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  • Lo scrittore Andrea Zanetti

    Lo scrittore Andrea Zanetti

    Andrea Zanetti, 35 anni, è nato a Venezia e vive a Pernumia. Lavora come controllore del traffico aereo al centro di controllo di Abano Terme ed è uno scrittore. Lo scorso ottobre ha pubblicato Leoni da Mar, secondo volume della trilogia Sulle ali del Leone, che ripercorre le tappe salienti della storia di Venezia tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento.

    Come nasce la sua passione per la scrittura?

    «Deriva dalla passione per la lettura, che mi è stata trasmessa in famiglia: ricordo che quando ero bambino vedevo spesso mio padre con un libro tra le mani. Sin da piccolo ho quindi letto molto e negli anni ho letteralmente “divorato” le opere di Ken Follet, Tom Clancy e Wilbur Smith. Poi, avendo una spiccata fantasia, ho capito che mi piaceva anche scrivere. La prima prova l’ho fatta a 23 anni con un romanzo di fantascienza che però non sono mai riuscito a portare a termine. Nel 2015 mentre elaboravo la mia tesi di laurea, dedicata alla Repubblica di Venezia tra Quattrocento e Cinquecento, ho deciso che mi sarebbe piaciuto riprendere l’argomento raccontandolo attraverso il pathos di un romanzo».

    Il pirata Zuan, i valorosi comandanti Astorre Baglioni e Marcantonio Bragadin, l’ambasciatore Marcantonio Barbaro, il Doge, la spia Zorzi… Si può dire che Leoni da Mar abbia più protagonisti?

    «Sì, è così. Mediante il romanzo, l’idea è anche quella di portare il lettore a conoscere e a documentarsi. Per questo ho cercato di inserire nella mia storia diversi personaggi, quasi tutti realmente esistiti».

    Sullo sfondo c’è lo scontro tra due potenze: Venezia e l’Impero Turco. Come riusciva la prima a tener testa al gigantesco avversario?

    «Con il denaro. Dalla metà del Cinquecento si consolidano due blocchi: l’Europa spagnola da una parte, gli Ottomani dall’altra. Venezia si pone a metà strada, grazie ai commerci fa da tramite tra i due mondi e svolge questo ruolo molto bene. La Serenissima aveva poi anche un ulteriore punto di forza: l’arte della diplomazia, nella quale era abilissima. Odiava la guerra, perché danneggiava pesantemente gli affari».

    Nel romanzo sono narrati alcuni momenti decisivi dell’assedio turco di Famagosta, a Cipro. Fu davvero così cruento?

    «Purtroppo sì. Ho voluto raccontarlo perché rappresenta una pagina poco nota della nostra storia: ottomila veneziani resistettero strenuamente per nove mesi a 80 mila nemici, difendendo la città con ogni mezzo, fino all’ultimo uomo. Un fatto bellico che esprime un senso dell’onore a cui, forse, oggi non siamo più abituati».

    Viene descritta ampiamente anche la vita in mare. Vita che a quei tempi, tra il pericolo di attacchi dei pirati, la scarsa igiene, le epidemie, non era certo semplice.

    «Troppo spesso si raccontano le vicende passate dal punto di vista delle strategie dei grandi generali. Venezia ha raggiunto il proprio splendore grazie alla navigazione, ma andare per mare all’epoca era tremendo. Significava, per esempio, dormire sui banchi di voga, svegliarsi e iniziare a remare spaccandosi la schiena per ore sotto il sole cocente, nutrirsi con biscotti imbevuti di aceto. Prima di arrivare alla battaglia, insomma, c’erano molte altre difficoltà da superare. Per approdare a Cipro dalla laguna veneta servivano quasi due mesi di viaggio».

    Torniamo a uno dei personaggi chiave del romanzo. Zuan è un pirata gentiluomo partorito dalla sua fantasia. Ha più di settant’anni: perché la scelta di attribuirgli un’età così anziana per l’epoca?

