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Quadreria e storia della chiesa di San Martino in Monselice

Antica cappella (sec. X) appartenente al monastero benedettino di S. Giustina in Padova, subì nel tempo un degrado che s’arrestò solo alla fine del ‘600, quando ne venne ampliata l’aula (1682) e risistemati gli altari, dal 1713 in numero di cinque. Nel 1749 il vescovo Rezzonico, poi papa col nome di Clemente XIII, consacrò il rinnovato edificio con l’altar maggiore già ultimato per mano della bottega di Giuseppe Bernardi detto il Torretto (autore in prima persona delle due belle e volitive statue di S. Martino di Tours e di S. Gregorio Barbarigo), che curò insieme la ricomposizione degli altari laterali, con mensa rettangolare, paliotto e trabeazione superiore su colonne in diaspro rosso, frontone spezzato da volute e decorato con figure di Virtù. Altrettanto degno d’attenzione l’originale ciclo pittorico da poco ottimamente restaurato per merito della Contrada e dell’Associazione San Martino. Una serie di dodici quadroni raffigura gli Apostoli, la cui paternità, oggetto d’approfondimento, sembra doversi attribuire a Vincenzo Damini (1670-1750), un pittore veneto, figlio del più famoso Pietro, trapiantatosi in Umbria ed operante come ritrattista in Inghilterra; pure le tre finestre del presbiterio e quella in controfacciata sono incorniciate da pennacchi con varie raffigurazioni presumibilmente della stessa mano, mentre gli altri dipinti del presbiterio con due ampi teleri sarebbero da avvicinare ai modi di Gaspare Diziani (1698-1767). Di minori artisti le pale agli altari laterali e quella, secentesca, dedicata al titolare S. Martino rappresentato, secondo la classica iconografia, mentre divide il proprio mantello di soldato con un povero. Oggi la chiesa è officiata dalla parrocchia del Duomo Nuovo per matrimoni e durante alcuni eventi canonici dell’anno liturgico, come i fioretti di maggio; è aperta nel contempo a manifestazioni culturali mostre e concerti, affollata in modo speciale il 13 dicembre, festa amatissima di S. Lucia e del suo «pane» bene augurante a forma di occhio con quattro raggi, una devozione radicata in tutto il monselicense e legata alla lavorazione della trachite, un’attività assai diffusa nel passato ma ormai dismessa con la scomparsa degli scalpellini e degli spaccapietre Questa chiesa fu anche sede parrocchiale per la zona periferica del sud est di Monselice fino al 1919, quando divenne cappellania della parrocchia di Santa Giustina. Vicino alla chiesa risiedeva un cappellano che aveva una propria canonica, in Via Tassello. Durante il periodo di mons. Gnata la chiesa subì piccole trasformazioni ma non ebbe nel contempo una sufficiente manutenzione, perché il cappellano – che doveva badare anche alla grande parrocchia – doveva conferire le offerte raccolte alla fabbriceria del duomo. La più importante modifica fu verso il 1927, quando il cappellano don Riccardo, fece trasformare il vano a sinistra riservato al pulpito, in una cappelleria dedicata alla Madonna. Per accedere al pulpito vi era una scaletta, entro il muro, la cui porta di partenza è ancora visibile. Il pulpito, aggettante verso la navata, aveva una balaustra in pietra tenera policroma. Per la trasformazione fu tolta la scala, chiusa la porta di arrivo, la balaustra fu messa come altare, fu costruito un soffitto a botte – abbassato rispetto al portale esistente – e così si ottenne una piccola cappella di aspetto gradevole (come riscontro si potrà controllare l’altare e si potrà vedere che le sagomature dell’ex copertina della balaustra sono ora corrette da liste di legno per dare linearità all’ara). Finita l’ultima guerra, nel 1946 a ricordo dello scampato pericolo (molto vicino alla chiesa erano cadute bombe che avevano portato morte e distruzione), i sanmartinesi decisero di sistemare un po’ l’interno della chiesa che era allora in condizioni squallide: furono sostituiti i fìnestroni di legno con altri di ferro (purtroppo, per risparmiare, furono fatti fissi per cui, chiusa la chiesa per dismissione, non essendovi nessuna o poca aerazione, l’umidità interna si condensava sui gradini di marmo degli altari rovinandoli, specie quelli a nord), furono eseguiti rappezzi di intonaco, tutta la chiesa fu tinteggiata e furono eseguite le decorazioni oggi esistenti della cappella della Madonna.  Autore delle tinteggiature e delle decorazioni fu Augusto Manfrin uomo dalle molti doti positive – arte, bontà, intelligenza – ma talmente schivo che non ha mai reclamizzato le sue capacità di pittore, poeta, commediografo, per cui viveva facendo solo l’imbianchino. Durante quei lavori furono tolti anche quattro lampadari, pendenti dal soffitto, del tipo a goccia di Murano, molto belli ma che non si adattavano in modo armonico nel contesto della chiesa, furono depositati nella soffitta della canonica di san Martino e venduti dopo diversi anni. Quei lampadari erano stati regalati da una associazione femminile poco dopo la fine della prima guerra mondiale. Iniziato l’accorpamento alla parrocchia del Duomo Nuovo, San Martino fu usata come chiesa dei defunti perché là si celebrarono tutti i funerali del paese fino a che non furono costituite le altre tre nuove parrocchie. Verso gli anni ’50 mons. Cerato provvide a qualche consolidamento