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  • L’alluvione del Polesine nel libro di Francesco Jori

    L’alluvione del Polesine nel libro di Francesco Jori

    Venerdi 10 dicembre 2021 al parco Buzzaccarini di Monselice è stato presentato il libro I giorni del diluvio scritto dal giornalista Francesco Jori, autore di una mostra sullo stesso argomento a Rovigo. L’autore con l’aiuto di filmati spiega la tragedia precisando che il polesine degli anni ’50 del secolo scorso era un territorio estremamente povero. La gente viveva in capanne coltivando i campi. Il 14 novembre 1951 – dopo 10 giorni di pioggia – alle 8 di sera si verificano tre rotte degli argini del Po che allagarono 10.000 ettari di terreno. Adria viene colpita in pieno. L’economia agricola viene distrutta. Tutti fuggono e si radunano sugli argini dei canali. Si calcola che gli sfollati siano stati quasi 180.000 persone provenienti da 51 comuni del basso veneto. Le vittime furono un centinaio.

    Jori dedica ampio spazio al giornalista GA Cibotto autore di un fortunato libro nel quale racconta il dramma delle popolazioni polesane.

    Tra i politici che si adoperano per alleviare le sofferenze della popolazione troviamo Lina Merlin che si insedierà direttamente nel comune di Adria.

    Monselice è stato uno dei primi comuni che ha soccorso agli sfollati, addirittura molti monselicensi accolsero nelle loro abitazioni molti polesani in fuga. Un libro da leggere

  • La scrittrice monselicense Irene VISENTIN presenta il suo secondo libro horror ‘Buie’

    La scrittrice monselicense Irene VISENTIN presenta il suo secondo libro horror ‘Buie’

    Sabato 4 dicembre 2021, alla Loggetta, Irene Visentin, ha presentato il suo secondo libro “Buie”, edito da Augh! Edizioni. L’opera contiene otto storie che raccontano le vicende horror di altrettante donne che vivono storie e situazioni surreali. ‘Scrivo per vincere la paura del buio’ – ha precisato Irene – che gioca tra evocazioni demoniche e fantastiche per sfuggire alla vita ordinaria. “Buie” propone vicende dalle tinte grottesche nel tentativo di abbellire questa esistenza che si svolge tra tante ombre e poche certezze. Spesso -tra le pagine del libro –  si intuisce  l’esistenza di un mondo parallelo che proietta nel nostro quotidiano ogni violenza.

    A chi le chiede perché i personaggi del suo libro sono solo donne risponde che il genere femminile è quello che soffre di più e che nel tempo, suo malgrado, ha acquisito una familiarità con il sangue e il dolore. Le donne quindi sono le protagoniste ideali per le sue storie surreali.

    Tanti i monselicensi che hanno partecipato alla presentazione dl libro, coordinata da Silvia Boschetto

    Non ci resta che complimentarci con la giovane scrittrice a cui l’aria di Monselice suggerisce trame oscure e violente che sollecitano la sua e nostra fantasia. Buona fortuna Irene.

     

  • Allo scrittore Paolo Malaguti il premio speciale del Brunacci 2021

    Allo scrittore Paolo Malaguti il premio speciale del Brunacci 2021

    Questa mattina (domenica 14 novembre 2021) il Comune di Monselice ha assegnato il premio Brunacci allo scrittore monselicense Paolo Malaguti -finalista al premio campiello – per il libro  Se l’acqua ride. Torino, Einaudi 2020.

    Motivazioni: Il libro di Paolo Malaguti, Se l’acqua ride, è un romanzo di formazione  che narra la storia di un ragazzino il quale vive l’esperienza dei barcari di Battaglia nei primi anni Sessanta. L’ambientazione particolare (le vie fluviali da Cremona a Trieste, da Ferrara a Treviso), il tipo di lavoro (ora scomparso), la rievocazione di un mondo collaterale contadino (ma con spinte impellenti verso l’industrializzazione forzata), la collocazione temporale (si immagina un salto all’indietro di più di cinquant’anni ) ne fanno però anche una sorta di romanzo storico, che ricostruisce una delle fasi più complesse del secondo dopoguerra: quella del boom economico e del mutamento epocale dei costumi di una regione, il Veneto, e per traslazione dell’Italia tutta.

