa Maria di Zobenigo, la chiesa lagunare delle radici familiari, e tre a Monselice, accolti il 24 giugno 1651 dal popolo in festa e celebrati con l\u2019erezione, presumibile, del portale d\u2019accesso alla \u2018via romana\u2019, imitante quello che apre al ninfeo di villa Nani.<br \/>\nIl timore di manomissioni o furti, assai realistico visti i tempi perigliosi in cui allora si viveva, spinse poco dopo il nostro Francesco a impetrare una bolla pontificia, emanata da Innocenzo X il 7 settembre 1651, che comminava la scomunica a chiunque avesse osato o permesso trafugare i sacrati resti o parte di essi, imponendo addirittura l\u2019affissione del documento papale nella chiesa di San Giorgio, quasi fosse una delle \u2018grida\u2019 tanto care al manzoniano dottor Azzeccagarbugli.<\/p>\n<p>\u00c8 <span style=\"color: #ff0000;\">Teodoro D\u2019Amaden<\/span> che ci fornisce notizie di prima mano, assegnando a Francesco pure la volont\u00e0 d\u2019edificare uno speco votandolo al Poverello d\u2019Assisi e contornandolo d\u2019orti-giardino con giochi d\u2019acqua. L\u2019ardua incombenza verr\u00e0 assolta tuttavia da Alvise Duodo, nato nel 1624, figlio di Gerolamo e nipote di Francesco: egli si ritirer\u00e0 a Monselice, eleggendo il palazzo di rappresentanza a dimora d\u2019ozio e l\u2019oratorio a propria cappella funebre.<br \/>\nIl quanto e il come di un intervento davvero laborioso e qualificante vengono restituiti da due documenti fondamentali: l\u2019inedito manoscritto del D\u2019Amaden o Damadeno e una stampa firmata dal pittore Giovanni de Angelis e dall\u2019incisore Francesco Guerra.<br \/>\nNel fitto cartiglio di quest\u2019ultima \u00e8 indicata la \u201cstrada per le carroce\u201d a fianco della scalinata che s\u2019accompagna alle sei cappelle il cui ingresso \u00e8 sorvegliato dal classicheggiante portale; nel santuario si conservano il \u201cLegno della Sant.ma Croce\u201d e tre \u201cCorpi Santi\u201d oltre a numerosissime altre reliquie; tra l\u2019oratorio di San Giorgio e la villa esiste un \u201ccorridore con cedrera, fontane e giochi d\u2019acque\u201d; una loggia con statue attraversa la piazza ornata al centro da una fontana; la scala trachitica che porta in vetta misura 12 piedi (circa 4 metri), mentre quella che conduce alla grotta di<br \/>\nSan Francesco, di 47 gradini, \u00e8 larga 60 piedi (circa 20 metri); in evidenza i quattro pilastri d\u2019ingresso alle scalinate sormontati da<br \/>\ngrandi statue e con al centro il memoriale (oggi spostato a sinistra, ma ancora alla met\u00e0 dell\u2019Ottocento, e lo attesta A.F. Furlani, \u201calla destra della regia scala che mette alla sommit\u00e0 del monte\u201d); numerose sculture adornano anche il \u2018belvedere\u2019 che cammina attorno al cortile del palazzo; la chiesa di San Giorgio, infine, presenta il porticato e il campaniletto laterale sopra la sacrestia con l\u2019orologio (la cui campanella reca incisa una data, 1671, e l\u2019orologio una firma, GRANAGLIA di Torino).<br \/>\nS\u2019apre cos\u00ec il Settecento e all\u2019orizzonte di casa Duodo appare l\u2019ultimo vero protagonista, <span style=\"color: #ff0000;\">Nicol\u00f2 (il quinto \u2018fondatore\u2019<\/span>), ambasciatore della Serenissima Repubblica presso la corte papale dal 1713 al 1720. Clemente XI gli concede nuove reliquie e numerosi resti di cristiani catacombali, che lui ricovera nel santuario di San Giorgio dotandolo dei \u201csuperbi lavori di gettati e preziosamente dorati metalli, che ad ornamento dell\u2019Altare, ed a custodia di Sagre Reliquie di l\u00e0 [da Roma] son venuti\u201d, mentre il motu proprio papale, confermato da una bolla di Clemente XII nel 1730, elenca svariati privilegi: tra questi la celebrazione di messe il Gioved\u00ec Santo e nel giorno della festa di San Giovanni Battista.