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Chiesa di Santo Stefano di Monselice

La chiesa è stata costruita dai frati domenicani su una edicola donata dai signori Capodivacca che nei pressi avevano un palazzo. L’edificio è stato intitolato al proto-martire Stefano è quasi sicuramente è stato edificato tra il Due-Trecento.

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Santo Stefano, Francesco Bacin, Piante e alzato del convento di Santo Stefano 1770

Secondo il Salomonio  Federico II avrebbe utilizzato la chiesa, dedicata S. Eleazaro (Lazzaro),  come ospedale per le sue milizie.  Sempre secondo il Salominio ancora nel Settecento era visibile  l’altare originario nella parete della chiesa verso il monte. La chiesa  presenta strutture e forme romanico-gotiche nel nucleo originario della facciata a capanna simili a quello del Duomo Vecchio in S. Francesco a Padova. La pianta è quella tipica ad aula unica con tre cappelle absidali, a cui vennero aggiunte, nel 1621, le navate laterali e altri ampliamenti che si resero necessari per alloggiare i frati dominicani di ritorno dalle predicazioni in Asia. A Santo Stefano erano presenti cinque domenicani i quali reggevano le chiesa ed il convento, con trecento ducati annui. Alla fine del secolo XV è stato costruito il campanile disposto all’incrocio del volume della chiesa, con quello dell’annesso convento, le cui forme e disposizioni sono documentate dal rilievo eseguito nel 1770 dal perito pubblico Francesco Bacin. Nel Settecento l’annesso convento fu soppresso, secondo il Semenzato, l’edificio ha subito ingenti restauri nel 1621 e della chiesa originaria resta solo la zona absidale con la volta a crociera gotica e la parte centrale della facciata, decorata con il tipico coronamento ad archetti pensili. Così infatti ci appare nello “Schizzo panoramico di Monselice nel catastico dei beni del Convento di San Francesco” nel 1741 pubblicato da Mazzarolli. Mentre infatti questa parte della facciata poggia su un basamento carrarese innalzato con la tipica alternanza di pietre e cotto, le due estremità al di là delle lesene sono impostate su base forse ottocentesca che imita l’originale. Il Cittadella riferisce che aveva l’organo, due campane ed il chiostro. Il campanile superstite risale al 1580. Attualmente la chiesa è oggetto di uno studio preliminare per una più idonea destinazione, per un provvido restauro ed una conseguente legittima valorizzazione.

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Pianta della chiesa di Santo Stefano

Per quanto la veduta ‘pittorica’ permanga, non solo essa è di corretta costruzione ma, ad avvalorarla, vi si accompagnano le piante dei diversi piani, misurati accuratamente e riportate in scala.  La data del disegno (1770) è la stessa della soppressione del convento (così F. SARTORI, 1884, non dunque il 1772 riferito dal Mazzarolli [1940, pag. 114]).

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Piano alzato della chiesa di Santo Stefano

La chiesa originaria comprendeva la sola parte centrale dell’attuale facciata. Era dunque ad un’unica navata, come il Duomo vecchio, coperta da capriate lignee. Non solo lo schema planimetrico, ma anche il trattamento delle pareti, ritmato di lesene e con arcatelle superiori che le collegano, rimandano agli schemi sviluppati a Monselice tra Due e Trecento nella costruzione di S. Giustina, oltre che della scomparsa San Francesco (BRESCIANI ALVAREZ, 1993). Nel 1621 furono aggiunte le due navate laterali, a volta; mentre il campanile dovrebbe essere nel 1580 (CALLEGARI, 1930, pag. 14; MAZZAROLLI, cit., pag. 114).
Dopo la sopressione e la vendita ad un privato degli edifici, la chiesa continuò ad essere officiata (finchè non fu ‘demaniata’ nel 1810?) e, fino agli interventi distruttivi nel nostro secolo, il complesso continuò a persistere praticamente intatto, seppur con funzioni diverse. Oltre alla chiesa tuttora si conservano alcune strutture del convento verso via Matteo Carboni e via Santo Stefano.