    «In realtà, contrariamente a quanto si crede, non è vero che in quel periodo storico tutti morivano giovani: l’aspettativa di vita media era bassa perché tanti bambini non andavano oltre il primo anno di età. Ma i Dogi, ad esempio, hanno tutti un’età avanzata e nel 1203 Enrico Dandolo conquista Bisanzio da ultranovantenne. Sì, Zuan è un pirata gentiluomo: ha ricevuto un’educazione colta, conosce Omero e i poeti classici. La sua indole originaria è buona. Ad un certo punto, però, è stato costretto ad andare in esilio e da qui ha sviluppato sentimenti di rabbia».

    Il libro culmina con la battaglia di Lepanto, avvenuta nel 1571. Cosa rappresenta storicamente questo evento?

    «Viene dipinto come il momento in cui la flotta cristiana ferma quella musulmana, idea passata nell’immaginario collettivo anche in virtù della propaganda trasmessa dalla stampa del tempo, che forse per la prima volta ha svolto la funzione di mass medium. Ma circa mezzo secolo più tardi gli Ottomani giungeranno ad assediare Vienna, poi toglieranno Creta ai Veneziani. Dopo Lepanto l’Impero turco è in grave difficoltà, le forze cristiane potrebbero addirittura spingersi a minacciare Costantinopoli. Gli spagnoli però, rivali della Serenissima, si ritirano, capendo che smantellare il dominio ottomano in Oriente avrebbe favorito troppo Venezia. Quest’ultima, dunque, è costretta a siglare la pace, cedendo Cipro».

    L’Arsenale di Venezia, dove si costruivano le celebri navi della Serenissima, era davvero imponente come lo dipinge nel romanzo?

    «Sì. Ho avuto anche l’opportunità di fare una visita guidata all’interno: questo luogo era davvero il cuore pulsante della città. È stato per diversi secoli il più grande complesso industriale del mondo: vi lavoravano migliaia di persone».

    Cosa deve l’Europa a Venezia e al Veneto?

    «Moltissimo, direi un pezzo della propria anima. La Repubblica di San Marco ha avuto il primato su molti aspetti. Alla metà del Quattrocento, un libro su due che circolava nel Vecchio Continente era stato stampato a Venezia. Il capitalismo nasce nella Serenissima, la medicina moderna a Padova e così l’astronomia. Il nostro Palladio ha profondamente influenzato l’architettura. Se i nobili delle corti europee hanno potuto indossare abiti sontuosi è grazie ai tessuti che Venezia importava dall’Oriente e se non si è approdati allo scontro totale tra mondo cristiano e mondo musulmano in parte lo si deve anche alla Repubblica. Ovviamente la Serenissima aveva anche lati meno positivi: in particolare considerava la penisola italiana un terreno di conquista».

    L’uscita del terzo volume della saga è prevista nel 2019.

    «Si chiamerà I Cavalieri di San Marco e sarà ambientato nel 1539, cronologicamente a cavallo tra le vicende del primo e del secondo libro. Proverò a dare una versione, ovviamente romanzata, di uno dei grandi misteri custoditi a Venezia. La stesura è in corso e ho già superato la metà».

    Ha mai pensato di cimentarsi in altri generi letterari?

    «Sì, in futuro mi piacerebbe scrivere un thriller legato ai tragici fatti dell’11 settembre 2001».

    In chiusura, ci parli un po’ di lei…

    «Diplomato all’istituto tecnico aereonautico di Padova, mi sono laureato nel 2015 in Scienze politiche, indirizzo Storia e politica internazionale, sempre a Padova. Sono sposato e ho due bambini. Amo l’avventura e i miei interessi sono numerosi: dallo sci alla subacquea, passando per vela e taekwondo. Adoro viaggiare e ho sempre cercato di portare a casa dai posti che ho visitato qualcosa che mi arricchisse».

  • Le riflessioni di Mauro Contato

    Le riflessioni di Mauro Contato

    Lavoro, ricchezza e benessere: le riflessioni di Mauro Contato nel suo libro“The General Logic trilogy”

    Mauro Contato, 44 anni, è nato e vive a Monselice. Laureato in Scienze Politiche, ha già pubblicato diversi libri: oltre a Contributi sul Mutuo Soccorso, scritto a quattro mani con Giancarlo Fabbian, ricordiamo il Taccuino 2011-2013 e il Taccuino 2014-2016, entrambi curati da Europa Edizioni.