    L’opera ha diverse qualità di stile e di racconto che rivelano uno scrittore più che promettente, già compiuto, nonostante l’età ancora giovanile, il quale  pur servendosi di un italiano elegante e ricco di succhi non si perita di inframmezzarlo con termini dialettali veneti e con lacerti di un lessico tecnico in uso tra battellieri e cavallanti (ormai più o meno estinto): il che dimostra anche un certo gusto di documentazione e di ricerca storica che piace per il colore locale e il gusto di salvaguardare un linguaggio al limite del gergo. Anche il titolo del libro, Se l’acqua ride, è legato al motto privatissimo dei battellieri “se l’acqua ride, il burcio piange”: vale a dire che se l’acqua gorgoglia c’è un inciampo, un basso fondale che può danneggiare il barcone.

    La storia narrata riguarda la maturazione di Ganbeto (soprannome del protagonista, in realtà un ferro ricurvo che fissa la catena dell’ancora, per similitudine associato alla magrezza del personaggio) attraverso le sue avventure fluviali, specie lungo Brenta e Bacchiglione al seguito del nonno e del padre come morè (mozzo di bordo). Il nonno porta un nome parlante (nomen omen), Caronte, ed è  l’effettivo accompagnatore- istruttore del giovane barcaro alle prime esperienze.

    In queste peregrinazioni con carichi ora di trachite, ora di grano, ora di farina Ganbeto matura e diventa uomo alla rude scuola del nonno, mentre il padre è costretto alla fine a piegarsi alla dura scelta del lavoro in Fabbrica (non mai denominata, ma sicuramente la Galileo del paese) per avere quel minimo di sicurezza economica che ormai il lavoro del barcaro non può più dare. E in questo vagabondare di argine in argine, di approdo in approdo Ganbeto sperimenta anche i primi trasalimenti d’amore, le prime esperienze sessuali, muovendo verso la fine della sua adolescenza. Che è anche, emblematicamente e poeticamente, la fine di un mondo arcaico.

    Il racconto di Malaguti cerca di riprodurre il sapore di un’epoca passata e di una regione che si è trasformata per rapida e quasi incontrollata evoluzione, collocandosi in  continuità ‘emotiva’ con la narrativa  veneta che l’ha preceduto di qualche decennio, cosicché è facile ritrovare in lui (perché è operazione voluta) l’impronta scrittori quali Luigi Meneghello, Goffredo Parise e Ferdinando Camon.   [Antonio Daniele]

    Complimenti a Malaguti e a tutti gli scrittori

     

  • Ricordando l’alluvione del Polesine del 1951

    Ricordando l’alluvione del Polesine del 1951

     

    Sono passati settant’anni da quel nefasto 14 novembre 1951 durante il quale il Po ruppe gli argini ad Occhiobello provocando l’alluvione del Polesine.  Alla fine si contarono 100 vittime e 180mila senza una casa, che si spostarono nella nostra provincia . 
    Monselice venne invasa dagli sfollati. Subito si scatenò la macchina della solidarietà, tutti si prodigarono per ospitali, nelle scuole o nelle case di molti generosi cittadini. Lo stato istituì nella nostra città un grande centro di coordinamento destinato a prestare i primi soccorsi. L’amministrazione comunale, retta dal sindaco Giuseppe  Bovo, si prodigò in ogni modo per trovare una casa alle migliaia di sfollati arrivati a Monselice anche con gli animali a seguito. Anche la macchina  statale si attivò subito cercando di alleviare le sofferenze di tanti polesani. Moltissime le personalità che accorsero a Monselice per solidarizzare con gli sfollati, tra questi anche il Presidente Luigi Einaudi, come si vede nel filmato sottostante. 
    Il dramma è ben documentato dai filmati della Rai e dalle immagini  dell’archivio storico del Gazzettino che ritraggono intere città invase dalle acque. Quella fu per il Veneto un evento di proporzioni catastrofiche, l’acqua flagellò la provincia di Rovigo ma anche il territorio di Cavarzere, nel Veneziano, causando, tra l’altro,  la morte di magliaia di bovini. 
     
     
     
     
     
     
     
    Tra i tanti che descrissero il dramma ricordiamo il nostro GA Cibotto con le sue cronache dell’alluvione che lo resero celebre in tutta Italia.