statico della chiesa: furono fatte le sottofondazioni all’angolo della sacrestia sito verso la scalinatella che mena in Via Tassello, fu aggiustata con mascelle di rinforzo una capriata centrale della navata, furono eseguiti rappezzi al manto dei coppi. Finita l’epoca dei funerali. San Martino fu usata molto saltuariamente: fioretti nel mese di maggio, festa del Santo l’undici novembre, festa di Santa Lucia il 13 dicembre. In quest’ultima festa, di vecchia tradizione, viene benedetto e distribuito il “pane di Santa Lucia” rappresentante un bulbo oculare con quattro ciglia, è un pane dolce e leggero la cui miscela è tenuta da sempre gelosamente segreta dal panificatore; dopo la creazione della parrocchia del SS Redentore che ha ereditato quasi dei tutto l’ex riparto di San Martino, la celebrazione della festa di Santa Lucia viene fatta in due chiese: San Martino appunto e SS Redentore. La chiesa di San Martino in circa tre lustri di semiabbandono si degradò in modo veloce e si evidenziarono gravi deficienze statiche specie nei tetti. A questo punto è giusto ricordare che se non vi fossero state l’insistenza di continue proteste e la costante opera di pulizia e arieggiamento della chiesa fatte dai coniugi Giacomina e Armando Bonantini, San Martino avrebbe subito gravi danni con la caduta parziale del tetto, come poi è stato costatato nei restauri. Dio volle che alla fine degli anni ’80 vi siano state coincidenze fortuite che hanno portato al restauro totale dell’immobile, salvando così la chiesa. Un tecnico della soprintendenza di Venezia originario del rione di San Martino, chiese alle autorità religiose e civili di Monselice la loro disponibilità e il loro aiuto per l’iter burocratico necessario per il restauro della chiesa. Subito vi fu un consenso generale e così la Soprintendenza iniziò le pratiche per poi poter fare i lavori necessari a carico dello Stato. Mons. Arciprete chiese aiuto per la bisogna ad un tecnico locale specializzato in lavori e procedure per il riatto delle opere antiche, questi diede subito il suo aiuto elaborando le pratiche e le documentazioni necessarie; così la Soprintendenza con una spesa complessiva di 350 milioni di lire, divise in tre lotti e quindi con tre diverse pratiche, provvide ad eseguire tutte le opere per il riuso di San Martino. Restaurata la chiesa, nacque l’associazione “San Martino” che,  provvide al completamento delle opere (tinteggiature, impianto elettrico, restauri di tutti i dipinti) in modo che questo tempio è ora una attrattiva storico culturale della città di Monselice. Il tecnico della Sovrintendenza ai monumenti di Venezia  nato a Monselice da dove partì per Padova ove attualmente risiede. Il tecnico locale specializzato nei restauri monumentali è lo scrivente. I lavori di restauro ebbero un lungo iter burocratico, iniziarono nel febbraio 1983 e terminarono nel maggio 1990. Molti si interessarono con diverse relazioni presso la parrocchia del Duomo di Monselice, proprietaria dell’immobile e presso la Pubblica Autorità perché la chiesa rappresenta un patrimonio storico ambientale di rilievo a Monselice. La prima relazione tecnica, lunga e dettagliata, spedita alla proprietà e al Comune risale al 1983. Nel 1984 vi fu una istanza al comune. Nel 1987 vi fu un’altra istanza alla Parrocchia- vedi allegati 11 fogli del carteggio. Nel 1988 finalmente si presenta in parrocchia e in comune il geometra Parisien chiedendo di fare un restauro monumentale nel suo paese d’origine perché la Sovrintendenza aveva a disposizione dei fondi. Fu così che parrocchia e comune assieme, presero in mano tutta la documentazione già in loro possesso riguardo a san Martino. Fu chiamato lo scrivente che diede il suo contributo per istruire le pratiche necessario: foto, disegni, relazioni tecnico storielle. I lavori si svilupparono in tre lotti con tre pratiche distinte. Primo lotto: perizia del 6 aprile 1988 di lire 105 milioni (rifacimento totale del tetto chiesa e della cuspide del campanile). Secondo lotto: perizia del 10 ottobre 1989 di lire 150 milioni (riparazione soffitti, cuci- scuci in muratura, intonaci, cuspide del campanile nuova pavimentazione su solaio galleggiante antiumidità) Con questi lavori furono messi in luce il fonte battesimale le due nicchie per gli Oli Santi, alcune tombe e infine l’ampiezza della chiesa primigenia al restauro settecentesco. Quella risultò più piccola di un terzo in lunghezza. Si trovarono i resti di tre pavimenti sovrapposti: uno in terrazzo povero, anteriore al primo restauro, uno in mattoncini bicolori- coevo al primo restauro e un altro in marmo dell’800. La Sovrintendenza documentò fotograficamente ogni cosa. Alcune tombe, trovate vuote alla quota della prima pavimentazione, furono portate nella nuova quota usando le stesse pietre tombali. Furono ispezionate due tombe ottocentesche poste nel centro della navata e nelle quali furono rinvenuti vari scheletri ricoperti di polvere di calce. Secondo il parere della Sovrintendenza si trattava di resti di qualche malattia epidemica disinfettati con calce viva. Con il terzo intervento: perizia 28 maggio 1990 di lire 100 milioni, fu restaurata la facciata e un’ appendice dell’entrata con la costruzione di un cunicolo deumidificatore lato nord, nuove finestrature, altri piccoli lavori di rifinitura.