<\/p>\n<p>\u00c8 curioso notare come un \u2018breve\u2019 di Clemente XI avesse dato a Pietro facolt\u00e0 di erigere una cappella sotterranea per accogliere l\u2019ormai cospicua dotazione di corpi \u2018santi\u2019 e reliquie (davvero significativo quel \u2018sotterranea\u2019: a voler quasi replicare le buie atmosfere dei cunicoli catacombali), concedendo da ultimo nel 1720 un \u2018altare privilegiato\u2019, per il d\u00ec dei Morti e per tutta l\u2019ottava della mesta ricorrenza, al santuario di San Giorgio dove quotidie, ogni giorno, si celebravano gi\u00e0 sette messe. Nel 1729 era stata addirittura permessa l\u2019istituzione di una collegiata retta da un abate con sei<br \/>\ncanonici, rimasta per\u00f2 lettera morta; nel 1733 risulta invece attiva presso l\u2019oratorio di San Giorgio una Confraternita dei Sette Dolori della Vergine, e risale pure a quell\u2019epoca la memoria pi\u00f9 antica d\u2019una cerimonia dal sapore prettamente popolano: la benedizione degli animali il 2 gennaio, festa di San Bovo, un appuntamento cui la gente dei campi rimase fedele sino a ieri, chiedendo protezione contro i temuti malanni di buoi, vacche e asini.<br \/>\nE se la \u2018fabbrica\u2019 del complesso duodesco rest\u00f2 attiva per quasi tutto il secolo, le \u2018Sette chiesette\u2019 s\u2019andavano comunque imponendo con naturalezza quale \u2018sacro monte\u2019, un\u2019escursione penitenziale che culminava ora nell\u2019umbratile grotta seicentesca, vagheggiato rifugio eremitico per l\u2019assisiate Francesco, apostolo pure in Monselice di una nuova spiritualit\u00e0 evangelica (e lo affermavano conclamate testimonianze orali), qui dove i suoi frati s\u2019aggregarono in uno dei primi loci in Veneto. Anzi nella cripta dello sconsacrato San Paolo, la vasta aula fino a ieri aperta all\u2019esplorazione archeologica e che ha evidenziato un inaspettato cuore paleocristiano, era dipinto a fresco il secondo pi\u00f9 antico ritratto veneto ascrivibile alla met\u00e0 del Duecento, in provvisorio deposito fino a ieri presso le sale museali del Centro missionario francescano di San Giacomo.<\/p>\n<p>Il completamento settecentesco dell\u2019itinerario ascensionale, con l\u2019edificazione della seconda cappella del San Giorgio, fu dunque l\u2019ultimo intervento di rilievo prima dell\u2019inarrestabile declino della citt\u00e0, di una decadenza che si misurer\u00e0 nell\u2019imbalsamazione del centro storico, variato dal mediocre rifacimento del San Paolo al quale s\u2019era affiancata dopo breve spazio l\u2019unica opera davvero esemplare, se fosse rimasta viva, della nostrana architettura religiosa: il complesso conventuale di Sant\u2019Anna; pi\u00f9 valido il riattamento della chiesa di San Martino cui s\u2019opposero, nel contempo, l\u2019alienazione in mani private del domenicano Santo Stefano e la demolizione, allora non completa, della chiesa e convento di San Francesco.