Abside della chiesa domenicana di Santo Stefano
Abside della chiesa domenicana di Santo Stefano
CARTOGRAFICA
Da un esame della planimetrie del catasto napoleonico (ARCHIVIO DI STATO DI VENEZIA Catasto napoleonico, Monselice, mappa 238, 1808-1811), il catasto austriaco (ARCHIVIO DI STATO DI PADOVA, Catasto austriaco, foglio n° XIX rettificata nel 1833, desunta dall’originale di campagna del 1810), il catasto austriaco-italiano (ARCHIVIO DI STATO DI PADOVA, Catasto austriaco-italiano, foglio n°. 19, rettificata nel 1841) e il catasto italiano (ARCHIVIO DI STATO DI PADOVA Catasto italiano, foglio degli allegati 3°, allegato C del foglio 21, 1956), vista la coincidenza di quest’ultimo e di quello del 1994 (UFFICIO TECNICO  ERARIALE DI PADOVA, estratto di mappa catastale-Monselice, scala 1:2000, sez. B, foglio 15, allegato C, Padova, 26 agosto 1994).
Dal confronto risulta che già dal primo catasto (e sicuramente da molto prima) tino al terzo per ordine cronologico, l’andamento e le dimensioni dello scaloncino che sulla sinistra della fabbrica permetteva il passaggio dalla via di S.to Stefano inferiore a  quella di S.to Stefano superiore rimangono invariati. Nel catasto  austriaco manca il segno della delimitazione tra scaloncino e zona-abside che è pero  presente sia in quello precedente che in quello successivo. Solo nel catasto italiano  compare invece per la prima volta il muro vincolante l’accesso tra il sagrato e lo  scaloncino peraltro tuttora esistente a fianco della navata di sinistra. Inoltre, sempre a  partire dal’ 1956, si riscontra un volume lungo addossato al suddetto passaggio laterale in sostituzione di uno spazio aperto.
Nel catasto austriaco, probabilmente in seguito alla soppressione dell ordine, viene abbattuta un’ala del convento prima adibita a locali di servizio e vengono diversamente ripartite le corti inteme. Nel 1841 il fronte su strada a destra della chiesa è ancora occupato dal corpo del convento che si estende perpendicolarmente alla facciata della medesima  ma nel passaggio dal penultimo all’ultimo catasto tale volume è stato sostituito da   uno nuovo distaccato da S.to Stefano.
Nello stesso catasto (1956) si notano anche le superfetazioni, oggi più o meno degradate sul lato sinistro della chiesa in corrispondenza del transetto; la terminazione della navata di sinistra è stata modificata (da inclinata a perpendicolare rispetto l’asse longitudinale); è segnalato il campanile ma i volumi del convento ex-sacrestia ed ex-confessionale, oggi ruderi, non vengono rappresentati come tali.

 