    Molte le iniziative che ricordano il triste anniversario, tra tutte ricordiamo la presentazione di un libro specifico di Francesco Jori  in programma al parco Buzzaccarini e una grande mostra a Rovigo commentata nel link sottostante

    https://www.ilrestodelcarlino.it/rovigo/cronaca/alluvione-14-novembre-1951-polesine-mostra-1.7001341

     

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  • Presentato a Monselice il ‘Cammino di Sant’Antonio’

    Presentato a Monselice il ‘Cammino di Sant’Antonio’

    Sabato 6 novembre 2021 è stato presentato alla Loggetta un docufilm sul ‘Cammino di Sant’Antonio’, durante l’incontro sono intervenuti il regista Michele Carpinetti e Giannino Scanferla.  Il Cammino di Sant’Antonio è un itinerario religioso che unisce Padova al Santuario de La Verna e comprende un numero di tappe variabile da 21 a 23, in base al punto di partenza (Venezia, Santuari Antoniani di Camposampiero o Padova). Ora il cammino si è allungato e tocca anche il sud Italia. Sul sito ufficiale ci sono  tutte le informazioni utili per percorrerlo  [ clicca qui ]

    E’ noto che Sant’Antonio di Padova ha trascorso parte importante della sua vita in Italia, attraversando diversi luoghi oggi uniti dal Cammino di Sant’Antonio, che segue a ritroso le località segnate dal pellegrinare del frate portoghese. Il percorso è segnato da numerosi cartelli che indicano la via ai numerosi volontari/pellegrini che lo percorrono, spinti da motivazioni religiose e ambientali. 

    La prima parte del percorso (Camposampiero – Basilica del Santo a Padova, 24 km) è detta anche “Ultimo cammino” e coincide con la strada che sant’Antonio morente percorse, su un carro trainato da buoi, per il suo desiderio di morire in convento a Padova.
    La tratta successiva, di quasi 160 km fino a Bologna, è praticamente pianeggiante e si copre in 7-8 giorni. Nella terza parte, da Bologna fino al Santuario della Verna, il dislivello è maggiore e il percorso prevede una serie continua di saliscendi. Il Cammino attraversa diversi parchi naturali e zone protette per un totale di 109 km. Come in tutte le tradizioni di pellegrinaggio, anche per il Cammino di Sant’Antonio i frati rilasciano ai pellegrini in partenza una credenziale, sulla quale vanno apposti i timbri delle tappe visitate.

    A Monselice convergono  numerosi ‘cammini’ – quasi un crocevia – del pellegrinaggio supportati da numerose associazioni e dall’intraprendenza di Riccardo Ghidotti. Ricordiamo in questa sede quelli religiosi e cioè i 4 antichi cammini europei : Vie Romea Germanica e  Romea Strata, il Cammino di Santiago e di Sant’Antonio. Non solo, il colle della Rocca è anche meta di pellegrinaggio per la presenza del Santuario Giubilare delle Sette Chiese. Un primato che porta ogni anno a transitare per Monselice viandanti e pellegrini che giungono qui a piedi, a cavallo e in bici. Tutti però privilegiano un turismo lento alla scoperta di paesaggi e borghi insoliti.

    Mai come in questi ultimi anni si è assistito alla prolificazione di tante iniziative che privilegiano i percorsi alternativi, alla scoperta di luoghi lontani dal turismo tradizionale. Le motivazioni dei ‘camminatori’ sono diverse (turistiche, religiose, ambientalistiche…) non mancano neppure i personaggi folcloristici che animano le vie delle città con animali al seguito. 

    Crediamo che il miglior modo per riscoprire l’Italia ferma nel tempo – quella più autentica – consista nel percorrere uno dei tanti  Cammini del nostro Paese. Ci sono le vie dedicate ai santi, i percorsi sulle tracce dei briganti, la Via Appia, la Via Francigena, la Via degli Dei e le strade secondarie che portano alla scoperta dei borghi, delle fortezze e della natura incontaminata.  In ogni caso sono tutti benvenuti a Monselice.   

     

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  • Premio Opsicella a Don Marco Gallante

    Premio Opsicella a Don Marco Gallante

    Sabato 23 ottobre 2021 nella Pieve di Santa Giustina, l’Amministrazione comunale ha conferito il premio Opsicella a Don Marco Galante, per il suo impegno all’ospedale, accanto ai malati di covid nel peggior periodo della pandemia.
    Don Marco Galante, cappellano in un Covid hospital del padovano, ha confidato a Francesco in una lettera che molti malati offrono la loro sofferenze per le intenzioni del Pontefice. “È un modo per combattere l’insensatezza del male”, racconta il sacerdote a Vaticannews
    “La mia è stata una risposta a una chiamata”. Così don Marco Galante, cappellano dell’Ospedale “Madre Teresa di Calcutta”, a Monselice, provincia di Padova e parroco di quattro comunità diocesane, racconta la sua esperienza come sacerdote accanto ai malati nel Covid hospital di Schiavonia. “L’intuizione – spiega – è stata del nostro vescovo Claudio Cipolla che mi ha chiesto se me la sentivo di dedicare 24 ore di servizio agli ammalati Covid e io gli ho risposto di sì”. Così, il sacerdote del padovano si è ritrovato a vivere in concreto ciò di cui Papa Francesco parla nell’enciclica Fratelli tutti. “Di fronte al dolore del fratello, non possiamo girarci dall’altra parte e così a nome della Chiesa sono rimasto accanto a queste persone per un mese intero, notte e giorno, e poi da dicembre andando tutte le mattine nei reparti Covid”.