<\/p>\n<p>A questo punto, esaurito l\u2019itinerario cronologico depositatosi per musive tesserine simili a moltiplicate ruvide tappe ascensionali, non resta che restituire brevemente alcuni curiosi aneddoti tra il fantasioso e il leggendario che il santuario dei Santi s\u2019\u00e8 guadagnato collocandosi nell\u2019immaginario monselicano. Chi avrebbe mai supposto che, quasi a dispetto di Roma dai sette colli, i \u2018monselesani\u2019 avessero edificato le deliziose \u2018Sette chiesette\u2019 in altrettanti giorni, lavorando notte e d\u00ec? Forse era rimasta l\u2019incerta memoria di una costumanza medievale per cui qualche comunit\u00e0, volendo sfuggire alla peste, faceva voto di costruire una cappella in onore della Vergine nelle ventiquattrore, dalla base al tetto;<br \/>\noppure sopravviveva il travisato ricordo di un modellino ligneo\u00a0esposto alla meraviglia del pubblico d\u2019allora, anche se Celso Carturan nel suo ponderoso dattiloscritto non risparmia qualche pungente osservazione a proposito di un \u201cpretenzioso paradosso\u201d.<br \/>\nNel palazzetto gi\u00e0 Museo Piombin, all\u2019imbocco della strada napoleonica per Rovigo, stava murata una tabella di marmo con su scritto \u201cVia per Roma\u201d pur mancando oltre seicento chilometri alla meta. Lo storico municipale imputa il davvero esagerato campanilismo alla presenza delle cappelline <em>romanis basilicis pares<\/em> e alle specialissime indulgenze papali concesse ai Duodo, sicch\u00e9 era nato il conosciuto e ripetuto motto: Roma caput mundi, Monselice sui secundi, dal latinetto assai fragile ma espressivo. E commentava: \u201cSar\u00e0 megalomania, ma l\u2019anima religiosa del popolo trovava possibile idealmente unire, anche nella materialit\u00e0 delle vie di comunicazione, la piccola nostra terra, gloriosa del suo Santuario, con la grande ed eterna sede della Cristianit\u00e0\u201d.<br \/>\nIl messaggio spirituale del singolare luogo scamozziano, amplificatosi in gesti di corale piet\u00e0 mista al timore d\u2019accostarsi alla contagiosa antica sacralit\u00e0 fatta di scheletrici reperti, riproponeva in realt\u00e0 al centro d\u2019un insidioso afflato la reliquia, sia corporale che portatrice del bramato contatto col santo, con il martire, con le memorie legate alla Palestina o, addirittura, ai fatti di Cristo.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #ff0000;\">INAUGURAZIONE DEL SANTUARIO<\/span><\/p>\n<p>L\u2019inaugurazione tardiva del santuario delle \u2018Sette chiesette\u2019, causa prima del robusto omaggio scritto di Gaetano Cognolato (1794), ebbe il concreto punto d\u2019avvio il 21 gennaio 1791 quando, con un \u2018breve\u2019 di papa Pio VI, era stata concessa la custodia del Santissimo Sacramento all\u2019oratorio dei Duodo; nel frattempo, [&#8230;] fatti poi con lunga e severa diligenza i legali riscontri, e presi in esame i Sigilli e Lettere, e data e riconosciuta ogni qualunque prova dell\u2019identit\u00e0 e autenticit\u00e0 di quelle preziose cose, e poste le medesime in conveniente ordinanza, si \u00e8 comp\u00ecto il Santuario. Nelle sette Nicchie che veggonsi nella descritta stanza dietro la Chiesa si son riposti i Corpi interi de\u2019 Santi Martiri, ed altre Sacre Reliquie ancora; con altre delle quali si son altres\u00ec fornite le otto Nicchie che son nella Chiesa medesima; tutto si \u00e8 chiuso con Cristalli, tutto con legali Sigilli ne\u2019 luoghi opportuni si \u00e8 munito. Apertosi poi solennemente nella mattina del d\u00ec 14 agosto del medesimo anno questo Sacro deposito, ricevettero que\u2019 venerabili Avanzi in tutto quel giorno, e nel seguente, e nella prima met\u00e0 di quello dopo, i primi tributi di venerazione e di culto, che da questi e da\u2019 confinanti Popoli furon loro divotamente offerti. La sera poi del d\u00ec 16 tutta si \u00e8 data all\u2019onore ed adorazione del Divin Sacramento, che recato in giro, secondo l\u2019uso del giorno pi\u00f9 solenne, fu poi per la prima volta riposto nella chiesa di San Giorgio [&#8230;] Si lascia ben volentieri ad altra penna il ragguaglio e la descrizione delle Sacre Funzioni con le quali si son resi solenni i tre detti giorni; e dican altri quale ne fu l\u2019ordine, la decenza, la pompa; che vogliam noi ricordar solamente la Piet\u00e0 grande di questo Comune in tale incontro, e la da noi con tenerezza osservata e divozione e commozione.