Documenti riguardanti Santo Stefano, da una mostra allestita a Villa Pisani dallo IUAV NEL 2017
DAGLI ARCHIVI DELLA CURIA VESCOVILE DI PADOVA
Si trova traccia di una  lapide posta in alto sul lato nord del campanile e attestante la ricostruzione del campanile. (Visitationes, volumen III, f. 311, 1481-1506) che riporta la seguente iscrizione         M. D. L. XXX. /    F. N. C. / P.
Il  SALOMONIO, Agri Patavini inscriptiones, volumen I, pag. 55, Padova, 1696) riporta la seguente iscrizione  “S. Stephani P. P. Ord. Praedicatorum. Divi Stephanum Phanum Olim a Federico imperatore in Militum Hospitale erectum, nomine S. Eleazari, éuius altare adhunc in parte templi, quae monti adharet, conspicitur. Illud P. P. Ord. Prae. possidet ab an. Circiter 1400”.
MOMENTI STORICI IMPORTANTI
– 1068: sono note alcune donazioni al monastero di S.to Stefano ma la chiesa non viene citata e per ciò non si ha certezza della sua esistenza a tal-data. (A. MAZZAROLLI, Monselice, notizie storiche, pag. 14, Padova, Tipografia del Messaggero di S. Antonio, 1940).
-Il Gloria fa riferimento ad un documento (non precisato) datato 1160 che riporta “casamentum non ìonge a S. Lazario”=casamento non lontano da S. Eleazario. (A. GLORIA. Codice diplomatico padovano dall’anno 1101 alla pace di Costanza, in “Monumenti storici della regia Deputazione di storia patria”, Venezia, 1877-1881).
-“…[Sto Stefano] fu fondato prima del 1308, passò in un secondo momento in proprietà dei domenicani e rimase attiva fino alla soppressione francese” (CONFRATERNITA   DOMENICANA,   Analecta   sacri   ordinis  fratrum praedicatorum, volumen II, pag.60, Romae, Typis Vaticanis, 1895).
-Circa a partire dall’anno 1400 l’ordine dei predicatori possiede la chiesa di S.to Stefano, che con nome di S. Eleazario era stata destinata dall’imperatore Federico II ad ospedale per le milizie. (J. PH SALOMONIO, Agri Patavini inscriptiones, volumen I, pag. 55, Padova, 1696).
-Al 1463 era certamente dei domenicani, come riporta l’estimo delle possessioni di S.to Stefano di Monselice presentato da fra Domenico dell’ordine dei predicatori.  (ARCHIVIO DELLA CURIA VESCOVILE DI PADOVA, Estimi, volumen 38, S.to Stefano di Monselice, 1463).
-La visita pastorale del 20 giugno 1493 conferma l’appartenenza della chiesa ai domenicani e fornisce preziose informazioni sulla sua configurazione architettonica. Il 20 giugno 1493 Vescovo Pietro Barozzi: visita chiesa di Santo Stefano. Questa chiesa è divisa in due deambulationes, una di mezzo longa e alta (fino al soffitto sei passi) e l’altra di destra è larga e alta fino all’imposta delle travi (tré passi). E’ divisa a metà da una parete laterizia che sale fino al soffitto.Ci sono quattro pilastri e tre archi. La lunghezza è di dodici passi. Quella di mezzo è lunga otto passi, poi si allarga a sinistra e a destra. La larghezza in  tutto è di dodici passi e la longitudine di quattro. Ha un rosone (“oculus”) di quattro passi dal quale riceve luce. C’è una cappella di sei piedi. E’ affiancata da due cappelle, una a sinistra e una a destra. Ci sono due porte, una dalla parte occidentale e l’altra dalla parte di mezzogiorno. Questa chiesa appartiene ai Domenicani e ai frati predicatori mendicanti. La rendita è di dieci ducati e vive di elemosina. I paramenti e i calici non sono molti. Al presente è abitata da quattordici frati, sette sacerdoti e altri non sacerdoti.”
– Nel 1513 nella chiesa fu istituita la confraternita del SS. Rosario. (A. COCCHI. Manoscritti riguardanti la storia di Monselice e la descrizione delle  sue chiese, 1618, in BIBLIOTECA CIVICA DI PADOVA, B. P. 1618 XXIII).
– L’iscrizione posta sul campanile verso tramontana attesta il suo rifacimento nel 1580. (M. D. L. XXX. F. N. C. P.). Come comprovava una iscrizione lapidaria posta all’intemo per noi trascritta dal  Salomonio (op. cit.), la chiesa subì nel 1621 ingenti opere di restauro.
– Il 2 agosto 1770, fu soppresso il monastero di S.to Stefano: per decreto i domenicani furono allontanati e rimase la confraternita del SS. Rosario.
Nel 1772 Giorgio Strattico capitano della cemide, di origine albanese, acquistò la chiesa per ducati 600. La chiesa continuò tuttavia ad essere officiata ancora per qualche tempo a cura della confraternita del SS. Rosario.
– Nel 1810 la chiesa divenne proprietà del demanio. (ARCHIVIO DI STATO DI VENEZIA, Catasto napoleonico, Monselice,  sommarione 238, particelle n.° 69-73, 1808-1811).
– Nel 1846 la chiesa appartenne a Trieste Gabriele fu Giacobbe e Trieste Gabriele fu Maso, cugini.
