© 2023 a cura di Flaviano Rossetto per https://www.ossicella.it/
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I padovani si raccontano «Libri, arte e pubblicità: creativo fin da bambino» Tratto da un articolo di Giovanni Brunoro x il Gazzettino di Padova.
►Lorenzo Marini di Monselice ha dato vita a spot più iconici, ma è anche scrittore e disegnatore l suoi lavori lo hanno portato in tutti i continenti tra i Oggi esplora la Type Art, la riscoperta delle lettere
| LA CARRIERAPremi prestigiosi e mostre con migliaia di visitatori. Lorenzo Marini è un artista Italiano che vive e lavora fra Milano, Los Angeles e New York. Ha frequentato l’Accademia di Belle arti di Venezia con Emilio Vedova, ma si è laureato in architettura e ha lavorato nel mondo della pubblicità per trent’anni. Nel 2016 ha un’intuizione artistica che io porta a celebrare la bellezza delle lettere e nel 2017, forte di un ampio consenso, crea il “Manifesto per la liberazione delle lettere” diventando il caposcuola di una nuova forma d’arte: quella di dedicare a ogni singola lettera dell’alfabeto un’opera, liberando cosi le lettere dall’obbligo della funzione, per celebramela pura bellezza intrinseca. Le opere pittoriche di Marini possono essere lette come la traduzione in Contemporary Art di campagne pubblici farle, con una rigorosa logica degli spazi e degli equilibri nella sua prima ricerca sui visual. Nel la seconda fase artistica, possono essere lette come un pensiero rivoluzionario sulla bellezza pop dell’alfabeto contemporaneo. Nel 2021.1a sua mostra “Di Segni e di Sogni” a Siena vince il premio Avi per la mostra di Contemporary Art più visitata dell’anno, con oltre 45mila ingressi. |
L’INTERVISTA
Lorenzo Marini, monselicense classe 1958, è noto per aver ideato alcune tra le campagne pubblicitarie più iconiche. Il suo talento di creativo a tutto tondo lo ha portato anche a scrivere romanzi, dipingere e ideare una forma d’arte in cui le lettere sono protagoniste. La sua carriera è stata segnata da grandi successi nel mondo della pubblicità.
Come è arrivato a questa torma di comunicazione?
« Da bambino volevo fare ciò che sto facendo adesso: il creativo. Non ho mai avuto un dubbio su quello che sarei voluto diventare. ln questo mi sento un privilegiato. Mi piaceva disegnare, amavo le Idee e il loro mondo. E un tempo le pubblicità erano una fucina di idee, mentre adesso sono il territorio dei mercanti».
Qual è stata la sua prima campagna?
«Un detergente intimo per un’azienda farmaceutica di Milano. Studiavo architettura a Venezia e al tempo non c’erano scuole di marketing: si andava a bottega. come i pittori nel ‘500.1 miei inizi sono stati come graphic designer, poi mi ero spostato verso il packag.g e 11 visual design. Avevo aperto uno studio a Padova e, per promuovermi, avevo pubblicato un annuncio su una rivista di settore. Quando mi hanno chiamato, ho avuto la prova che la pubblicità funziona davvero!».
Com’è oggi il mondo del marketing?
Il web ha dato a tutti l’illusione di saper fare, cosi il settore è pieno di gente improvvisata. A livello sociologico siamo passati dalla società dell’avere (quella del boom) a quella dell’essere (anni ’80 e’90) e, infine, dell’apparire. Il marketing è diventato tutto e dunque niente».
Lavorando con clienti internazionali ha notato che all’estero adottano linguaggi pubblicitari diversi?
«Si. ogni Paese ha le sue peculiarità. Gli americani sono pragmatici in tutto e fanno pubblicità comparative che mostrano il prodotto e i suoi pregi. I francesi sempre molto sensuali e gli inglesi ironici, quale che sia il prodotto. Noi Italiani non abbiamo scelto la nostra strada».