    Di recente, con lo stesso editore, è uscito The General Logic trilogy.

    Il suo ultimo volume raccoglie numerosi aforismi che l’hanno colpita durante i suoi studi, a cui lei affianca le sue considerazioni. I temi affrontati sono diversi: spiccano in particolare economia, politica e filosofia. Com’è nata l’idea di realizzare un’opera di questo genere?

    «Il libro va a concludere una trilogia frutto di frutto di tanti anni di letture impegnate. Nonostante non fossi uno studente brillante, sono sempre stato un fruitore massivo di prodotti culturali. Oggi possiedo una libreria composta da un migliaio di volumi, metà dei quali li ho letti. Ho scelto la forma di una trilogia per avere la possibilità di esporre il mio pensiero in modo completo. I destinatari? Sicuramente mia figlia, a cui desideravo lasciare una sorta di testamento intellettuale. In secondo luogo direi tutti coloro che intendono sviluppare opinioni autonome. La speranza è quella di essere riuscito a dare un contributo alla cultura: credo di aver offerto alcuni spunti interessanti per uscire dalla logica economicistica che ci permea a tutti i livelli».

    Alcuni paragrafi iniziali di The General Logic trilogy sono dedicati alla sua carriera di allenatore di calcio. Cosa le ha lasciato questa esperienza?

    «In vent’anni ho guidato squadre di varie età, dai bimbi di sei anni fino agli adulti, e in campionati diversi, dalla Seconda Categoria alla Promozione. Mi è rimasto il rapporto con i miei giocatori: nei loro confronti ho sempre cercato di essere empatico, impostando relazioni di tipo orizzontale e non verticistico. Al tempo stesso ritengo che un allenatore debba possedere qualità tecniche e morali per essere riconosciuto quale “comandante della nave”. Sono convinto, inoltre, che lo sport rivesta un valore formativo rilevante, sia sul piano della crescita fisica di una persona che sul piano della maturazione psicologica. Si impara a vivere in un gruppo, a rispettare le regole, ad accettare le sfide».

    Il libro racchiude gran parte del suo sapere. Che valore ha oggi la cultura? Qual è il ruolo dello studioso?

    «Cesare Beccaria diceva che per prevenire i delitti occorre perfezionare l’educazione. Se non vogliamo vivere come “bruti”, la conoscenza è fondamentale. A mio avviso la funzione dello studioso è quella di trasmettere il sapere e illuminare così la via, svelando ciò che prima passava inosservato. Ovviamente tutte le discipline di studio hanno la loro profonda dignità, anche se personalmente quella che mi ha appassionato di più è la filosofia politica».

    Nell’opera lei sottolinea la necessità di un’equa distribuzione della ricchezza nella società. Come si può promuovere in concreto il raggiungimento di questo obiettivo?

    «Keynes, economista del quale condivido le teorie su cui mi sono soffermato finora, dichiara che lo Stato deve redistribuire la ricchezza con la leva fiscale. Per questa ragione sono favorevole a provvedimenti quali, ad esempio, il reddito di cittadinanza. L’intervento dello Stato è necessario, in quanto il liberismo conduce alla concentrazione dei beni nelle mani di pochi. Serve a mio avviso il giusto mix tra le due ricette, per coniugare il sano egosimo individuale e lo spirito collettivistico che convivono nell’uomo».

    Nel suo testo vengono lanciate alcune idee per risolvere il problema del «lavoro infelice».

    «Ho suggerito in particolare l’introduzione nelle aziende di un’equipe di psicologi del lavoro: un team che possa contribuire a creare un clima meno pesante. La condizione fondamentale è che le scienze sociali non siano al servizio del capitalismo. Lavorare è necessario, ma al proprio mestiere le persone dedicano molti anni e quindi è un male spenderli in modo frustrante. In caso di imprese di grandi dimensioni, dovrebbero essere le proprietà a farsi carico della spesa per l’equipe di psicologi, mentre le piccole realtà in questo andrebbero sostenute dal Ministero. In generale, occorre far sì che i lavoratori abbiano a disposizione del tempo libero da dedicare a cose gratificanti. Propongo di sostituire il concetto di “crescita”, legato alla logica economicistica, con quello di “progresso”, inteso come miglioramento economico ma pure politico, sociale e di tutte le attività umane».