<\/p>\n<p>Il Cognolato, che non lesina le maiuscole nell\u2019evidenziare termini fondanti per il suo narrare, forse si riferiva al poemetto pubblicato nello stesso anno da Girolamo Brunelli, maestro nelle pubbliche scuole, capace di mescolare mito e realt\u00e0 inneggiando alla Rocca, al colle ricolmo di cotanti tesori; ma credo abbia pi\u00f9 volentieri rammentato in cuor suo quanto era accaduto un secolo e mezzo avanti, quel 24 giugno 1651, con l\u2019arrivo dei primi tre venerati \u2018martiri\u2019 cui s\u2019erano aggiunte tante altre spoglie di \u2018corpi\u2019considerati santi: \u201c&#8230;ed il magnifico numeroso apparato per l\u2019incontro, fatto ben lungi dalla Terra stessa, e lo splendido accompagnamento, e l\u2019ordine ed il modo di quella Funzione, ed il concorso di dodici mila Persone a quel divoto spettacolo, lo rese assai memorabile. Di tale pomposa cosa n\u2019and\u00f2 a stampa lunga Relazione; e, se le memorie di que\u2019 tempi non esagerano, fama ne corse per gran parte d\u2019Italia\u201d. Il cronista si chiamava Camillo Dabbo.<br \/>\nOggi gli studiosi hanno chiarito la precipua funzione cimiteriale delle catacombe, strappando in tal modo le corone del martirio attribuite acriticamente a tanti resti scheletrici, ma come credere, ancora, che nel nostro amato santuario siano conservati un \u201cpiccolo pezzo del legno della SS. Croce\u201d, un \u201cpezzo di panno fino, con cui Ges\u00f9 Cristo asciug\u00f2 i piedi de\u2019 suoi Apostoli\u201d, \u201cdue pezzi insigni delle croci de\u2019 SS. Pietro ed Andrea Apostoli\u201d, una goccia \u201cdel Latte della Beata Vergine\u201d, un \u201cpezzo della Culla di N.S. Ges\u00f9 Cristo, della Mensa in cui celebr\u00f2 la Cena, della Fune con cui fu legato alla Colonna\u201d, \u201cuna spina intera della Corona di N.S. Ges\u00f9 Cristo\u201d e via enumerando?<br \/>\nSolo se supponiamo la commistione tra sacre rappresentazioni, pellegrinaggi in Terrasanta, piet\u00e0 popolare e volont\u00e0 d\u2019identificazione con quanto veniva ricreato negli appuntamenti forti della<br \/>\nciclicit\u00e0 liturgica, capace di rigenerare emozioni e passioni a distanza di secoli o millenni, \u00e8 possibile accettare una collezione di reliquie tanto eterogenea, altrimenti fantasiosa, persino irriverente. \u00c8 pur vero che le occasioni d\u2019immergersi in atmosfere propizie per trascinanti suggestioni non mancavano affatto al populus monselicano. Emblematica l\u2019area sacralizzata che occupava la sommit\u00e0 dell\u2019Esedra, voluta dai Duodo a coronamento del loro petroso circuito pellegrinante. Ho appena accennato alle vicende che hanno depositato alle falde meridionali della Rocca l\u2019inatteso \u2018sacro monte\u2019, ma sull\u2019Esedra esiste una curiosa ambiguit\u00e0, intorno al personaggio cui venne votata, degna d\u2019approfondimento giacch\u00e9 una moderna \u2018vulgata\u2019 l\u2019attribuisce al gesuita San Francesco Saverio, essendo comparsa nella grotta, credo nell\u2019Ottocento, una sua statua lignea dal diafano colorito penitenziale. Nel manoscritto di Teodoro D\u2019Amaden (1701), informato riguardo ai fatti di casa Duodo e di cui scrisse la storia avendo a disposizione l\u2019archivio familiare, \u00e8 attribuita alla volont\u00e0 di Alvise Duodo la (ri)edificazione di un antrum quasi speco o caverna gi\u00e0 dedicato a San