– Nel 1855 rimase unico proprietario Trieste Gabriele fu Maso che nel 1859 la vendette al Comune di Monselice, attuale intestato.
“… ..[1862] oggi è fatta stallaggio, ed il monastero ridotto a casa di abitazione”. (A. GLORIA, op. cit.). Per molti anni la chiesa fu adibita a caserma per le truppe di passaggio e specialmente per quelle di cavalleria. Carturan scrive di ricordarsi delle mangiatoie in legno per i  cavalli addossate alle pareti agli inizi del XX secolo. Agli inizi del XX secolo la navata di destra fu chiusa ed adibita a palestra e sede della banda cittadina mentre la restante destinazione d’uso era quella di magazzino comunale.
 “[1949] lo stabile serviva da magazzino comunale” (C. CARTURAN).
– 2017 Pulizia e consolidamento della chiesa
APPROFONDIMENTO STORICO
Le origini del complesso di Santo Stefano non sono chiare e precisamente collocabili temporalmente; già dal 1068 si hanno notizie di alcune donazioni fatte al monastero di Santo Stefano, ma non essendo a tal proposito specificamente citata la chiesa, non è accertata la sua avvenuta edificazione. Trattasi di un manoscritto conservato nell’archivio della famiglia Papafava in cui è scritto che Artuccio, figlio di Litolfo, da Carrara, donò al monastero di S.to Stefano, posto in quella località, alcune possessioni che si trovavano “in comitatu patavensi, in Judicaria Montesilicana, m loco et feudo Pernunià….cum aquimolis suis quae sunt edifìcatis m fluvio  Vigenzone”. Esiste poi anche un, documento relativo al 1160 che si riferisce a S. Eleazario, ma se il monastero fosse già stato affiancato dalla chiesa ed in che termini lo fosse,  ciò non è definibile Come meglio precisato nell’approfondimento architettonico qui di seguito riportato, la fase pre-domenicana  di S.to Stefano è assai oscura ed è probabile che al nome di S. Eleazario corrispondesse la chiesa su  cui intervennero i domenicani fra XIV e XV secolo. Le prime notizie dirette ed indirette risalgono invece alla fase domenicana. Nell’archivio domenicano si legge che S to Stefano fu fondata prima del 1308, passò in un secondo momento m  proprietà dei domenicani e rimase attiva fino alla soppressione francese. Il  Salomonio scrive invece che l’ordine dei predicatori entrò in possesso della chiesa a partire dall’anno 1400, che portava ancora il nome di S. Eleazario ed era stata  destinata dall’imperatore Federico II ad ospedale per le proprie milizie. Risulta che  nel 1237 Monselice cadde in mano di Ezzelino e poco dopo giunse sulle terre appena conquistate l’imperatore Federico II, nel 1239 circa. Allora la datazione del 1160 potrebbe essere attendibile. E’ comunque certo che al 1463 S.to Stefano era proprietà dei domenicani. Nel 1513 vi venne istituita la confraternita del SS. Rosario. Tutta la storia della fabbrica è caratterizzata da interventi ed ampliamenti che si susseguirono nel tempo, molti dei quali fondamentali per il raggiungimento della situazione attuale, tra questi rimane particolarmente importante il cantiere del 1621 comprovato dalla iscrizione lapidaria che esisteva all’intemo della stessa chiesa e trascritta dal Salomonio. Il monastero di S.to Stefano fu soppresso dalla Repubblica Veneta il 2 agosto 1770. Quindi per decreto i domenicani vennero allontanati ma rimase la confraternita del SS. Rosario che continuò ad officiare la chiesa ancora per qualche tempo. Il complesso fu poi acquistato all’asta da Giorgio Strattico al costo di ducati seicento nel 1772. La chiesa fu demaniata nel 1810, nel 1846 appartenne a Trieste Gabriele fu Giacobbe e Trieste Gabriele fu Maso, cugini; quest’ultimo rimase unico proprietario nel 1855 e nel 1859 la vendette per lire 5800 al Comune di Monselice, attuale proprietario. Risulta che nel 1862 la chiesa veniva utilizzata come stalla, mentre il monastero era stato ridotto a casa di abitazione. Per diversi anni S.to Stefano fu adibita a caserma per le truppe di ‘passaggio’ ed in particolar modo per quelle di cavalleria, tanto che ancora oggi sono visibili le tracce delle mangiatoie in legno per i cavalli addossate alle pareti. Poco dopo, agli inizi di questo secolo, la navata di destra fu chiusa e destinata a palestra mentre la restante parte divenne e rimase per lungo tempo magazzino comunale. Più volte proposero la demolizione della fabbrica per sostiulria con altri edifìci nello stesso luogo, o solo per recuperarne materiale costruttivo per altri cantieri. Tra il 1915 ed il 1930, S.to Stefano fu oggetto di diversi progetti di restauro e rinnovamento come possibile sede del futuro Duomo Nuovo di Monselice, ma non se ne fece in realtà poi nulla.