    In The General Logic trilogy scrive che «la società occidentale ha una concezione solo economica del benessere». Perchè secondo lei?

    «È un retaggio dei secoli passati, nei quali si sono attraversati momenti di scarsità: i frutti da spartire erano pochi, dunque si è puntato tutto sull’aumento della ricchezza. Ma adesso che questa fase è stata superata, bisognerebbe andare oltre la visione meramente economicistica. Il benessere va considerato in senso globale e deve contemplare, come accennavo prima, il tempo libero da dedicare alla sfera affettiva, alle relazioni con gli altri. Oggi invece spesso le persone sono costrette a svolgere attività per loro frustranti».

    Come valuta la globalizzazione?

    «A livello culturale io sono per il cosmopolitismo: mi piace parlare lingue straniere, viaggiare e fruire di prodotti di altri Paesi. Sul piano economico purtroppo la globalizzazione ha anche connotazioni negative, perché ci chiama a competere con mercati in cui i lavoratori hanno molti meno diritti rispetto a noi. Sarebbe auspicabile che i potenti della Terra si accordassero per uniformare determinate conquiste, ma mi rendo conto che non sempre questo è possibile: nelle varie zone del mondo ci sono stadi di sviluppo diversi».

    In chiusura: ha nuovi volumi in cantiere?

    «Con questa trilogia per il momento ho terminato il mio periodo da autore: è bene pubblicare un’opera se si hanno contenuti concreti da aggiungere, evitando di scrivere tanto per scrivere. In futuro, però, non escludo di elaborare un taccuino dedicato alla figura dell’allenatore. Sono inoltre a disposizione se qualche giornalista volesse costruire con me un libro-intervista».

    The General Logic trilogy è un’opera corposa e impegnativa, ma ha indubbiamente meriti significativi: stimola infatti il lettore a porsi interrogativi importanti e fornisce contributi di valore al dibattito su una serie di questioni aperte della società contemporanea. Il nostro augurio è che l’autore possa proseguire lungo la strada tracciata, approfondendo ulteriormente i temi di suo interesse e fornendo nuovi spunti su cui riflettere.

  • Il Montericco, le sue cave e le rocce nel nuovo libro di Franco Colombara

    Il Montericco, le sue cave e le rocce nel nuovo libro di Franco Colombara

    Pubblicato un interessante e puntuale studio sulle formazioni rocciose dei Colli Euganei, utile per approfondire, tra l’altro, in modo chiaro e puntuale la geologia del Montericco. L’opera, intitolata Cava Costa e Montericco, con note di geologia euganea, è frutto delle ricerche del geologo Giamberto Astolfi e del biologo/naturalista Franco Colombara. Il saggio è curato da Bruno Simoni e pubblicato nel dicembre 2018 dal Gruppo mineralogico paleontologico euganeo. Il volume, frutto di uno studio meticoloso di questa parte del territorio, include al suo interno un’ampia documentazione fotografica dei reperti fossili conservati al Museo provinciale geopaleontologico di Cava Bomba a Cinto Euganeo, oltre a numerose elaborazioni grafiche e immagini dei Colli e degli strati rocciosi che li compongono.

    Dopo una rapida introduzione sulle caratteristiche geografiche degli Euganei, gli autori si soffermano sulla loro genesi. I processi eruttivi che condussero alla nascita del complesso collinare avvennero in ambiente sottomarino ed ebbero inizio nell’Eocene superiore con l’emissione di lave basaltiche. Le eruzioni euganee si inseriscono nel contesto dell’attività vulcanica che interessò un’area di circa duemila chilometri quadrati, estesa fino al Garda e comprensiva dei monti Lessini, dei Berici, del Marosticano e del Bassanese. Si passano in rassegna le differenti tipologie di rocce che costituiscono i nostri Colli: vengono esaminate con attenzione, fra le altre, la Formazione di Torreglia, la Formazione di Castelnuovo, la Formazione di Monte Venda. La prima parte del libro termina con alcuni cenni sul termalismo euganeo.