Com’è nato il celebre slogan “Silenzio, parla Agnesi”
L’idea è nata ad Imperia a una riunione con Eva Agnesi in cui discutevamo della campagna. Alle 11 di ogni mattina lei assaggiava una forchettata di pasta per controllare la qualità. Quando lo ha fatto in nostra presenza Roberto Goria e io siamo rimasti zitti. Quello spot ha avuto successo perché si basava sulla totale assenza di audio. Gli spettatori alzavano il volume e, al momento clou, rimanevano stupiti. Quel lavoro ha avuto successo, ma ce ne sono che purtroppo avrebbero meritato di più. Come quello del brandy Fundador, in cui un giapponese parlava la sua lingua e poi, dopo averlo bevuto, si metteva a declamarne le qualità . perfetto spagnolo».

Viviamo in un’epoca di forte concorrenza. Perché il consumatore sceglie un prodotto piuttosto che un altro?
«Le persone non hanno bisogno di qualcosa di nuovo, ma di un’altra narrazione. Noi scegliamo il prodotto che più ci è amico, quello che parla il nostro linguaggio
“Nel 1997 ha aperto la sua agenzia. Cosa le ha dato questa esperienza?
«Ho conosciuto tantissimi imprenditori di ogni settore soft drink, automotive, fashion design, arredamento e servizi bancari. Tra una marmellata e una poltrona, ho capito che il problema della società contemporanea è il calo del desiderio. Il benessere che ci circonda ci fa volere di meno, ecco perché la pubblicità è meno efficace. Il modello economico è in crisi, sia quello comunista che quello capitalista».
Dalla pubblicità alla Type Art Qual è stato il suo percorso di ricerca?
«Sono sempre alla ricerca di nuovi linguaggi e ho avuto anche una parentesi di scrittore, durata sette anni. Poi per un periodo ho dipinto spazi bianchi, cercando l’armonia dell’architettura. Qualche anno fa, ho riflettuto sulla crisi della parola e ho notato che viene pronunciata senza convinzione. Quasi nessuno mantiene più quello che dice. Allora ho cambiato prospettiva e mi sono concentrato sugli elementi che compongono le parole, le lettere. Partendo da quelle, sono tornato a fare pittogrammi come gli antichi egizi. Cerco associazioni visive e narrazioni. La F può essere un fiore, la T un rasoio da barba e trasformo questi segni In illustrazioni e icone.. Oriente la calligrafia è un’arte: noi vogliamo che le lettere siano api operaie, ma gli orientali tracciano segni in pura libertà. Questo è ciò che voglio fare io. Lettere e farfalle».
Che riscontro ha avuto questa nuova forma d’arte?
«L’anno scorso, il giorno della Liberazione, hanno pubblicato sul mensile “L’incontro” il mio “Manifesto per la liberazione delle lettere”. Al contempo ho portato la Type Art a Los Angeles, New York, Dubai, Parigi, Milano, Firenze e Venezia. Vedo che la clientela ama, ma la ricerca è infinita, come una scala in cui none, mai un punto d’arrivo».
Quali sono i suoi ultimi progetti?
«Una mostra a Brera, World Type, dove ho creato un pianeta fatto di lettere: è una torre di Babele all’incontrar.. Tutti parlano di incomunicabilità, io mi concentro sul concetto opposto. Siamo tutti connessi nel mondo delle immagini”. Giovanni Brunoro per il Gazzettino del 3 maggio 2023

Monselice, 3 maggio 2023
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Sono le “Terre Alte della Marca Trevigiana”, ad essersi aggiudicate il titolo di Città Veneta della Cultura 2023. Il titolo che nelle due prime edizioni è stato di Cittadella e Caorle va, quindi, quest’anno ad una cordata di vari comuni – con capofila Pieve di Soligo – che ha presentato un programma di 60 eventi diffusi sul territorio e imperniati su paesaggio e musica.