    La telefonata da Casa Santa Marta

    Dopo qualche tempo che aveva spedito una  lettera al Papa, don Marco ha ricevuto una telefonata inaspettata da Casa Santa Marta. “Devo dire che è stata una sorpresa che mi ha spiazzato. Io come carattere sono incline alle battute, allo scherzo, ma in questo caso non sono riuscito a proferire parola. Sentire la voce del Papa dall’altra parte del telefono è stato davvero un momento forte, ma sono contento che non sia stata una telefonata rivolta alla mia persona, ma alla realtà dell’ospedale in cui vivo e lavoro insieme a tante altre persone, quindi è stata una benedizione per tutti”. Una battuta però è riuscito a farla il Papa: “Quando ho sentito chi era ho esclamato: mamma mia! Papa Francesco mi ha detto che non era la mia mamma, ma era il Papa e si è messo a ridere di gusto. Anch’io ho sorriso, però mi sono anche seduto perché è stato un momento molto bello, ma anche molto emozionante”.


     
     
     
     
  • Alla ricerca della storia del Torrione. Campagna di scavi 2021

    Alla ricerca della storia del Torrione. Campagna di scavi 2021

    Da un video disponibile nel sito del Castello di Monselice e dai giornali locali apprendiamo – con piacere – che sono in corso nuove indagini archeologiche sulla Rocca, condotte dai proff. Alexandra Chavvarria Arnau e Gian Pietro Brogiolo, autorizzate con intelligenza dagli amministratori del Castello di Monselice, sotto l’egida dell’Università di Padova.

    Secondo il prof. Gian Pietro Brogiolo la costruzione del torrione risale al 1230 ed è stata voluta da Federico II, come la prima cinta di mura che circoscrive il mastio. Successivamente i carraresi intervennero anch’essi sulle mura, le loro modifiche si notano perché utilizzavano dei corsi di laterizi, intervallandoli alla trachite.

    Prof. Brogiolo

    Gli scavi 2021 intendono fare luce sugli interventi precedenti ai progetti dell’imperatore, in linea di massima si ipotizza di indagare sulle strutture edilizie presenti tra fine dell’undicesimo ed inizio del tredicesimo secolo, che vede la ricostruzione della chiesa di Santa Giustina in forme monumentali, dotata di una comoda residenza per la collegiata, collegata ad una grande torre difensiva di 8 metri di lato. Dagli scavi del 1980 sappiamo che c’e’ stata anche una fase altomedievale con una chiesa più antica di modeste proporzioni risalente alla seconda meta del decimo secolo. La chiesa a sua volta prende il posto di un primitivo edificio religioso della meta/fine del sesto secolo. In quel periodo venne costruito anche il castello di Monselice, probabilmente dai goti o dai bizantini. L’indagine vuole far luce anche sui depositi protostorici depositati sul bordo sommitale della Rocca che lasciano intravvedere importanti scoperte.

    Mastio dell’Imperatore Federico II a Monselice

    Oppure nel link diretto
    http://www.monseliceantica.it/mastio-di-federicio-ii-a-monselice/

    Immagini e testi tratti dal sito del castello di Monselice, che ringraziamo per l’ottima iniziativa storica. 
  • Il capitello del ‘600 in via Vetta a Monselice

    Il capitello del ‘600 in via Vetta a Monselice

    Segnaliamo una importante testimoniaza della religiosità popolare monselicense: il capitello in via Vetta, 31. E’ molto antico, risale al ’600 ed è forse la struttura votiva più importante di tutto il territorio monselicense. E’ stato eretto in onore della Madonna in Trono con Bambino. Si trova presso la famiglia Barison. Anche se inserito nel suo cortile, il capitello risulta di proprietà del comune di Monselice perché era posto fino a qualche decennio fa sulla pubblica strada di via Vetta che passava davanti all’abitazione. Poi, con la costruzione del cavalcavia dell’autostrada, il percorso stradale si è spostato di una decina di metri e il tratto terminale della vecchia strada, col capitello, è stato acquisito dalla famiglia Barison. Merita una visita è una preghiera.