    Astolfi e Colombara si concentrano poi sulla geologia del Montericco, che con i suoi 329 metri di altezza svetta sulla città di Monselice. II colle in questione è costituito principalmente da riolite a differenza della Rocca, composta invece da trachite. Viene quindi affrontato il tema delle cave. Gli autori spiegano che le tecniche estrattive impiegate nei giacimenti di riolite furono, per motivi economici, molto impattanti. Questo, in seguito alla loro dismissione (erano una decina le cave localizzate presso il Montericco), complicò i tentativi di riqualificazione ambientale. Un approfondimento specifico è riservato a Cava Costa, situata alla base del versante settentrionale del colle, aperta negli anni Cinquanta per rifornire di materie prime la Cementeria di Monselice e dismessa nel 1992. Si tratta di un luogo di grande interesse paleontologico, dal momento che alcuni livelli contengono diversi fossili di animali marini.

    Nell’appendice dell’opera si torna sull’argomento delle cave euganee. Con grande lucidità viene messo in luce come l’attività di estrazione, regolamentata in modo restrittivo nel 1971, da un lato abbia prodotto un vantaggio economico alla zona, dall’altro sia stata causa di danni rilevanti dal punto di vista ambientale. La trachite euganea, tuttavia, fu oggetto di escavazione già nel periodo romano: era utilizzata per acquedotti, ponti e lastricati stradali. Nelle epoche successive l’uso di questo materiale continuò soprattutto nella pavimentazione di vie e piazze cittadine, anche fuori regione. La conclusione del volume è dedicata al Montericco, luogo in passato pesantemente sfruttato dall’uomo ma dove oggi la natura sta pian piano riconquistando i propri spazi.

  • Al pittore Gianni Gueggia premio di pittura 2018 della Proloco di Monselice

    Al pittore Gianni Gueggia premio di pittura 2018 della Proloco di Monselice

    Sabato 8 settembre 2018 è stata inaugurata la 21^ edizione del concorso nazionale di pittura organizzato dalla Pro Loco di Monselice. Il primo premio è stato assegnato a Gianni Gueggia, nato  a Trenzano (BS) nel 1956. Ha iniziato ad esporre le sue opere dal 1973. Ha allestito diverse mostre personali in varie località italiane e ha partecipato a numerose rassegne e concorsi nazionali e internazionali, conseguendo lusinghieri consensi di critica ed ottenendo significativi premi, tra cui il Premio Agazzi a Strasburgo; inoltre è stato scelto per rappresentare l’Italia nel Concilio Europeo

    Al terzo posto Ivano Biasetti

    Giuseppe Fochesato

  • L’artista Giorgio Finamore espone a Villa Pisani di Monselice

    L’artista Giorgio Finamore espone a Villa Pisani di Monselice

    Il 31 maggio 2018 è stata inaugurata la mostra di Giorgio Finamore  ‘Corpus Domina’ nell’ambito dell’undicesima edizione del Festival Internazionale Etnofilmfest  quest’anno declinato al tema del CORPO. Il lavoro di Giorgio Finamore intende scrutare l’oscurità, osservare il cambiamento del mondo, le deviazioni e le metamorfosi dell’uomo, l’alienazione delle nostre megalopoli. Un mondo oscuro e industrializzato, governato dalle macchine e dai computer, che ormai abbiamo quasi sottopelle, in uno stato di consapevolezza dell’esistenza dell’ibrido cibernetico, dell’unione in un unico corpo organico-tecnologico.

    Giorgio FinamoreUn essere che decide di obliarsi compiendo il terribile destino di fondersi con la macchina per sopravvivere, e che tramite gli innesti è diventato quello che voleva la società: si è tramutato in un ingranaggio perfetto ad uso e consumo degli altri. Le creature spesso femminili del suo lavoro, sono al tempo stesso seducenti e dominanti, ammalianti e pericolose, ed il loro corpo diviene un intimo ma potente indicatore dell’andamento della nostra società, che ci costringe, sempre più frequentemente, a compiere anche percorsi di crudeltà inutile su di esso, ferendolo, disconoscendolo e non ascoltandolo. Nella rappresentazione della forma corporea sventrata e deformata in cui cavi elettrici si fondono con nervi e dolore, ma anche esaltata da imponenti incoronazioni di intricate tubature, ed alterata da strutture biomeccaniche soprannaturali, pare non esistere via di fuga. Giorgio Finamore (Venezia 1975).