Lo ha annunciato oggi il Presidente della Regione del Veneto a Venezia in un incontro a cui erano presenti l’Assessore regionale alla Cultura, il Presidente della Provincia di Treviso, il Sindaco di Pieve di Soligo, la Presidente dell’Associazione Colline del Prosecco Unesco.
Nulla da fare quindi per Monselice che nei mesi scorsi aveva avanzato la propria candidatura, nel tentativo di “collegare il passato al futuro e viceversa, nell’ottica di valorizzare e promuovere il patrimonio materiale ed immateriale legato all’importante storia della città e nel contempo di farsi portavoce di nuovi processi culturali, architettonici e sociali”.
Evidentemente il progetto proposto dalla cittadina della Rocca con il tutolo “Passato remoto futuro prossimo” che si articolava in più fasi sul tema di Federico II, nulla ha potuto contro le colline del prosecco.
Peccato però…
Flaviano Rossetto x ‘Vecchia Monselice’ – Monselice 7 aprile 2023

Nel Gazzettino del 5 aprile 2023 il giornalista Giovanni Brunoro dedica una pagina completa al baritono PAOLO GAVANELLI cresciuto a Monselice ora è uno dei baritoni lirici più rinomati nel panorama internazionale. Di origini emilanoromagnole, è cresciuto e si è formato a Monselice. Nella nostra città vivono la mamma e la sorella. Il suo personaggio è indissolubilmente legato al repertorio verdiano, in particolare al Rigoletto.
La carriera
Dai ruoli brillanti giovanili al legame con il Rigoletto Paolo Gavanelli (1959) è un baritono drammatico di fama internazionale, apprezzato per l’intensa vocalità e le doti sceniche. Nei primi anni si esibisce nei ruoli brillanti, quali Leporello nel Don Giovanni (Mozart) e il Barbiere di Siviglia (Rossini). Passa quindi al repertorio del bel canto tradizionale, con I Puritani di Bellini e la Lucia di Lammermoor (Donizetti). In seguito, si specializza nei grandi ruoli di baritono verdiano, legando il suo nome a Rigoletto (eseguito in 326 rappresentazioni a New York, San Francisco, Londra, Vienna, Parigi e Berlino), Falstaff, Simon Boccanegra, Macbeth, Nabucco e I Due Foscari. Tra le opere veriste, si segnalano l’Andrea Chenier (Giordano) a Vienna con Luciano Pavarotti e la Tosca (Puccini) a Londra. Con la maturità, affronta anche il repertorio “buffo”, cantando l’Elisir d’Amore e il Don Pasquale (Donizetti). Nel 2021 ha dato l’addio alle scene, interpretando Compare Alfio nella Cavalleria Rusticana di Mascagni. Ora insegna al Politecnico delle arti di Bergamo e segue progetti di divulgazione scientifica.
Quanto è legato al nostro territorio? «Siamo emiliani e romagnoli, ma mio padre era capostazione e con la famiglia abbiamo girato un po’. Dopo una parentesi ad Abano, ho vissuto a Monselice dai 10 ai 24 anni, l’età topica. Lì ho tanti amici, oltre a mamma, sorella e cognato. Poi, tanti anni a Selvazzano. Adesso vivo in Toscana, nel luogo di origine di mia moglie. Mi ha tanto aiutato nella vita e nella carriera».
Come ha scoperto il dono della voce? «Avevo 1415 anni e andavamo tutti in ferie in Sicilia. In spiaggia cantavamo “Estate” di Bruno Martino. Il fratello di mio cognato ripeteva a mia madre che avevo voce e talento e così, nel 1977, ho iniziato a prendere lezioni dal maestro Danilo Cestari. Ho debuttato nel 1983, continuando a frequentarlo fino al 1988 per affinare la tecnica. La lirica mi è sempre piaciuta: mamma e papà mi portavano alle opere anche in tenera età. I vicini di posto avevano paura che rompessi le scatole durante la recita. ma ascoltavo in religioso silenzio.