    Maggiori info nel libro di Romolo Brugiolo disponibili in PDF  https://www.ossicella.it/monselice/i-capitelli-di-monselice/

     

  • La storia della chiesa di Santo Stefano in un video di Ghidotti

    La storia della chiesa di Santo Stefano in un video di Ghidotti

    In occasione dell’ 8° centenario della morte del domenicano San Domenico. Riccardo Ghidotti per ricordare l’evento ha realizzato un bel video sulla nostra Santo Stefano, la bella chiesa dominicana di Monselice.
     
     
     
  • La vita del conte Ettore Arrigoni degli Oddi raccontata in un libro

    La vita del conte Ettore Arrigoni degli Oddi raccontata in un libro

    Sabato  10 luglio 2021 in  San Paolo a Monselice si è tenuta una giornata di studio sulla vita del conte Ettore Arrigoni degli Oddi durante la quale è stata annunciata la pubblicazione di un  libro sulla sua vita. E’ stata una bella iniziativa che ci ha permesso di conoscere la vita e gli studi di un nostro concittadino.  Autore del libro è l’avvocato Damiano Cappellari  che con tenacia e buona volontà ha ricomposto gli studi ornitologici del conte fondendoli con le vicende personali della blasonata famiglia. 

    Assai interessante la relazione di Leonardo Latella che ha presentato l’amico impagliatore del conte Vittorio Dal Nero [ qui ] noto tassidermista che accompagno e segui l’attività di studioso del conte.

    I conti Arrigoni degli Oddi sono stati sicuramente una delle famiglie più blasonate e autorevoli di Monselice. Sono stati anche i protagonisti della storia politica della città nei primi anni del Novecento e per qualche anno hanno retto le sorti amministrative e politiche del Comune: Oddo Arrigoni degli Oddi è stato sindaco due volte: dal 1899 al 1900 e dal 1905 al 1907; mentre il figlio Ettore lo è stato dal 1913 al 1914, per diventare poi deputato dal 1913 al 1921.

    Possedevano nel 1916 ben 400 ettari di terreno, quasi tutti nella omonima frazione. Il centro del loro ‘paesello’ è ancora occupato dalla villa padronale sorta sulle rovine di un piccolo castello. La massiccia e sontuosa costruzione, circondata da un parco secolare, sta per diventare un prestigioso luogo di ristoro per la città di Monselice. Sulla piazzola d’ingresso, ombreggiata da grandi platani, s’affaccia la chiesetta dedicata a San Giovanni Battista, nella quale sono raccolte alcune sepolture della famiglia. Di fronte cresce l’emblematica ‘povolata’, diventata ormai simbolo della frazione grazie a una popolare leggenda che parla della strega di Cà Oddo sepolta tra le sue radici.

    Attorno alla villa troviamo ancora i capaci magazzini a servizio della loro vasta proprietà. Un tempo erano il centro di un’intensa attività agricola che si svolgeva tra canti e danze rurali, ora invece sono immersi nei rumori metallici della vicina zona industriale che lentamente ha circondato il paesello.

    Purtroppo la documentazione archivistica conservata a Monselice sugli Arrigoni Oddi è molto scarsa, ma sufficiente per far conoscere alle giovani generazioni le vicende di una famiglia prestigiosa e importante, ora raccontata in una nuova pubblicazione che documenta la storia minuziosa del conte Ettore, uno scienziato di livello mondiale. In queste poche righe di introduzione tentiamo di riportare qualche fatto locale che completa la puntuale biografia fatta in questo libro da Damiano Cappellari.

    Nonostante il grande impegno scientifico per lo studio degli uccelli, il conte Ettore Arrigoni degli Oddi si appassionò fortemente anche alla politica come sostenitore del gruppo cattolico-moderato. Partecipò con successo alle elezioni comunali del maggio 1913 diventando subito assessore. Sarebbe stato designato Sindaco, ma egli, in previsione della sua candidatura politica (fu infatti eletto deputato nel nostro collegio il 26 ottobre dello stesso anno) preferì accettare la nomina ad Assessore con funzioni di Sindaco. Non potendo successivamente svolgere due incarichi tanto importanti si dimise dalla carica di Sindaco, ma non dal Consiglio comunale.