Immagine computerizzata della facciata di Santo Stefano opera dello IUAV di Venezia
APPROFONDIMENTO ARCHITETTONICO
Attualmente la chiesa di S.to Stefano si presenta con un fronte spartito da lesene con rosone al centro, coronato da archetti pensili acuti in cotto su peducci diversamente decorati, con caratteristico fregio a tortiglione. Il portale centrale in trachite è rovinosamente interrotto e l’apertura è alterata nella parte inferiore. Le navate aggiunte ai lati, con portali indipendenti, si adeguano l’un l’altra per la cornice sommitale a dentelli. Nota l’evoluzione  storica del complesso di S.to Stefano si può desumere con buona probabilità che l’impianto domenicano fu, a partire dal XIV-XV secolo, ad aula unica con tre cappelle absidali. I successivi ampliamenti stravolsero poi quelli che furono gli intenti iniziali. Senza approfondite indagini tecniche e specifiche è praticamente impossibile fare ipotesi su cosa invece esistesse prima che i domenicani, in seguito al loro arrivo, adattassero la chiesa ai loro modelli. E’ credibile dedurre che abbiano lavorato su un fronte centrale pre-esistente applicandovi una partitura a lesene ed un cornicione ad archetti pensili, possibilità a maggior ragione verosimile se si pensa alla mancata geometria della facciata, allo scanso dopo il quinto archetto a partire da sinistra ed alle lesene non bene ammorsate. Osservando le fabbriche dei secoli XIII-XIV a Padova e dintorni, si riscontra che esempi  tipicamente trecenteschi di architettura religiosa hanno pianta a nave unica terminante in tre absidi, copertura lignea tradizionale, esterni semplici e sobri, di struttura in cotto a vista, con superfìci appena mosse da lesene; le decorazioni sono lineari: rosoni lisci e cornicioni ad archetti pensili (Chiese degli Eremitani e di S.ta Maria dei  Servi a Padova.  A Padova l’architettura gotica si diffuse soprattutto con lo stabilirsi di alcuni ordini di frati dei più importanti monumenti gotici  religiosi; tali comunità erano innovatrici rispetto al contesto, con qualificazione tecnologica, trasmettitori di cultura, di esperienze e fattori assolutamente internazionali. Erano essi stessi architetti e tecnici d’avanguardia che non si limitavano ad operare nei cantieri dei complessi religiosi. Le preferenze per determinati modelli tipologici, suggeriti dalle necessità contingenti e dalla tradizione culturale del gruppo a cui i medesimi appartenevano, determinarono una generalizzazione tecnologico-culturale che trovò coerente applicazione in sistemi compositi estremamente lineari. Gli archetti pensili trecenteschi sono acuti e generalmente più decorativi, quindi risultano spesso dipinti o accompagnati ad altri elementi per formare un cornicione più complesso. Quanto sopra detto comprova ed allo stesso tempo anche motiva le ipotesi fatte su Santo Stefano, ove forse i domenicani ripristinarono pure il primitivo nucleo della chiesa oltre alla facciata; l’altezza iniziale è tuttavia dubbia e bisognerebbe trarre più informazioni dalla traccia sulla parete interna del fronte  L’esistenza del transetto e delle due cappelle absidali minori in quella forma nel XV secolo non è ancora documentabile con certezza, ma vi sono elementi che ne fanno presupporre la presenza: il cornicione del transetto, i capitelli interni delle absidi laterali analoghi a quelli dell’abside rettangolare, le volte a crociera con costolature in cotto ed all’incrocio un medaglione analogo per tutte e tré le volte. Dal 1493 sono del resto confermate le tre cappelle absidali nella visita pastorale (ARCHIVIO DELLA CURIA VESCOVILE DI PADOVA, Visitationes, volumen III, f. 311, 1481-1506) ed inoltre, non esistendo ancóra le due navate laterali, non si comprenderebbe il significato di un transetto in fase così largo per un’unica abside ed una sola navata. Un elemento fuorviante per l’ipotesi delle tre absidi contemporanee si collega al fatto che quella di sinistra è per aspetto simile all’abside poligonale ed è soprattutto diversa da quella di destra; tuttavia già la 05 fornirebbe spiegazione della diversità delle scelte per volumi che si affacciassero su un percorso pubblico o meno. Probabilmente la navata laterale destra, documentata nella visita pastorale del 1493 si aggregò già a falda inclinata e l’innalzamento del corpo centrale poteva essere già avvenuto. La navata aggiunta, si ignora se da subito o successivamente per l’impossibilità di datare il convento, risultava inserita tra quella pre-esistente ed il volume dello stesso convento sul fronte strada. Le finestre della navata aggiunta potrebbero essere in fase con essa, non