    Giorgio Finamore

    Si diploma in Scenografia nel 2002 presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Dagli Anni Novanta si dedica ad una serie di illustrazioni visionarie, e in tempi più recenti anche scultura e modellazione, definita “Gotico Postmoderno”, una riflessione ispirata dalla Fantascienza e dall’Horror, focalizzata sul rapporto e la simbiosi uomo-macchina; le sue creazioni hanno suscitato nel corso del tempo un forte interesse, testimoniato da una vasta serie di esposizioni. E’ intensa la sua attività nel settore della grafica e dell’illustrazione, e la pubblicazione di artworks per copertine di dischi e libri. Nel 2012 viene pubblicato da Logos Edizioni il suo primo libro illustrato “Biomechanical Circus”. Nel 2016 esce il suo artbook “Inner Oz – Dorothy’s Nightmare” (Rainbow Pictures).

    Giorgio Finamore il secondo da sinistra, con Gianni Mamprin e Fabio Gemo
  • Vittorio Sgarbi ricorda il conte Vittorio Cini

    Vittorio Sgarbi ricorda il conte Vittorio Cini

    Nell’ambito delle iniziative previste per il 40° anniversario della scomparsa di Vittorio Cini,  organizzate dalla fonfazione Cini di Venezia, si è tenuta sabato 23 settembre 2017 al castello di Monselice una conferenza sull’attività di collezionista di Vittorio Cini.  Oggetto della discussione era l’imponete e radicale operazione di restauro e di riarredo del castello di Monselice (1935-’40) compito dal Cini, quasi un risarcimento per lo sfruttamento della Cava che ha eroso il colle della Rocca. I restauri sono stati condotti sotto la guida del ferrarese Nino Barbantini (1884-1952). Curioso il denominatore che unisce i tre protagonisti del convegno (Sgarbi, Cini e Barbantini): tutti erano di Ferrara.

    Sgarbi arrivato con ben due ore di ritardo ha parlato invece della ‘sua’ attività di collezionista  alternando battute a saggi di storia dell’arte, divertendo i numerosi ascoltatori che ascoltavano in religioso silenzio.  Vittorio non ha risparmiato nessuno, politici, storici dell’arte e collezionisti dimostrando una notevole conoscenza dell’arte e del mondo che gravita attorno alla cultura italiana.

    Al termine della conferenza è giunto Giovanni Alliata di Monreale conservatore dell’archivio  del conte Vittorio Cini. Una bella mattinata passata assieme allo spumeggiante Vittorio Sgarbi che ha confermato la sua fama di grande oratore.

    Info  http://www.vittoriocini.it/40.html  

    http://www.marinaretti-venezia.it/pagine/pagine%20storia/Vittorio%20Cini.htm


    Vedi l’articolo:

    NINO BARBANTINI AL CASTELLO DI MONSELICE RESTAURO, ALLESTIMENTO E GENESI DEL COLLEZIONISMO DI VITTORIO CINI ANTONELLA CHIODO and ALESSANDRO MARTONI
    Articolo in
    Saggi e Memorie di storia dell’arte
    Vol. 46 (2022), pp. 180-205 (26 pages)
    Published By: Fondazione Giorgio Cini Onlus


     

  • Ipotesi di riutilizzo della chiesa di Santo Stefano di Monselice

    Ipotesi di riutilizzo della chiesa di Santo Stefano di Monselice

    Dall’11 al 26 febbraio 2017 presso Villa Pisani a Monselice è stata allestita una mostra  organizzata dall’Associazione Culturale Reitia, dall’Università IUAV di Venezia, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, dal titolo “S. STEFANO A MONSELICE: MATERIA, TEMPO, RIUSO, CONSERVAZIONE”.
    L’esposizione ha raccolto i lavori svolti nell’ A.a. 2015/2016 nell’ambito del corso di Consolidamento degli edifici e del Laboratorio di Restauro architettonico del Corso di Laurea triennale “Architettura, Costruzione, Conservazione” del Dip. di Architettura dell’Università IUAV di Venezia dedicati alla ex chiesa di Santo Stefano a Monselice ripercorrendo la sua storia costruttiva dalla prima edizione romanica fino alle attuali proposte di intervento per il restauro .