    Alle elezioni politiche del 1913, le prime in Italia a suffragio semi-universale con la definitiva sospensione del “non expedit” consacrata dal patto Gentiloni, il conte Ettore uscì vincitore, grazie all’appoggio dei popolari e alla sua ottima reputazione di “nobile possidente, alla fama di docente universitario di ornitologia: corteggiato dal ‘gentil sesso’, attivo militante dei comitati parrocchiali e diocesani”, precisava lo storico Celso Carturan nel secolo scorso. Come deputato profuse ogni sforzo per aiutare i propri concittadini e le loro attività lavorative. Tra le molte iniziative riportiamo quella del 21 marzo 1920 nella quale il sindaco di Monselice chiese l’interessamento dell’on. Ettore Arrigoni degli Oddi affinché fossero concessi alla cava di trachite dell’ing. Bonivento “almeno 5 carri ferroviari al giorno in luogo dei 3 giornalieri assegnatigli per il trasporto del materiale petroso”.

    Durante il periodo bellico il conte diventò il punto di riferimento dell’Amministrazione comunale per ogni richiesta logistica al Governo di Roma. Fu lui a svelare al Comune il piano di evacuazione che sarebbe scattato nel caso in cui gli austriaci avessero sfondato a Caporetto e a tranquillizzare la popolazione. Nei piani segreti dei militari italiani il Comune di Monselice doveva essere trasferito a Prato, mentre le campagne dovevano essere allagate con la rottura degli argini dell’Adige. Con una nota riservata anticipò al sindaco Bonacossi le azioni che i generali avrebbero predisposto rasserenando politici e monselicensi.

    I documenti d’archivio conservano una nota, scritta nella sua casa di Ca’ Oddo negli ultimi giorni di maggio 1915 con la quale invitava il sindaco di Monselice a costituire un comitato di preparazione civile a sostegno delle famiglie dei militari al fronte. Nell’accorata e patriottica lettera l’onorevole Conte sottolineava che: “..tutti devono dare qualche soccorso di denaro, di oggetti, di opera per la guerra. Tutti devono comprendere che questa è l’ora delle rinunzie e dei sacrifici; che questa è l’ora della solidarietà nel bene, che ogni sciupo di energie e di mezzi deve, da coloro che hanno e possono, essere speso a vantaggio delle famiglie a cui il servizio della Patria toglie il loro sostegno”.

     Il sindaco rispose prontamente al Conte assicurando il buon funzionamento del Comitato, precisando che avrebbe compiuto ogni sforzo per “le famiglie dei nostri valorosi che la patria chiamò al servizio delle armi’.  Gli Arrigoni degli Oddi furono naturalmente tra i maggiori sostenitori del Comitato monselicense. Da un elenco di 156 offerenti, al primo posto troviamo il conte Ettore Arrigoni degli Oddi con 500 lire, mentre le contessine Oddina e Vanda contribuirono con 5 lire ciascuna.

    Dalle sue note a contenuto sociale riportiamo la ‘lettera’ al Commissario Generale per gli approvvigionamenti alimentari con la quale lo si invitava ad elargire ai monselicensi una somministrazione straordinaria di farina per le festività del 1° novembre 1920. Determinate fu il suo interessamento per la costruzione della chiesa di Ca’ Oddo, edificata sui suoi terreni.

    Questa pubblicazione colmerà un vuoto della storia di Monselice e contribuirà a far conoscere i meriti scientifici del Conte Ettore: uno dei protagonisti dello sviluppo dell’ornitologia (scienza che studia gli uccelli) nel mondo. Sappiamo che moltissimi studenti universitari di quel tempo si sono laureati proprio con i suoi libri. Un grande scienziato quindi che porta onore alla nostra cittadina.

    Peccato però che nulla del suo archivio sia rimasto a Monselice. Voglio sperare di poter  recupere qualcosa, magari una piccola vetrinetta da collocare nel patronato della frazione a ricordo della sua attività di studioso e di deputato al parlamento italiano.

    Ora il ‘fascino’ degli Arrigoni Oddi è quasi svanito e anche la loro antica residenza è stata depredata dei preziosi reperti scultorei antichi e romani. Il voluminoso archivio e la ricca biblioteca sono stati portati altrove, rompendo per sempre un rapporto secolare con il territorio di Monselice.

    Rimane l’amarezza, per chi percorre l’antica strada che tocca la loro villa, di aver perso un pezzo della nostra storia, della nostra identità di monselicensi. Speriamo che questa nuova pubblicazione riesca a riconciliarci con il nostro passato.