Francesco, \u201cex variis versicoloris lapidum ac m\u00e0rmorum frustis tesselatum et compositum\u201d; anzi, per far posto all\u2019\u201cingens podium, cuius proiectura magnum spatium occupat\u201d, insomma quella grande scalea trachitica che domina tuttora il corpo scamozziano e la giunta tiraliana, avevano disaggregato fontane e orti terrazzati fatti alzare come s\u2019\u00e8 visto da Francesco. Il nostro Alvise aveva ottenuto il privilegio della Porziuncola proprio grazie alla ricomposta grotta \u2018francescana\u2019, cassato quando la Santa Sede ritir\u00f2 l\u2019indulgenza del Perdon d\u2019Assisi dai luoghi ove esistevano comunit\u00e0 minorite (in effetti questa si continua a lucrare presso il convento di San Giacomo, fondato nel 1162 come hospitale per poveri e pellegrini e dal 1677 ricetto d\u2019una florida comunit\u00e0 di Minori Riformati).<br \/>\nI testimoni oculari ben rammentavano, attorno agli anni Cinquanta del secolo appena trascorso, che entro la grotta si stagliava un grande Crocifisso con due statue in legno: la Madonna Addolorata e il santo Poverello, il cui saio veniva provveduto appunto dai frati di San Giacomo quando si fosse logorato; una nicchia soprastante ospitava invece un busto di San Francesco Saverio, causa, immagino, dell\u2019equivoco summenzionato. L\u2019indulgenza si acquistava girando intorno alla grotta e passando sotto i suoi archi: nessuno visitava il santuario senza penetrare nello speco dove sostava compunto in silenzioso raccoglimento.<br \/>\nTornando alla veritiera dedicazione, Gaetano Cognolato, pure lui autorevolmente introdotto in casa Duodo, parla d\u2019una grotta conformata \u201csu quella veneratissima d\u2019Alvernia\u201d, cos\u00ec come il Furlani, ottocentesco cronista municipale: \u201cUna grotta sul pendio del vago colle a perfetto meriggio composta di pietre bitumose in vaga bench\u00e9 rozza simmetria disposte, racchiude la statua del gran Serafico d\u2019Assisi, e v\u2019\u00e8 opinione volgare, che questo Santo sia stato qui di passaggio&#8230;\u201d. E lo ripete Francesco Sartori, che scrisse anch\u2019egli sul declinare dell\u2019Ottocento, dichiarando: \u201cVeneratissimo \u00e8 il Santuario [dei Santi], ove tre volte all\u2019anno da tutti i circostanti villaggi e da pi\u00f9 lontani ancora traggono in folla i credenti ad offerire i loro omaggi; a sciogliere i loro voti, a innalzare le loro preghiere alle spoglie mortali di quegli eroi [&#8230;]<\/p>\n<p>GROTTA DI SAN FRANCESCO D&#8217;ASSISI<\/p>\n<p>A destra del maggior tempio, fiancheggiata dal palazzo Duodo, s\u2019apre larga e mal tenuta scalea in capo alla quale s\u2019alza la grotta di S. Francesco modellata su quella d\u2019Alvernia\u201d. In quel \u201cmal tenuta\u201d \u00e8 forse da leggere il motivo per cui nel 1936 la grotta venne demolita; ma Celso Carturan avanza la plausibile ipotesi che non si sia trattato solo di questioni estetiche: proprietario era allora il conte Balbino Balbi Valier, erede della dinastia dei Duodo, il quale \u201ccon una serie antipatica ed illegale di pretese, di minacce, di osservazioni e di restrizioni, cercava di allontanare il pi\u00f9 possibile dalle sue passeggiate e soste sulle vie e piazzali del Santuario il pubblico\u201d monselicano. L\u2019abbattimento fu dunque il gretto segnale di una tardiva volont\u00e0 d\u2019esclusione e di aristocratica separatezza, vinta infine dalla perseveranza e dall\u2019attaccamento della gente al sacro luogo, messo a dura prova in precedenza da un fulmine e da un incendio: infatti l\u20198 settembre 1899 il fuoco notturno, che aveva a lungo covato all\u2019interno della