    Il progetto prende origine dalla destinazione d’suo attribuita al manufatto dal Piano di Recupero che ne prevede il restauro e la rifunzionalizzazione come auditorium. Sono state quindi affrontate le criticità dovute all’adattamento di un edificio religioso alle esigenze sia di corretta accessibilità e sia di efficace resa acustica. Il tutto preservando quanto più possibile l’aspetto formale del manufatto e mantenendo in sede alcune caratteristiche generate dalle varie fasi di trasformazione che l’edificio ha subito dal XIII secolo ad oggi. Uno degli aspetti di questa proposta progettuale è destinato ad incidere sul tessuto urbano della città, si prevede infatti la riapertura e la nuova pavimentazione del percorso pedonale – che conduceva da via S. Stefano a Via M. Carboni – e che moltiplica le possibilità di accesso al nuovo auditorium dialogando con la particolare struttura radiale dell’impianto urbano di Monselice.

    Per risolvere alcune criticità del recupero del manufatto si è scelto di intervenire in totale indipendenza dalle strutture preesistenti realizzando una pedana che, articolandosi a diversi livelli, costituisce di volta in volta la platea per il pubblico, il palcoscenico e un’area espositiva. Diverse le esigenze che hanno motivato la scelta di realizzare una struttura autonoma, modulare e reversibile che ci permette di conservare e valorizzare la pavimentazione in ciottoli come testimonianza di una fase trasformazione. Inoltre in questo modo è possibile asportare singoli moduli della struttura allo scopo di consentire interventi archeologici (è noto l’interesse archeologico del sito e da qui la possibilità che sia fatto oggetto di future analisi) l’intervento realizzato con tecniche costruttive a secco garantisce la futura reversibilità e consente il potenziale riutilizzo dei materiali impiegati.

    La necessità di garantire un’accettabile resa acustica, anche in un contesto non favorevole, di grande volumetria delimitata da superfici intonacate, ha suggerito la riduzione del volume destinato all’auditrium attraverso l’inserimento di un nuovo abside tecnologico costituito da tendaggi scorrevoli ancorati ad una struttura lignea appesa alle capriate esistenti. La parziale suddivisione degli spazi consente la progettazione di una sala auditorium in grado di ospitare 154 spettatori, con la platea divisa in una prima parte piana e una seconda gradinata. Nelle fasi di non utilizzo dell’auditorium, l’adozione di una partizione tessile e scorrevole consente ai potenziali visitatori di apprezzare l’unitarietà dello spazio.

    La suddivisione dei volumi è stata operata con l’obiettivo di destinare l’area del transetto e dell’abside che presentava le peggiori prestazioni acustiche – a percorso espositivo. Le navate laterali, in parte riconnesse a quella centrale, sono state destinate a foyer e zone di servizi; mentre i locali accessori assolvono le funzioni di spazi tecnici e sale prova/studi di registrazione.

  • Restauro dell’affresco di San Francesco nella chiesa di San Paolo di Monselice

    Restauro dell’affresco di San Francesco nella chiesa di San Paolo di Monselice

    l’affresco raffigurante San Francesco d’Assisi a San Paolo di Monselice

    Domenica 14 febbraio 2016 l’affresco raffigurante San Francesco d’Assisi è tornato nella sua collocazione originaria ( foto sopra) ovvero all’interno della Cripta di San Francesco del Complesso Monumentale di San Paolo (era stato ceduto in prestito temporaneo al museo diocesano di Padova). Il restauro è stato compiuto da Vanni Tiozzo. L’edicola affrescata della cripta in San Paolo a Monselice, fu staccata nel 1955-1959 e ricollocata su pannelli, che ripropongono l’originaria disposizione delle figure e degli intonaci. Il restauro del 1999 ha evidenziato che gli affreschi sono collocati su due strati di intonaco, uno precedente, più raffinato e più chiaro nell’impasto, sul quale insistono le figure laterali di san Paolo, titolare della chiesa e san Sabino, patrono della Città di Monselice e uno successivo, sul quale è dipinto il san Francesco con un orante, forse papa Gregorio IX.

