Secondo lo storico Francesco Jori a Ponso c’era il centro dei Veneti antichi

Il Mattino del 27 maggio 2026 ospitava un interessante articolo di Francesco jori sul Santuario Veneto-romano di Ponso recentemente rinvenuto in quel comune.
I reperti archeologici, precisa subito Jori, emersi a Ponso, offrono una decisiva conferma che le radici del Veneto di oggi affondano in una sorta di triangolo virtuoso collocato tra le Basse padovana, polesana e veronese.
La città di Este aveva già assunto il ruolo di vera e propria culla della civiltà veneta, esercitando una concreta supremazia culturale, economica e anche politica su un territorio che va dal versante occidentale degli Euganei a buona parte del territorio veronese, dal grande emporio greco-etrusco di Adria alla Slovenia. Anche in seguito agli stretti rapporti commerciali e culturali con il mondo etrusco, e agli insediamenti in area veneta di nuclei provenienti dall’Etruria, ha adottato a sua volta un alfabeto mutuato da quella realtà, di cui i suoi abitanti si servono per scrivere in una lingua di marcato carattere indoeuropeo, che prenderà il nome di venetico.
È così divenuta il centro principale della produzione di bronzi decorativi, prezioso articolo da export; inoltre, accanto alle tradizionali attività agricole e di allevamento, ha sviluppato un’industria che lavora il ferro, la ceramica, il legno, la pietra, il vetro. Manterrà a lungo questa supremazia, prima di essere superata attorno al quarto secolo avanti Cristo dalla vicina Patavium. Commerciavano lungo l’Adige e facevano da collegamento con le attività lungo l’adriatico.
ESTE LA CITTA’ DEI VENETI LUNGO L’ADIGE
Este diventa il polo di riferimento di una vasta area lungo il corso dell’Adige, in cui assumono un ruolo primario i santuari, come quello emerso negli scavi di Ponso. Bisogna partire dalla considerazione che sul piano religioso i veneti dell’epoca sono fondamentalmente monoteisti: il loro riferimento primario è Reitia, dea-madre legata alla terra e alla natura, simbolo della fertilità, cui sono dedicati diversi luoghi di culto sparsi in tutto il territorio regionale.
In questa geografia dello spirito Este esercita un ruolo primario, come testimoniano gli abbondanti e suggestivi reperti oggi raccolti nel Museo Nazionale Atestino. Si tratta di veri e propri ex-voto consistenti in modellini di armi e lamine di metallo, con incisi personaggi femminili, cui si aggiungono bronzetti raffiguranti uomini, donne, guerrieri a piedi e a cavallo, e oggetti di uso quotidiano quali fibule e bracciali.
LE SACEDOTESSE ERANO DONNE E MAESTRE DI SCRITTURA
Il tempio estense di Reitia è affidato alla cura di una classe sacerdotale per lo più femminile: oltre a esercitare la funzione di luogo di culto, garantisce ospitalità ai pellegrini dell’epoca, decisamente numerosi, a giudicare dall’elevata quantità di lastre votive, rinvenute in diverse migliaia di esemplari. I veneti antichi vi si recano comunque non solo per pregare, ma anche per una vera e propria opera di alfabetizzazione.
Le sacerdotesse infatti affiancano alle pratiche del culto una scuola di scrittura venetica, come testimoniano i molti “stili scrittori” rinvenuti: si tratta in sostanza di punteruoli, con un’estremità allargata a spatola per le cancellature, utilizzati per incidere tavolette ricoperte di cera.
Sono tutti luoghi sacri molto frequentati anche da persone che arrivano da lontano, e che vi si recano con tre finalità di fondo: invocare la protezione della dea, esprimere gratitudine per una grazia ricevuta, testimoniare la propria fede. La forma di devozione più spontanea e frequente è quella di offrire a Reitia un’immagine di sé con il proprio eventuale rango, età, ruolo nella società come testimonianza di fede e ringraziamento. Ci sono anche riti collettivi, specie in occasione di particolari festività: con momenti di purificazione e iniziazione celebrati attraverso sacrifici di animali.
Estratto dal Mattino del 27 maggio 2026