chiesa di San Giorgio, venne domato dal pronto accorrere dei popolani, mentre distruggeva tra l\u2019altro gran parte dei preziosi arredi donati da Nicol\u00f2. E se Elisabetta, ultima facella Duodo estintasi maritando un Balbi Valier, riassettando la via romana (1857) aveva affidato a una lapide il compito di tramandare ai posteri l\u2019estremo gesto d\u2019amicizia, i monselicensi continuavano ad accorrere ai sollecitati tridui, specie in primavera e autunno, quando invocavano la benedizione sui raccolti dei campi o ringraziavano per l\u2019ottenuta protezione celeste.<br \/>\nOgni giorno si celebrava messa a San Giorgio, fino a dieci-dodici, in un\u2019incessante osmosi che sfociava nelle amate processioni e nelle frequentate ricorrenze, come la festa propria dei \u2018Corpi dei Martiri e delle sante Reliquie\u2019 concessa nel 1909 da Pio X la seconda domenica di settembre e nobilitata con l\u2019indulgenza plenaria.<br \/>\nIn realt\u00e0 il secondo Novecento ha visto declinare a poco a poco l\u2019afflato religioso delle \u2018Sette chiesette\u2019 e il rapporto di estrema familiarit\u00e0 e confidente fiducia che s\u2019era instaurato tra la popolazione e gli sperimentati protettori. L\u2019ultimo tragico capitolo \u00e8 stato scritto durante la Seconda Guerra mondiale, quando i lutti feroci e la disperante crisi civile e morale spinsero molti a prostrarsi in preghiera sulla soglia del santuario. La gente infatti \u00e8 arrivata qui in processionale apparato fino agli anni Sessanta o gi\u00f9 di l\u00ec. L\u2019occasione veniva ripetutamente colta per esporre alla caritatevole compassione dei pellegrinanti un\u2019umanit\u00e0 degradata: ebeti, storpi, piagati, infelici, di solito celati nelle famiglie, erano esibiti lungo l\u2019acciottolato trachitico, appoggiati supplichevoli al muro dimezzato che limita la via in salita, aperta al rigoglioso paesaggio della Bassa. Un Medioevo crudele li investiva con l\u2019ultimo suo alito, resuscitato da una misteriosa regia che aveva posto sulle pendici e in vetta al \u2018sacro monte\u2019 le quinte austere, ma poderose, del \u2018castello\u2019 detto d\u2019Ezzelino del duomo vecchio e del deserto torrione.<\/p>\n<p>Brandelli di scene sfocate e nulla pi\u00f9, accompagnati da un impercettibile disagio che ricreava morbosit\u00e0 sottili, mentre altri poveri s\u2019incontravano con pi\u00f9 assidua frequenza alla porta di casa o s\u2019accalcavano in lunga fila davanti al convento dei Cappuccini, fin sulla strada ombreggiata dai tigli profumati, con una scodella per la minestra del mezzogiorno&#8230; E cos\u00ec, a conclusione di queste annotazioni un po\u2019 scomposte ed elencative e volendo recuperare tra le infinite un\u2019altra tessera sperduta d\u2019antiche dimenticate \u2018notizie\u2019 (con l\u2019auspicio di una vivificante riappropriazione comunitaria dell\u2019itinerario penitenziale), mi appello ad Angelo Filippo Furlani, il citato cronachista municipale che condivise una delle tante dolorose esperienze vissute dalla nostra terra, come il cholera morbus che funest\u00f2 le contrade d\u2019Italia e del Veneto nel 1835-1836.