    ALLA SCOPERTA DEL CONTE ETTORE ARRIGONI DEGLI ODDI
    di Damiano Cappellari (Tratta dal libro)

    Il Conte Carlo Giulio Ettore Arrigoni Degli Oddi nacque a Ca’ Oddo di Monselice il 13 ottobre 1867 e morì a Bologna il 16 febbraio 1942. Viene considerato, unanimamente, il padre dell’Ornitologia italiana. Figlio del Conte Oddo Arrigoni degli Oddi, ornitologo e politico padovano
    (fu per due mandati anche Sindaco di Monselice) e della bergamasca Contessa Maria Giovanna Piazzoni di Castel Cerreto, all’età di 17 anni era già in contatto epistolare con il più grande naturalista italiano, Enrico Hillyer Giglioli, zoologo di fama europea, professore all’Università di
    Firenze e fondatore della Collezione centrale dei vertebrati italiani.
    Il Conte Ettore, dopo avere frequentato il liceo “Tito Livio” di Padova ed avere conseguito la licenza liceale al “Pigafetta” di Vicenza, si laureò non ancora ventitreenne in Scienze naturali nell’Ateneo patavino. Libero docente di zoologia nella stessa Università fin dal 1897, collezionò una serie di prestigiosi riconoscimenti europei fino alla pubblicazione, nel 1902, della più completa opera di ornitologia che fosse mai apparsa in Italia dal titolo “Atlante Ornitologico – Uccelli europei”, per i tipi di Ulrico Hoepli Editore Milano. Una sintesi di tutto lo scibile disponibile all’epoca in materia di ornitologia, grazie anche alla fittissima rete di corrispondenza tenuta assiduamente con i più importanti ornitologi italiani ed europei.
    La sua collezione, circa 35mila esemplari di uccelli montati ed in pelle, custodita un tempo a Ca’ Oddo di Monselice, nella amatissima Villa avita, e dal 1937, per sua espressa disposizione, nel Museo zoologico di Roma (quella del padre Oddo si trova invece al Museo di Scienze Naturali di
    Pordenone), era il suo più grande orgoglio e la fonte primaria dei suoi studi, assieme alla ricchissima biblioteca, donata nel 2019, per volere degli eredi, all’Archivio di Stato di Padova.  Ettore fu prosindaco di Monselice e poi deputato dal 1913 al 1921.
    Nel 1929 dette alle stampe la summa del suo sapere ornitologico; un’opera monumentale e ricchissima sull’avifauna europea, ancora oggi oggetto di studio ed ineguagliata nella descrizione minuta degli uccelli. Ma non solo, l’Arrigoni degli Oddi era appassionato cacciatore, nella sua immensa tenuta di Valle
    Zappa (Venezia) e in giro per l’Italia e l’Europa (si spinse fino al Polo Nord) compì numerosi viaggi
    venatori di studio per conoscere ed approfondire tutti gli aspetti dell’avifauna europea che poi
    sarebbero confluiti nelle sue opere ricercatissime; famosi, tra gli altri, furono il suo viaggio in
    Spagna e quello in Sardegna nel 1902, con naufragio finale, di cui diedero ampio resoconto anche i
    principali quotidiani dell’epoca.
    Damiano Cappellari, appena finita la fatica del volume “Alla scoperta del Conte Alessandro
    Magnaguti, l’ultimo cavaliere dei Gonzaga”, uscito per i tipi de “Il Rio” di Mantova nell’autunno
    del 2019 e in seconda edizione nella primavera 2020, si è cimentato subito, senza riposo, durante
    questi mesi e nonostante le restrizioni dovute al Covid, nel viaggio storico-geografico alla scoperta
    del Conte Ettore Arrigoni degli Oddi.
    In c.a 800 pagine suddivise in 150 capitoli, è riuscito a radunare innumerevoli documenti
    (manoscritti, epistolari, attestati ecc.) e foto completamente inediti del Conte e sul Conte padovano,
    setacciando in maniera certosina ma spesso virtuale per via del Corona virus, aiutato in questo dal
    Prof. Beneamino Bettio di Rubano (Padova), gli Archivi di Stato, i Musei di Scienze Naturali e le
    biblioteche anche universitarie di mezza Italia (Padova, Milano, Roma, Verona, Trento, Pordenone,
    Forlì, Jesolo, Rovereto, Ala, Zagabria ecc.) che ci consentono di spaziare su di un vasto ed
    accuratissimo affresco non solo del grande ornitologo e di tutta la sua vita privata, ma anche della
    storia padovana dalla fine dell’Ottocento alla Seconda Guerra Mondiale, con continui e seducenti
    flash back storico-culturali che si spingono fino a Firenze e alla Toscana.
    Il Conte Ettore, infatti, aveva sposato la Contessa Marianna di San Giorgio, nipote della famosa
    ornitologa e malacologa Marianna Panciatichi Ximenes D’Aragona Paulucci, nuora di quel