Maggiori info su restauri nei ricordi di Giuseppe Trevisan http://www.ossicella.it/monselice/restauri-nelle-chiese-di-monselice-1900-1990/

 

 

QUADRERIA

La chiesa di San Martino di Monselice conserva una bella e importante quadreria, recentemente restaurata grazie alla sensibilità dell’associazione culturale “San San Martino in Valle”. Presentiamo alcune tele nella versione  predisposta dal restauratore Vanni Tiozzo.

San Paolo (170×162)

Segni: croce i distintivi del santo la spada e il libro

San Pietro (170×162)

Segni distintivi le chiavi e il libro

 
San Andrea (170 x 103)

Segni : croce

 

San Giovanni Evangelista (170 x 118)

Segni: Aquila, libro e calice

San Giacomo di Alfeo (170×118)

Segno distintivo il bastone 

San Bartolomeo (170×118)

Segno il coltello

San Simone Zelota (170×164)

Segno i coltelli

San Giuda Taddeo (170×164)

Segno la lancia

San Matteo (170×103)

Segni distintivi angelo e il libro

San Filippo (170×118)

Segni distintivi croce e giovane con la barba corta

San Tommaso (170×103)

Segni distintivi la faretra e frecce

San Giacomo di Zebedeo (170×103)

Segni distintivi il bastone da pellegrino

San Gerolamo (180×130)

Segni leone, teschio e la croce

San Agostino (180×130)
Vergine dell’annunciazione (180×130)
Angelo dell’annunciazione (180×130)
San Gregorio (180×130)
San Ambrogio (180×130)
 
San Francesco (180×130)
 
San Giuseppe (180×130)
Andata al Calvario (230×325)
Crocifissione (230×325)
San Martino e il povero (245×160)
Santa Lucia (255×126)
 
San Antonio (120×80)
 
Madonna, SS Giovannino,
Osvaldo e Gaetano Thiene  (255×126
SS Anna, Agata, Agnese,
Giacomino e Maria Fanciulla (255×126)
Statua di Santa Lucia