    A MONSELICE LA PIÙ ANTICA RAFFIGURAZIONE DI SAN FRANCESCO D’ASSISI IN TERRA VENETA
     Pare che i frati minori, documentati in un claustrum novum nel 1225, fossero giunti dal convento di Pernumia, oppure dal Montericco e che abbiano utilizzato la cripta di San Paolo come insediamento cittadino. Questo affresco, databile della metà del 1200, è la prima raffigurazione di san Francesco nel Veneto.

    Nella foto sotto l’affresco aperto dopo lo strappo.

    Maggiori info sull’affresco https://www.ossicella.it/monselice/affresco-di-san-francesco-cripta-di-san-paolo-in-monselice/

     


    Il legame di Monselice con San Francesco si rinnova con il dono di un cero votivo al Santo, ogni 4 ottobre presso la chiesa di San Giacomo

     

    Dono del cero al convento dei frati

    Ogni anno, sulla base di una tradizione medievale, il Comune di Monselice, a nome dell’intera collettività, offre un cero votivo ai Frati
    francescani della Parrocchia di S. Giacomo, per onorare la festività del 4 Ottobre, S. Francesco, Santo Patrono d’Italia, durante una S. Messa solenne celebrata appositamente.

     


    © 2025 a cura di Flaviano Rossetto

    Vedi anche:

      Per news su Monselice https://www.ossicella.it/

     Per arte e architettura https://www.ossicella.it/monselice/

    Per storia di Monselice https://www.monseliceantica.it/

    Info e segnalazioni scrivimi qui flaviano.rossetto@ossicella.it

  • Nicol Ranci vince la 19^ edizione della mostra di pittura 2016 della Pro Loco di Monselice

    Nicol Ranci vince la 19^ edizione della mostra di pittura 2016 della Pro Loco di Monselice

    Si è svolta sabato 10 settembre 2016 la premiazione della 19° edizione del Concorso Nazionale di pittura e grafica promosso dalla Pro Loco di Monselice. Il presidente della giuria, il critico d’arte Gabriella Niero, ha sottolineato che: “il linguaggio artistico delle opere in concorso è il frutto della fantasia di un territorio che ha un profilo culturale altissimo e gli artisti lo rinnovano giorno dopo giorno con le loro creazioni; l’arte è civiltà, è conoscenza, è comunicazione, anche se la maggioranza della gente è indifferente alle loro proposte, per questo motivo iniziative come quella monselicense vanno incentivate e promosse.”

    Le opere in concorso sono state 89, provenienti da varie regioni. Al primo posto si è classificata Nicol Ranci con il quadro “Piedipinna morta, ma non troppo” con la seguente motivazione:”E’ un’opera originale, curiosa, arcaica e primitiva, a tecnica mista appartenente alla corrente post informale e post espressionista che fa riflettere”. La composizione utilizza l’antica carta stropicciata sulla quale è stata disegnata una narrazione pittorica utilizzando la grafica primitiva, intrisa di citazioni coloristiche ben distribuite.
    Al secondo posto si è classificato Murer Cirillo di Treviso con l’opera ‘Essenzialità’ con la seguente motivazione:“Figura geometrica di grande resa. La stesura del colore è eccellente”.
    Al terzo posto si è piazzato Giuseppe Fochesato di Schio con l’opera “Luce del mattino” con la seguente motivazione:”Si respira una luce penetrante che invade lo spazio inanimato riempiendolo di significato…”.

    1° Premio: NICOL RANCI
    2° Premio: CIRILLO MURER
    3° Premio: GIUSEPPE FOCHESATO

    Al secondo posto si è classificato Murer Cirillo di Treviso con l’opera ‘Essenzialità’ con la seguente motivazione:“Figura geometrica di grande resa. La stesura del colore è eccellente”.
    Al terzo posto si è piazzato Giuseppe Fochesato di Schio con l’opera “Luce del mattino” con la seguente motivazione:”Si respira una luce penetrante che invade lo spazio inanimato riempiendolo di significato…”
    © A cura di Flaviano Rossetto