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #ff0000;\">IL COLERA A MONSELICE del 1836<\/span><\/p>\n<p>Monselice per grazia di Dio and\u00f2 affatto illesa fino alli primi giorni di luglio di quest\u2019anno [1836], in cui qui soltanto comparve. Cess\u00f2 poi questo flagello sul finire del mese di agosto. Ottantasei furono i colerosi in tutta la vasta estensione del Comune, che ne aveva quasi 9000 abitanti, in un circondario di circa 22 miglia. Trentacinque fatalmente morirono, e la rimanenza recuper\u00f2 la salute. Nella minaccia di cos\u00ec terribile irruente flagello [&#8230;] i Monselicensi [&#8230;] implorarono la protezione dei Santi, specialmente del glorioso nostro Patrono concittadino S. Sabino [&#8230;] e degli invitti Martiri, le cui divine spoglie sono venerate in questo nostro celebre Santuario delle Sette Chiese, e stabilirono un divoto solenne triduo, che ebbe luogo nei giorni 27, 28, 29 giugno di questo medesimo anno, con l\u2019esposizione dei Santi suddetti, e di gran numero di cospicue reliquie, tra le quali quella del tutelare S. Sabino nell\u2019ultima Chiesa Basilica delle suddette Sette Chiese sotto l\u2019invocazione di S. Giorgio martire.<br \/>\nNel giorno 29 ultimo del triduo, segu\u00ec una generale processione di penitenza a cui pietosamente intervennero in abito di costume i regi funzionari, il corpo municipale, l\u2019autorit\u00e0 giudiziaria, tutti gli altri corpi subalterni, e le quattro magnifiche Confraternite del SS. Sacramento delle quattro<br \/>\nParrocchie del Capo luogo, e quella della Parrocchia di Marendole. Sopra cinque magnifici trionfi erano nicchiate molte preziose reliquie di Santi martiri e confessori. I sacerdoti durante il discorso stavano seduti a lato dell\u2019altare, e sembrava quel concistoro un vero Pontificale romano sia per la magnificenza dell\u2019altare che pei preziosi sacri arredi, di cui erano ornati i suddetti Sacerdoti. La reliquia del glorioso martire e vescovo S. Sabino concittadino e patrono della citt\u00e0 era portata da Monsignore Arciprete della chiesa matrice entro una teca di metallo di Corinto d\u2019un finissimo antico getto. I regi pubblici impiegati sedevano ai lati esterni dell\u2019altare per ordine di gerarchia, e quindi la rimanenza del clero intervenuto, e gli altri pubblici subalterni corpi morali in seguito. A questa pietosa funzione intervennero pi\u00f9 di 12.000 persone d\u2019ambo i sessi, e 4.500 persone componevano la divota e ben ordinata processione. All\u2019estremit\u00e0 della piazza l\u2019apparato dell\u2019Altare offriva un vero spettacolo, e solo mancavano le mitre e la tiara per crederlo un vero Pontificale romano come ho detto. Terminata la orazione panegirica la processione ritorn\u00f2 con lo stesso ordine di prima alle Sette Chiese onde era partita, ove giunta, da Monsignor Arciprete venne impartita la benedizione con la reliquia del Santo Patrono Sabino, e cos\u00ec termin\u00f2 questa divota funzione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<hr \/>\n<p>* Il presente intervento \u00e8 parzialmente ripreso dal volume dello scrivente Il monte sacro di Monselice. Un itinerario giubilare euganeo, Monselice 1999.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: center;\">\u00a9 2024 a cura di Flaviano Rossetto \u00a0per\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.ossicella.it\/\">https:\/\/www.ossicella.it\/<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">Per storia di Monselice <a href=\"https:\/\/www.monseliceantica.it\/\">https:\/\/www.monseliceantica.it\/<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">Contatti e info flaviano.rossetto@ossicella.it<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/flaviano.rossetto\">https:\/\/www.facebook.com\/flaviano.rossetto<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\">Tratto dal libro Tra monti sacri e sacri monti e santuari: il caso Veneto, edito dal Poligrafo. &#8230; Il santuario delle 7 chiesette &#8230;..\u00e8\u00a0 maturato con la dominazione veneziana a partire dal 1405. 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