    Marchese e generale Filippo Paulucci delle Roncole, amico dello Zar Alessandro I, Governatore di
    Riga, citato da Tolstoj in “Guerra e Pace” e protettore di Puskin…
    Damiano Cappellari, però, non si è limitato a scovare una montagna di carte e poi a ripercorrerle nel
    suo libro, al fine di evocare il genius loci del Conte, ha ascoltato parenti e visitato le sue splendide
    dimore, reperendo oggetti personali, quadri, sculture che facevano parte del lussuoso ed incantato
    mondo della nobiltà veneta e toscana del secolo scorso, per contestualizzare il più possibile la vita
    del grande ornitologo sia storicamente che culturalmente.
    Potremmo scoprire tuttavia, nelle pagine del libro, che nonostante gli strepitosi successi nel campo
    della scienza ornitologica, il Conte fu purtroppo sfortunato nella vita privata. La prima moglie,
    Contessa Berta Camerini, morì infatti a soli 25 anni di malattia polmonare; dalla seconda moglie, da
    cui si separò negli anni Venti, Marianna di San Giorgio detta Mimì, ebbe tre figli, Oddo, morto in
    fasce, Vanna, morta a vent’anni a cui il Conte dedicò la Villa di Sarmeola di Rubano, una
    fondazione ed un premio letterario, ed infine Oddina, unica a proseguire la prosapia della nobile
    famiglia padovana unendosi al Principe don Francesco Ruffo di Calabria e lasciando, per sempre, la
    dimora avita di Ca’ Oddo.
    Ma non basta, il Conte Ettore ebbe anche dolorose vicissitudini giudiziarie con i propri
    amministratori e collaboratori, tra cui l’avv. Paolo Toffanin di Paodva, molto intimo del Farinacci,
    che, negli anni Venti del Novecento, lo denunciò per diffamazione. Per fare valere le proprie ragioni
    contro il Conte Arrigoni degli Oddi, il Toffanin si era fatto assistere dai migliori avvocati d’Italia,
    tra cui il Ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco, il padre del nostro Codice Penale, e
    Francesco Carnelutti, uno dei più titolati principi italiani del foro.
    Il Conte Ettore Arrigoni degli Oddi risultò però vincitore in ogni grado di giudizio fino in
    Cassazione, contro un team di avvocati agguerritissimo; tra i testi comparirono i nomi più
    altisonanti dell’epoca, come padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica di Milano,
    e Giuseppe della Torre, all’epoca Direttore dell’Osservatore Romano. Nel libro il Cappellari riporta
    integralmente le loro testimonianze, fornendoci uno spaccato delle aule giudiziarie del tempo
    notevole interesse.
    Le sciagure della vita privata (come furono da lui definite) trovavano un diversivo e un’isola di pace
    solamente nello studio e nella splendida collezione ornitologica, unica in Italia; tuttavia il Nobile
    padovano nel 1931 dovette essere ricoverato in una casa di cura a Bologna per forte esaurimento
    nervoso. Cappellari, nella sua ricerca, è riuscito a reperire documenti relativi anche a questo periodo
    buio, durato fino al 16 febbraio 1942, data della morte del Conte.
    L’intento dell’autore è chiaro: unire le due anime del Conte Ettore Arrigoni degli Oddi, quella ornitologico/collezionistica e quella venatoria, in un unico contesto, quando questi due mondi potevano, con la logicità dell’epoca, andare di pari passo; e ciò risulta facilitato dall’artificio letterario utilizzato dal Cappellari per scrivere la sua opera, la forma diaristica in presa diretta, che se da un canto consente leggerezza alla narrazione, pur nella rigorosa fedeltà storica, dall’altro risulta intelligente ed affascinante escamotage per destare l’interesse anche dei non addetti ai lavori.
    Da ultimo rilevo che questo volume, dopo quasi 80 anni dalla scomparsa dell’Arrigoni, è la prima opera biografica a lui interamente dedicata e quindi, indubbiamente, molti furono quelli che si dimenticarono di colui che non solo diede i natali all’ornitologia italiana ma fu anche uno dei più
    famosi ed apprezzati naturalisti europei del Novecento.
    Di ciò dobbiamo ringraziare l’acume investigativo, la tecnica storica e l’inchiostro luminoso del Cappellari perché è riuscito a colmare, in poco meno di cinque mesi e a tempo quasi scaduto, una lacuna alquanto imbarazzante per il mondo della scienza e della cultura italiana, che qui trova
    compiuta risposta e degno monumentum. Trento giugno 2020. Demian Planitzer