Cosa rende unico il registro di baritono? «Dobbiamo avere le note gravi e anche le acute. Ma le differenze con i tenori restano importanti. Se il la bemolle per noi è un acuto, il tenore ci deve cantare intere frasi. Al massimo, noi lo raggiungiamo e poi torniamo giù. Comunque, i veri baritoni, con la voce scura e corposa, sono sempre più rari».
La sua carriera è stata costellata di grandi successi, soprattutto al leggendario Met di New York…
«Negli Usa ho cantato in tutti i principali teatri. Al Metropolitan ho debuttato nel 1990, sostituendo il baritono che si era ammalato. Una vicenda rocambolesca. Ero andato lì per un’audizione con James Levine e mi sono ritrovato a cantare all’apertura di stagione. Fu un trionfo e mi richiamarono per altre tre recite. La combinazione è stata fortunata, il “fattore C” innegabile, ma ho cantato bene e musicalmente sono stato un orologio. Poi al Met sono tornato per molti altri titoli e, come Rigoletto, per ben quattro stagioni».
Perché è più famoso all’estero che in Italia?
«La vera ragione non la so, ma qui non mi hanno voluto molto bene. Fatalità, le peggiori cose le ho subite dopo recensioni positive. Fine anni ’80, eseguo il Rigoletto a Bologna. “(In critico mi definisce un vero baritono verdiano con voce scura e, brunita e non tenorile”. Già allora i baritoni veri scarseggiavano. Ma quella lode ha evidentemente toccato certi “altarini” e alcuni contesti mi hanno messo da parte. Al contrario, con le critiche negative non ho avuto problemi. Dopo una standing ovation con Rigoletto all’Arena, un giornale mi aveva paragonato al Gabibbo. Beh, a Verona ho cantato per un altro decennio buono. Ma non mi importa più nulla: quando non ci sarò più, si ascolteranno ancora i miei dischi e si guarderanno i miei video».
Qual è il problema di fondo della lirica italiana?
«Che manca onestà intellettuale e c’è gente permalosa anche tra i grandi. Se esprimi un’opinione contraria ti fanno fuori. Mi è capitato con un grande direttore d’orchestra. Stavamo provando insieme la Tosca, dove interpretavo Scarpia. Al famoso interrogatorio di Cavaradossi, cerco di invitare il pittore a miti consigli. Il passaggio declamato dice: “Via, cavaliere, riflettete”. Lo canto facendo le pause richieste dal libretto, ma il direttore mi chiede di cantarlo tutto filato. Lo faccio, ma lui legge un’espressione dubbiosa sul mio volto e mi invita a esprimermi. Gli chiedo: “Maestro, sa dove abita Cavaradossi?”. Lo vedo cercare insistentemente nel libretto, poi lo fermo: “In via cavaliere riflettete”. Ha riso, ma non mi ha più chiamato».
E adesso cosa fa?
«Ho smesso con l’opera nel 2021. Canto solo per amicizia in qualche recital e insegno al Politecnico delle arti di Bergamo. Sono entusiasta per un progetto che vedrà la luce a novembre. Canterò dal vivo delle arie di Verdi e Wagner e, con il docente di sound engineering, proietteremo lo spettro delle onde sonore prodotte dalla mia voce. Così gli spettatori vedranno le differenze tra i due autori. Poi terrò a breve una lezione all’Università di Padova: dimostreremo che l’accordatura a 432 hertz, quella di Verdi, è la migliore per quel repertorio. Oggi accordano il la a 440 o 442 hertz e la voce è più stretta, metallica e meno pastosa».
E i suoi allievi? «Bravi e volenterosi, ma il metodo di studio è cambiato. Il mio maestro mi faceva stare su una frase anche un’ora. Ora si sorvola».
(da un articolo di Giovanni Brunoro x il Gazzettino di Padova)

Monselice 6 aprile 2023
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