riuscendo a rintracciare discontinuità nella muratura in loro corrispondenza e concordando con l’articolazione interna del corpo. La presenza della navata di destra implica quella del transetto a cui si addossa e forse indirettamente sottointende anche resistenza delle tré cappelle absidali. La lapide posta in alto sul lato nord del campanile indica l’anno 1580: in tale data si rifece, probabilmente su una pre-esistenza, il campanile così come è oggi; dalla lettura stratigrafìca all’innesto con la muratura della cappella non si ricavano informazioni interessanti. Da sempre la navata centrale non poteva raggiungere l’altezza del transetto dal momento che il cornicione in facciata rigira agli estremi e testimonia l’originalità della copertura a capanna. L’innalzamento della navata centrale è certamente precedente il 1621 quando,  aggiungendo la seconda navata laterale, interruppero sul fianco delle lesene a tutta altezza per ciò successive all’innalzamento. Tuttavia è successivo o al  massimo contemporaneo della navata di destra per la presenza delle lesene sul fianco  estemo ed assenza su quello interno della medesima. All’anno 1621 vengono  attribuiti impegnativi lavori di restauro che riguardarono sia il volume complessivo della fabbrica che il fronte (J. PH. SALOMONIO, Agri Patavini inscriptiones,  volumen I, Padova, 1696); venne aggiunta la seconda navata laterale, inizialmente di  larghezza uguale a quella di destra e, nella medesima occasione o non  molto dopo, venne sostituito il portale principale con uno di stile barocco. Dal momento che nella mappa Bacin  all’anno 1770 vengono segnalate le   aggregazioni delle quarte campate laterali, ciascuna per ogni navata, è possibile che anche quegli interventi appartennero al cantiere del 1621. Al 1770 esistevano i tre ingressi frontali ma non si conosce la forma dei due minori fra i tre; le navate laterali fungevano probabilmente da cappelle, avendone destinate le fasce più esterne a luogo in cui posizionare altari. Nel XIX secolo venne ampliata la navata di sinistra, probabilmente in seguito alla rifunzionalizzazione che caratterizzò la fabbrica; da questo momento in poi, senza conoscere la data precisa, è possibile pensare che le arcate interne delle navate fossero tamponate. Per le nuove destinazioni d’uso che si susseguirono da quando la chiesa fu demaniata nel 1810, gli spazi interni vennero notevolmente frazionati ed anche specificamente attrezzati (mangiatoie per la stalla, attrezzature per la palestra).  In fase con l’allargamento della navata di sinistra vennero inseriti sia gli ingressi laterali che le finestre a mezzaluna.  Al 1895 erano già state aperte  in prospetto la feritoia di ventilazione e l’apertura rettangolare allungata ed era avvenuto l’abbassamento del piano pavimentale. Si nota che sin dal 1956 scomparve la quarta campata della navata di sinistra ed il convento non si addossò più alla facciata; la porzione di convento lungo il fianco risulta anzi ridotta a rudere. I due volumi aggiunti sul lato sinistro del transetto leggibili sul catasto, sono oggi ridotti a ruderi assai degradati e quello sull’angolo è pressoché scomparso. Attualmente sul fronte risultano tamponate sia l’apertura rettangolare allungata che la bucatura nella specchiatura alla sinistra del portale; quest’ultima è successiva all’abbassamento del piano pavimentale e potrebbe anche appartenere alla  fase successiva. Gli ingressi centrale e di sinistra sono allargati ; il taglio risale circa alla metà di questo secolo e venne ritenuto necessario per permettere l’accesso ai mezzi pesanti. [Ricerca curata da Flaviano Rossetto]

 

Bibliografia:

G. BRESCIANI ALVAREZ, Excursus tra memorie segni ed emergenze architettoniche della storia urbana in A. RIGON (a cura di), Monselice, storia, cultura e arte di un centro “minore” del Veneto, Comune di Monselice, 1994. p. 470-471.

E. ANTONIAZZI ROSSI, Chiese e monasteri: per un approccio alla vita religiosa monselicense tra i secoli XV e XVI in R. VALANDRO (a cura di), Venezia e Monselice nei Secoli XV e XVI, ipotesi per una ricerca, Comune di Monselice 1985. pp 105-106.

M. TREVISAN, Monselice illustrata mappe disegni e stampe, Comune di Monselice, 1993. Pp. 28-30.

Chiesa di S. Stefano in Monselice (Padova) / Giovanna Gennari ; Marianna Marchesi. – Tesi discussa presso l’Università di Ferrara, Facoltà di Architettura, Corso di Restauro Architettonico, Prof. Alessandra Marino

Ulteriori info:

La chiesa di Santo Stefano, un sogno che potrebbe diventare realtà

La chiesa di Santo Stefano in mostra a Villa Pisani